LAMA S.CROCE

IL TERRITORIO DI BISCEGLIE NELLA STORIA

Foto di Stefano De Dominicis

Casale di Navarrino

Il territorio di Bisceglie ha restituito rilevanti testimonianze archeologiche tali da poter affermare la sistematicità della frequentazione antropica dell'area durante le diverse fasi della preistoria.

Tracce della presenza umana durante il Paleolitico medio (circa 70000 anni fa) sono emerse nei livelli più bassi all'interno della grotta S.Croce (nel 1955 fu infatti rinvenuto all'interno della grotta un femore appartenente ad un individuo adulto di Homo sapiens neandertalensis, riferibile al Paleolitico medio, ovvero a circa 70000 anni fa). Molto numerose sono inoltre le testimonianze dell'industria litica in selce e in ossidiana, risalente al periodo musteriano (70000 anni fa), tra cui punte e raschiatoi, e all'epigravettiano finale (11000 anni fa), caratterizzato dalla diffusione di strumenti in selce di dimensioni più piccole, come bulini e raschiatoi. La maggior parte dei reperti litici provengono dal sito di grotta S.Croce.

Numerosissimi sono poi gli insediamenti umani del periodo Neolitico (VI - IV millennio a.C.), a breve distanza l'uno dall'altro e posti in genere in prossimità delle lame. Di assoluto rilievo il sito di Cave Mastrodonato e quello della grotta e della lama S.Croce (vedi paragrafi successivi).

Il periodo successivo, ed in particolare l'aspetto funerario della civiltà protoappenninica è ben documentato dalla presenza dei dolmen (media Età del Bronzo, ovvero seconda metà del II millennio a.C.) (vedi paragrafi successivi).

Molto esigue sono le tracce riferibili al periodo romano.

Di estremo interesse sono poi le numerose tracce dei "casali" di origine tardoantica diffusi nel territorio: si tratta in genere di piccoli villaggi, costituiti da un complesso fortificato, un recinto murario, una corte centrale e una piccola chiesa con cimitero adiacente. Sorti nel primo Medioevo, raggiunsero il massimo sviluppo in epoca longobarda; saccheggiati più tardi dai Saraceni, furono in parte abbandonati verso l'XI secolo, quando con i Normanni la popolazione rurale si spostò in massa all'interno della città fortificata. Tra i casali vanno segnalati quello di S.Nicola, Pacciano, Navarrino, Giano, Sagina, Zappino, molti dei quali versano oggi in condizioni di abbandono e di degrado, che accrescono le difficoltà di lettura dei valori ancora presenti.

LE LAME E GLI INSEDIAMENTI NEOLITICI 

Numerosi studi condotti sul territorio hanno evidenziato uno stretto rapporto in quest'area tra le caratteristiche del territorio e il fitto e articolato sistema di insediamenti riferibili al periodo Neolitico, simile a quello delineato per aree quali il Tavoliere e la valle dell'Ofanto.

La struttura e la morfologia del territorio sembrano svolgere un ruolo fondamentale nella distribuzione dei siti, con la preferenza per i terrazzi, in posizione dominante rispetto al territorio circostante, e i pendii, solitamente affacciati sui fianchi delle lame, i solchi erosivi che incidono la serie degli antichi terrazzi marini in direzione del mare. Le lame costituiscono, inoltre, una delle principali fonti di approvvigionamento idrico in un territorio peraltro caratterizzato dalla scarsità di questa risorsa fondamentale per l'insediamento umano e rappresentano una naturale via di comunicazione tra la costa e l'entroterra.

Con l'età neolitica ai gruppi di cacciatori - raccoglitori del Palolitico, abitatori temporanei delle caverne a causa del clima freddo, subentrano infatti le prime comunità sedentarie, dedite all'agricoltura e all'allevamento del bestiame e organizzate prevalentemente in villaggi di capanne. Nel territorio di Bisceglie un numero particolarmente rilevante di insediamenti, al momento trentanove, è riferibile al Neolitico Antico; tutti i villaggi dovevano avere dimensioni molto contenute, a ragione di un'area di dispersione superficiale dei frammenti solitamente non superiore ad un ettaro. 

