LA PSEUDO STEPPA DELL’ALTA MURGIA

Jazzo

IL PARCO NAZIONALE DELL'ALTA MURGIA

Il Parco Nazionale dell'Alta Murgia, istituito nel 1998 con la legge n.426, si estende su un territorio compreso tra la fossa Bradanica e le depressioni vallive che si adagiano verso la costa adriatica, un quadrilatero allungato esteso per più di 100.000 ettari, con i paesi che si posizionano solo lungo il suo perimetro.

I Comuni i cui territori sono interessati dal Parco sono Altamura, Andria, Bitonto, Cassano delle Murge, Corato, Gravina in Puglia, Grumo Appula, Minervino Murge, Poggiorsini, Ruvo di Puglia, Santeramo in Colle, Spinazzola, Toritto.

Il Parco dell’Alta Murgia, sin dalle prime battaglie per la sua istituzione, si è configurato quale “parco rurale”, in grado cioè di conciliare la presenza dell’uomo con i valori naturalistici e ambientali, riscoprendo un rapporto che da sempre ha caratterizzato questi luoghi e finalizzato ad un nuovo sviluppo, sostenibile e duraturo, del territorio.

Il territorio del Parco è caratterizzato dalla presenza diffusa e stratificata di segni della civiltà dell’uomo e della natura, dal sistema delle masserie e degli iazzi di altissimo valore storico e culturale, oltremodo diversificato, al sistema di tratturi della transumanza, dai sistemi per la raccolta delle acque alle emergenze archeologiche, dalla trama dei muri a secco al sistema dei centri storici, dai boschi di querce alla pseudosteppa mediterranea con le sue stupende fioriture primaverili di orchidee, dalle 1500 differenti specie vegetali ai grillai che affollano i centri storici agli eccezionali e diversificati fenomeni carsici ipogei e superficiali.

Alla ricchezza dei valori presenti si affiancano poi quelli che sono i principali problemi dell’area, gli spietramenti, le cave e le discariche abusive, l’inutile scempio dei laghetti artificiali, gli estesi poligoni militari, la disseminazione di attività produttive in ambito rurale, l’abbandono delle attività tradizionali.

L’istituzione del Parco non va però vista come panacea di tutti i mali, né come punto di arrivo di un processo, per quanto lungo e contrastato, ma piuttosto come punto di partenza per la costruzione, il più possibile condivisa all’interno delle comunità locali, di un nuovo modello di sviluppo per questo territorio, più coerente con la tradizione locale e più compatibile con l’ambiente, capace di trasformare una previsione di carta in un processo di sviluppo durevole e sostenibile del territorio.

L’ALTA MURGIA

Prende il nome di Alta Murgia la porzione Nord-Occidentale del vasto altopiano delle Murge, esteso dalla valle dell’Ofanto sino all’insellatura di Gioia del Colle. L’area, da un punto di vista altimetrico, va dai circa 300 metri s.l.m. del versante nord-orientale ai 679 metri s.l.m. di Monte Caccia.

La relativa uniformità morfologica, priva di rilievi significativi, è articolata dalle leggere ondulazioni e dalla presenza di vistosi fenomeni carsici epigei, come lame e doline.

Foto di Luigi LanzillottiDa un punto di vista geologico le Murge nord-occidentali sono formate da calcari compatti dell’unità litologica del calcare di Bari e di Altamura. Nella parte interna dell’altopiano si possono inoltre rinvenire, in particolare lungo le lame, depositi alluvionali dell’olocene. La situazione cambia nelle aree marginali dell’altopiano, lungo la scarpata sud-occidentale, dove si rinvengono depositi plio-peliostocenici (calcareniti).

Il clima è di tipo sub-mediterraneo. Il mese più freddo è gennaio con temperature medie intorno ai 7°C e temperature minime che spesso scendono sotto lo zero. Il mese più caldo è agosto o luglio a seconda delle annate e delle località, con temperature medie intorno ai 25°C. Le piogge sono concentrate nel periodo autunno-invernale, con valori medi annuali che oscillano tra i 578 mm/anno di Altamura e i circa 700 mm/anno di Santeramo. Le precipitazioni nevose non sono presenti tutti gli anni e concentrate sopra i 500 m slm.

Il risultato di questo clima è la presenza di due stagioni favorevoli alla vegetazione, la primavera e l’autunno, intercalate da due stagioni critiche di riposo (inverno e estate). L’influenza dell’aridità estiva in particolare impone un riposo biologico per la gran parte delle specie erbacee e determina una sospensione dell’accrescimento per tutte le fanerofite.

