IL PARCO NAZIONALE DEL CILENTO
E DEL VALLO DI DIANO

 

 

NOTIZIE GENERALI

Il Parco del Cilento e del Vallo di Diano, con i suoi 181.048 ettari, rappresenta la seconda area protetta italiana per estensione dietro il Parco del Pollino. Il territorio del Parco si estende tra l'autostrada del Sole e il mare: i monti Alburni ne costituiscono il settore più settentrionale, le cime del Cervati, della Faiatella e del Gelbison ne costituiscono il cuore, mentre verso il mare si elevano i rilievi costieri (monte Bulgheria e monte Stella). Il parco si affaccia sul mar Tirreno per un lungo tratto, pari ad un terzo dell'intera costa campana, più dolce a nord e molto più aspro verso sud.

Il Parco comprende ben 82 Comuni, tutti in provincia di Salerno, la maggior parte dei quali, ad eccezione di quelli costieri, non supera i tremila abitanti. 

Nel vastissimo entroterra, l'agricoltura riveste ancora un ruolo centrale nell'economia locale, occupando circa il 40% della popolazione attiva, che si dedica in particolare alla coltivazione dell'olivo, nella varietà pisciottana, che fornisce un olio di ottima qualità, e all'allevamento.

L'ampiezza e l'eterogeneità del territorio del Parco determinano la compresenza di ambienti molto differenti tra loro di elevato valore ambientale, naturalistico e paesaggistico. Eccezionale inoltre  la presenza di testimonianze storico - culturali: basterebbe citare l'area archeologica di Paestum e la Certosa di Padula, a cui si sommano una fitta trama di centri storici di indubbio interesse (il borgo abbandonato di Roscigno Vecchio per esempio), di castelli, di aree archeologiche (Elea Velia solo per citarne una), di chiese e luoghi di culto diffusi un po' ovunque, spesso in luoghi di elevato valore paesaggistico ed ambientale.

Il primo passo verso l’istituzione del Parco Nazionale del Cilento risale al giugno 1973, con il convegno internazionale su "I parchi costieri mediterranei" organizzato dall'assessorato al Turismo della Regione Campani: già allora emerse la necessità e l'urgenza di realizzare un parco naturale nel territorio cilentano, in alternativa al "turismo di rapina" costiero, e si propose una prima perimetrazione. Da quel momento, nonostante la presentazione in Parlamento di ben quattro proposte per l'istituzione del Parco, il progetto è vissuto soprattutto nell'instancabile ostinazione di alcuni volontari, fino a sboccare nella costituzione, nel marzo 1989, di un Comitato promotore per il Parco del Cilento, presieduto da Franco Tassi. Un primo risultato fu l'istituzione da parte del Ministero dell'Agricoltura di due riserve naturali, rispettivamente sul monte Cervati e sul fiume Calore, per un totale di 36.000 ettari. Infine, il 6 dicembre 1991, con la legge 394, si istituì il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano.

LA MORFOLOGIA E LA GEOLOGIA 

Il Cilento è allo stesso tempo terra dalle dolci morfologie collinari e terra dalle morfologie molto aspre profondamente incise dai corsi d'acqua. A determinare questo forte contrasto è la duplice natura geologica delle rocce che costituiscono questo territorio: quella del "Flysch del Cilento", che ha la sua massima diffusione in corrispondenza del bacino idrogeografico del Fiume Alento e dei principali monti del Cilento occidentale, quali il Monte Centaurino (1433 m), e quella delle "rocce calcaree" che costituiscono i complessi montuosi interni (Alburni e Cervati) e meridionali (Monte Bulgheria, Monte Cocuzzo) del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano.

Inghiottitoio

Sulla costa il Flysch si caratterizza per la fitta stratificazione delle rocce che talora assumono forme e colori particolari. I paesaggi che ne derivano si riconoscono per le morfologie spesso dolci e per la maggiore diffusione della macchia mediterranea.

Inoltrandosi verso l'interno del Parco Nazionale il paesaggio cambia, per la presenza delle rocce calcaree, che caratterizzano i massicci degli Alburni (il cui nome deriva da albus, ad indicare appunto il bianco delle rocce clacaree) e del Cervati.

Il paesaggio è modellato dalle forme carsiche, dall'asprezza di taluni versanti segnati da una intensa tettonica e dalle grandi forre scavate dai torrenti. Caratteristiche sono le forme carsiche, dovute alla dissoluzione del carbonato di calcio: le forme che ne derivano possono essere superficiali (epigee), come i solchi dei campi carreggiati e le doline o profonde (ipogee), quali grotte, inghiottitoi, gallerie e cavità. Il fenomeno carsico offre magnifiche testimonianze, quali la grotta di Castelcivita, lunga quasi 5 km, la grotta di Pertosa, la grotta dell'Auso presso S. Angelo a Fasanella. 

