CAMPOMAGGIORE

Dopo essere stato abitato dalla preistoria fino al 1300 e in seguito ad un periodo di abbandono, come viene spesso registrato nei territori della Basilicata soggetti a continui spostamenti di popolazioni in cerca di nuove terre da coltivare, il territorio di Campomaggiore, privo di feudatari, passò alla Corona imperiale e nel 1622 il Re Filippo IV concesse a Carlo Rendina il titolo di conte, imponendogli di far riabitare il feudo di Campomaggiore.

I terreni argillosi vasti e fertili, l’incremento della popolazione dovuto ad un ritorno nelle campagne fecero “rinascere” il centro di Campomaggiore. Per la seconda volta il villaggio sorge su un pianoro posto su una balza del Monte denominato Scarrone del Sàlice, a 475 metri sul livello del mare.

Il villaggio” – scrive Gioacchino Cutinelli-Rendina - “abitava parte in case e parte in capanne di stoppia aggruppate senz’ordine intorno alla Casa Baronale”, ma oggi maestosi e singolari monumenti fuoriescono da quella terra come creature storpie che hanno trovato, sin dalla loro nascita, un crudele destino. Essi, tuttavia, meritano di essere ricordati quale momento più felice del paese.

È curioso notare che, a dispetto di tutti i paesi della Basilicata, arroccati su erti colline con le case disposte a semicerchi in maniera casuale, Campomaggiore si trovi come un paese di pianura, con isolati di forma quadrangolare ed una via principale, la via Rendina. Il conte Teodoro Rendina aveva infatti chiamato, per la costruzione dell’intero paese, l’architetto Giovanni Patturelli, giovane allievo di Luigi Vanvitelli, il quale “concepì un ordinata pianta... con strade larghe, dirette tagliatisi ad angoli retti e con una vasta piazza nel mezzo”.

All’ingresso il grande palazzo baronale mostra ancora le possenti mura e gli accenni delle grandi volte a vela. L’impianto sembra ricordare un castello medievale, attraverso cui si accedeva soltanto dall’ingresso oggi distrutto che immetteva poi in un cortile quadrangolare sotto il quale corrono dei sotterranei ricavati nella viva roccia. Nella parte posteriore i depositi, le dispense e la cucina.

Non meno importante è la chiesa di Campomaggiore, dedicata a Santa Maria del Carmelo, da una statua in gesso e legno che si trovava nella parete di fondo dell’edificio, conservata ora nella chiesa di Campomaggiore Nuovo. Oggi la costruzione, seppur spogliata degli arredi e delle coperture, conserva ancora il mistero religioso di un tempo, quando durante la processione nella quale si rappresentava la Passione di Cristo, il popolo seguiva l’evento dall’alto delle case e dalle strade sotto l’occhio attento ed ammonitore dell’arciprete.

La diruta chiesa, posta di fronte all’edificio del conte, sventrata in più parti dallo scempio degli uomini e dalla forza della natura, mostra quasi intatto il suo campanile, divenuto il simbolo del perdurare di una popolazione cacciata da quello che era considerato un Paradiso. I vecchi raccontano che quando l’unica costruzione superstite che conserva tutta la sua altezza crollerà, allora tutti i Campomaggioresi perderanno ogni speranza di far rivivere un’economia che si è ridotta al minimo e che può trovare nuova linfa vitale nel turismo. Oggi, finalmente, il campanile è in ristrutturazione.

La chiesa si riconosce per il sobrio stile neoclassico con un ingresso sovrastato da un breve timpano ed una sola navata. Le tre finestre del muro meridionale davano luce alla navata attraverso le vetrate di cui rimane solo qualche centinatura. Superato l’arco di trionfo si accede alla zona presbiteriale caratterizzata da un’abside semicircolare che ospitava la statua della Madonna del Carmelo.

Accanto alla chiesa era la casa del sacerdote, circondata dalle numerose abitazioni disposte parallelamente ed addossate l’un l’altra. Le case venivano assegnate dal conte il quale concedeva, a chi avesse piantato una vigna, libertà di tagliare legna per i tetti ed i soppalchi, di realizzare opere che servissero all’incremento dell’attività agricola, come l’ovile e la cantina ubicati sulla piazza principale, detta Piazza dei Voti, dal ricordo dell’impegno assunto il 20 novembre 1741 dalla Famiglia Rendina e da 16 coloni di cui rimane ancora il nome.