La profonda trasformazione ad opera dell’uomo ha modificato a tal punto lo stato della vegetazione originaria da rendere impossibile o di difficile realizzazione una analisi puntuale e certa delle potenzialità in assenza dell’azione pertubatrice dell’uomo, anche nel lungo periodo. Non è chiaro quale localizzazione ed estensione abbiano mai avuto i boschi, ma è evidente che la loro estensione doveva un tempo essere ben maggiore. Una ricostruzione del paesaggio attraverso le fonti storiche porterebbe ad individuare superfici boscate piuttosto ampie su tutto il promontorio, mentre i dati climatici e pedologici attuali porterebbero ad escludere questa possibilità.

Va comunque considerato che il disboscamento e la successiva erosione agendo nel lungo periodo (alcuni secoli) possono certamente aver portato ad una profonda modificazione dei caratteri del suolo, della ritenzione idrica, dei caratteri microclimatici, con conseguente modifica della possibilità di ricolonizzazione da parte della vegetazione boschiva, anche a causa della pesante attività del pascolo che non è mai cessata.

Il persistere di boschi di querceti, prevalentemente lungo tutta la fascia a maggiore altitudine presente lungo il confine settentrionale affacciato verso l’Adriatico, suggerirebbe che solo questa fascia possa essere stata interessata nei secoli passati da vegetazione forestale. Nelle altre aree, il basamento calcareo affiorante, con la limitata presenza di suolo idoneo all’attecchimento di specie arboree, la presenza di caratteri climatici fortemente selettivi, la maggiore esposizione ai venti, ha invece determinato la presenza di una vegetazione substeppica di tipo erbaceo o basso arbustiva. Tale è l’aspetto con la quale si presenta attualmente la maggior parte della superficie coperta da vegetazione spontanea delle Murge nord-occidentali.

Superfici boschive dovevano inoltre essere presenti nelle lame dove sono presenti suoli più ricchi e maggiore è l’apporto idrico, eliminate in maniera sistematica per far posto al seminativo.

LE FORMAZIONI ERBACEE NATURALI E SEMINATURALI DELLA PSEUDOSTEPPA

Foto di Luigi Lanzillotti

Sripa austroitalica (Thero - brachypodietea)

Uno dei più caratteristici habitat presenti nell'area dell'Alta Murgia, il cui valore scientifico e conservazionistico è riconosciuto anche dalla Direttiva Habitat dell’Unione Europea, è rappresentato dalle vaste ed aride distese di vegetazione erbacea, caratterizzate dalla presenza di specie indicatrici quali la Stipa, da cui il termine steppa. Si tratta di associazioni vegetali molto simili a quelle delle steppe presenti nella regione Euro – asiatica, che, però, a differenza di quelle, si sviluppano in un clima tipicamente mediterraneo (da qui il termine di “pseudosteppa”).

Le steppe sono presenti in Puglia nelle tre grandi aree carsiche della regione, il Salento, il Gargano e le Murge, in particolare l’area nord – occidentale. Tali formazioni vegetali si estendono su vaste aree dell’altopiano murgiano, nelle aree sopra i 400 m slm da Minervino Murge sino a Santeramo; l’originaria formazione doveva avere, ancora verso la metà del secolo, una estensione che si aggirava intorno agli 80.000 ha, mentre oggi tale estensione appare fortemente ridotta dai rimboschimenti di conifere e dai fenomeni diffusi di dissodamento dei pascoli.

Questo ambiente si caratterizza per la scarsa copertura arborea (rari sono infatti gli alberi e persino gli arbusti), e per la conseguente limitata capacità di trattenere il terreno agrario, spesso completamente assente in aree caratterizzate dall’affioramento della roccia calcarea sottostante. Il substrato, privo della naturale copertura vegetale, subisce in maniera maggiore l’influenza limitante dei fattori ambientali e climatici (aridità, azione dei venti, forte soleggiamento).

L’ambiente della pseudosteppa per molti studiosi rappresenta l'ultimo stadio di degrado della vegetazione spontanea mediterranea, traendo origine dall'azione millenaria dell'uomo, come risultato dell'azione combinata del disboscamento, del successivo dilavamento meteorico del substrato, della forte siccità estiva e della scarsa capacità di ritenzione idrica di un substrato fortemente fessurato in seguito ai fenomeni carsici.

