L'ALTO MOLISE

L'Alto Molise è quella parte della regione a nord di Isernia, al confine con le province di Chieti e L'Aquila. Si tratta di un'area collinare - montuosa di origine calcarea, con monti che superano i 1500 metri (Monte Capraro - 1730 m e Monte Campo - 1517 m) e con pochi tratti pianeggianti coincidenti con le vallate del fiume Trigno e del fiume Sangro.

I monti sono caratterizzati dalla presenza diffusa del cerro (Serra di Staffoli e bosco Selva di Castiglione) e dell'abete bianco (Collemeluccio e Pescopennataro), sostituiti oltre i 1100 metri dal faggio (Monte Capraro, Monte Campo e Monte S.Nicola) e poi dalle praterie cacuminali, caratterizzate da una eccezionale varietà floristica. Nell'area sono ancora presenti l'orso bruno marsicano, al limite del suo areale, il lupo, la lontra e numerose specie di rapaci come l'aquila reale.

Numerose le emergenze storico culturali presenti, testimonianza di una frequentazione millenaria di quest'area da parte dell'uomo.

AGNONE

Le origini di Agnone risalgono al periodo preistorico e la presenza umana sul territorio presenta una sostanziale continuità fino al periodo altomedievale, quando inizia a delinearsi l'attuale centro abitato.

Il nucleo originario del paese, di età longobarda, può essere identificato con la zona attualmente occupata dalla chiesa madre di San Marco, nelle vicinanze del castello poi trasformato in palazzo signorile. L'espansione successiva si configura come una sorta di triangolo isoscele, con ai vertici le tre chiese di San Marco, San Nicola e San Pietro Apostolo, databili tra il X e l'XI secolo e le ultime due collocate presso le due uniche porte della murazione normanno - sveva (porta San Nicola ad oriente e porta Napoli o Semiurna ad occidente).+

Successive espansioni della città inglobano di volta in volta sobborghi sorti inizialmente fuori le mura. 

A partire dal XVII secolo si sviluppa poi un esteso borgo artigianale, tanto che nel 1753 è possibile contare ben 10 fonderie e 14 botteghe di ramaio.

Il centro storico di Agnone, uno dei più grandi della regione, racchiude numerosi episodi degni di attenzione e segni assolutamente peculiari di un ricco passato: dalle numerose chiese ai palazzi nobiliari (casa Nuonno del XIV secolo, casa Paoloantonio del XVII secolo, casa Apollonio e casa Bonanni del XV secolo, casa Santangelo del XVI secolo), dalla particolare struttura urbanistica del centro (con isolati costituiti da una cortina edilizia continua che racchiude all'interno orti e giardini) alla tipologia edilizia di molti fabbricati (su due piani e con la distribuzione planimetrica determinata dal cosiddetto lotto gotico, ossia stretto e lungo, di tipo modulare), dalla ricchezza degli elementi lapidei (quali portali, cornici, medaglioni ma anche i rari leoni rampanti reggiscudo in aggetto) alle particolari soluzioni architettoniche (quali i balconcini angolari o i caratteristici ingressi alle botteghe, cosiddetti alla veneziana).

Della plurisecolare tradizione artigiana sopravvive ancora oggi l'artigianato del ferro battuto, del rame e della fusione del bronzo, legata quest'ultima alla famosa Pontificia Fonderia Marinelli, che prosegue ancora oggi una millenaria tradizione di fonditori di campane (già nel medioevo erano infatti numerose le famiglie di Agnone dedite a quest'arte).

1 - LA 'NDOCCIATA 

Tra le tradizioni di Agnone sicuramente la più antica e la più famosa è la 'Ndocciata, conosciuta come una delle più grandi e suggestive rappresentazioni natalizie legate al fuoco. All'imbrunire della Vigilia di Natale infatti centinaia di 'ndocce percorrono le strade del paese, un fiume di fuoco sottofondo di un momento sacro fortemente sentito dalla comunità locale.