Le grotte continuano comunque ad essere utilizzate anche nel periodo neolitico, ma più probabilmente per finalità cultuali piuttosto che per abitazione. In quest'area la Lama Santa Croce, che nel tratto a valle assume il nome di Lama di Macina, è la principale per presenza di acqua, di grotte (grotta S.Croce, grotta del Finestrino, grotta delle Due Crocette) e di insediamenti.

LA GROTTA S.CROCE

1 - La lama e la grotta S.Croce - la fruizione

La grotta Santa Croce si apre sulla riva destra della lama omonima, a circa sette chilometri dal centro urbano di Bisceglie, ad una quota di 120 metri s.l.m. Si tratta di un vasto complesso di origine carsica, con una lunghezza di oltre 100 metri, generato dall'azione erosiva di un corso d'acqua sotterraneo.

La genesi della grotta risale all'inizio del Pleistocene, quando si sviluppò un deflusso idrico sotterraneo, che, incidendo per lunghissimo tempo il banco roccioso, costituito da calcari detritici, ha determinato la classica sezione "a foro di serratura", stretta verso l'alto e molto più ampia in basso. L'approfondimento dei percorsi sotterranei avvenne in due cicli, ma le tracce presenti sulla sezione della grotta lasciano intendere che, per quanto si intervallarono soste e riprese del flusso idrico principale, non vi furono intervalli particolarmente lunghi tra un ciclo e l'altro. La fine del ciclo carsico erosivo sotterraneo fu determinata da movimenti tettonici, in seguito ai quali si determinò l'escavazione dell'alveo della lama.

La grotta, il cui valore archeologico fu rivelato nel 1934 da Francesco Saverio Majellaro, è stata recuperata e gestita dal gruppo Scout di Bisceglie dal 1975, e resa fruibile al pubblico dal 1990, in seguito ad una convenzione tra Scout, Comune di Bisceglie e Soprintendenza Archeologica. 

L'attività degli Scout nel corso degli anni ha interessato il recupero e la valorizzazione della grotta e delle aree della lama.

La grotta è attrezzata con una passerella di visita e una serie di pannelli illustrativi in corrispondenza delle principali emergenze. Il percorso di visita interno si articola tra il primo tratto, finalizzato alla scoperta delle emergenze archeologiche e storico - culturali, e un tratto più interno, a carattere più prettamente speleologico, comunque accessibile senza particolari attrezzature.

Il recupero operato dagli Scout nell'area della lama si è concentrato invece sulla riqualificazione degli accessi, sul recupero e attrezzamento dei sentieri, sul rifacimento dei muretti a secco e sulla costruzione di un ponticello sul torrente che facilitasse il passaggio dei visitatori tra le due sponde della lama. In programma vi sono altri interventi finalizzati ad attrezzare quest'area come parco archeologico ed ambientale (centro servizi, laboratorio di educazione ambientale, etc.).

Attualmente l'area della grotta S.Croce è visitata mediamente da circa 6000 visitatori all'anno, in particolare scuole e gruppi organizzati.

 

Planimetria della grotta di S. Croce - Tratta dal sito internet www.grottesantacroce.it

 

 

2 - Le prime ricerche di Francesco Saverio Majellaro

Allo studioso e appassionato locale Francesco Saverio Majellaro (1893 - 1957), si deve la raccolta di un'enorme quantità di materiale archeologico nell'agro di Bisceglie. In particolare si deve a lui l'esplorazione, a più riprese a cominciare dagli anni '30, della grotta e della lama Santa Croce.

Le prime vere campagne di scavo risalgono agli anni compresi tra il 1954 e il 1958, sotto la guida del Prof. Cardini. 

Le ricerche archeologiche condotte dal Majellaro in quegli anni nel territorio di Bisceglie appaiono oggi quasi caotiche e superficiali, il cui interesse era rivolto soprattutto alla scoperta di un documento eccezionale, come poi è effettivamente avvenuto, quale poteva essere un resto fossile umano risalente al Paleolitico. In quest'ottica la sua attenzione si concentrò sui resti più antichi risalenti al Paleolitico, curando poco la pur ricchissima documentazione neolitica presente sul territorio e a lama S.Croce in particolare.

