LA GROTTA DI CURTOMARTINO

 

L'AREA DI CURTOMARTINO

La grotta di Curtomartino, con l’annesso giacimento archeologico risalente al Paleolitico, frequentato dall’uomo anche in epoche successive, è localizzata nel territorio del Comune di Acquaviva delle Fonti, in contrada Curtomartino, al confine con il territorio del Comune di Cassano delle Murge. 

L’area, interessata dalla presenza dell’emergenza carsica e da ritrovamenti archeologici di rilevante valore scientifico e storico – culturale, costituisce un caso assolutamente unico in questo territorio e nella Murgia in generale. Questa parte del territorio di Acquaviva è caratterizzata dalla presenza di altre emergenze di rilevante valore, quali per esempio il parco archeologico di Salentino, i tratturi della transumanza, il sistema delle antiche cisterne pubbliche per la raccolta e la conservazione dell'acqua piovana, i beni diffusi del paesaggio agrario storico, l’osservatorio astronomico, le aree boscate relitte, in grado di configurare un sistema territoriale complesso di rilevante valore.

Purtroppo attualmente in quest'area sono molto forti i segnali di un degrado diffuso, conseguenza anche dell'abbandono, su una parte dell'area di Curtomartino, degli antichi usi agricoli e quindi della mancata frequentazione quotidiana da parte dei contadini, che fungeva da presidio sul territorio; si pensi per esempio alla moltitudine di piccole, e meno piccole, discariche abusive localizzate lungo i percorsi carrabili, appena questi presentino uno slargo adatto allo scarico dei rifiuti (materiali edili e rifiuti ingombranti soprattutto), indifferenti ai valori presenti, per molti sconosciuti, che richiedono con urgenza un progetto complessivo di recupero, valorizzazione e fruizione dell'area.

La contrada di Curtomartino è caratterizzata storicamente dalla presenza di una quotizzazione del demanio pubblico, risalente alla fine del secolo XIX. Le quotizzazioni dei demani comunali hanno interessato sul finire dell'Ottocento molti Comuni della Murgia di Sud - est: la legge del 1° settembre 1806, emanata nel periodo murattiano per motivi umanitari, economici e sociali, prescriveva la suddivisione in quote ai singoli cittadini, e prioritariamente a quelli nullatenenti, dei demani comunali, in maniera da creare una classe di piccoli e medi proprietari terrieri e ridurre le disparità sociali ed economiche; per quasi un secolo questa legge, per l’opposizione di pochi, ma eminenti cittadini, soprattutto grandi proprietari terrieri, rimase ineseguita. Era infatti in atto uno scontro, durato per tutto il XIX secolo, tra borghesia agraria ed ex feudatari da un lato, che rivendicavano e impunemente praticavano la chiusura dei campi aperti del demanio universale, e le amministrazioni comunali dall’altro, impegnate, quando non conniventi con i primi, a recuperare le terre illegittimamente appadronate. 

Il disegno regolarissimo dei lotti e della viabilità (strade tutte perpendicolari ad un asse centrale principale di notevole lunghezza e tutte alla stessa distanza l’una dall’altra; lotti tutti di forma rettangolare e dimensioni abbastanza simili), segna profondamente il paesaggio dell'area di Curtomartino, mantenendo ancora oggi un elevato grado di leggibilità. I tipici segni antropici quali trulli, casedde e muretti a secco, testimonianza dell’antico insediamento sul territorio, si alternano ad aree relitte di vegetazione naturale (fragni e roverelle soprattutto), presenti in particolare sui fianchi delle piccole lame che attraversano l'area e lungo i percorsi a scacchiera, e alle tipiche colture della zona, quali gli oliveti intervallati da qualche vigneto.

