CANNE DELLA BATTAGLIA E L'OFANTO

CANNE DELLA BATTAGLIA

L’area archeologica di Canne, pur comprendendo un vasto territorio a sud-ovest di Barletta, per molti si identifica con il luogo in cui si svolse la famosissima battaglia tra Annibale e i Romani nel 216 a.C., spesso dimenticando l’esistenza, pluristratificata nel corso dei millenni, dell’abitato di Canne.

Canne si trova su di un'altura, estrema propaggine dell’altopiano delle Murge, affacciata sulla piana dell'Ofanto: la notevole rilevanza strategica che caratterizza da sempre la sua posizione determinò da tempi lontanissimi la scelta dell’uomo di insediarsi in questi luoghi.

Di Canne ce ne sono state nella storia almeno quattro: la prima in periodo preistorico, risalente al periodo compreso tra il Neolitico e l’Eneolitico (IV – II millennio a.C.); una seconda daunio – apula (IV – III secolo a.C.); una terza romana, non lontana dai luoghi in cui si svolse la battaglia; una quarta ed ultima in periodo medievale (con una prima fase bizantina tra il VI e il IX secolo e una seconda normanno – sveva tra l’XI e il XIII).

In età preistorica, nell’Età finale della Pietra (IV – III millennio), il sito di Canne fu probabilmente abitato, come testimoniano le grotte con tracce di frequentazione neolitica, i resti di fondi di capanne, le tombe a fossa, alcuni tratti di mura megalitiche, numerosi reperti ceramici ascrivibili a questo periodo e un menhir, grande pietra piantata verticalmente nel terreno. In un periodo successivo, nell’Età del Bronzo (II – I millennio), in località Canne Fontanella, doveva esistere un esteso villaggio, probabilmente fortificato, utile al controllo degli altri numerosi insediamenti più piccoli disposti lungo il corso del fiume Ofanto.

Il decumano di Canne della Battaglia

Al periodo daunio – apulo, ed in particolare al IV – III secolo a.C., appartengono le tracce più importanti dell’abitato costruito sui resti del villaggio preistorico di Canne Fontanella. Le tracce di questo periodo sono inoltre ricavabili, oltre che dai reperti archeologici rinvenuti nell’area, anche da alcune fonti scritte.

L’epoca romana va articolata almeno in due fasi, quella repubblica e quella imperiale.

In età repubblicana, appena un secolo dopo la conquista romana della Puglia e nel periodo della battaglia con Annibale, Canne era un vicus (secondo Livio) o una polis circondata da castella (secondo Polibio). Di certo in età repubblicana Canne rappresentava uno dei più importanti empori granari della vicina Canosa, piccola città la cui esistenza era connessa ad attività prevalentemente agricole e pastorali.

All’età imperiale romana risale la struttura urbana della rocca e il suo assetto viario (ed in particolare il decumano, l’asse stradale principale da cui si dipartivano, ortogonali all’asse viario principale, i vicoli che innervavano l’intero tessuto urbano).

Nel periodo medievale le fortune dell’abitato di Canne sono strettamente connesse con le due distruzioni subite da Canosa: la prima nel 586 d.C. ad opera dei Longobardi e la seconda nell’862 ad opera dei Saraceni. La massima fioritura di Canne si ebbe nel periodo Bizantino e la sua importanza crebbe fino al 1083, quando il normanno Roberto il Guiscardo la devastò. Nonostante la distruzione e la fuga di gran parte degli abitanti, negli anni successivi Canne si riprese, come testimoniano i documenti disponibili. Ancora sotto Ruggero II il Normanno, intorno alla metà del XII secolo, Canne è descritta dal geografo Edrisi come “città piccola ma popolata, con commerci sviluppati, ricchezze e abitanti agiati”. La vitalità della città si andava però inesorabilmente riducendo, fino al 1294 quando Carlo II d’Angiò decretò l’accorpamento del territorio di Canne a quello di Barletta.

