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ANTIQUA

Introduzione

 

Tutti i sonetti di quest’opera sono stati ispirati dagli spettacolari paesaggi di e da Gaeta raffigurati nelle fotografie.

Le due immagini dal mare sono state scattate durante viaggi in barca a vela da me fatti qualche anno fa. L'ispirazione per i relativi sonetti è venuta guardando le diapositive riprese in quelle occasioni, durante il periodo in cui stavo scrivendo gli altri, ossia all'inizio dell'anno 1999. Lo stesso vale per il sonetto "Tanto favore gode questa costa" che esprime le sensazioni di una giornata di pieno autunno 1998 quando, all'inizio dei lavori per il "Percorso storico-naturalistico" a monte Orlando, ho scattato la diapositiva.

Tutti gli altri sonetti sono stati invece ispirati nel momento stesso in cui scattavo le relative fotografie e scritti, poi, nel giro di uno o due giorni.

Veniamo alle singole fotografie. La prima, relativa al sonetto "Sto qui seduto su scoglio formiano" è stata scattata dalla scogliera nuova del porto di Formia, quella che cinge ad Ovest il piazzale di sosta dei camion. Commosso dallo spettacolo e consapevole che Gaeta, soprattutto in inverno, offre tante e multiformi immagini di sé degne d’ammirazione, è là che ho visto in me la possibilità di associare una poesia ad ogni immagine, vissuta e fotografata.

La seconda, quella de "Quando la madre mette il volto triste", è stata scattata dalle balze di monte Dragone, pochi giorni dopo la prima abbondante nevicata autunnale sui monti Aurunci, con aria pulita e vento fresco "a provenir da vette già canute".

La terza (Tutta la terra che dal Trajectano), presa dal cosiddetto "porticciolo romano di Gianola" è di fine dicembre.

La quarta (Sbatte la fiera onda sullo scoglio) è stata presa da uno dei punti panoramici di via Fontania in una livida giornata di libeccio. Ho scattato la quinta lungo la strada "delle Vignole" in una notte d'inizio inverno.

La sesta (Chi navigando a lungo per i mari) l’ho scattata anni fa in una fredda giornata invernale con un fresco maestrale a bordo di un “Piviere”, semicabinato a vela a deriva mobile di proprietà del mio amico skipper Enzo Minelli. Con questa barca di poco più di sei metri io, ultimo discendente di un'antica schiatta di marinai che si è interrotta con me e con mio fratello, ed il mio amico skipper, abbiamo vissuto nel Tirreno esperienze certamente interessanti, l'avventura quella vera. Spero di aver così tacitato i miei Lari. Quel giorno venivamo da Terracina e non vedevamo l'ora di ripararci nella rada di Gaeta. Questo sonetto è dedicato al popolo marinaro gaetano: spero che condivida i sentimenti ivi espressi.

Ho scattato la settima (Quante partenze han visto queste acque) in una tarda nottata d'inizio dicembre 1994, allorché partivo con una barca a vela di dodici metri con destinazione Reggio Calabria. La nota funebre che si avverte nell'ultima terzina dipende dal fatto che i miei due compagni di quel viaggio erano l'immancabile Enzo Minelli, grande skipper, ed un altro amico velista, Peppe Ruggieri, che allora già portava dentro di sé i primi segni del male che ce lo avrebbe tolto qualche anno dopo. Alla memoria di quest'uomo semplice, ma spesso geniale, esperto velista e noto "bricoleur" di qualità, è dedicata questa poesia.

Dell’ottava fotografia, relativa al sonetto “Tanto favore gode questa costa” ho già detto sopra. La nona e l’undicesima sono state scattate rispettivamente sulla spiaggia di Sant'Agostino e dalla strada della “Carolina” nei pressi dell’omonima polveriera su monte Orlando in una chiara giornata di pieno inverno. La decima, infine,  è presa da via Fontania.

Lo stile poetico, spero di non essere sbranato dai veri poeti per questo, è alquanto vetusto. Posso sperare che sia accettato in relazione all’antiquità della nostra terra? La struttura di questi miei sonetti presenta, tuttavia, delle varianti rispetto al sonetto classico, in più e in meno.  Nella seconda strofa la rima è diversa da quella della prima e da questo punto di vista esso è più libero rispetto a quello originale; d’altra parte, esso ha una cadenza fissa sulla quarta, sulla sesta e sulla decima sillaba; leggendo i sonetti, per orientarsi fra dialefe e sinalefe, bisogna tener conto di ciò anche perché se l’accentazione della quarta e decima è sempre quella naturale, quella della sesta a volte non lo è. In onore della Dea madre l’ho chiamato “sonetto minico” dal nome di un popolo della Tessaglia, i Mini, che teneva in gran conto il suo culto.

Perché Anonimo? Gli amici che sanno della pubblicazione mi hanno fatto questa domanda.

I motivi sono tre.

Per prima cosa le lettere non sono il mio pane quotidiano, essendo un insegnante di materie scientifiche.

Poi per la triste abitudine dei Gaetani di tagliare le gambe a chiunque. Sono piuttosto noto, in certi ambienti, e desidero che questa mia operetta sia giudicata senza pregiudizi o aspettative.

Infine, a volte ho la netta sensazione, quando sono in fase poetica, di essere come aiutato…

E allora, potrebbe non essere solo una finzione poetica quanto ho scritto qualche anno fa nel Prologo del poema su Monte Orlando, ancora incompiuto.

 

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