LA FLORA 

La flora del Parco è rappresentata da circa 1800 specie di piante autoctone spontanee. Tra di esse circa il 10% risultano endemiche e/o rare. La più nota di queste specie, e forse anche la più importante, è la Primula di Palinuro (Primula palinuri), simbolo del Parco, specie paleoendemica a diffusione estremamente localizzata. 

Nel territorio del Parco, in virtù della sua particolare posizione geografica al centro del Mediterraneo, sono presenti specie tipicamente meridionali, tipiche degli ambienti aridi, al loro limite superiore di espansione, insieme a specie a distribuzione prettamente settentrionale, che qui raggiungono il limite meridionale del loro areale. Nel corso della dinamica evolutiva del territorio le piante hanno occupato tutte le nicchie ecologiche disponibili, comprese quelle via via create dall'uomo, arricchendo la biodiversità presente. 

Sulle spiagge è ancora presente il sempre più raro Giglio marino (Pancratium maritimum); sulle scogliere a diretto contatto con gli spruzzi del mare vivono fitocenosi ad alofite estremamente specializzate, dominate dalla endemica Statice salernitana (Limonium remotispiculum), mentre sulle falesie costiere tra le piante rupicole si rinvengono preziosi endemismi, quali la Primula di Palinuro, il Garofano delle rupi (Dianthus rupicola), la Centaurea (Centaurea cineraria), l'Iberide florida (Iberis semperflorens), la Campanula napoletana (Campanula fragilis). 

Nella fascia mediterraneo-arida domina la macchia mediterranea, qui arricchita, in due sole località costiere, dalla Ginestra del Cilento (Genista cilentina), specie endemica individuata soltanto nel 1993. Nell'area costiera i boschi sempreverdi e la macchia mediterranea si alternano senza soluzione di continuità con gli oliveti. Alle quote superiori e nell'interno, predominano le querce, a volte isolate, ora in formazioni compatte insieme ad aceri, tigli, olmi, frassini e castagni; più in alto, lungo i versanti dei monti principali, regnano le faggete, dove si rinvengono il raro acero di Lobelius e l'ontano napoletano. Ancora più in alto, sulle vette dei Monti Alburni, del Cervati, del Motola, del Bulgheria vivono il rarissimo Crespino dell'Etna (Berberis aetnensis), Sassifraghe endemiche dell'Appennino centro-meridionale (come Saxifraga paniculata subsp. stabiana, Saxifraga ampullacea e la rara Saxifraga porophylla), l'Aubrieta columnae, le Centauree di montagna ed altre rare specie.

Ma anche la presenza di alcune piante più comuni, riveste qui notevole importanza fitogeografica: è il caso per esempio delle puntuali stazioni spontanee di Betulla (Betula pendula), di Abete bianco (Abies alba), di Bosso (Buxus sempervirens) e di Platano (Platanus orientalis), autoctono nei dintorni di Velia.

Molte belle e caratteristiche del Cervati le distese di Lavanda, che coprono le zone non boscate e perfino i margini delle faggete, ed il cui profumo richiama una ricca entomofauna.

LA FAUNA 

La fauna del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano è assai diversificata in virtù dell'ampia varietà di ambienti presenti sul territorio. Aree costiere e montane, fiumi e ruscelli, rupi e foreste, determinano altrettante comunità faunistiche dove spesso emerge la presenza di specie di alto valore naturalistico. 

Sulle vette, sulle praterie di altitudine e sulle rupi montane sono frequenti l'Aquila reale (Aquila chrysaetos) e le sue prede d'elezione, la Coturnice (Alectoris graeca) e la Lepre appenninica (Lepus corsicanus); la presenza di queste due ultime specie è biologicamente importante in quanto rappresentano popolazioni autoctone appenniniche, oramai estinte altrove. L'aquila divide questo ambiente con altre specie, come il Falco pellegrino (Falco peregrinus), il Lanario (Falco biarmicus), il Corvo imperiale (Corvus corax) ed il Gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax).

Tra i pascoli è facile osservare l'arvicola del Savi (Microtus savii), un piccolo roditore erbivoro predato dalla Volpe (Vulpes vulpes), dalla Martora (Martes martes) o anche dal Lupo (Canis lupus), specie quest'ultima la cui popolazione sembra essere in leggera crescita. 