Le 'ndocce sono torce multiple, di numero pari da due fino a venti fuochi, disposte a ventaglio e portate da uno o più portatori che introducono la testa tra i raggi e afferrando saldamente due torce sostengono l'intera struttura. Il materiale utilizzato per la costruzione delle 'ndocce è l'abete bianco, raccolto nel bosco di Montecastelbarone, mentre l'interno delle singole torce è riempito con rami di ginestra.

Da sempre i protagonisti della 'Ndocciata sono i portatori (la cui età varia dai due agli ottanta anni), avvolti nelle cappe e in rappresentanza delle 5 contrade della città: il gruppo che rappresenta Agnone Centro detto "Capammonde e Capabballe" per indicare la parte alta e la parte bassa della cittadina; il gruppo della contrada di Sant'Onofrio; quello della contrada Colla Sente; il gruppo di Guastra, contrada che seppure in territorio di Capracotta è fortemente legata alla tradizione agnonese; il gruppo della contrada di San Quirico.

PIETRABBONDANTE

Il complesso archeologico di Pietrabbondante costituisce la più cospicua testimonianza del Sannio preromano. Gli edifici già messi in luce rappresentano la parte centrale e di maggior rilievo monumentale di un'area notevolmente più estesa ancora da indagare.

Le origini di Pietrabbondante sono antichissime e ancora poco conosciute: i primi abitanti, tuttora sconosciuti, furono sottomessi nel VI secolo a.C. dal popolo guerriero dei Sanniti, una delle popolazioni più potenti dell'Italia centrale, fiaccata solo, e con difficoltà, dall'espansione romana.

Sotto i Sanniti quest'area era conosciuta come Bovianum; con la conquista romana e la definitiva distruzione del luogo avvenuta sotto Silla (89 a.C.) prese il nome di Bovianum Vetus e solo in seguito alla dominazione longobarda nell'VIII secolo si giunse al nome di Petra Habundante, da cui il toponimo attuale che risente della presenza in zona di enormi blocchi calcarei emergenti.

Nel 957 la città era capoluogo di una delle trentaquattro contee in cui venne diviso il ducato di Benevento, antico possesso longobardo. Nel corso dei secoli numerosissimi sono state le famiglie che si sono succedute nel controllo della cittadina.

L'attuale centro di Pietrabbondante deve la sua localizzazione al periodo romano, mentre a poche centinaia di metri si conservano i resti dell'insediamento sannita, per molti studiosi identificabili come sede delle assemblee del governo federale dei Sanniti.

 

1 - L'AREA ARCHEOLOGICA DI PIETRABBONDANTE

A poche centinaia di metri dall'attuale abitato, alle pendici del Monte Saraceno, i Sanniti eressero, in un'area già precedentemente occupata da un luogo di culto e da un tempio, un maestoso complesso costituito da un teatro, un tempio e due edifici porticati ai lati del tempio stesso. I lavori, iniziati alla fine del II secolo a.C., terminarono nel 95 a.C.

L'articolato complesso era destinato sia al culto che alle attività di governo: mentre nel tempio si svolgevano i riti religiosi, nel teatro si poteva riunire il senato per deliberare sulle questioni di interesse civile o militare.

Per erigere il complesso i Sanniti realizzarono due vasti terrazzi lungo il fianco del monte, a livelli differenti ma su un unico asse, per una superficie complessiva di 55 per 90 metri: il terrazzo più in alto ospitava il tempio e gli edifici porticati laterali, mentre quello più basso il teatro. L'accesso al complesso avveniva in origine dalla parte a valle.

Il teatro, insistente sul sito dove nel III secolo a.C. si ergeva un tempio ionico porticato, si componeva di due parti principali, la cavea a forma di emiciclo (che, con un raggio di 100 piedi, poteva contenere, seppure in rare circostanza come dimostra il numero limitato di accessi, fino a 2500 spettatori e garantiva un'acustica perfetta) e l'edificio scenico (lungo oltre 37 metri e alto circa 7, con alle due estremità gli ingressi scoperti). 