In realtà possono distinguersi diversi stadi evolutivi della pseudosteppa. Uno dei più completi studi sulla vegetazione delle Murge di Nord-Ovest (Bianco, 1962) distingue tra pascoli arborati, pascoli cespugliati, pascoli nudi e garighe. Le differenze dipendono in gran parte dalla densità della presenza del perastro (Pyrus amigdaliformis) e della roverella (Quercus pubescens). I diversi tipi di vegetazione sono presenti in forma a macchia di leopardo e raramente la loro diversa distribuzione sembra mostrare un significato di tipo microclimatico o pedologico. Piuttosto questa distribuzione delle diverse tipologie di pseudosteppa sembra essere in relazione con l’azione antropica ed in particolare del pascolo e dell’incendio.

La vegetazione erbacee presente si è adattata a condizioni di vita spesso estreme. Alcune piante si difendono dalla siccità con la presenza di foglie e fusti carnosi, ricchi di tessuti all’interno dei quali è immagazzinata l’acqua. O con la presenza di foglie coriacee e di stomi infossati; altre piante riducono al minimo l’evapotraspirazione, grazie alla presenza di una fitta peluria sulle foglie e sul fusto o alla secrezione di sostanze atte a ridurre l’evapotraspirazione (cere, resine); molte altre specie si difendono con la tendenza alla microfillia, riducendo cioè la superficie fogliare (è il caso per esempio del timo, della santoreggia, della micromeria, etc.). L’adattamento più diffuso è però la presenza di un organo vegetativo sotterraneo, il bulbo, in cui vengono immagazzinate le riserve d’acqua che permettono alla pianta di superare i periodi climaticamente avversi (è il caso di specie molto diffuse sulla Murgia come l’asfodelo e l’urginea marittima). Altre specie caratterizzanti il paesaggio vegetale della Murgia che sfruttano la presenza di un bulbo sotterraneo sono le orchidee, presenti in quest’area con numerosissime specie che danno origine a splendide fioriture primaverili.

Ophrys lutea

Ophrys tenthredinifera

 

Orchis morio

Orchis papilionacea

Orchis morio subsp. morio

L’apparato ipogeo delle piante della pseudosteppa appare spesso sproporzionato rispetto a quello epigeo, per potersi infiltrare nei meandri delle fratture delle rocce superficiali, sia per la ricerca dell’acqua, sia per un maggiore ancoramento in relazione alla limitata presenza di suolo (Bianco 1962).

Accanto ad adattamenti legati a fattori naturali, vi sono anche numerosi adattamenti legati all’attività del pascolo. Quest’ultima attività ha nel corso del tempo portato ad un aumento delle specie meno appetite dal bestiame (non pabulari) a discapito delle altre. Si spiega in questo modo la forte distribuzione di specie come ad esempio Asphodelus ramosus, Urginea maritima, Ferula communis, Euphorbia spinosa. Allo stesso modo l’attività di pascolo si associa ai fattori climatici nel modellare molte specie nelle forme a pulvino o prostrate.

Tra le piante annuali tipiche della pseudosteppa mediterranea un posto di rilievo è occupato dalle graminacee, alcune delle quali risultano rare e di elevato valore scientifico, che hanno modellato il loro ciclo vegetativo alle caratteristiche climatiche: germinano infatti in autunno, sfruttando la condensa autunnale della rugiada, si accrescono durante l’inverno, fioriscono e si riproducono in primavera, superando quindi l’estate sotto forma di seme.

Le steppe della Murgia sono caratterizzate dalla presenza di un’unica specie arborea il perastro, isolato o a piccoli gruppi.

LA FAUNA DELLA PSEUDO STEPPA

Gli animali della pseudosteppa hanno certamente subito una storica forte attività venatoria che, anche a causa dell’assenza di luoghi di rifugio (se si escludono le cavità carsiche e gli edifici rurali oggi abbandonati), ha determinato una forte riduzione o in alcuni casi la scomparsa delle specie di taglia maggiore. Si sono così estinti il lupo (ricomparso recentemente, in maniera sporadica, nell’area più vicina al Vulture), la gallina prataiola (di cui si riscontrano oggi solo episodiche e rare segnalazioni), il gatto selvatico e il capovaccaio.

