Indice Introduzione Poema Autore Crediti

 

ANTIQUA

Sonetti

 

 

Sto qui seduto su scoglio formiano

ad ammirar la Bella fra le belle,

sì che ben pria che appaiano le stelle

ad implorar un paragone vano,

 

possa godermi nella calda luce

del già scomparso rutilante cocchio,

tanta bellezza da colmarmi l’occhio:

il mare e il cielo una terra cuce

 

con ir sinuoso a mezzo l’orizzonte

irta di aspre torri e campanili,

con spazi stretti fra sacro e profano,

 

accompagnata da un selvaggio monte,

con storia in trame da milion di fili:

sentirla dentro non è poi si strano!

 

_____________________

 

 

Quando la madre mette il volto triste

ché la figliola giace oltre Averno,

nel duro ciclo reso sempiterno,

sul cor un vello nero forse insiste?

 

l’animo umano è forse quiescente?

le emozioni tutte il petto serra?

Non già avviene qui nella mia terra,

che è dotata incomparabilmente

 

di panorami e splendide vedute

Dall’aer terso resi più eclatanti

a provenir da vette già canute.

 

Da queste balze con il mar davanti,

da brulle rupi e pur da valli mute,

possibil mai che il mio cor non canti?

 

_____________________

 

 

Tutta la terra che dal Trajectano

s’estende fino ai Cecubi colli

tenendo dal confine dritta mano,

tal gente nutre, fra grandi e rampolli,

 

che s’ha ben donde dir che son baciati

da quella diva che su d’una ruota

tiene i suoi pie’ e gli occhi ha bendati:

che la lor vista non sarà mai vuota

 

a menar l’occhio verso meridione

verso la Bella che dall’orizzonte

a tutti offre, senza distinzione

 

vision di sé che d’armonia è fonte.

E un altro dono è la direzione:

come risalta all’occaso il monte!

 

_____________________

 

 

Sbatte la fiera onda sullo scoglio

ch’a mezzogiorno cinge la collina,

ch’oppose a legni di nazion vicina,

come di africana, con orgoglio,

 

strenua difesa mille anni lunga.

Nelle sue gocce l’anima dei vinti

che col continuo batter sui recinti

più speranzosa pugna sì prolunga.

 

Ma il sole invicto con le stille d’oro

ha qui da tempo fatto un prodigio:

qui a meridione dov’è il regno loro

 

ancora vedo là nell’aer grigio

il giovanetto ch’assoggetta il toro,

l’antico divo dal berretto frigio.

 

_____________________

 

 

Solo la tua sì benigna luce

che l’aspre rocce bagna e ’l suolo nudo,

un velo sopra il paesaggio crudo

pietosamente sulla terra cuce,

 

che fu privato delle antiche selve

come da piante all’uomo più mansuete

da chi conduce mucca o ariete

che si portò al pari delle belve.

 

E questa vista, pur se attenuata,

mi porta una gran malinconia;

a te fu fatta, oh sacra ed inviolata

 

vergine dea quest’azione ria;

proprio a te luna, della dea armata,

che sei da sempre la teofania.

 

_____________________

 

 

Chi navigando a lungo per i mari

lungo le rotte che cingono il mondo,

chi ha subito il tempo furibondo

con il pensiero sempre ai suoi cari,

 

al provenir dal mar meridionale

vede sull’acqua alzarsi quest’imago,

ogni esperito mal gli si fa vago,

d’ogni piacer foresto più non cale.

 

Dietro le rocce fesse dal tridente
quando fu scelta dal signor dell’onde

ché marinara fosse la sua gente,

 

son le sicure ed amate sponde

la naturale falce accogliente.

Di rallegrarsi tosto n’ha ben donde!

  

_____________________

 

     

Quante partenze han visto queste acque

dacché rifugio per antica gente

in tempi bui diede certamente

sicché potenza marinara nacque;

 

quanti distacchi dalle cose care

ch’ognun sostiene con il volto austero…

solo la notte con il suo manto nero,

quando si parte pei sentier del mare,

 

facendo tutto men che indistinto,

rende la Bella facile lasciare.

Ognuno del ritorno è convinto.

 

Oh primigenio nume imperituro,

da noi mortali lasciati implorare,

celaci dunque al tuo figlio scuro!

 

_____________________

 

 

Tanto favore gode questa costa,

lassù nel cielo dove il Padre siede

accompagnato dal bel Ganimede

dopo che la figliola fu deposta,

 

che mentre d’altre parti la natura

si veste a nuovo solo a primavera,

per ben due volte qui sulla riviera,

pur se l’estate fu pel secco dura,

 

scoppia un tripudio di colori e olezzi

che si circonda di insetti a folle,

che pure quelli che non sono avvezzi,

 

chi in altri luoghi abitare volle,

sentono come se gli si accarezzi

gli animi, che di miele si fan polle.

 

_____________________

 

 

Pur nelle braccia del profondo inverno

de’ nostri fossi veste e dei campi

si fa arricchita con dei gialli lampi

di una pianta a provenir moderno;

 

che giunse qui dall’Africa australe

pochi decenni son da questi giorni,

ma ben diffusa appare nei dintorni

tanto la nostra terra è ospitale! 

 

E per cotanta dote è benedetta

dal Padre che premiò Bauci cortese

e fece sugli altri aspra vendetta.

 

Sì che i suoi doni è pronta a spartire

con tutti quelli che non han pretese,

ma vengon qui da noi a gioire!

 

 

 

Indice Introduzione Poema Autore Crediti