Il mecenatismo del conte Teodoro Rendina portò nel centro numerosi abitanti della città di Bitonto, in provincia di Bari, famosa per la produzione di olio. Lo stanziamento di diversi coloni viene evidenziato ancora oggi dal dialetto dei Campomaggiorèsi, molto più vicino a quello di Bari che non di Potenza che è distante poco più di 20 chilometri. La prosperità economica faceva contare, nel 1833, 1.500 abitanti. “Io che scrivo” -affermava il conte Rendina- “in men di vent’anni ho visto sorgere intero un nuovo rione, e come oramai lo spazio mancava a fabbricare, alle camere terrene,si incominciò a sovrapporre le stanze soprane”.

Un grande villaggio all’avanguardia e al passo con i tempi, se nella seconda metà dell’Ottocento costruisce una stazione ferroviaria sul primo terrazzo del fiume Basento, un vasto cimitero fuori del centro abitato ed una fontana con lavatoio.

I Conti guardavano il panorama da un’altra costruzione settecentesca, il Casino della Contessa, sul poggio più alto di Campomaggiore, per controllare che il lavoro fosse svolto da tutti i coloni. Dure pene in lavoro erano inflitte a chi non sottostava alle regole.

La grande piazza dove si raccoglieva il popolo, i frantoi (uno all’ingresso del paese, l’altro sulla strada per il cimitero), la fangosa strada per trasportare le salme sino alle cappelle, vennero a mancare insieme una mattina del 9 febbraio 1885. Verso le 5 di mattina alcuni muli, raccontano, non vollero superare un ponte che fu visto crollare in un attimo dai contadini della zona. Il popolo si raccolse per l’ultima volta nella Piazza dei Voti a vedere in poche ore il crollo di tutte le abitazioni. Il grande Palazzo dei conti Rendina, la bianca chiesa di S. Maria del Carmelo dai possenti muri furono visti sgretolarsi assieme alla piccola Caserma dei Carabinieri. Il giorno dopo, 10 febbraio, le case erano tutte crollate. La tristezza nel popolo prese il sopravvento: 1845 persone si videro all’improvviso senza tetto.

Si tentò, negli anni successivi, di ricostruire un nuovo paese poco più lontano, il Campomaggiore Nuovo, ma esso non ha mai raggiunto la fama di quello vecchio né il numero di abitanti.

 

LA STORIA DI CAMPOMAGGIORE

Nelle diverse opere di storia Lucana, il nome di Campomaggiore non si riscontra mai prima dell’XI secolo. Da questo momento troviamo citato più spesso CAMPUM MAJOREM (Campomaggiore), feudo di tre militi con aumento a sei e quattro serventi, che assieme ai feudi di Spinazzola, Forenza, Montemilone, Tnifogio, Tito, Laurenzana e Marsicovetene, dipendeva dalla Contea di Gravina, facente parte questa della Comestabulia di Terra di Bari. Signore e feudatario di Campomaggiore all’epoca era un tale Roberto di Pietraperciate = Pietrapertosa.

Si direbbe, pertanto, che l’abitato di Campomaggiore dovette sorgere ad opera di quelle schiere di Normanni che, dal 1016 al 1040, corsero per questa regione alla ventura, assoldati ora dai Principi di Salerno, ora dagli Abati di Cassino, ed è anche probabile che in questo "Campo Maggiore" i Normanni stessi riunissero i loro eserciti quando mossero alla conquista di Melfi (1040-1041), da dove il loro dominio si ampliò in breve tempo in tutta l’Italia meridionale.

Sotto la dominazione Sveva, Campomaggiore fece parte di quell’immenso feudo (comprendeva le contee di Gravina, Tricarico e Montescaglioso, il Principato di Taranto e l’Honor Montis Sancti Angeli) che Federico II, con testamento del 10 dicembre 1250, assegnò a Manfredi. Successivamente assegnato da Innocenzo IV a Bertoldo di Hoenburg e poi da Manfredi medesimo ai Lancia.

Dopo la battaglia di Benevento (1266), Carlo I d’Angiò assegnò il feudo di Campomaggiore a Roberto d’Artois, sotto il quale i Campomaggioresi, come quasi tutti Lucani, insorsero contro i Guelfi; coraggiosamente innalzarono la bandiera Ghibellina e furono tra quelli che più resistettero. Per tale motivo, durante la lotta di repressione da parte dei feudatari dei d’Angiò, condotta in Lucania da Ruggero Sanseverino e Pietro de Beaumont (1268), i paesi di Campomaggiore e di Vaglio subirono le stragi più gravi e saccheggi peggiori da parte delle soldatesche angioine.

