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ANTIQUA

Poema

 

 

Sorto dal mare da milioni d’anni,

fatto di gusci d’animali in strati

uno sull’altro stesi come panni

di sia molluschi che celenterati,

sembra assai strano, ma non faccio inganni,

son questi gli avi de’ miei carbonati.

Dei monti Aurunci qui sono l’araldo,

in mezzo al mar nel quale io mi sfaldo.

 

Che pare l’acqua di debol natura

mentre accarezza i miei confini lieve

in giorni calmi allor che la calura,

col poco vento, rende l’onda breve,

ma non c’è pietra che sia tanto dura

se essa sbatte attorno così greve,

come avviene quando la burrasca

ne’ fianchi m’apre più di una tasca.

 

Dopo d’aver vagato per il mondo

spinto da forze immani con le zolle

sull’infocato mar che, poco in fondo,

sotto la crosta che, pria si fa molle,

poi movimento fassi tutto a tondo,

per generar montagne ed ogni colle,

in questo luogo giaccio giusto dentro

a un ampio golfo fra i capi al centro.

 

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Che a meridion, ma più verso l’oriente,

poco innalzato su costa campana,

sta lungo capo che innocentemente,

prende suo nome da vicenda arcana,

di chi chiamò, ben poco accortamente,

vindice nume a disfida vana.

D’Eolo era figlio, l’arte sua la tromba,

Miseno il nome e là trovò sua tomba.

 

Diverso aspetto ha invece il monte

che chiude il golfo verso settentrione.

Alto sull’acqua appare all’orizzonte,

d’essere un’isola dà ai più illusione.

Ha come me vegetazion bifronte

come appresso vi farò menzione.

Prende suo nome da colei che visse

in questo luogo ove incantò Ulisse.

 

Ho posizione qui da gregario

di alti monti posti alle mie spalle,

che lungi da far solo da scenario,

fungon pei venti nordici da scialle,

rendendo, assieme ad altro, assai vario,

un clima tanto dolce per farfalle,

uccelli, ulivi, fiori e carrubi,

che agli dei si pensa lo si rubi.

 

 

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