IL BOSCO DELLE PIANELLE

LA RISERVA NATURALE REGIONALE ORIENTATA “BOSCO DELLE PIANELLE”

Foto di Gianluca Andreassi

La Regione Puglia, con legge 23/12/2002, n. 27, ha istituito la Riserva Naturale Regionale OrientataBosco delle Pianelle”, totalmente ricadente nell'ambito territoriale di competenza del Comune di Martina Franca. Il perimetro della Riserva non comprende però tutte le aree che compongono il biotopo Bosco delle Pianelle.

Il comprensorio del Bosco Pianelle segna il confine tra i territori dei comuni di Crispiano, di Martina Franca e di Massafra. L'area del biotopo Pianelle comprende il demanio comunale di Martina Franca (Bosco delle Pianelle) esteso per 590 ettari, alcune proprietà pubbliche del Comune di Massafra e dell'ex-Azienda di Stato per le Foreste Demaniali (Corno della Strega e Masseria Signorella) estese per 209 ettari, numerose proprietà private (quali le aree di Gravina del Vuolo, di Piazza dei Lupi, de La Pianella e le zone delle masserie Pianelle e Piovacqua) estese per 405 ettari. L'area complessiva del biotopo ha una superficie di circa 1.205 ettari.

Le Pianelle si estendono particolarmente in direzione nord ovest – sud est e sono delimitate dalla strada statale n.581 e dalla strada provinciale Martina - Mottola. L’altimetria varia da 343 a 486 metri s.l.m.; le colline più alte sono quelle di Monte Pianelle (m. 478), Corno della Strega (m. 448), Belvedere del Vuolo (m. 429) e Piazza dei Lupi (m. 414); il punto più alto di tutta la zona considerata è a Masseria Mongelli. Il Monte Pianelle domina gran parte dello Jonio ed è utilizzato come postazione radar dell'Aeronautica Militare.

Il biotopo è solcato in tutta la sua lunghezza dalle gravine delle Pianelle e del Vuolo. La prima fu stravolta nel 1966 da una strada, che asfaltò l'originaria mulattiera che si snodava sul suo fondo. Questo accesso automobilistico, favorendo l'ingresso indiscriminato al cuore del bosco, ha consentito un certo impoverimento delle risorse faunistiche sia per il disturbo antropico che per la pressione venatoria, amplificata dal sin troppo facile accesso al bosco. Integra, invece, proprio per la difficoltà di accesso, è la Gravina del Vuolo, divisa amministrativamente tra i comuni di Martina Franca e di Massafra, il cui paesaggio è caratterizzato da un aspetto molto più aperto per l'assenza dei lecci ad alto fusto che caratterizzano il Bosco Pianelle. Quest’area è invece caratterizzata dalla presenza di cedui degradati di fragno e di roverella.

LE ORIGINI DEL BOSCO DELLE PIANELLE

Foto di Gianluca AndreassiIl Bosco Pianelle costituisce una singolarità per la storia di Martina e della stessa Puglia, essendo rimasta sempre a disposizione dei suoi cittadini (e per questo motivo storicamente al centro di aspre contese con le comunità di Massafra e di Taranto). La possibilità di poter ridurre a coltura parte di aree incolte per seminare, di pascolare i propri capi di bestiame, di tagliare la legna, di fare carbonaie o "calcare" per la produzione di carboni o di calce, di raccogliere ghiande, frutti e vegetali spontanei del bosco, costituiva per molti la principale attività economica e per la maggior parte della popolazione un essenziale complemento economico.

Il bosco delle Pianelle è indissolubilmente legato alla storia di Martina Franca, la cui nascita, intesa come comunità organizzata, risale al 15 gennaio 1317. Filippo I d'Angiò, figlio del Re di Napoli Carlo II, fu indotto a favorire l’insediamento in tale area, sino ad allora mai sistematicamente colonizzata, al fine di rafforzare i suoi possessi feudali nella zona.

Già in precedenza, il 12 agosto 1310, era stato emanato una particolare disposizione ("privilegio") con la quale il casale veniva dichiarato demanio regio in perpetuo, mai cedibile a feudatari; con un altro "privilegio" dello stesso anno, venne assicurato agli abitanti di Martina il diritto di legnare (cogliere legna), pascere ed acquare (far mangiare e bere) i propri animali nei territori di Ostuni, di Mottola e di Massafra, senza pagamento di alcuna tassa. La concessione di questi "privilegi" richiamò molta gente dai paesi vicini.

