CALIMERA - LA CULTURA GRECANICA

 

 

L'area ellenofona della Grecìa Salentina è un'isola linguistica nel cuore del Salento. Comprende nove Comuni (Calimera, Castrignano dei Greci, Corigliano d'Otranto, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia, Zollino), ma anticamente occupava tutta la fascia che si estende, ad arco, da Gallipoli ad Otranto. Ciò che qualifica l'area è la lingua, che è riuscita a sopravvivere nel Salento. L'impronta greca è presente nell'architettura, nella musica popolare, nella gastronomia. Gli elementi greci, fusi con quelli salentini, hanno consentito uno sviluppo culturale autonomo, del tutto originale.

 

 

Profilo storico della Grecìa Salentina

 

Fra il secolo VIII ed il secolo XI d. C., il Salento centro-meridionale fu profondamente ellenizzato, per una serie di eventi che contribuirono efficacemente alla nascita di un'isola etnico-linguistica, chiamata comunemente Grecìa Salentina. Nel 727, l'imperatore bizantino Leone III ordinò che in tutte le province dell'Impero d'Oriente fossero rimosse e distrutte le immagini sacre, o icone. Subito scoppiarono ovunque gravi sommosse, capitanate da monaci, che si rifiutarono di obbedire all'editto imperiale. Seguì la guerra iconoclasta, che durò alcuni decenni, trasformandosi ben presto in una sanguinosa guerra civile. Per sottrarsi ai massacri ordinati da Leone III e dai suoi successori, migliaia di monaci abbandonarono le province orientali dell'Impero - in particolare la Cappadocia - e si trasferirono nelle regioni meridionali dell'Italia, tra cui il Salento, dove furono fondati innumerevoli conventi basiliani, che diventarono, nello stesso tempo, fiorenti centri di cultura greca, promotori di una rinascita sociale ed economica, perché i monaci non si dedicarono solo alla preghiera e all'ascesi, ma anche al lavoro dei campi e alla produzione del vino e dell'olio.

A questa prima immigrazione, seguirono ben presto altre più massicce e durature. Nell'867, saliva al trono di Costantinopoli l'imperatore Basilio I, che si assunse il compito di combattere energicamente gli arabi, sia in Oriente che in Occidente. Gran parte dell'Italia Meridionale era caduta nelle mani di questi terribili invasori, che devastavano città e campagne, costringendo i monaci basiliani ad abbandonare la Sicilia e la Calabria ed a rifugiarsi nel Salento: le vittoriose campagne militari condotte dal grande imperatore liberarono dagli arabi e dai longobardi di Benevento (che erano giunti nel Meridione d'Italia alla fine del secolo VI) buona parte delle regioni dell'Italia Meridionale, che costituirono il Thema di Longobardia.

La riconquista operata da Basilio I e continuata dai suoi successori provocò, particolarmente nel Salento, una massiccia immigrazione da tutte le regioni periferiche dell'Impero Bizantino, sia per motivi militari, sia per sfuggire alle incursioni arabe (a cui erano particolarmente esposte Creta, Cipro, le isole dell'Egeo, ecc.), sia per coltivare terre rimaste in abbandono per secoli. Insieme a militari, marinai, contadini, arrivarono dall'Oriente anche funzionari, impiegati, giudici e sacerdoti, indispensabili per la vita socio-economica della comunità. I nuclei abitativi che si formavano si organizzavano in casali o insediamenti in grotta, più frequenti verso l'area di Taranto, dove la morfologia del terreno, con le gravine, favoriva la creazione di grandi villaggi rupestri. Nel corso dei secoli IX-XI, si verificarono anche cospicue immigrazioni di migliaia di persone, provenienti da diverse regioni dell'Impero, col compito di ripopolare zone rimaste fin dall'antichità prive di abitanti. La più importante di queste immigrazioni, è quella riportata dalla Cronaca di Theofanes Continuatus, dove si parla di una ricchissima vedova del Peloponneso, una certa Danilis, che lasciò erede delle sue inestimabili ricchezze l'imperatore Basilio. Questi, sia per ripopolare delle zone rimaste completamente deserte a causa delle interminabili guerre, sia per proteggere vitali vie di comunicazione, mandò tremila servi nel Thema di Longobardia per costituire una colonia. Per effetto di questa e di altre immigrazioni, sorsero nella fascia mediana del Salento, fra Otranto e Gallipoli, una quarantina di villaggi, costituiti in buona parte da abitanti di origine greca, che parlavano in greco, praticavano la religione greco-ortodossa ed avevano usi e costumi greci.

 Nei primi decenni del secolo XI, cominciarono le scorrerie di nuovi invasori, provenienti dal nord dell'Europa: i Normanni, che nel giro di pochi decenni misero fine al dominio bizantino, creando in Italia Meridionale uno stato unitario e introducendo il feudalesimo, che si conserverà intatto fino agli inizi del sec. XIX. Inoltre, pur lasciando vivere in pace la popolazione greca del Salento, favorirono il clero cattolico ai danni di quello ortodosso. Ai Normanni successero le dominazioni sveva, angioina, aragonese e spagnola, tutte strettamente legate alla Chiesa cattolica, che man mano riguadagnò le posizioni perdute nel corso dei secoli IX-XI. Non ci furono mai veri e propri conflitti religiosi, ma già nel secolo XV il monacato orientale era scomparso ovunque, sostituito da quello francescano, domenicano, ecc.. 