Oggi, sulla Cittadella di Canne sono ancora visibili numerose testimonianze del passato della città: le possenti mura di fortificazione, probabilmente risalenti ad almeno tre differenti periodi (epoca preistorica quelle a grossi blocchi isodomi, villaggio dauno apulo e di epoca normanno – sveva le più recenti); il castello di probabile origine normanna; il decumano lungo il quale si raccolgono numerosi frammenti di epoca romana (colonne, basi onorarie, cippi miliari) e sul quale si affacciano i resti delle più importanti case della città, molte delle quali realizzate con materiali di spoglio, la maggior parte dei quali provenienti dalla vicina Canosa; alla fine del decumano, la basilica maggiore il cui impianto risale al X – XI secolo, con la suggestiva cripta a tre navate, e la basilica minore, edificio monoabsidato al cui interno sono venute alla luce numerose tombe, risalente alla metà del VI secolo, cioè di epoca paleocristiana e probabilmente opera di San Sabino, il cui monogramma è riportato su alcuni laterizi impiegati per la sua costruzione.

 

LA BATTAGLIA DI CANNE

La battaglia di Canne (2 agosto del 216 a.C.) vide fronteggiarsi l’esercito romano e quello cartaginese e può essere considerato il più importante evento bellico dell’antichità.

L’esercito cartaginese, guidato da Annibale, era disceso in Italia due anni prima attraversando con gli elefanti le Alpi e, dopo aver sconfitto i Romani sul Ticino e sul Trasimeno, aveva rinunciato ad attaccare Roma per dirigersi verso la Puglia. L’esercito romano aveva inseguito il nemico senza però dare mai battaglia. I Romani, forti di otto legioni per quasi 85000 uomini, giunti in prossimità del fiume Ofanto, si accamparono sulla riva destra del fiume, fortificando l'accampamento. I due consoli Emilio Paolo e Varrone comandavano a giorni alterni le legioni romane.

Emilio Paolo, nel suo giorno di comando, non si lasciò trascinare dalle provocazioni della cavalleria cartaginese, ma il giorno successivo, in cui il comando era affidato a Terenzio Varrone, questi incurante dei consigli di Emilio Paolo e di altri ufficiali, fece attraversare alle truppe il fiume Ofanto e si schierò sul lato sinistro del fiume, di fronte all'esercito cartaginese.

Il primo errore di Varrone fu quello di disporre le centurie su tre schiere più serrate del solito formando uno schieramento estremamente compatto pronto a sfondare le linee nemiche; pose poi la cavalleria divisa sulle due ali dello schieramento; infine lasciò una riserva di circa 10000 fanti nell'accampamento.

Annibale si fidava poco della sua fanteria mercenaria, quindi cercò di volgere a suo favore questa grave mancanza, schierando al centro la fanteria gallica e iberica, ed ai lati di questa divisa la fanteria libica di veterani, e, ancora sulle ali, la cavalleria numida.

Terenzio Varrone si pose alla testa della cavalleria alla sinistra dello schieramento romano, Emilio Paolo comandava la cavalleria sinistra dello schieramento. Al centro la fanteria romana attaccò con impeto la fanteria mercenaria con l'intento di sfondare. Intanto la cavalleria cartaginese, più numerosa, caricò la cavalleria di Emilio Paolo, sbaragliandola e massacrando una gran parte di essa. Lo stesso Emilio Paolo fu costretto a rifugiarsi tra la fanteria romana.

Come previsto da Varrone e da Annibale lo schieramento centrale della fanteria cartaginese cedette e, in forza, lo schieramento romano penetrò nello schieramento cartaginese. Annibale trasse grande vantaggio da questo sfondamento e con una manovra, che diverrà classica nelle strategie militari, fece chiudere a tenaglia la fanteria romana dalle sue truppe scelte che, dai lati dello schieramento, passarono alle spalle dei romani chiudendo l'accerchiamento delle legioni romane che rimasero strette in una morsa mortale.