Nel 1317, però, il principe concesse ai martinesi il territorio compreso nel raggio circolare di due miglia a partire dalle mura della città: la facoltà di appropriazione di parte di questo valeva per tutti gli abitanti, in quanto membri di quella comunità, e comportava la definizione di pieno e libero possesso.

Il 15 aprile 1359, il nuovo principe di Taranto Roberto d'Angiò assegnò ai martinesi e al loro feudatario, Pietro del Tocco, un vastissimo territorio compreso fra il Canale delle Pile e l'Orimini, fra il Monte del Forno e Chiobbica, da destinare ad uso civico. Nel corso dei secoli il demanio comune subì numerose riduzioni a favore dei privati ed oggi il bosco delle Pianelle è tutto ciò che resta degli antichi demani collettivi di Martina Franca.

FLORA E FAUNA DEL BOSCO DELLE PIANELLE

Foto di Gianluca AndreassiLa vegetazione naturale è sempre strettamente legata alle caratteristiche climatiche, (quali piovosità, temperatura e insolazione) e a quelle podologiche (cioè alla natura del terreno). Importanza hanno anche l'esposizione solare e l'inclinazione dei terreni, soprattutto nel bacino del Mediterraneo, dove, anche a parità di altitudine, si rinviene sui versanti caldi e soleggiati una vegetazione tipica dei climi aridi (xerofilia), mentre su quelli freschi quella tipica dei climi temperati (mesofilia) o, anche, umidi (igrofilia).

Nella Murgia la vegetazione originaria è stata profondamente modellata dall'azione dell'uomo, fatta eccezione per pochi sporadici lembi boschivi e per le aree comprese all'interno di alcune gravine. Fattori limitanti della crescita della vegetazione locale sono costituiti dalle condizioni assai spinte di temperature e di aridità stagionali, che creano condizioni molto difficili per la vita delle piante. Dominano pertanto le sclerofille sempreverdi, che possiedono cioè foglie coriacee, lucide, protette da un'epidermide robusta e praticamente impermeabile, o foglie ridottissime, talora trasformate in spine oppure del tutto mancanti.

Una delle caratteristiche della vegetazione del versante jonico è costituita dal fatto che la macchia mediterranea si spinge, a seconda dell'esposizione, oltre i 500 metri di quota.

La presenza di ambienti differenti, anche a poca distanza l’uno dall’altro, determina nell’area del Bosco delle Pianelle una ricchissima diversità di specie flogistiche, alcune delle quali rare o endemiche.

Il bosco delle Pianelle occupa buona parte del gradino murgiano che da Martina Franca degrada rapidamente verso la piana di Massafra. Sotto l'aspetto geobotanico è possibile distinguere tre aree differenti con altrettante caratteristiche vegetazionali:

• il tavolato calcareo della Murgia con bosco a Quercus troiana (Fragno), ultime importanti tracce del bosco originario delle Murge; il fragno è specie tipica della Penisola Balcanica che non si trova in altre parti d'Italia all'infuori della Murgia dei Trulli e della Murgia Materana;

• la gola delle Chianelle con bosco a Quercus ilex (Leccio);

• la scarpata S-SO del gradino murgiano, con macchia mediterranea bassa e degradata.

 Nel sottobosco si trovano specie arbustive ed erbacee fra cui: Fraxinus excelsior (Frassino), Acer campestre (Acero), Asparagus acutifolius (Asparago), Pistacia lentiscus (Lentisco), Ruscus aculeatus (Pungitopo). Frequente il Ranunculus bulbosus (Ranuncolo), e Cyclamen neapolitanum (Ciclamino).

A mano a mano che ci si avvicina alla gola delle Chianelle e al gradino murgiano, il Fragno lascia il posto al Leccio, che nel fondo della gola è presente con imponenti esemplari plurisecolari, alti fino a 20 metri. Qui il sottobosco è quello tipico della vegetazione mediterranea con Rhamnus alaternus (Alaterno), Pistacia lentiscus, Pistacia terebinthus (Terebinto), Arbutus unedo (Corbezzolo), Viburnus tinus (Viburno) e Ruscus aculeatus. Nei versanti più freschi, il Leccio si associa al Carpinus orientalis (Carpinella) e all’Ostrya carpinifolia (Carpino nero).