Dopo le stragi, la popolazione di Campomaggiore contò soltanto 15 fuochi, pari ad un massimo di 90 persone ed un minimo di 60, le quali furono tenute a pagare tasse pari a 3 once d’oro, 22 tari e 16 grana, nonché un augustale (uguale ad 1/4 di oncia) a fuoco, quale tributo straordinario imposto alla popolazione dei centri ribelli. A queste tasse naturalmente seguiva la consegna di generi in natura, che venivano requisiti arbitrariamente per le esigenze della corte napoletana e dell’esercito, come avveniva del resto per gli altri centri lucani.

Campomaggiore, come tutta la Lucania, sotto la lunga e triste dominazione Angioina, per lo stato continuo di oppressione e di abbandono insieme, rimase del tutto estraneo al movimento culturale e del progresso in genere, Il suo territorio divenne demanio regio, quindi abbandonato al latifondo ed alla pastorizia. Si riprese soltanto verso la prima metà del XVII secolo, cioè quando venne nuovamente dato in feudo a Carlo Rendina, il quale, nel dicembre 1622, aveva avuto il titolo di Conte dal re Ferdinando IV. A Carlo Rendina subentrò il figlio Gerardo Antonio, il quale non dovette avere molta fortuna, giacché, il 4 maggio 1673, vendette il feudo a Cassandra Sabariana, marchesa di San Chirico Nuovo.

A questo punto le notizie storiche ed i documenti sicuri incominciano a difettare e non resta che aggrapparci alle dicerie popolari. Si narra, per esempio, che il palazzo residenziale e la chiesa antistante di Campomaggiore vecchio furono fatti costruire tre quattro secoli fa da una nobildonna di un paese vicino, che qualcuno afferma fosse la marchesa Cassandra. Ciò spiegherebbe le due stratificazioni che presenta il centro di Campomaggiore vecchio, e, cioè: la parte di sinistra, compresi il piccolo convento e la chiesetta, sono la parte più antica; quella di destra, compresi il palazzo residenziale e la chiesa grande, la meno antica. Quest’ultima non potrebbe essere stata costruita prima del XVI-XVII secolo, come si può dedurre anche dalle strutture architettoniche e dalla disposizione urbanistica.

I nobili Rendina, signori di Campomaggiore, i cui eredi esistono tutt’oggi, non si sa quando e come, unirono la loro casata a quella dei Cutinelli, altrettanto nobili. I Cutinelli-Rendina sono rimasti a lungo nel buon ricordo dei Campomaggioresi, specialmente di quelli della vecchia generazione, i quali, attraverso i loro avi, hanno sentito più da vicino la benevola protezione di detti signori. Questo reverente ricordo essi lo esternano percorrendo la menzionata via comunale che porta alla valle del Frassino, da dove non sanno fare a meno di guardare ogni volta "il casino della Contessa" (la villa dei Cutinelli-Rendina). Altro sguardo reverente e pietoso essi rivolgono al cippo funerario che si trova a trecento metri ad ovest di Campomaggiore vecchio, dove, come si rileva dall’epigrafe, il 2 novembre 1885, il buon marchese Gioacchino Cutinelli-Rendina, illustre letterato e patriota, cadde accidentalmente da cavallo e morì.

L’anno 1885 fu veramente infausto per Campomaggiore vecchio: già il 10 febbraio il centro abitato, che contava circa 350 abitazioni, venne interamente smosso da una improvvisa e gigantesca frana; gli abitanti fecero, comunque, in tempo nei giorni successivi ad abbandonare le case, portando via tutto ciò che ritennero utile (si dice che portassero via anche gli architravi ed altre opere murarie) e, con la bandiera civica, si portarono in massa verso Gallipoli-Cognato, ove intendevano ricostruire il paese in località chiamata: "‘o chian’ d’ pila" (il Piano della Pila).

Alla ricostruzione del nuovo centro di Campomaggiore in una nuova sede e in una nuova località concorsero lo Stato, con le sovvenzioni approvate il 28 giugno 1885 e 26 luglio 1888, e la Provincia di Potenza che offrì la somma di lire 40.000. Ma il nuovo centro di Campomaggiore non sorse al Piano della Pila, presso Gallipoli-Cognato, come era espresso desiderio dei cittadini, bensì in un’altra località, a tre chilometri ad ovest del precedente insediamento.