Di estremo interesse e in ottimo stato di conservazione, i tre ordini di sedili in pietra che compongono la ima cavea, cioè la parte inferiore della cavea, sono costituiti da un unico blocco litico che forma l'unicum piede - spalliera del sedile stesso, con il dorsale elegantemente sagomato e rigettato all'indietro; alle estremità di ogni fila di sedili si trovano dei braccioli scolpiti a zampa di grifo; oltre ai primi tre ordini di sedili ne esiste solo un'altra fila ed è probabile che i sedili della summa cavea, cioè della parte superiore, non siano mai stati realizzati in pietra (probabilmente si trattava di gradinate in legno provvisorie).

CAPRACOTTA

Capracotta è un piccolo paese dell'Alto Molise, conosciuto quale importante centro per lo sci di fondo e perché è il più alto Comune dell'Italia meridionale. 

Molte sono le interpretazioni sull'origine del nome Capracotta: una prima leggenda narra di alcuni zingari che, intenzionati a fondare un nuovo insediamento, procedettero ad un rito propiziatorio, consistente nel bruciare una capra, che riuscita a fuggire dalle fiamme si rifugiò sui monti dove morì, indicando il luogo dove fondare la nuova città; lo stemma civico, raffigurante una capra che fugge da una pira in fiamme, fa inoltre pensare alla prova del fuoco in uso presso i longobardi, che avrebbero fondato il paese; altri studiosi fanno risalire il termine capracotta al latino castra cocta, ossia accampamento militare protetto da un muro di cinta in mattoni (agger coctus); altri studi fanno infine derivare il nome del paese da etimi indoeuropei, e cioè dalle parole cap (luogo elevato) e kott (luogo roccioso).  

Le origini dell'abitato sono di certo molto antiche, come dimostrano i reperti dell'Età del Ferro rinvenuti in località Le Guastre e i resti delle mura poligonali ancora visibili nei pressi dell'abitato, ascrivibili ad una fortificazione sannitica.

Nelle campagne di Capracotta nel 1848 venne alla luce la cosiddetta Tavola di Agnone, tavola bronzea recante un'iscrizione a carattere sacro in lingua osca, risalente alla metà del III secolo a.C. ed oggi conservata oggi al British Museum di Londra. Tale importantissimo reperto costituisce una testimonianza preziosa della cultura e della religiosità delle popolazioni che abitavano il Molise dal V secolo a.C., popolazioni semplici, dedite alla pastorizia e all'agricoltura ma allo stesso tempo pregne di una profonda sacralità.

Numeroso sono stati i feudatari che dal periodo normanno in poi si sono intervallati nel possesso del borgo.

 

1 - I SENTIERI NATURALISTICI

La rete dei percorsi escursionistici presente nel territorio di Capracotta raggiunge i 130 chilometri di estensione, permettendo di  attraversare numerosi habitat tipici dell'Appennino e di conoscere altrettanto numerosi segni della frequentazione umana di questo territorio.

I percorsi, snodandosi in un territorio montano che dai 1746 metri di Monte Campo scende fino agli 800 metri s.l.m., permettono di attraversare ambienti profondamente diversi l'uno dall'altro: zone boscate, caratterizzate alle differenti quote dalla presenza del cerro, dell'abete bianco e della faggeta; prati e pascoli, alcuni ancora utilizzati dal bestiame altri meno antropizzati, ricchi di fontane e sorgenti che generano piccoli ambienti umidi di notevole valore naturalistico; ambienti in cui dominano le acque, come per esempio il percorso lungo il torrente Verrino o il torrente Molinaro, tra cascate   e lunghi tratti caratterizzati dalla vegetazione idrofila (dominata da salici e ontani) e pareti di roccia dove dominano le specie rupicole; ambienti segnati dalla presenza forte e suggestiva di pareti e pinnacoli di roccia, rifugio sicuro per molti rapaci.