Infine in corrispondenza della scarpata S-SW del terzo gradino murgiano, a causa della forte azione antropica determinata dal pascolo degli animali domestici, domina la macchia mediterranea, caratterizzata dalla presenza delle specie tipiche della lecceta e di quelle proprie della macchia bassa, come Cistus incanus e Cistus monspeliensis (Cisto), Rosmarinus officinalis (Rosmarino) e Spartium junceum (Ginestra).

Nel complesso il bosco delle Pianelle è un’area di rilevante valore naturalistico caratterizzata ancora oggi da un’elevata biodiversità.

Per quanto riguarda la fauna, sebbene la caccia e l'eccessivo pascolo bovino abbiano, nel più recente passato, influito negativamente, nell'area delle Pianelle è accertata la presenza, per quanto manchino ricerche specifiche approfondite, di 2 specie di anfibi, 10 di rettili, 51 di uccelli e 10 di mammiferi.

IL BRIGANTAGGIO E IL BOSCO PIANELLE

Molti dei più celebri briganti della Puglia meridionale elessero l'impenetrabile Bosco Pianelle, con le grotte che si trovano nel suo contesto, a loro rifugio e a base di partenza per le loro scorrerie.

Il brigantaggio assunse un carattere peculiare, sia da un punto di vista sociale che per estensione e pericolosità del fenomeno, negli anni successivi all'Unità d'Italia (1861), indicati dagli storici del fenomeno come gli anni del Grande Brigantaggio o del brigantaggio post-unitario.

Con il plebiscito del 21 ottobre 1860 il Regno delle Due Sicilie e il potere di Francesco II di Borbone cessavano di esistere. Nel mese di giugno del 1861 scoppiarono sommosse aventi per movente la restituzione e la suddivisione tra i cittadini dei demani ecclesiastici e feudali, insieme ad altre rivendicazioni. Un altro fattore di disordine fu l'istituzione della leva obbligatoria, che riguardava anche i soldati del già disciolto esercito borbonico: ciò causò episodi di ribellione e molti dei coscritti si diedero alla macchia, unendosi alle bande di briganti, già formatesi qua e là nei mesi precedenti, eccitati anche dal proclama di Francesco II che indicava lo straniero (i Piemontesi) come la causa della rovina del regno. La situazione economica generale era, inoltre, di estrema precarietà.

Questo insieme di fattori alimentò il brigantaggio, che per molti versi fu una vera e propria guerra dei "cafoni" contro i signori e i loro protettori, i Piemontesi. Il brigantaggio post-unitario, quindi, non fu solo un fenomeno di ordine pubblico ma un complesso fenomeno economico, politico e sociale.

Cavour e Vittorio Emanuele divennero per il popolino meridionale dei "settari diabolici", mentre i nuovi eroi erano briganti quali Crocco, il Sergente Romano, Pizzichicchio, Laveneziana, Ninco Nanco, Coppolone, Nenna Nenna e molti altri ancora.

Il 14 febbraio 1861 Francesco II abbandonò la fortezza di Gaeta e in molti paesi della Puglia, tra i quali anche a Martina, sorsero vari "comitati borbonici", formati da gente fedele al re in fuga, del quale si auguravano il ritorno. Nel luglio del 1861 ebbe luogo l'insurrezione borbonica di Gioia del Colle, guidata dal Sergente Romano, uno dei più importanti capi-banda, il cui operato è strettamente legato ai boschi di Martina (nella gravina del Vuolo si trova per esempio la grotta del Sergente Romano, considerata suo rifugio e base di partenza).

La carriera di brigante del Sergente Romano proseguì nelle campagne e nei boschi fra Martina, Massafra, Acquaviva, Fasano, Monopoli, Putignano e Noci; luogo di concentramento dei suoi seguaci fu appunto il Bosco Pianelle. L'eredità del Romano nel tarantino fu raccolta da Cosimo Mazzeo, detto Pizzichicchio, che riuscì a coordinare i resti allo sbando dei gruppetti sfuggiti allo scontro di masseria Monaci e a radunare molti altri briganti.

Quando i rastrellamenti condotti nelle campagne portavano all'uccisione di qualche brigante (o presunto tale) i cadaveri venivano caricati su asini e portati a Martina, dove, dopo un lugubre corteo venivano buttati in un burrone che tuttora viene chiamato in dialetto "u munnezzere" (l'immondezzaio). La stessa sorte toccava ai briganti catturati vivi, i quali venivano in pochi minuti giudicati nel Palazzo Ducale e portati in piazza Sant'Antonio, nell'ampio largo occupato oggi dal teatro Verdi, dove erano fucilati e buttati nell'immondezzaio.