 

I PRINCIPALI MONUMENTI

1 - Il Castello Rendina

Il palazzo baronale detto di Rendina, è composto da un grande fabbricato con apertura centrale e da una corte retrostante sicuramente seriore. Di esso è visibile soprattutto il versante nord che si affaccia sulla 'Piazza Rendina', dato che probabilmente si trova sulla spianata del paese e quindi meno soggetto ai movimenti franosi. Resta comunque leggibile l'intero impianto quadrilatero terminante con appendici di rinforzo a scarpa anch'esse quadrate. Il lato principale affacciatesi sulla Piazza dei Voti e verso la Chiesa Madre, misura 24,60 metri senza appendici, con esse invece circa 39,45 metri, mentre il lato settentrionale misura complessivamente 36,20 metri. L'ingresso principale, un tempo intatto ed oggi spoglio dei conci dell'archivolto e dei piedritti, doveva possedere una luce di circa 3,70 metri ed immetteva attraverso un breve corridoio, di 5,40 x 5,80 metri, in un giardino interno sotto il quale furono scavati in trincea, nella viva roccia, due cunicoli grosso modo larghi 2 e profondi circa 4 metri, voltati a botte, con probabili funzioni di raccolta di acqua piovana servita da tubazioni ubicate presso le nicchie ricavate ai quattro angoli del giardino.

 

2 - La Chiesa del Carmelo

La Chiesa, dedicata a Santa Maria del Carmine o del Carmelo, ubicata anch'essa come il castello sulla Piazza dei Voti, è riconoscibile per un elemento architettonico ancora superstite e quindi ancora ben individuabile, il campanile. L'edificio si presenta con un impianto basilicale largo 17 e lungo 32 metri ed è organizzato all'interno in una navata centrale orientata a nordest-sudovest larga circa 12 metri e in una navata laterale secondaria o di servizio che ingloba, al suo interno, la torre campanaria che si staglia massiccia su tutto il villaggio. Di impianto quadrilatero la torre è realizzata in tre ordini: il primo inferiore ha un'altezza uguale all'architrave dell'unico ingresso della chiesa e conserva un ingresso secondario sopraelevato sovrastato da una nicchia emisferica, incorniciata da una serie di conci in pietra calcarea; il secondo ed il terzo ordine sono caratterizzati da una grande monofore tipiche dei campanili, coperto da un tetto a capriate ancora completamente conservato.

 

3 - II 'Ponte della Vecchia'

II 'Ponte della Vecchia' è datato 'MCCCCVII' e si presenta con arco a tutto sesto con la pavimentazione ed i parapetti che le fanno assumere la caratteristica figura a schiena d'asino. Una linea armonica frutto della cultura e della tecnica quattrocentesca. Interessante, presso l'Archivio di Stato di Potenza il documento datato 23 Febbraio 1873, con il quale il Comune di Pietrapertosa richiedeva al Prefetto della Provincia di Basilicata l'intervento per il restauro del ponte già a quel tempo considerato 'opera grandiosa e forse monumentale’. Un'importanza riconosciuta che ha comportato la sua conservazione anche durante i lavori del tracciato della Strada Basentana; un ponte che merita di essere fruito, restaurato con urgenza, per non piangere la sua perdita, in futuro, come stato per la distruzione del cinquecentesco 'Ponte del Diavolo' sulle 'Gole del Raganello' nel Comune di Civita.

 

4 - Il Casino della Contessa

A circa 3 Km dal paese di Campomaggiore Vecchio, si incontra il Casino della Contessa residenza estiva della famiglia Cutinella Rendina. Edificata a cavallo dei secoli XVIII e XVX, la costruzione è una compatta villa di campagna, strutturalmente nitida e sobria della sua essenzialità di forme e linee, che comprende anche la fortificazione sul lato posteriore opposto al fronte, ed espresso da un imponente torre ellittica centrale con ampio finestrone a tutto sesto, su alti piedritti. Interessante il prospetto principale, scandito a piano terra da un avancorpo con nove fornici archivoltati a tutto sesto, di cui i tre centrali sono definiti da un ulteriore oggetto che, si replica al piano superiore distinto da una serie di nove finestroni in stile neoclassico con frontoni tagliati.



Si segnalano le pubblicazioni:
- P.Rescio: “Un piano per la valorizzazione di Campomaggiore”, Basilicata Regione Notizie