Dal materiale raccolto dal Majellaro è comunque possibile ricostruire una cronologia abbastanza attendibile della frequentazione del sito di lama S.Croce. In particolare per quanto riguarda il periodo Neolitico, la presenza umana nel Neolitico Antico (fine VI - V millennio a.C.) è attestata dalla presenza di numerosi frammenti di ceramica impressa, a decorazione digitale e strumentale e di ceramica dipinta a bande strette brune; questa fase è seguita da una del Neolitico Medio (IV millennio a.C.), documentabile attraverso la presenza di ceramica dipinta a bande rosse; seppure in misura minore è poi documentata la presenza di ceramica Diana, risalente alla fase finale del Neolitico (III millennio a.C.). Tutto ciò conferma quindi una continuità insediativa nell'area per l'intero periodo esaminato. 

Molto utili per una ricostruzione paleoclimatica dell'area sono i reperti faunistici ritrovati dal Majellaro nella grotta. La frequenza di Equus caballus, Dicerorhinus mercki (rinoceronte) e Leo spelaeus (leone) è indicativa di un clima caldo e della presenza di un ambiente a tendenza arida, molto simile alla attuali savane, con scarsa vegetazione di alto fusto.

I materiali sono oggi raccolti nel Museo Civico Archeologico di Bisceglie.

3 - I risultati degli scavi recenti (1997 - 1999)

Le ricerche archeologiche all'interno della grotta S.Croce, dopo un lungo periodo di stasi, sono riprese nel 1997 grazie alle positive sinergie instauratesi tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, l'Università di Siena, l'Amministrazione comunale di Bisceglie e il locale gruppo Scout.

All'interno della grotta, a circa sessanta metri dall'ingresso e in un'area di saggio di soli quattro metri quadrati, è stata messa in luce una stratigrafia dello spessore complessivo di 120 centimetri: a pochi centimetri di terreno rimaneggiato con resti di ceramiche dell'Età del Bronzo, fa seguito la serie stratigrafica risalente all'età neolitica, per uno spessore complessivo pari a 90 centimetri e costituita da più livelli di sabbie grigie compatte, intervallate da sottili strati carboniosi di limitata estensione; uno strato sterile di colore giallo, costituito da limi e argille, separa i livelli neolitici dai sottostanti livelli risalenti al Paleolitico Medio. Si descrivono di seguito le scoperte più interessanti.

4 - La stuoia in fibre vegetali

Uno dei rinvenimenti più interessanti ascrivibile agli scavi condotti all'interno della grotta a partire dal 1997 consiste nell'eccezionale scoperta di una stuoia in fibre vegetali in perfette condizioni di conservazione, risalente a circa 6500 anni fa. 

La stuoia è venuta alla luce appena al di sopra dello strato di limi sterili che divide i livelli paleolitici dalla serie di livelli ascrivibili al periodo neolitico. La stuoia ha forma grosso modo ovale, con assi di 60 e 45 centimetri, e risulta costituita da un intreccio a spirale, tecnica ampiamente diffusa ancora oggi. L'assenza di pareti esclude l'ipotesi che possa trattarsi di un cesto; la presenza di manici può indurre invece a considerare la stuoia come una sorta di borsa floscia, adatta al trasporto per esempio delle derrate.

Il reperto costituisce, allo stato attuale delle conoscenze, il manufatto a intreccio più antico rinvenuto in Italia.

E' inoltre eccezionale il suo perfetto stato di conservazione, dal momento che oggetti così deperibili tendono in genere a conservarsi esclusivamente in ambienti di torbiera, caratterizzati dalla presenza di acqua e dalla mancanza di ossigeno, o in ambienti molto aridi (per esempio in Egitto). Nel caso della grotta S.Croce si può ipotizzare un forte ristagno localizzato d'acqua, dovuto al continuo stillicidio presente all'interno della grotta.