Numerosissimi sono inoltre i segni ancora leggibili della millenaria frequentazione di questo territorio da parte dell'uomo: dai resti della civiltà sannitica (come le mura ciclopiche di Monte Cavallerizzo risalenti al III secolo a.C. o il Tempietto italico verso il paese di Vastogirardi) alle tracce della frequentazione medievale (come l'antico monastero sulla vetta del Monte Capraro o la torre di avvistamento sul Monte San Nicola), senza dimenticare l'infinità di tracce, plurisecolari, legate all'uso pastorale di questo territorio (dalla traccia del tratturello che congiungeva Capracotta al tratturo "Pescasseroli - Candela" ai resti del villaggio pastorale di Terra Vecchia, dai numerosissimi ricoveri a trullo, i cosiddetti castelletti, ai fontanili, dai terrazzamenti ai recinti in pietra a secco degli iazzi o stazzi). 

 

2 - IL GIARDINO DELLA FLORA APPENNINICA

Il Giardino della Flora Appenninica di Capracotta, esteso per circa 10 ettari alle pendici di Monte Campo, rappresenta uno dei pochi casi in Italia di "orto botanico naturale", in quanto la maggior parte delle specie botaniche presenti sono spontanee e spesso endemiche della flora dell'Appennino e la stessa configurazione del giardino risulta naturale, senza alterazioni da parte dell'uomo dell'originaria morfologia dei luoghi e dell'allocazione delle essenze preesistenti.

Nel Giardino crescono infatti spontaneamente circa 300 specie, rinvenibili nei differenti ambienti che costituiscono il contesto naturale del giardino: dalla faggeta ai cespuglieti, dalle zone umide all'habitat rupestre. A queste si sommano altre 200 specie, introdotte, previa acclimatazione, prelevandole direttamente tra quelle più rappresentative degli habitat montani dell'Appennino centro - meridionale (Maiella, Gran Sasso, Monti della Laga, Terminillo, Sibillini, Mainarde, Monti della Meta, Matese).

I principali interventi antropici consistono nel ripristino e nella sistemazione dei percorsi pedonali preesistenti e nel miglioramento complessivo delle modalità di fruizione da parte di studiosi e visitatori in genere. In quest'ottica è stata realizzata una struttura che dovrà servire quale museo, centro di ricerca sulla biodiversità vegetale, erbario, centro visita e foresteria.

SAN VINCENZO AL VOLTURNO

L'Abbazia di San Vincenzo al Volturno è stata ribattezzata la "Pompei monastica" per l'eccezionale stato di conservazione dei resti archeologici, che hanno permesso di ricostruire l'immagine di una grande comunità monastica nell'età di Carlo Magno, con la sua specifica cultura materiale ed artistica.

L'estesa area occupata dal complesso monastico, a cavallo del fiume Volturno, era frequentata stabilmente dall'uomo già in tempi lontani, come dimostra il ritrovamento di venticinque sepolture databili tra la fine del VI e il V secolo a.C., attestanti la presenza di un insediamento stabile sannita. In un'area contermine, più vicina al corso del fiume Volturno, è attestata la presenza di un insediamento residenziale abitato in maniera continuativa a partire dal II secolo a.C. fino alla seconda metà del IV secolo d.C. Altre tracce attestano la frequentazione dell'area, a fini residenziali, cultuali e sepolcrali fino al VII secolo. 

Le vicende storiche del monastero sono raccontate nel Chronicon Vulturnense, codice miniato degli inizi del XII secolo, preziosissima fonte di informazioni sulla vita del complesso monastico.

L'Abbazia, eretta nella parte più alta della vallata del fiume Volturno, venne fondata, secondo il Chronicon, nel 703 da tre nobili beneventani, provenienti dall'Abbazia di Farfa, su un terreno assegnato loro dal Duca longobardo di Benevento al fine di costruirvi un monastero.

Inizialmente, nel periodo della dominazione longobarda, lo sviluppo del monastero fu assolutamente modesto, mentre, per contro, tra il 780 e l'830, cinquant'anni di rapidissima crescita ne fecero uno dei più grandi monasteri d'Europa, anche grazie ai notevoli e particolari privilegi concessi al monastero da Carlo Magno. Intorno all'830 i confini monastici erano estesi per oltre 6 ettari e racchiudevano al loro interno ben 10 chiese e innumerevoli edifici di servizio, per una comunità monastica che contava circa 350 monaci. 