Le bande erano organizzate come veri e propri eserciti, con sergenti, caporali, trombettieri ed esploratori; la loro divisa prevedeva come distintivo una coccarda rosa al cappello. Nei primi mesi del 1863 la situazione si aggravò particolarmente, fra razzie, arresti e fucilazioni susseguitisi senza sosta, e fu approntato un piano sistematico di ricognizione dei luoghi, affidato ai Carabinieri, alle Guardie Nazionali e a uno squadrone di cavalleggeri, la vera arma vincente nella guerra al brigantaggio.

Il 25 agosto del 1863 la "Legge Pica" decretò il successo della lotta contro il brigantaggio, che però poté dirsi sradicato solo con l'estate del 1864, fatta eccezione per qualche atto vandalico compiuto da malfattori isolati.

LE TRACCE DELLA STORIA NEL BOSCO DELLE PIANELLE

La frequentazione del bosco delle Pianelle è attestata nel periodo preistorico, protostorico e medievale. Nell’area dell’attuale Riserva non vi sono tracce archeologiche evidenti, ma nei dintorni, in zone che sicuramente in passato rientravano nel bosco o che comunque vivevano in funzione di esso, sono state ritrovate antiche testimonianze della frequentazione antropica, in particolare in alcune grotte.

La frequentazione più antica è attestata nella Grotta del Pilano: da qui provengono alcune selci lavorate paleolitiche e frammenti di ceramica d'impasto. I reperti più numerosi e interessanti provenienti da questo sito sono però quelli di natura paleontologica e faunistica: ascrivibili alla prima fase di frequentazione del sito sono i resti ossei di Bos primigenius (bue selvatico), Capra hircus (capra selvatica), Cervus sp. (cervo), Cervus capreolus (capriolo), Equus caballus (cavallo), Equus hidruntinus (cavallo selvatico), Lepus europaeus (lepre), Glis italicus (ghiro), Testudo sp. (tartaruga), Sus scropha (maiale), Felix sylvestris (gatto selvatico), Canis lupus (lupo), Vulpes vulpes (volpe), Martes martes (martora), Meles meles (tasso); si tratta di resti dei pasti dei gruppi umani che hanno frequentato la grotta, testimonianza delle loro attività e della loro alimentazione, utili a fornire dati per la ricostruzione dell'ambiente e della fauna della zona. Accanto ai resti di pasto, vi sono consistenti tracce di ossa animali lavorate che permettono di identificare tali antichi abitanti quali gruppi di cacciatori del paleolitico, probabilmente semistanziali, dediti alla caccia e probabilmente a forme embrionali di allevamento, prevalentemente di bovini, capaci di lavorare l'osso e il legno.

La Gravina del Vuolo, nota fino al medioevo come del "Bolo", è il sito più vicino alle Pianelle in cui sono stati rinvenuti reperti archeologici; in una delle grotte che si aprono sui suoi fianchi, quella detta appunto "del Vuolo", sono stati infatti rinvenuti frammenti di ceramica d'impasto risalenti al periodo neolitico.

A poca distanza, la grotta Corno della Strega ha restituito ceramica d'impasto situabile tra l'età del Bronzo e l'età del Ferro: tali resti attestano una seconda fase di popolamento della zona, più recente, ad opera di gruppi neo ed eneolitici, seminomadi, che praticavano probabilmente l'allevamento, producevano già la ceramica e avevano anche attività agricole. Nella grotta del Corno della Strega è attestata anche la fase medievale, con resti umani associati a frammenti ceramici.

Nel sito di Piazza dei Lupi è stato individuato un insediamento fortificato con tracce di frequentazione dell'Età del Bronzo.

La frequentazione del territorio è inoltre strettamente connessa con la presenza di antichi assi viari di connessione territoriale, per esempio di collegamento tra la costa jonica e quella adriatica o tra le zone appenniniche e l’area della Murgia. Un importante asse viario, provenendo da Mottola, connetteva, sino a tutta l'Età Moderna, l'Alta Murgia con Brindisi, passando appunto per Mottola e per Francavilla. La stessa Gravina del Vuolo ha svolto l'importantissimo compito di assicurare i collegamenti fra la città di Taranto con Egnazia nell'antichità e con Monopoli nel Medio Evo.