La stuoia è stata rimossa con alcuni centimetri del sedimento basale, attraverso l'escavazione del sottostante strato sterile e l'inserimento di un supporto metallico rigido, poi sostituito da una conchiglia in gesso armato. Attualmente in situ è stato collocato un calco dell'originale utile ad implementare la valenza didattica del percorso di fruizione all'interno della grotta.

Allo stato attuale delle ricerche è difficile riconoscere a quale attività fosse adibita l'area della grotta dove è venuto alla luce il reperto appena descritto: l'area si trova ad una distanza eccessiva dalla fonte di luce esterna e ciò fa escludere, come attesta d'altronde l'estrema rarefazione dei reperti legati alla vita quotidiana, si tratti di un'area dell'abitato. E' invece ipotizzabile, o almeno verosimile, che l'area potesse avere una destinazione cultuale.

5 - Le pitture rupestri 

L'importanza della grotta S.Croce e il suo probabile valore cultuale sono testimoniati dalla recente scoperta di un gruppo di figure dipinte in rosso su una parete della grotta, al momento di difficile inquadramento cronologico.

Le figure chiaramente visibili sono quattro, tutte simili e tutte in rosso, sulla parete a sinistra dell'ingresso, a 14 metri dall'entrata e a 33 metri dall'area dove è stata scoperta la stuoia, ad un'altezza sulla parete di circa 3.40 metri. Le quattro figure sono allineate in serie, in orizzontale; presentano un motivo circolare centrale, vuoto all'interno e raggiato verso l'esterno da appendici circolari, piene ed equidistanti, in numero di sei nelle due figure esterne e di otto, accoppiate due a due, nelle due centrali. Altre tracce di colore rosso sono presenti al di sopra e sulla sinistra delle figure appena descritte.

Un confronto diretto e molto significativo è con il motivo astratto emblematico del "cembalo" a punte raggiate, rinvenuto in diverse varianti all'interno della Grotta dei Cervi a Porto Badisco.

6 - Le ricerche archeobotaniche

La ripresa degli scavi all'interno della grotta S.Croce tra il 1997 e il 1999 ha permesso di recuperare un ingente quantità di resti vegetali e di ricavare interessanti informazioni sul rapporto tra l'uomo e l'ambiente circostante nel corso del Neolitico Antico.

I resti vegetali provenienti dai livelli neolitici hanno evidenziato una prevalenza dei cereali e tra questi soprattutto del grano rispetto all'orzo. Il buono stato di conservazione dei reperti ha inoltre permesso di distinguere diverse specie di grano e di orzo.

La presenza contestuale di altre graminacee (Avena, Setaria, Panicum, Bromus) e di alcune piante infestanti (Chenopodium, Vicia, Melilotus) dimostra come gli antichi frequentatori, pur pienamente in possesso dei metodi di coltivazione, fossero preoccupati di diversificare le piante coltivate, evitando qualsiasi forma di monocoltura per compensare eventuali avversità climatiche o colturali.

Allo stato attuale delle ricerche non sono disponibili informazioni esaustive sull'ambiente vegetale naturale (condotto attraverso l'analisi dei carboni delle specie arboree), ma la presenza accertata di resti di vite selvatica, oltre a rappresentare una delle testimonianze più antiche della presenza di questa specie nella regione, attesta la presenza di condizioni di umidità all'interno della lama tali da consentire lo sviluppo di questa specie, condizioni che prefigurano quindi una vegetazione folta e diversificata.

I DOLMEN 

Le strutture dolmeniche, molto numerose in Puglia ed in particolare in quest'area, si datano a partire dalla prima fase del Bronzo medio, e rientrano nel fenomeno del megalitismo.

Il fenomeno dolmenico pugliese presenta a tutt'oggi una serie di interrogativi, ma il problema insoluto principale riguarda i possibili legami con le tradizioni dolmeniche sorte nel Mediterraneo occidentale, con cui presenta le maggiori analogie formali, o con quelle del Mediterraneo orientale, area di probabile provenienza delle genti eneolitiche pugliesi (cultura di Laterza) che hanno originato la cultura Protoappenninica. 