L’ambiente steppico, pur all’apparenza arido ed inospitale, risulta ancora oggi uno dei più ricchi per la presenza di specie faunistiche e uno dei più importanti per numerose di queste. La struttura della comunità animale presenta poche specie di grande taglia, mentre molto più numerose sono quelle di piccola taglia (insetti, invertebrati, micromammiferi), tra cui non mancano specie di grande interesse biologico e conservazionistico.

Tra i rettili più diffusi vanno ricordati il ramarro, la lucertola campestre, la luscengola, il biacco e il cervone. Tra i mammiferi si distinguono le numerose specie di chirotteri (in relazione ad un ricco patrimonio di cavità carsiche), la talpa romana e il riccio comune. Tra i predatori ritroviamo mammiferi a grande diffusione come la volpe, la faina, la donnola. I predatori più interessanti rimangono comunque diverse specie di uccelli.

La ricchissima presenza, soprattutto in primavera, di insetti che si nutrono delle piante presenti, attira in queste aree un numero considerevole di specie di uccelli: sono infatti almeno una decina le specie strettamente legate a questo ambiente, molte delle quali ritenute meritevoli di protezione dall’Unione Europea.

Molti rapaci frequentano infatti la steppa alla ricerca di cibo (poiana, lanario, biancone, gheppio), ma tra di essi assume assoluta preminenza la presenza del falco grillaio, raro a livello europeo ma presente con colonie molto numerose nella Murgia barese e materana.

IL GRILLAIO

Il grillaio è una delle specie più interessanti della fauna pugliese, inclusa tra quelle la cui conservazione è prioritaria nella Direttiva Habitat dell’Unione Europea.

La popolazione di grillaio presente nelle Murge baresi è, insieme a quella presente nelle confinanti Murge materane, l’unica presente nell’Italia peninsulare.

Questo piccolo rapace, un tempo molto più comune, tanto da riprodursi anche a Lecce e Foggia, ha subito negli ultimi decenni una drastica riduzione delle sue popolazioni, soprattutto in seguito alla trasformazione e all’alterazione dell’habitat frequentato, quello della pseudo steppa, ad opera dell’uomo (messa a coltura, spietramenti, etc.). Fortunatamente negli ultimissimi anni si registra un significativo incremento delle presenze in tutta l’area frequentata dalla specie.

Il grillaio è strettamente legato all’ambiente della pseudo steppa poiché si nutre principalmente di ortotteri (grilli e cavallette), numerosissimi specie in primavera nelle aree steppiche ed incolte, proprio nel periodo di crescita e svezzamento dei nuovi nati.

Il grillaio è una specie migratrice (giunge dall’Africa verso aprile e riparte alla fine dell’estate) e coloniale (vive cioè in colonie che arrivano fino a 1500 esemplari). Un’altra interessante caratteristica della specie consiste nell’utilizzo delle abitazioni dei centri storici dei paesi della Murgia per costruire i suoi nidi, caratteristica peculiare messa a rischio dalle ristrutturazioni recenti che eliminano tutte le cavità esistenti nell’edificio utili per la nidificazione; nella maggior parte dei casi anche i dormitori delle singole colonie sono localizzati su grandi alberi, di solito conifere, all’interno dei centri urbani stessi.

Si può affermare che il grillaio sia, per importanza e diffusione, la specie simbolo dell’area dell’Alta Murgia, simbolo allo stesso tempo del rapporto tra uomo e natura, tra centri urbani e spazi aperti, che andrebbe recuperato con forza.

I RIMBOSCHIMENTI DI CONIFERE NELL’ALTA MURGIA

I rimboschimenti di conifere complessivamente coprono circa 4700 ha a cui si aggiungono circa altri 1200 ha di fustaie miste conifere-latifoglie.

Il primo grande rimboschimento è stato quello di Mercadante in agro di Cassano e Altamura, effettuato a partire dal 1928, dopo la grande alluvione che colpì la città di Bari agli inizi del secolo. Lo scopo di questi rimboschimenti è sempre stato quindi quello di protezione contro l’erosione.

I nuclei più grandi sono oggi quello di Mercadante (circa 1000 ha), di Acquatetta in agro di Spinazzola (1083 ha), quello limitrofo di Senarico (375 ha), quello di Pulicchie in agro di Gravina di Puglia (882 ha).

Le potenzialità evolutive di questi ambienti sono difficilmente comprensibili. Nell’unico caso più datato, quello di Mercadante, sono presenti sviluppi spontanei di esemplari arborei di roverella e talvolta un sottobosco nel quale dominano specie tipicamente mediterranee come leccio, lentisco, quercia spinosa. Va comunque considerata la localizzazione della foresta di Mercadante, lungo la naturale fascia dei boschi a roverella e la presenza, nelle immediate vicinanze di altri nuclei spontanei di querceto.