La più importante delle strade che percorrevano la Murgia era però il Tratturo Martinese, che nel corso dell'Età Moderna ha svolto l'importantissima funzione di consentire la Transumanza, lo spostamento periodico di bestiame fra l'Abruzzo e la Murgia. Il periodico spostamento delle greggi costituiva anche una importante occasione di scambio culturale fra ambiti anche molto lontani.

I tratturi rappresentano le vie erbose che, insieme alle pecore transumanti, hanno assicurato fra il XV e il XVIII secolo il funzionamento di quella complessa macchina amministrativa, fiscale, giurisdizionale e politica che fu la Dogana della Mena delle Pecore, istituita dagli Aragonesi nel 1447 e che durò fino al 1806.

Il Tratturo Martinese nacque negli anni a cavallo fra il XV ed il XVI secolo, parte di una rete molto più ampia, particolarmente fitta nella parte occidentale della provincia di Taranto. E' certo però che il tratturo, o meglio il suo tracciato, aveva già nel corso dell'Età del Bronzo (secondo millennio A.C.) il ruolo di importante via di comunicazione, con la fioritura di una civiltà squisitamente pastorale quale fu la Civiltà Appenninica.

Gli spostamenti stagionali di bestiame nelle Pianelle sono continuati sino agli anni '50 di questo secolo. La progressiva scomparsa della pastorizia transumante non ha tuttavia comportato la scomparsa del tratturo, che anzi ha continuato a svolgere una importante funzione di organizzatore territoriale per la nascita e per il successivo sviluppo delle masserie, che costituiscono le emergenze monumentali più rilevanti dislocate lungo il suo percorso.

CESARE BRANDI E IL BOSCO PIANELLE

Si riporta un breve testo tratto da “Martina Franca” (Edit. Guido Le Noci - Milano 1968) di Cesare Brandi (critico e storico delle arti, studioso di estetica, teorico e propugnatore di una metodologia del restauro riconosciuta a livello internazionale) che riesce descrivere con forza e poesia il leccio, la pianta che più delle altre caratterizza il bosco delle Pianelle.

Il leccio è la pianta, ancor più del pino, che fa Italia, Mediterraneo, sole. Il leccio è un muro di foglie, una cupola di foglie, è costruito di foglie come di mattoni. E sono dure, quelle foglie, come ritagliate nella latta, e quando il leccio è giovane, sono anche pungenti, come quelle del caprifoglio. Ma il colore di queste foglie è ineguagliabile; è il verde dell'acqua cupa e il lustro degli occhi delle lucertole, è bronzo e marmo, o meglio diaspro. Ed è subito antico. Dopo poco che ha germogliato, diventa virile; è un colore che è la pubertà stessa degli uomini del Sud, con gli occhi neri e fosforescenti, e l'ombra della prima barba, e la pelle olivastra, come impastata d'erba e di terra.

Un bosco di lecci è come una città da cui tutti sono assenti, ma la sera torneranno. Le ombre cadono a picco dai lecci come cortine nere, come le tende del deserto; e più il sole è ardente e più le ombre sono nere, e più la luce è stupenda, accigliata, sfolgorante.

Nelle ombre dei lecci si affonda come in un'acqua limpida e calda, tutto traspare, tutto si può toccare con mano, vicino e lontano in questa apparenza d'ombra che filtra la luce, ma tanto la filtra, tanto è fitta, che quel che arriva al fondo è un'essenza di luce, come l'essenza che spreme dal vino l'alambicco. Alte e severe sono le immagini che si legano a questi alberi antichissimi, su cui i secoli passano senza far cadere la cenere.

E poiché il leccio è vegetale e minerale, diviene anche marino dove ha per sfondo una roccia grigia e lucente come l'argento antico: di contro a codeste rocce si formano quegli oscuri anfratti che si vedono nel mare molto fondo, guardando con la maschera.

Ed anche li è tutto preciso, limpido e pare a portata di mano. Se la luce del sole vi penetra, l'acqua non è più limpida, si vetrifica, ma le ombre salgono dal fondo come quando si mette il tamarindo nell'acqua e sembra che fumi. Così in queste ombre di lecci, contro la roccia d'argento con i licheni rossastri e l'immemore passo del tempo.

Si segnalano le pubblicazioni:
- Viatntonio Nino Martino: “Il segreto del bosco – Itinerari pugliesi tra la flora e la fauna del Parco delle Pianelle a Martina Franca”, Fasano, 1991
Si segnala il sito web: www.boscopianelle.it