Il megalitismo pugliese precede infatti di almeno un millennio le manifestazioni del Mediterraneo occidentale (dolmen della penisola iberica, della Francia e dell'Inghilterra). E' accreditata l'origine orientale delle popolazioni protoappennniche pugliesi, e si deve agli influssi orientali l'idea della tomba collettiva, nella forma di ipogei dotati di corridoio di accesso; il tumulo, che conferisce monumentalità e perennità al sepolcro, è invece assente nella tipologia diffusa nel Mediterraneo orientale, dove predominano le forme ipogee. Sembra pertanto possibile ipotizzare la ripresa di un modello orientale e allo stesso tempo la rielaborazione del modello formale, sfruttando le caratteristiche geomorfologiche del territorio, ovvero la disponibilità di lastre di pietra e allo stesso tempo la difficoltà di scavare il terreno a causa proprio della sua natura rocciosa.

Con ogni probabilità i dolmen servivano a magnificare l'importanza, politica e religiosa, di una famiglia, che doveva elevarsi al di sopra degli altri membri della comunità; è possibile inoltre che tali strutture megalitiche rispondessero a precise esigenze cultuali di difficile interpretazione. La diffusione del tumulo connesso alla struttura megalitica aveva una doppia funzione, conferiva monumentalità alla struttura e allo stesso tempo la proteggeva rendendola duratura; il tumulo potrebbe inoltre nascondere significati di tipo ideologico o sacrale, rappresentare per esempio la capanna, simbolo di continuità tra la vita e la morte, oppure potrebbe avere la finalità di rendere ipogea, in accordo con la tradizione orientale, una struttura che in realtà non lo era.

Il limite di tutte le numerose interpretazioni del fenomeno dolmenico è rappresentato dal fatto che sono formulate dall'uomo moderno, che concepisce la vita e la natura in maniera completamente diversa da quella dell'uomo dell'età del Bronzo.

Conosciuti a partire dall'800, in Puglia i monumenti dolmenici attualmente conservati, in numero molto ridotto rispetto all'inizio del '900, sono 23, concentrati in tre zone, la fascia costiera del Nord Barese, a nord di Taranto e nel brindisino, nel Salento. I dolmen salentini sono cronologicamente e tipologicamente differenti dagli altri gruppi.

Nel territorio di Bisceglie i dolmen ancora visibili sono quattro, di cui tre, a breve distanza l'uno dall'altro, sorgono lungo il corso di Lama S.Croce.

1 - Dolmen della Chianca

E' il primo tra quelli rinvenuti nel territorio di Bisceglie, scoperto nel 1909, tra i più importanti d'Europa per dimensioni e stato di conservazione. 

Il dolmen appartiene alla tipologia della tomba a corridoio e si articola in una cella sepolcrale e in un corridoio di accesso. La cella, alta 1.80 metri, è formata da tre grandi lastroni verticali su cui poggia il lastrone di copertura (2.40 x 3.80 metri); il corridoio, della lunghezza di 7.50 metri, è formato da lastroni piatti infissi verticalmente nel terreno, di dimensioni molto minori rispetto a quelli della cella. L'apertura è rivolta verso Est. Un enorme tumulo di pietre ricopriva interamente il dolmen.

All'interno della cella e anche nel dromos furono rinvenuti numerosi scheletri e numerosi reperti riferibili ai corredi funerari. Di estremo interesse inoltre il ritrovamento, nel dromos appena all'esterno della cella, dei resti di un focolare circolare, spesso circa dieci centimetri e costituito da una quindicina di stratificazioni, a dimostrazione di come il fuoco fosse stato acceso più volte ad intervalli di tempo non brevi, in occasione delle diverse deposizioni.

E' possibile ritenere l'esistenza di due momenti cronologici ben distinti: uno più antico, presente nei livelli inferiori, ascrivibile al Protoappenninico, e uno più recente riferibile ad una fase iniziale dell'Appenninico, a dimostrazione di come la tomba sia stata utilizzata per numerose generazioni.