Anche la cavalleria di Varrone fu sbaragliata, e molti, tra cui lo stesso console, si diedero alla fuga. Sulla accerchiata ed inesperta fanteria romana si abbatté infine tutta la cavalleria cartaginese; il massacro volse a termine e sul campo perirono circa 50000 romani (più 28000 prigionieri) e solo 6000 cartaginesi.

Terenzio Varrone si salvò con una parte di sbandati, ciò che rimaneva dell'esercito romano, e fu paradossalmente accolto con onore al suo rientro a Roma.

 

LA MADONNA DI RIPALTA

A circa 10 chilometri a sud di Cerignola, in prossimità dell’Ofanto in un tratto in cui il fiume corre incassato tra alte pareti (da qui il termine “ripa alta”), sorge il santuario della Madonna di Ripalta.

Campagne archeologiche condotte negli anni ’80 hanno attestato la frequentazione del sito già in età protostorica, e la presenza umana anche nel periodo romano e in quello medievale (reperti di ceramica normanna risalenti al periodo compreso tra il VII e l’XI secolo). Il primo documento riguardante il sito di Ripalta risale alla fine del X secolo, un accordo del 947 con cui Leone, abate del monastero di San Vincenzo al Volturno, cede a Gundelgardo il territorio di Ripalta con contratto enfiteutico della durata di 29 anni. La chiesa di Santa Maria di Ripalta è invece citata in un documento del 1259. Dal 1543 la chiesa appartenne a vari proprietari privati, gravati dall’obbligo accogliere presso la cappella i pellegrini, e solo nel 1993 ritornò nel possesso della Diocesi di Cerignola.

La chiesa si compone di un aula caratterizzata da volte a botte unghiata su peducci, con fianchi percorsi da archi ciechi. La facciata conserva l’originaria morfologia mentre il presbiterio ha subito modifiche nel ‘900.

La devozione del popolo di Cerignola per la Madonna di Ripalta è connessa alla venerazione di un dipinto a tempera, disteso su due tavole lignee, raffigurante una Madonna Odegitria con Bambino, realizzato in stile bizantino. La leggenda vuole che, nel 1172, alcuni ladri trovarono il dipinto e, inconsci del suo vero essere, lo utilizzassero per tagliare del lardo con una accetta; dopo i primi colpi di scure dai tagli prodotti sul legno schizzò del sangue; solo allora i ladri si accorsero di aver deturpato il volto della Madonna e le gambe del Bambino. La leggenda vuole anche che la notizia fece accorrere fedeli da Cerignola e da Canosa, tra i quali si accese una disputa per il possesso dell’immagine sacra: si decise quindi che la sede del dipinto sarebbe stata scelta ponendo il quadro su un carro trainato da buoi e lasciato, senza guidatore, al bivio che portava alle due città; i buoi presero la strada per Cerignola, che ebbe quindi il diritto di conservare il dipinto.

 

L’OFANTO

 

 

Il fiume Ofanto, con i suoi 170 km di lunghezza, è il più importante corso d'acqua dell'intero Mezzogiorno. La sorgente principale è posta a sud di Torella dei Lombardi in provincia di Avellino (in località "fontana che bolle") e il fiume, dopo un lungo e tortuoso percorso che attraversa le province di Avellino, Potenza, Foggia e Bari e dopo aver raccolto le acque da un bacino di circa 2.800 kmq, sfocia in Puglia, costituendo il confine tra le province di Bari e Foggia. Il suo ampio bacino interessa una popolazione di circa 400.000 abitanti e bagna il centro abitato o soltanto il territorio comunale di 51 comuni, diciassette in Campania, ventitrè in Basilicata e undici in Puglia.

L’Ofanto era già ben conosciuto dai poeti latini quali Livio, Orazio e Virgilio, con l’antico nome di Aufidus flumen; è ricordato, inoltre, da poeti medioevali, con vari nomi tra i quali Offidi, Aufidi, Aufentum.