Gli antichi fabbricati rurali, trulli e casedde, erano originariamente utilizzati soprattutto come depositi per gli attrezzi agricoli e come ricovero temporaneo. Alcuni, pochi rispetto ad altre situazioni analoghe, sono stati nel tempo ampliati con l’aggregazione di nuovi volumi, altri sono ancora oggi utilizzati come deposito per gli attrezzi agricoli ed altri ancora, la maggior parte, versano in condizioni di abbandono. E' molto interessante notare come ciascun manufatto, pur nelle ridottissime dimensioni e nella semplice configurazione formale, sia differente dall'altro, nella forma e nei singoli particolari costruttivi, con un campionario tipologico ricco e articolato, spesso sottovalutato e quasi sempre sconosciuto ai più. 

Numerose sono le masserie, alcune di notevoli dimensioni, presenti nelle aree limitrofe a quelle della quotizzazione, la maggior parte delle quali si configurano quali aziende agricole e/o zootecniche.

 L’area in cui si apre la grotta di Curtomartino, e in genere l'intera area della quotizzazione, si identifica come tipica espressione della morfologia della Murgia, che si sostanzia nei terrazzamenti di superficie, connessi in alcuni casi alla tettonica dell’area, in altri all’azione erosiva del mare in epoca pleistocenica; nello sviluppo di brevi e poco profondi solchi erosivi, le lame, allineati in rapida successione (uno dei quali tangente l’area della grotta); nelle numerose e diversificate manifestazioni legate al processo di formazione del carsismo (dalle microforme di superficie, quali le vaschette, i fori di dissoluzione della roccia, i solchi lungo le linee di massima pendenze, al riparo sotto roccia, localizzato in corrispondenza dell’entrata della grotta, alla grotta vera e propria). 

Un paesaggio complesso e articolato quindi, nel quale la grotta di Curtomartino costituisce una delle emergenze.

LA GROTTA

La grotta di Curtomartino rappresenta un significativo esempio di grotta carsica, la cui parte attualmente alla luce, per una lunghezza accertata superiore ai 50 metri ed una larghezza che in più punti nella sala principale raggiunge i 20 metri, rappresenta probabilmente solo una minima parte dell’estensione totale, dal momento che le acque di ruscellamento, dopo aver contribuito alla formazione della grotta, hanno trasportato in abbondanza, seguendo le comode vie d’accesso esistenti, la terra rossa superficiale, ostruendo i vuoti prima formati. Si può infatti vedere come la depressione doliniforme antistante la grotta, in corrispondenza del riparo sotto roccia, e buona parte della grotta stessa, siano ricoperti da strati più o meno spessi di terra rossa di superficie.

L’interno della grotta rappresenta sicuramente la parte più suggestiva e spettacolare della stessa, dal momento che le acque di infiltrazione, penetrate attraverso le fratture presenti nei banchi di roccia calcarea, hanno depositato con il lento stillicidio una notevole varietà di concrezioni calcitiche, in molti casi eccezionali per forma, colori e dimensioni.

Numerosi sono quindi gli speleotemi, in grado di attirare l’attenzione e suscitare le curiosità del visitatore: dalle numerosissime stalattiti bianche prevalentemente di forma conica ai panneggiamenti, superfici di rivestimento delle pareti della grotta, formate da calcite bianca, che creano drappeggi dalle forme più varie; dalle tozze e larghe stalagmiti alle possenti colonne derivanti dalla fusione di stalattiti e stalagmiti, presenti in particolare nel primo tratto della grotta.

Molto interessanti sono inoltre gli aspetti naturalistici della grotta, legati alla presenza di specie animali (chirotteri e insetti) tipiche di questi particolari ambienti.

IL GIACIMENTO ARCHEOLOGICO

 Alla presenza di un’emergenza ambientale e naturalistica di rilevante valore si affianca, costituendo un importante valore aggiunto, il ritrovamento di resti che testimoniano la frequentazione antropica del sito già in età paleolitica.