Tra la ricca avifauna delle foreste di faggio le specie più tipiche sono il Picchio nero (Drycopus martius), il Picchio muratore (Sitta europaea) e il Ciuffolotto (Pyrrhula pyrrhula), mentre di grande interesse è la presenza dell'Astore (Accipiter gentilis), uccello rapace la cui distribuzione è in declino. Sugli alti alberi vivono anche mammiferi come il Ghiro (Myoxus glis) e il Quercino (Eliomys quercinus), mentre altri piccoli roditori frequentano tane scavate tra le radici, come nel caso dell'Arvicola rossastra (Clethrionomys glareolus), o tra le piccole radure che si aprono nella foresta, come il Topo selvatico (Apodemus sylvaticus) e il Topo dal collo giallo (Apodemus flavicolis). Questi piccoli roditori sono tra le prede preferite del Gatto selvatico (Felis silvestris), la cui presenza rappresenta un'altra emergenza naturalistica di grande interesse. Sulla corteccia degli alberi vive inoltre un raro insetto: il coleottero Rosalia alpina, specie di importanza europea.

Molto ricca è anche la fauna dei corsi d'acqua dove senza dubbio domina una cospicua popolazione di lontra (Lutra lutra), forse la più ricca d'Italia. Nelle aree più prossime alle sorgenti, dove l'acqua è più fredda, vivono la rara Salamandra dagli occhiali (Salamandrina terdigitata), endemismo italiano di grande interesse naturalistico, e la più comune Salamandra (Salamandra salamandra). Nei siti con acque più limpide e ricche di ossigeno abbondano la Trota (Salmo macrostigma) ed il Merlo acquaiolo (Cinclus cinclus), mentre lungo le sponde sono frequenti piccoli trampolieri limicoli come il Corriere piccolo (Charadrius dubius) e nelle piccole pozze la Rana italica, la Rana dalmatina, l'Ululone dal ventre giallo (Bombina pachypu) e il Rospo (Bufo bufo).

Tra le gole rocciose domina il raro Biancone (Circaetus gallicus), un rapace di grandi dimensioni che si nutre prevalentemente dei rettili che frequentano il Parco. 

I BENI STORICO - CULTURALI

La natura carsica delle terre cilentane e la conseguente ricchezza di grotte ha senza dubbio favorito la presenza dell'uomo: i più antichi segni della presenza antropica risalgono al Paleolitico medio (500.000 mila anni a.C.) e le sue tracce continuano attraverso il Neolitico e fino all'Età dei Metalli.

La presenza dell'uomo preistorico è ancora oggi tangibile attraverso la presenza dei suoi "strumenti", disseminati sia lungo le grotte costiere tra Palinuro e Scario, sia in quelle interne presenti lungo gli antichi percorsi di crinale (Grotte di Castelcivita), sia nel Vallo di Diano (Grotte dell'Angelo, Pertosa). Attraverso questi antichi percorsi si insediarono le prime comunità che, senza soluzioni di continuità e per migliaia di anni, stabilirono contatti e intrecciarono scambi e relazioni con i popoli del mare e con quelli dell'Appennino. Le più interessanti testimonianze, sintesi delle forme delle antiche culture delle Lipari, del Tavoliere, di Serra d'Alto, sono i corredi funerari della locale Cultura del Gaudo.

Nell'Età del Bronzo l'intera organizzazione territoriale appare già definita: si evidenziano le direttrici delle transumanze e dei traffici, lungo i percorsi di crinale, dal Tirreno allo Ionio e viceversa, ove sorgono luoghi di culto, altari sacrificali e sculture rupestri. L'antico Cilento è il protagonista della mediazione tra l'Asia e l'Africa, tra le culture nuragiche e quelle egee, tra il mondo nordico "villanoviano" e gli Entri e i Lucani. 

E forse sulle antiche rotte dell'ossidiana, o alla ricerca di rame, i primi Greci approdarono sulle coste del Cilento (intorno al XVII secolo a.C.), fondando più tardi (fine VII-VI secolo a.C.) numerose città coloniali: Pixunte, Molpa e l'antica Poseidonia (la romana Paestum), fondata dagli Achei sibariti che qui giunsero non dal mare, ma attraverso i più sicuri e più rapidi percorsi di crinale. Il mare condusse invece i Focei, originari dell'Asia minore, fondatori di Elea (oggi Velia), la città di Parmenide, della sua Scuola Filosofica Eleatica e della prima Scuola Medica.

Poi, a partire dal IV secolo a.C., Lucani, Romani e Cristiani d'oriente intrecciarono traffici ed alleanze, avviarono conflitti e guerre, occuparono e rifondarono città, trasformando il Cilento in un crogiuolo di popoli e di culture. Con la caduta dell'Impero di Occidente intorno al VI secolo d.C. iniziò, anche per il Cilento, il lungo periodo delle dominazioni barbariche: i Visigoti di Alarico, la guerra gotica tra Totila e Belisario, il diffondersi del Monachesimo Basiliano, l'imposizione feudale dei Longobardi, i continui attacchi e scorrerie dei Saraceni. Ed ancora una volta ci fu l'incontro tra civiltà diverse, nacquero abbazie e cenobi in cui coesisterono il rito greco e quello latino, lasciandoci splendide testimonianze come la Badia di Pattano o gli affreschi della Cappella Basiliana a Lentiscosa.