 

Ponte romano

 

La Legge della Regione Puglia n°19 del 24 Luglio 1997, individua, tra le 33 nuove aree naturali protette regionali, anche l’area della foce del fiume Ofanto. Tale area, ubicata tra i Comuni di Barletta e Margherita di Savoia, rappresenta un'importante zona umida per la sosta e lo svernamento dell'avifauna migratoria.

La zona della foce dell’Ofanto comincia con l’area di Canne della Battaglia, laddove il fiume subisce una forte riduzione di pendenza e una conseguente riduzione della velocità dell’acqua.

La vegetazione fluviale ha risentito fortemente dell’aggressività degli usi antropici del territorio, in particolare dell’occupazione abusiva dei terreni demaniali più prossimi al corso d’acqua (dove l’originario bosco ripariale è stato nel tempo sostituito da colture, in particolare vigneti). Oggi la componente arborea della vegetazione spontanea è composta da pioppo bianco (Populus alba), olmo (Ulmus glabra) e salici (Salix sp.); le componenti arbustive e erbacee sono composte in molti casi da piante ubiquitarie ed infestanti, che hanno avuto la meglio sulle specie originarie. Resistono in alcune zone, immediatamente a ridosso dell’acqua, fitti canneti di Arundo donax e Phragmites australis.

Complessivamente, in tutto il tratto compreso tra Canne e la foce, la vegetazione spontanea è stata sottoposta a fortissime pressioni, con una riduzione e una eccessiva frammentazione degli habitat naturali e un degrado generalizzato della composizione floristica delle associazioni vegetali tipiche.

La mancanza o anche l’eccessiva riduzione della componente arborea ha determinato forti squilibri ambientali, evidenti per esempio in occasione delle sempre più frequenti e disastrose alluvioni.

Anche per quanto riguarda le presenze faunistiche è evidente un forte impoverimento rispetto a sistemi ambientali simili; in particolare nel tratto della foce l’eccessiva antropizzazione e il forte inquinamento presente riduce drasticamente il numero di specie presenti.

Un recente censimento sul numero di specie di uccelli presenti nel tratto finale del fiume ha rilevato la presenza di 37 differenti specie, alcune delle quali specificatamente legate all’ambiente fluviale (come gli Ardeidi per esempio o alcune specie di Passeriformi) e altre legate alla presenza dei vicini campi coltivati. Alcune delle specie censite sono sottoposte a forme di protezione dalla legislazione nazionale o internazionale. Altre 78 specie di uccelli sono state avvistate sporadicamente negli ultimi quindici anni nel tratto finale del fiume Ofanto, ad ulteriore dimostrazione dell’importanza naturalistica che ancora riveste quest’area.

Tra le principali specie la cui presenza è stata accertata si citano gli ardeidi (quali l’airone cinerino, la sgarza ciuffetto, la garzetta, il tarabusino, la nitticora) strettamente legati all’ambiente fluviale, rapaci come la piana, il gheppio o il falco cuculo, la gallinella d’acqua, varie specie di gabbiani e di limicoli.

Questo tratto dell'Ofanto, nonostante lo stato descritto, va comunque considerato come un’area di rilevante valore naturalistico, dotata ancora di discreta biodiversità e soprattutto suscettibile di interventi di recupero e riqualificazione ambientale. In particolare il fiume si dimostra di elevata importanza sotto il punto di vista avifaunistico, come sito di nidificazione, come habitat trofico e come via di migrazione di molte specie di uccelli acquatici.

 

Si segnalano le pubblicazioni:

- R.Russo : “La cittadella di Canne: dalla preistoria al Medioevo”, Barletta 2002

-   AA.VV.: “Ofanto – Progetto integrato per la salvaguardia e la valorizzazione ambientale della foce del Fiume Ofanto

 

Si segnala il sito web:

www.itineraweb.com