Nel periodo di massimo splendore il complesso abbaziale carolingio si articolava in una serie di gruppi di edifici disposti sui lati di una vasta area aperta, delimitata su tre lati da ali porticate: sul lato nord si trova il gruppo di edifici comprendente la cripta di Epifanio e la chiesa Sud; sul lato est, più vicino al fiume, si dispongono le cucine e i cellaria, ossia i magazzini; sul lato ovest si ergeva l'imponente basilica di San Vincenzo Maggiore, edificio lungo 107 metri e largo 28, alto presumibilmente circa 20.

La fortuna del monastero andò declinando dopo l'850 e il saccheggio avvenuto nell'881 ad opera di pirati saraceni agli ordini del Duca di Napoli condusse all'abbandono (peraltro già nell'860 l'abbazia era scampata al saccheggio da parte dell'emiro di Bari, Sawdan, dietro pagamento di un tributo di 3000 monete d'oro). 

Solo dopo vari decenni (fine del X secolo) il monastero fu rioccupato dai monaci, sostenuti, politicamente ed economicamente, dagli imperatori tedeschi Ottone II e III; in questo periodo fu riedificata la chiesa maggiore, che divenne, oltre che funzionale alle esigenze della vita monastica, anche cattedrale di fatto per i numerosi villaggi limitrofi.

Alla fine dell'XI secolo i monaci, preoccupati dell'insorgere della potenza normanna, trasferirono la comunità sull'altro lato del fiume Volturno, in posizione più sicura e più facilmente fortificabile, consacrando la nuova chiesa nel 1115, concependo il complesso monastico, noto come Abbazia Nuova, come complesso fortificato circondato da un muro di cinta su tre lati e con la scarpata del fiume a proteggere il quarto. Il trasferimento del monastero sull'altra riva del fiume comportò, nell'arco di una generazione, la progressiva e completa demolizione dei preesistenti edifici, al fine di recuperare prezioso materiale da costruzione. 

Il monastero non raggiunse però più lo splendore precedente procedendo in una parabola discendente non più interrotta. La basilica di San Vincenzo Nuovo è oggi visibile nelle forme assunte in seguito alla ricostruzione degli anni '60 del '900, necessaria a riparare i danni dei bombardamenti subiti dal complesso durante la seconda guerra mondiale. 

 

1 - LA CRIPTA DELL'ABATE EPIFANIO 

Di grandissimo interesse la cripta dell'Abate Epifanio, che custodisce al suo interno affreschi del IX secolo. L'ambiente è a croce greca, coperto da volte a botte e parzialmente ipogeo.

La cripta conserva un ciclo di affreschi che rappresenta uno degli esempi più importanti della pittura altomedievale europea, sia per le qualità formali che per l'ottimo stato di conservazione.

Da un punto di vista iconografico gli affreschi si presentano come una riflessione sulla figura del Cristo e sul senso che la sua venuta conferisce al tempo e al destino dell'uomo, anche di fronte al mistero della morte. Evidenti i riferimenti agli studi sul testo dell'Apocalisse di San Giovanni Evangelista.

Molte delle scene sono relative ad episodi della vita di Cristo, cui si affiancano altre relative alla testimonianza di fede da parte di chi ha scelto di credere in Cristo, fino all'estremo sacrificio di sé (due riquadri raffigurano infatti i supplizi di Lorenzo e Stefano, i due protomartiri delle chiese d'Oriente e d'Occidente).

Da un punto di vista stilistico il ciclo pittorico testimonia la tradizione pittorica cresciuta presso le corti longobarde dell'VIII secolo, fortemente legata a codici espressivi di tipo classico.