Nell'ambito delle sepolture dolmeniche, gli oggetti rinvenuti, per quanto il sito sia stato in passato depredato, costituiscono il corredo più ricco, con oggetti, come per esempio i vaghi d'ambra, provenienti dall'area baltica.

E' quindi plausibile affermare che il dolmen costituisse una sepoltura di prestigio legata ad un gruppo sociale eminente.

2 - Dolmen di Albarosa

Localizzato a circa un chilometro dal dolmen della Chianca, fu scoperto nell'ottobre 1909, all'interno di un imponente cumulo di pietre, conosciuto localmente come lo specchione di Albarosa, la cui pianta, originariamente ellittica, era stata deformata dalla costruzione sui bordi di alcuni trulli. Lo specchione, con gli assi rispettivamente di 19 e 16 metri, era alto originariamente tra i 4 e i 5 metri.

Il dolmen ha una lunghezza complessiva di 7 metri, all'interno della specchia in parte ancora conservata; del dolmen sono visibili le lastre in pietra calcarea che costituivano le pareti laterali. All'interno il dolmen è diviso in scomparti per mezzo di lastroni trasversali. A differenza del dolmen della Chianca è realizzato su una piattaforma artificiale di terra e pietre, alta circa 40 centimetri sull'attuale piano di campagna; tale piattaforma ha restituito numeroso materiale pertinente ad un precedente insediamento neolitico. 

I reperti riferibili alla tomba, molto meno numerosi di quelli rinvenuti nel dolmen della Chianca, forse anche in seguito alle depredazioni subite nel tempo, sono stati datati tra la fine del Bronzo medio e l'inizio del Bronzo recente (XIV - XIII secolo a.C.), anche se altri materiali riportano al più antico periodo Protoappenninico.

3 - Dolmen dei Paladini

Al momento della scoperta era il dolmen meglio conservato, dal momento che si conservavano, oltre ai lastroni che componevano la cella, anche i quattro laterali che delimitavano, due per lato, il corridoio di accesso; due lastre trasversali dividevano inoltre il monumento in scomparti. Oggi del dolmen resta l'imponente cella con il lastrone di copertura (3 x 2.50 metri), posto a due metri dal suolo e del peso di 8 tonnellate, poggiante su tre lastre verticali.

4 - Dolmen Frisari

E' sito in contrada Lama d'Aglio, a circa 2 chilometri dal dolmen di Albarosa, anch'esso oggetto di una prima indagine nel 1909, quando già si presentava semidistrutto a causa del tempo e della mano dell'uomo; dai tre lastroni rimasti si riuscì ad affermare che in origine doveva essere il più imponente tra i dolmen pugliesi.

Anche questo monumento rientra nella tipologia delle tombe a galleria e dai reperti rinvenuti può essere datato tra il XVI e il XV secolo a.C. (Protoappenninico).

5 - Dolmen distrutti

Esistono notizie certe dell'esistenza, nel territorio di Bisceglie di altri dolmen: un dolmen fu rasa al suolo nelle vicinanze del dolmen della Chianca, un altro nel 1911 in contrada Albarosa. 

Molto più recente è invece la distruzione del dolmen di Giano, al confine tra il territorio di Bisceglie e quello di Trani: scoperto nel 1961, fu distrutto nell'estate del 1975; si trattava anche in questo caso di una tomba a galleria all'interno di un imponente tumulo, nelle immediate vicinanze di una lama.

 

 

 

Si segnalano le pubblicazioni:

- F.Radina (a cura) - "La preistoria della Puglia - Paesaggi, uomini e tradizioni di 8000 anni fa", Adda Editore 2002

- A.De Silvio, D.Piccaredda - "La vita, la morte e l'aldilà - Cultura materiale e strutture funerarie dal Paleolitico all'età del Bronzo nel territorio di Bisceglie", Bisceglie 1997

 

Si segnalano inoltre i siti Internet: 

- www.grottesantacroce.it   

- www.bisceglieonline.net