Intanto, il Sultano Maometto II, dopo aver conquistato Costantinopoli (1453) e sottomesso tutta la Penisola Balcanica, decideva di passare all'offensiva in Italia e nel 1480 sbarcava sulla costa orientale del Salento. Otranto, considerata da secoli il porto naturale della Grecìa Salentina, fu distrutta e orrendamente saccheggiata, mentre i villaggi vicini venivano sistematicamente devastati. Per fortuna della Cristianità occidentale, il terribile sultano morì nel 1481, ma le scorrerie dei turchi continuarono ininterrottamente fino al secolo XVIII.

In seguito al Concilio di Trento, anche il clero secolare greco fu sostituito da quello cattolico. Naturalmente le funzioni religiose, le preghiere e tutta la liturgia furono impartite in latino e le comunità greche furono costrette a pregare in una lingua che non conoscevano: il latino. Così, tutti i paesi che gravitavano sul mare Jonio, abbandonavano la lingua greca, passavano al dialetto romanzo e la Grecìa si riduceva a un'isola linguistica situata nella parte centro-orientale della Penisola Salentina, comprendente ventiquattro villaggi. Nei secoli XVII e XVIII, l'area dei parlanti in griko si ridusse a tredici paesi.

Negli anni venti del nostro secolo, il griko si parlava in nove paesi, ma già a Soleto e Melpignano cominciava ad essere abbandonato. Nel 1945, parlavano correntemente in griko gli abitanti di Calimera, Castrignano, Corigliano, Martano, Martignano, Sternatia e Zollino. Nel dopoguerra, per complessi fattori di carattere socio-economico (emigrazione, radio e televisione, scuola, giornali, ecc.) il numero dei parlanti griko, anche in questi paesi, è diminuito progressivamente.

Oggi la loro percentuale è bassa e destinata a ridursi ancora: parlano in griko gli anziani e, prevalentemente, in ambito domestico. Negli ultimi anni si registra un'attenzione diffusa degli abitanti della Grecìa Salentina per le proprie origini, la propria storia, le tradizioni e, naturalmente, la lingua, che viene proposta soprattutto attraverso i canti popolari ed anche, su iniziativa di associazioni culturali, scuole ed amministrazioni comunali, attraverso dei corsi. Per quanto riguarda la ricerca storica, oggi essa percorre strade un tempo non abbastanza indagate, quali l'architettura, la gastronomia, la musica, che forniscono elementi di conoscenza integrativi della ricerca filologica e storica propriamente detta.

 

Notizie su Calimera (buongiorno, in greco)

 

Sorta lungo la viabilità messapica e poi romana (vi era situata la XII stazione di posta) che collegava Lecce ad Otranto, Calimera mostra, a chi voglia visitarla, segni interessanti.

Seguendo un criterio cronologico, incontriamo, poco lontano dal paese, il Dolmen Placa in contrada San Biagio e la Specchia dei Mori verso Martano. Chiesetta semiipogea di San Biagio con un affresco settecentesco. È probabilmente una sovrapposizione recente, in un insediamento che risale al Mille, al centro di un'area archeologica che mostra frequentazioni dal II al XV secolo d.C.. In un'altra chiesetta nei pressi, dedicata a San Vito, al centro della navata è infisso un masso forato, sopravvivenza di un rito pagano, propiziatorio della fertilità: della terra, delle madri, delle piante, degli animali.

Il frantoio ipogeo Rescio è l'ultimo dei frantoi sotterranei che scandivano il percorso del centro antico.

Simbolo degli scambi culturali con la Grecia, è la stele in marmo attico del IV sec. a. C., donata dal Comune di Atene a Calimera nel 1960, a seguito del riallacciarsi dei rapporti culturali che, nel solco dell'antica tradizione, erano stati ripresi dal sindaco dell'epoca, Giannino Aprile. E' una stele funeraria che raffigura la morte di una giovane donna, Patroclia ed è ospitata in un'edicola che reca l'epigrafe "Zeni esù en ise ettù 's ti Kalimera" (Straniera tu non sei qui a Calimera).

 

21 giugno San Luigi

 

Un'antica festa popolare si svolge a Calimera per San Luigi: è la festa dei lampioni, le cui origini risalgono probabilmente al periodo bizantino. Con materiali poveri (canne, spago, colla, carta velina) vengono realizzati lampioni dalle forme più svariate: navi, aerei, stelle, campanili, ecc.. Le costruzioni, grandi anche cinque o sei metri, vengono quindi appese per le strade ed illuminate dall'interno. In uno scenario da fiaba, si svolge la festa con musiche e danze popolari.

Hanno una tradizione antichissima, che risale probabilmente alla Cappadocia, dove, in alcune grotte, sono stati trovati graffiti riproducenti lampioni, anche se molto più elementari di quelli odierni.

A Calimera, la tradizione era stata abbandonata alcuni decenni or sono ed è stata ripresa da alcuni anni a cura del Circolo Culturale Ghetonìa. Le opere, realizzate lungo l'arco di più di un mese, hanno talvolta dimensioni ragguardevoli (raggiungono i sei metri).

I lampioni, costruiti a terra, vengono poi appesi a dei fili di sostegno in precedenza tesi lungo le strade; il risultato è un grande cielo appeso multicolore illuminato. Una volta, i lampioni venivano realizzati da diversi gruppi di ragazzi che, raggruppati per strade, davano luogo ad una gara sentitissima (con tanto di spie che cercavano di carpire i segreti di qualche altro gruppo). Tutti gli abitanti del paese e gli ospiti, girando per le varie strade, decretavano, nella serata della festa, la vittoria di questo o quel gruppo. A fine manifestazione, tutti i lampioni venivano bruciati in un allegro e grande falò.