 

2 - GLI SCAVI E L'ATTIVITà DI RICERCA

Dopo l'abbandono da parte della comunità monastica, tra il XVIII e il XIX secolo gli edifici dell'Abbazia Nuova vennero saccheggiati dagli abitanti della zona per recuperare prezioso materiale da costruzione, mentre gli edifici più antichi sull'altra sponda del Volturno subirono un progressivo interramento e furono presto dimenticati.

Una prima svolta si ebbe nel 1832 quando un contadino accidentalmente riscoprì la cripta dell'abate Epifanio; si dovette attendere però l'inizio del XX secolo per i primi studi sistematici sulla cripta e sugli affreschi ivi contenuti. 

Nel secondo dopoguerra gli interventi di studio e di restauro si concentrarono sull'area dell'Abbazia Nuova, con la ricostruzione, filologicamente non corretta, della chiesa di San Vincenzo Nuovo.

Nel 1979 la Soprintendenza del Molise decise di avviare una campagna di scavo nei pressi della cripta affrescata, affidando l'incarico ad un archeologo inglese, Richard Hodges, che, oltre a condurre lo scavo dell'area detta poi di San Vincenzo Minore, condusse un esteso lavoro di ricognizione nelle aree possedute in origine dal monastero, individuando circa 200 siti frequentati dall'uomo, in un periodo compreso tra la preistoria e il medioevo.

Dal 1993 al 1996 le ricerche di Hodges si concentrarono invece sull'area della grande basilica.

Dal 1999 al 2003 una nuova fase di ricerche è stata avviata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise, in stretta collaborazione con l'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli e con altri centri di ricerca. 

In questo ultimo periodo all'attività di scavo si è associato l'ambizioso obiettivo di valorizzare l'area, implementando gli interventi di restauro e di documentazione: in quest'ottica sono stati attivati un laboratorio informatico (per la gestione informatizzata con tecnologia GIS della documentazione di scavo), un laboratorio per l'immagazzinamento e la catalogazione dei reperti (di tutte le classi di reperti, quali ceramica, laterizi, reperti lapidei, vetro, metalli, reperti osteologici umani ed animali, reperti paleobotanici), un laboratorio di restauro e un laboratorio per lo studio e la ricomposizione delle pitture murali. 

L'eccezionale approfondimento e sistematicità delle ricerche condotte negli ultimi anni ha permesso per esempio, attraverso l'analisi archeobotanica dei resti ritrovati nelle cucine del convento, di effettuare uno studio sull'alimentazione dei monaci nel periodo altomedievale, ossia prima della distruzione del convento ad opera dei saraceni.

LA CIVILTA' DELLA TRANSUMANZA

La transumanza ha occupato sin dall'antichità un ruolo di primo piano nella storia del Mezzogiorno d'Italia. Essa non fu solo un fenomeno settoriale, quanto piuttosto un fenomeno di civiltà, tanto che molti studiosi parlano espressamente di "civiltà della transumanza", una civiltà dotata di modelli economici, sociali, culturali, religiosi, urbanistici, architettonici e giuridici propri.

Per transumanza si intende quel processo di razionalizzazione dell'uso dei pascoli di un territorio compiuto da una popolazione sedentaria, con movimenti stagionali senza stazionamenti stabili intermedi. La transumanza appartiene infatti alla cultura delle popolazioni sedentarie, vi partecipano solo i soggetti direttamente impegnati e i percorsi sono stabili nel tempo.

Il complesso impianto organizzativo della transumanza poggiava su quattro elementi strettamente correlati tra loro:

- il gregge (il fattore produttivo);

- gli erbaggi (il fattore ambientale);

- gli addetti (il fattore umano);

- la Dogana della Mena delle Pecore in Puglia (il fattore istituzionale);

La transumanza non fu un fenomeno del solo Mezzogiorno d'Italia, ma coinvolse l'intera area mediterranea con un importante centro in Spagna (dove tra il 1272 e il 1836 prosperò un'articolata organizzazione, la Mesta o Meseta, solo per certi aspetti assimilabile alla Dogana italiana).