Negli altri rimboschimenti, in particolare in quelli della fascia più alta del territorio, il sottobosco appare povero o assente (anche in relazione ad operazioni di difesa antincendio), mentre le specie erbacee sembrano provenire più dalle aree limitrofe di pseudosteppa, che da uno sviluppo di flora erbacea forestale.

Tra la vegetazione arbustiva si riscontrano esemplari di prugnolo (Prunus spinosa), biancospino (Crataegus monogyna), perastro (Pirus amigdalyformis), rovo (Rubus sp.). Tra le specie erbacee spiccano Asphodelus microcarpus, Ferula communis, Ornithogalum umbellatum, Trifolium stellatum, Orchis morio, Anemone appennina.

Gli interventi di rimboschimento appaiono giustificati solo sul piano della difesa idro-geologica; sul piano ecologico le specie introdotte appaiono infatti decisamente estranee all’ambiente dell’Alta Murgia e poco significative anche sul piano delle potenzialità evolutive verso il querceto. Va inoltre ricordato che su molte aree il bosco potrebbe essere assente per motivi pedo-climatici piuttosto che antropici, cosa che renderebbe vani i tentativi di usare le conifere quali specie pioniere.

Sul piano della comunità faunistica, inoltre, l’impianto di conifere ha determinato una riduzione delle superfici di pseudosteppa che rappresentano certo l’ambiente più idoneo alla fauna di aree aperte tipica dell’Alta Murgia e non permette di fatto alcun significativo insediamento di nuove specie.

LA FORESTA MERCADANTE

La Foresta Mercadante si estende nel territorio del Comune di Cassano delle Murge ed in piccola parte in quello del Comune di Altamura.

Il territorio occupato dalla Foresta Mercadante presenta la tipica morfologia delle aree collinari murgiane, con una rapida scarpata che si eleva su una vasta area pianeggiante. Le acque meteoriche hanno esercitato una forte azione erosiva, determinando la formazione di numerose lame e lo sviluppo di una morfologia carsica di superficie nella parte più alta.

Per molti secoli, ed in parte ancora oggi (si pensi all’alluvione di fine 2005), Bari è stata una città a forte rischio idraulico. Le piene dei torrenti Lamasinata, Picone, Montone e Valenzano, che dalla Murgia si dirigono verso il mare, hanno causato periodicamente alluvioni di notevole entità: lo storico Beatillo parla per esempio di “un gran diluvio avvenuto in Terra di Bari” il 2 ottobre 1567; alluvioni disastrosi avvennero poi nel febbraio 1683, nel settembre 1827, nell’agosto 1833 e nell’agosto 1881; nel secolo scorso si ebbero poi alluvioni disastrose del torrente Valenzano (1914 e 1915), del Lamasinata (1925) e del torrente Picone (nel marzo 1905, nel settembre 1915 e nel novembre 1926).

Tra le numerose lame che attraversano la città di Bari quella che però ha creato sempre maggiori danni è stata Lama Picone, in particolare con l’alluvione del novembre 1926 che causò vittime e danni ingentissimi.

Nel corso del 1927, con differenti atti amministrativi, iniziò la sistemazione idraulica e forestale dell’area dell’attuale Foresta Mercadante; un primo progetto dello stesso anno prevedeva il rimboschimento di 300 ettari di terreni nudi, destinati a pascoli e seminativi, mentre la revisione del progetto, alla fine dell’anno successivo estendeva i rimboschimenti su una superficie di circa 1000 ettari. Tali lavori furono iniziati dal Genio Civile di Bari nella stagione 1928-29 e proseguiti a partire dal 1930-31 dall’Amministrazione forestale.

Nel 1948 erano stati rimboschiti circa 590 ettari dell’attuale Foresta Mercadante, realizzando al contempo una sessantina di piccole briglie in pietra a secco a sbarramento delle piccole lame che convogliavano l’acqua verso il torrente Picone. In molti casi per la piantumazione delle piantine forestali fu necessario l’impiego di piccole cariche esplosive per formare le buche idonee ad accoglierle.

A seguito dell’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e dell’emanazione della legge sulla montagna (1952) i lavori di rimboschimento ebbero notevole impulso, occupando una superficie complessiva di 1083 ettari (872 ha in Comune di Cassano e 211 ha in quello di Altamura), ripristinando le piante distrutte dal passaggio del fuoco (in particolare con gli incendi del 1943 e 1948).

