BARI

LAMA GIOTTA

Foto di Gianluca Andreassi

Lama Giotta costituisce il solco erosivo più meridionale tra quelli che, come una sorta di ventaglio, partendo dalla Murgia confluiscono verso il centro urbano di Bari. Nel territorio del Comune di Bari si incontrano infatti, procedendo da nord - ovest a sud – est, le seguenti lame: Balice, Lamasinata, Villa Lamberti, Picone, Fitta, Valenzano, S.Marco, S.Giorgio e Giotta.

Lama Giotta presenta il suo tratto più interessante, e maggiormente inciso, nel territorio del Comune di Noicattaro, dopo aver attraversato il territorio dei Comuni di Turi e Rutigliano. La lama sfocia a mare in territorio del Comune di Bari, in corrispondenza dell’abitato di Torre a Mare.

Il solco erosivo di Lama Giotta insiste su una formazione geologica di base di età cretacea, denominata Calcare di Bari, e si sviluppa in una formazione di calcareniti di età pleistocenica, molto più recenti, che poggiano in trasgressione sul substrato sottostante.

IL SISTEMA DELLA VEGETAZIONE

Analogamente al bacino idrografico della vicina Lama S. Giorgio anche quello di lama Giotta è inquadrabile da un punto di vista vegetazionale nel Piano Basale ed è caratterizzato, procedendo dalla costa verso l’interno, dalla presenza di formazioni dell’area delle sclerofille sempreverdi (vegetazione mediterranea) ed all’area delle latifoglie eliofile (vegetazione sub-mediterranea).

In questo ambito territoriale infatti, alle formazioni boschive a Quercus ilex seguono forme di degradazione del bosco a Quercus pubescens e, alla testata del bacino, a Quercus troiana.  La presenza della Roverella (Q. pubescens) tuttavia si riscontra alle quote più basse all’interno di formazioni a prevalenza di Leccio (Q. ilex).  La parte centrale del bacino (tra Rutigliano e Turi) rappresenta un’importante zona di transizione tra i tre tipi vegetazionali indicati in quanto vi si compenetrano il limite superiore della lecceta e quello inferiore del bosco di fragno con la presenza di lembi di vegetazioni caratterizzate dalla presenza dell’una o dell’altra specie in mescolanza con la roverella.  La parte alta del bacino, per la presenza del fragno rappresenta invece l’area di raccordo tra le zone marginali dell’areale di questa specie con quelle più interne della murgia sud orientale.

 La gran parte delle formazioni a prevalenza di leccio si estende quasi senza soluzioni di continuità dalla costa (a partire dalla linea ferroviaria adriatica) fino all’abitato di Noicattaro occupando il ciglio, le sponde e l’alveo di un solco erosivo incassato ed espandendosi localmente sul piano di campagna. Sia per l’estensione areale, sia per le caratteristiche strutturali e compositive, sia per la configurazione del paesaggio di cui fanno parte, tali formazioni costituiscono la più importante emergenza naturalistica dell’intero bacino della lama Giotta. Esse, pluristatificate e di altezza media considerevole (4-7 m), sono costituite oltre che dal leccio e da sporadici esemplari di roverella,, anche da Lentisco, Fillirea, Alaterno, Viburno, Pungitopo, Asparago, Dafne gnidio.

A tali formazioni, inoltre è associata una forte valenza eco-paesistica in quanto esse svolgono imprescindibili funzioni ecologiche, con particolare riferimento a quelle di habitat per le specie della flora e della fauna selvatica, incluse quelle connesse con l’equilibrio dinamico/diffusione delle popolazioni animali, a quelle di condotto idraulico per la laminazione di piene improvvise, a quelle di filtro per gli inquinanti di origine agricola ed a quelle di barriera all’espansione degli usi agricoli ed urbani del territorio nei confronti dei quali rappresentano elementi di forte resistenza.

Le formazioni a prevalenza di roverella, presenti nella parte centrale del bacino, oltre ad essere di dimensioni esigue (dell’ordine di 1-2 ha) e fortemente isolate in una matrice paesistica dominata dalla presenza del vigneto a tendone, sono quelle maggiormente degradate dal punto di vista strutturale e compositivo. Si presentano infatti nella forma di boscaglie aperte costituite da poche delle specie arbustive tipiche dei roverelleti, quali Biancospino comune e Rosa sempervirens, nonché da specie della serie del leccio (lentisco, alaterno) e da specie di margine come il prugnolo e la ginestra.

I boschi di fragno, di maggiori estensioni rispetto alle formazioni precedenti e tipicamente cinti da muri a secco in una matrice agricola meno intensiva (si passa gradualemente dalle colture a ciliegio della zona di Turi ai prati pascolo della zona di Putignano), sono costituiti da cedui e boschi aperti in cui si pratica diffusamente il pascolo bovino, che ne condiziona la composizione floristica.