In Italia la pastorizia transumante tra l'Abruzzo e la Puglia è con ogni probabilità più antica di Roma, dal momento che si può supporre che già alcune popolazioni montane (Sanniti, Sabini, Marsi, etc.) e della pianura pugliese (Apuli, Dauni, Messapi) praticassero la pastorizia nomade, seppure non organizzata.

Le prime notizie documentate risalgono alla fine della Repubblica romana; molte notizie si possono ricavare da autori latini quali Strabone, Catone, Varrone, Cicerone e Plinio il Giovane; diversi sono i riferimenti nella legislazione romana. Da queste numerose fonti si può dedurre come la transumanza fosse, già sotto i Romani, "un'industria di Stato", fonte di cospicue entrate per l'erario.

La caduta di Roma, le invasioni barbariche e i fenomeni di generale destabilizzazione influirono notevolmente sull'organizzazione pastorale, tanto che fino all'alto Medioevo non si hanno più notizie certe.

Solo nell'XI secolo furono nuovamente assunte iniziative tese a tutelare le attività pastorali.

Con la dominazione normanna infatti, Guglielmo il Malo emanò la "Costituzione" (1155), che stabiliva norme severe e larghi privilegi di pascolo a favore dei pastori.

Nuovo impulso alla pastorizia transumante fu dato da Federico II che sottopose l'intero settore della pastorizia ad una speciale amministrazione che prese il nome di "Mena delle Pecore di Puglia".

Solo nel 1447, sotto Alfonso I di Aragona, fu istituita la Regia Dogana della Mena delle Pecore di Puglia, con sede a Foggia: la Regia Dogana veniva ad essere una vera e propria azienda di Stato, dotata di poteri amministrativi e giudiziari sulle attività pastorali, il cui compito principale era quello di assegnare le "locazioni", determinare il valore della "fida" (il canone d'affitto annuale per l'uso degli erbaggi da corrispondere per ciascun capo di bestiame) cui erano assoggettati annualmente i "locati" (i proprietari delle greggi).

Con la Prammatica del 1° agosto 1447 fu quindi disciplinata in modo organico la materia, organizzando il tutto intorno a due scelte politiche di fondo, ovvero la gestione diretta della pastorizia da parte dello Stato e l'incremento della produzione di lana, anche a discapito dello sviluppo agricolo.

Con la Prammatica la transumanza divenne obbligatoria, le terre a pascolo furono notevolmente aumentate, la giurisdizione della Regia Dogana fu estesa a tutti i soggetti collegati in qualche modo con il mondo pastorale e fu sottratta ai feudatari l'amministrazione della giustizia nei confronti dei pastori.

La transumanza toccò l'apice del suo sviluppo nei secoli XVI e XVII, proprio in seguito al modello organizzativo e gestionale istituito da Alfonso d'Aragona con la Prammatica del 1447.

Le terre del cosiddetto Tavoliere Doganale, immensa distesa di 362.000 ettari, deserta d'estate e brulicante di greggi d'inverno, vennero distinte in 43 locazioni, 23 ordinarie e 20 straordinarie: le locazioni erano vaste porzioni di terreno fiscale, assegnate direttamente dalla Dogana ai locati. 

All'interno del territorio delle locazioni, il Montluber, 1° doganiere sotto Alfonso I, predispose la costruzione di ripari stabili per le greggi e i pastori. I ripari vennero detti "poste" ed erano costruiti sempre in luoghi esposti a sud, riparati dai venti di tramontana; le poste raggiunsero la ragguardevole cifra di 350.

Alle poste si affiancano spesso un innumerevole numero di strutture accessorie, per il riposo o per la lavorazione dei prodotti, mentre lungo i tratturi si diffusero una serie di strutture complementari alla transumanza, tra cui taverne e chiese tratturali.

Lo sviluppo della transumanza a danno dell'agricoltura e degli interessi della proprietà privata, diede origine ad una conflittualità sempre crescente, che si caratterizzava da un lato con le continue e ripetute usurpazioni da parte dei proprietari frontisti a danno delle aree tratturali, dall'altro con le continue "reintegre" dei suoli tratturali da parte dello Stato.