Le prime ricerche archeologiche risalgono al 1968 e furono condotte dall’Istituto di Civiltà Preclassiche dell’Università di Bari. Due saggi di scavo furono realizzati per verificare la presenza di reperti archeologici all’esterno e all’interno della grotta.

Il primo, localizzato immediatamente all’esterno della grotta, in corrispondenza del riparo sotto roccia, seppure di limitata estensione (3 metri per 1.5), per una potenza complessiva di 1.35 metri, si è rivelato essere un deposito assolutamente incoerente, perché rimescolato anche in profondità dal flusso delle acque meteoriche che qui erano convogliate. Quasi tutti i livelli sono connotati dal miscuglio di terreno superficiale di colore bruno e di terreno sabbioso – limoso di colore rosso. Pur mancando degli strati naturali e integri che permettessero una ricostruzione stratigrafica delle frequentazione del sito, i reperti venuti alla luce sono di indubbio interesse, per quantità, varietà e fattura. Ai resti di fauna (Equus  caballus, Bos primigenius, Cervus capreolus, Vulpes vulpes, Lepus europaeus, Equus asinus hydruntinus), si affianca un repertorio di industria litica veramente notevole, per quantità, qualità e varietà, che attesta come la lavorazione della selce sia stata una delle attività preminente degli uomini che hanno nel tempo frequentato la grotta.

 Il secondo intervento di saggio, ubicato all’interno della grotta, nella camera più estesa a ridosso della parete di fondo, ha permesso, a causa delle migliori condizioni del deposito e della maggiore estensione (due metri per due), un’indagine stratigrafica dei differenti livelli. Il saggio è stato diviso in due strati: il primo di cm 90 di potenza, suddiviso in quattro livelli (rispettivamente di 20, 20, 20 e 30 cm) e il secondo, per un’altezza complessiva di 130 cm, in sei livelli (i primi cinque di 20 cm e il sesto compreso tra i 20  e i 27 cm), fino a scoprire il banco di roccia sottostante.

Lo strato I è costituito prevalentemente da terreno agrario limoso – sabbioso di colore bruno e da banchi di terreno limoso – sabbioso di colore ocra, non coerenti ma misti ad abbondante terreno bruno superficiale. Lo strato II è formato invece prevalentemente da terreno sabbioso – limoso di colore rosso – bruno con sacche di terreno limoso – sabbioso simile a quello dello strato soprastante.

Il saggio ha restituito una serie cospicua di elementi risalenti al Paleolitico Superiore, tra cui numerosi esempi di industria litica (bulini, lame, punte, raschiatoi, grattatoi, schegge), alcuni di ottima fattura, e di fauna pleistocenica (Equus  caballus, Bos primigenius, Cervus capreolus, Vulpes vulpes, Lepus europaeus, Equus asinus hydruntinus, una singola traccia di Hyaena). Proprio i resti di fauna rinvenuti, tutti riferiti a mammiferi, sono utili a ipotizzare le caratteristiche ambientali presenti in quel lontano periodo e le variazioni climatiche succedutesi nel corso del tempo nell’area delle Murge.

I resti di focolare, in due differenti strati, dimostrano l’utilizzo della grotta da parte dell’uomo in due periodi differenti e comunque in maniera stabile.

Dall’analisi dell’industria litica ritrovata nei due saggi di scavo si può ipotizzare che l’uso della grotta, limitato all’ingresso e al primo tratto, sia proseguito anche successivamente all’abbandono del rifugio più interno e probabilmente in maniera saltuaria anche in epoca protostorica e storica, come testimoniano alcuni resti di ceramica acroma preistorica e storica.

La frequentazione antropica della grotta, inquadrabile cronologicamente intorno a 20.000 anni fa, rappresenta inoltre un esempio raro nell’area delle Murge baresi e ciò, se da un lato ne accentua il valore scientifico e storico – culturale, dall’altro complica lo studio dell’antico insediamento in quanto privo di riferimenti coevi nella stessa area.