Foto  di Gianluca AndreassiOltre a tali formazioni, si è riscontrata, soprattutto nella parte intermedia del bacino, la presenza di macchie, garighe e pseudosteppe che possono rappresentare sia stadi di degrado dei tipi boscati, sia stadi evolutivi secondari, derivanti cioè dall’abbandono di colture tradizionali (oliveti e mandorleti).  Tali formazioni, presenti tipicamente nelle fasce di pertinenza del corso d’acqua, si estendono a tratti anche sul piano di campagna. Anche in questo caso si tratta di elementi paesistici a forte valenza ecologica sia in quanto, come tutte le formazioni frammentate fino al limite dell’isolamento, rappresentano rifugia per la fauna selvatica. Le garighe e le pseudosteppe di origine secondaria inoltre costituiscono parti importanti dell’habitat di molte specie di uccelli e di micromammiferi ed ospitano specie floristiche non banali quali le Orchidacee, fra le quali si evidenzia la presenza della Serapias orientalis Nelson subsp. apulica Nelson, classificata come vulnerabile nella Lista Rossa regionale.

 

LA FAUNA

Lama Giotta risulta particolarmente importante come habitat per numerose specie di uccelli, rettili, anfibi e micromammiferi.

Tra gli uccelli si evidenzia la presenza di numerose (55%) specie migratrici tra quelle dell’avifauna selvatica (comprese le nidificanti e le svernanti) che conferma il ruolo fondamentale anche di quest’ambito territoriale soprattutto come area trofica e di riposo per quelle specie di uccelli migratori che dalle aree di svernamento di sud-est, risalgono la costa adriatica per portarsi nell’Europa nord orientale per la nidificazione.

Per Lama Giotta si rileva un elevato rapporto non-passeriformi/passeriformi (np/p=0,42) che indica come siano maggiormente rappresentate le specie di minori dimensioni, in rapporto ad habitat fortemente frammentati e di ridotte dimensioni.

Ancora per analogia con lo studio faunistico citato si può affermare la grande valenza dei lembi di bosco della parte alta del bacino, alternati a pascoli, per la sopravvivenza di specie legate a tali ambienti, riscontrabili però solo in alcuni tratti dell’area in esame, associati alla presenza di aziende zootecniche che praticano l’allevamento brado.

Infine, anche nel caso della lama Giotta, e con particolare riferimento a quelle aree caratterizzate negli ultimi anni dalla forte espansione areale della monocoltura a vigneto tendone, che ha determinato una forte perdita delle microeterogenità del paesaggio agricolo, la situazione faunistica è fortemente dipendente dalla struttura morfologica e vegetazionale della lama stessa, che rappresenta un vistoso elemento di discontinuità nel paesaggio agrario dominante nell’area sud-orientale della provincia di Bari, di connessione tra le aree interne e la costa.

LE EMERGENZE ARCHEOLOGICHE

Le lame costituiscono in genere dei micro ambienti molto favorevoli all'antropizzazione, per la presenza di acqua, di terreni particolarmente fertili, di un microclima temperato e perché costituiscono vie di comunicazione naturali. Non fa eccezione Lama Giotta, molto interessante per la presenza di tracce dell’antica frequentazione antropica, risalente al periodo Neolitico.

In particolare merita di essere segnalato il sito della Grotta della Tartaruga, che si apre sul fianco orientale della lama, in corrispondenza del viadotto della SS 16, in prossimità dell’abitato di Torre a Mare. La grotta venne scoperta proprio in occasione dei lavori condotti dall’ANAS nel 1982 per il raddoppio del viadotto.

Il vasto e articolato complesso della grotta è stato probabilmente ricavato dall’uomo scavando la tenera calcarenite che costituisce il fianco della grotta. I resti pluristratificati della presenza umana nel sito raggiungono uno spessore di 2.50 metri. Le ricerche archeologiche condotte nella prima metà degli anni ’80 hanno portato ad interpretare il luogo come probabile area di culto risalente all’età neolitica, riutilizzato poi durante l’età dei Metalli anche come luogo di sepoltura.

La grotta prende il nome dai resti di un carapace di tartaruga terrestre rinvenuti all’interno della grotta stessa, in uno dei livelli archeologici più antichi.

Numerose e significative testimonianze dell’antica frequentazione antropica sono inoltre emerse lungo la costa di Torre a Mare, a poca distanza dallo sbocco della lama (in particolare a Punta Penna, a Cala Colombo e a Cala Scizzo).