In seguito a questi conflitti il regime doganale cominciò a cedere, dapprima lentamente e poi sempre più rapidamente. Il primo efficace attacco al sistema doganale si ebbe con legge del 1806 emanata da Giuseppe Bonaparte, con cui vennero sciolti tutti i vincoli e le servitù del Tavoliere e con cui si soppresse la Dogana. Il ritorno dei Borboni riportò le cose allo stato precedente. I vincoli che gravavano sulle terre della Dogana vennero poi aboliti con le tre leggi del neonato Stato italiano del 1865, 1868 e 1871, dando così inizio al processo di formazione della proprietà privata. Alla fine del 1800 del sistema doganale non restavano che i tratturi, destinati in molti casi a scomparire per lasciare posto a strade e infrastrutture. 

LA RETE TRATTURALE

"E vanno per tratturo antico al piano;

quasi per un erbal fiume silente,

sulle vestige degli antichi padri."

                            D'Annunzio, I pastori

 

La transumanza necessitava di una rete viaria oltremodo articolata e capillare, in grado di soddisfare le differenti esigenze di movimento, di sosta e di alimentazione delle greggi. La rete si articolava quindi in tratturi, vere e proprie autostrade, e in tratturelli e bracci, vie secondarie con compiti prevalentemente di raccordo tra le vie principali e tra queste e il territorio.

Il nome tratturi deriva dalla deformazione fonetica del termine latino tractoria, che, secondo i codici teodosiano e giustinianeo, indicava l'antico privilegio del libero passaggio sulle vie pubbliche di greggi transumanti.

I tratturi erano larghi 60 passi napoletani, ovvero 111.60 metri. Quattro erano i tratturi che costituivano la spina dorsale del sistema, tutti con orientamento nord - sud:

- il L'Aquila - Foggia (il cosiddetto Tratturo del Re, lungo 243 chilometri);

- il Celano - Foggia (207 chilometri);

- il Castel di Sangro - Lucera (127 chilometri);

- il Pescasseroli - Candela (211 chilometri);

I tratturi sviluppavano una lunghezza complessiva di 1360 chilometri ed erano attrezzati con "aree di servizio", i "riposi", con un'estensione variabile tra i 3 e i 56 ettari.

I tratturelli facevano parte della viabilità minore di connessione ed erano larghi, a seconda dei luoghi e delle funzioni, 10, 15 o 20 passi napoletani (rispettivamente, 18.50, 27.75 e 37 metri) e si sviluppavano per circa 1500 chilometri complessivamente.

Tratturi, tratturelli e bracci occupavano complessivamente un'estensione pari a poco più di 30.000 ettari. Di questa immensa rete rimangono oggi modesti segmenti in Abruzzo e Campania, modestissimi in Puglia e Basilicata, circa il 50% di quelli originari in Molise (più di 200 chilometri).

Il sistema dei tratturi è sottoposto oggi al regime di salvaguardia istituito da una serie di decreti dell'attuale Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

 

 

Si segnalano le pubblicazioni:

- NATALINO PAONE, La transumanza. Immagini di una civiltà, Cosmo Iannone Editore, Isernia, 1987.

- EDILIO PETROCELLI (a cura di), La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Cosmo Iannone Editore, Isernia, 1999.

- PASQUALE DI CICCO, Le vie della transumanza, catalogo della mostra documentaria, Foggia 6-25 novembre 1984, Foggia, 1984.

- ITALO PALASCIANO, Le lunghe vie erbose. Tratturi e pastori del Sud, Capone Editore, Lecce 1999

- CARLO MONTI (a cura di), Lungo i tratturi del Molise, Linea Verde - Istituto Geografico De Agostini, 1998 

- FILIPPO COARELLI e ADRIANO LA REGINA, Abruzzo e Molise - Guide archeologiche, Laterza - Bari 1984

 

Si segnalano i siti web:

- www.comune.agnone.is.it

- www.sanvincenzoalvolturno.it