Dal 1979 l’attività di forestazione non è più proseguita, preferendo interventi di miglioramento boschivo.

All’interno della Foresta Mercadante dominano le conifere quali il pino d’Aleppo (Pinus halepensis), i cipressi (Cupressus sempervirens e Cupressus arizonica), accompagnate talvolta da zone a latifoglie quali la roverella (Quercus pubescens), il leccio (Quercus ilex), il fragno (Quercus troiana) e, allo stato arbustivo, la quercia spinosa (Quercus coccifera).

GLI SPIETRAMENTI E IL RISCHIO DESERTIFICAZIONE NELL'ALTA MURGIA

Il tema della desertificazione sta assumendo un’importanza sempre crescente nei Paesi del Bacino del Mediterraneo. Il 27% del territorio italiano è minacciato dalla desertificazione, mentre il 36.6% del territorio della Sicilia, il 18.9% di quello della Puglia e il 10.8% di quello della Sardegna è sensibile alla desertificazione.

Per desertificazione l’ONU intende il “degrado delle terre nelle aree aride, semiaride e sub-umide secche, attribuibile a varie cause, fra le quali variazioni climatiche ed attività antropiche”. Tra le attività antropiche tra le principali cause di desertificazione vanno annoverate l’utilizzo irrazionale delle risorse idriche, la deforestazione, gli incendi, l’uso irrazionale della meccanizzazione in agricoltura, la diffusione eccessiva dell’allevamento intensivo, la diffusione indiscriminata dell’urbanizzazione.

In Puglia, ed in particolare nell’area dell’Alta Murgia, a queste cause va aggiunto il fenomeno dello spietramento. Diffusa da sempre nell’area dell’Alta Murgia la pratica della “spietratura”, ovvero della rimozione delle pietre affioranti dai campi coltivati alla fine di ogni ciclo produttivo, pietre che venivano poi riutilizzate per la costruzione di numerosi manufatti rurali che ancora oggi punteggiano il territorio (trulli, lamie, muretti); negli ultimi anni tale pratica è stata sostituita dallo “spietramento”, che consiste nella trasformazione dei pascoli in seminativi attraverso la lavorazione profonda del terreno e la frantumazione meccanica della roccia presente. Tale insensata pratica, legittimata dalla legge regionale 54/81 e incentivata dall’erogazione di finanziamenti pubblici, regionali ed europei, si è diffusa a macchia d’olio nell’area murgiana, “distruggendo” letteralmente migliaia di ettari di pascoli (da una stima attendibile, mancando qualsiasi cifra ufficiale, circa il 35-40% del totale) e mettendo a rischio la conservazione di un delicato ecosistema.

Molteplici sono state e saranno ancora in futuro le conseguenza di tale pratica (per esempio la distruzione di innumerevoli segni della cultura materiale contadina e la scomparsa della vegetazione tipica della pseudosteppa mediterranea e conseguentemente delle specie animali legate a questo ambiente). A ciò va aggiunto il crescente rischio desertificazione in seguito alla perdita di sostanza organica causata proprio da queste pratiche agricole scorrette e all’aumento dei fenomeni erosivi dovuti principalmente all’azione dell’acqua, molto più accentuati su terreni privi o con scarsa copertura vegetale come sono quelli spietrati.

Oggi i finanziamenti sono chiusi ma la pratica purtroppo, seppure in misura minore, continua e la possibilità di recuperare le aree spietrate richiede tempi molto lunghi ed esiti incerti.

Si segnalano le pubblicazioni:
- P.Castoro, A.Creanza, N.Perrone (a cura di): “Alta Murgia. Natura storia immagini”, Torre di Nebbia, 1997
- P.Castoro, A.Creanza, N.Perrone (a cura di): “Alta Murgia. Guida ai paesi della Comunità Montana Murgia Barese nord- ovest”, Edizioni Torre di Nebbia, 2001
- F.Zezza, T.Zezza: “Il carsismo in Puglia”, Adda Editore, 1999
- A.Sigismondi, N.Tedesco: “Natura in Puglia. Flora fauna e ambienti naturali”, Adda Editore, Bari 1990
- Politecnico di Bari: “Report finale degli Studi per il Piano di Area dell’Alta Murgia

Si segnalano i siti web:
- www.altramurgia.it
- www.coloridellamurgia.it