E poi, nel 1076, la conquista dei Normanni, che trasformarono il Cilento in terra di Baroni, latifondi e sfruttamenti; seguirono poi i Sanseverino, gli Svevi, gli Angioini; successivamente l'intero territorio fu smembrato tra i nobili locali. 

I MONTI ALBURNI

Le caratteristiche morfologiche, geologiche, podologiche e climatiche dei Monti Alburni determinano la presenza di ambienti molto diversificati tra loro.

La struttura della vegetazione risente in particolare dei parametri di altitudine e di esposizione nettamente diverse tra i due versanti principali e l’altipiano sommitale. Forte influenza ha inoltre avuto, nel tempo, l’azione antropica, sostanziatasi in eccessivi carichi di pascolo e soprattutto in tagli della copertura arborea, spesso eccessivi e/o irrazionali (tagli che hanno portato alla quasi scomparsa di specie quali l’abete bianco, l’acero montano, il tasso o il tiglio).

Al di sotto dei 500 metri, sul versante più caldo degli Alburni (ovest – sud – ovest) è diffusa la macchia mediterranea, caratterizzata dalla presenza di specie termoxerofile quali il lentisco, il mirto, l’oleastro e il corbezzolo; verso l’interno del massiccio si affermano invece specie della macchia sempre meno xerofile, quali il terebinto, la fillirea, l’orniello, il carpino nero e il leccio (dominante nelle zone rupestri).

Nella fascia compresa tra i 500 e i 1000 metri si rinvengono due associazioni differenti, ossia il bosco a roverella e il bosco misto di carpino e orniello, in cui si rinvengono anche il cerro e l’ontano napoletano. Le formazioni a roverella prevalgono soprattutto sul versante con esposizioni più calde.

Sul versante più freddo del massiccio (nord – nord – est) le cenosi a macchia mediterranea sono praticamente assenti. Una prima fascia vegetazionale, fino ai 700 metri di quota, si caratterizza per la presenza di boschi misti a cerro, carpino, orniello e acero, in larga parte utilizzati a ceduo.

 

Faggeta

Più in alto, su suoli acidi, freschi e profondi, si afferma il castagno, coltivato sia a ceduo che ad altofusto da frutto, interessati questi ultimi ancora oggi da colture specializzate importanti per l’economia locale. Al castagno, via via che si sale di quota, si associano aceri, sorbi e ontano napoletano, fino a giungere alla quota dei cedui mesofili, dominati dalla presenza del faggio.

Al di sopra dei 1000 metri, su entrambi i versanti, domina la faggeta, in alcune aree fortemente degradata dai tagli eccessivi, in altre molto vicina, al contrario, al suo stato climax. Il sottobosco della faggeta è caratterizzato spesso dalla presenza dell’agrifoglio.

Oggi molto rara appare la presenza, in associazione al faggio, dell’abete bianco, in passato molto più diffuso su tutto il massiccio.

Sull’altopiano, alle quote più alte, il faggio si riduce in statura, assumendo portamenti spesso prostrati.

Nelle zone di cresta più alte sono infine presenti solo specie erbacee, alcune delle quali di rilevante interesse naturalistico.

 

 

I FUNGHI DEL CILENTO

Manina - Ramaria flava

 

Il Cilento, grazie alla morfologia particolarmente articolata del suo territorio, è caratterizzato da un’elevata biodiversità, varietà che si riscontra anche per i funghi.

Porcini, ovuli, gallinacci, prataioli, amanite, mazze di tamburo sono diffusi un po’ in tutti i boschi del Cilento: numerose sono per esempio le specie di porcino (boletus) presenti, dal boletus edulis al boletus reticulatus, dal boletus pinicola al boletus aereus, il porcino nero, la specie senz’altro più diffusa.

Mazza di tamburo
Macrolepiota procera

Le proprietà organolettiche dei funghi, anche di una stessa specie, variano in maniera sensibile in funzione del particolare contesto ambientale in cui il fungo cresce: il porcino nero ha per esempio sapore differente a seconda che venga raccolto tra i faggi, nella fascia montana oltre i 1300 metri, nei boschi di castagno, tra i 500 e i 1200 metri, o ancora tra le querce o nella macchia mediterranea tra i 500 e la pianura.

I funghi rappresentano ancora una risorsa per molti piccoli paesi dell’area interna del Cilento, risorsa economica ma anche elemento forte della cultura e della tradizione. Da tempi lontani, in stretta connessione con una più generale regolamentazione delle terre ad uso civico, la loro raccolta è per esempio attentamente regolamentata, al fine di tutelare il fungo e gli ambienti in cui cresce.

Gli attuali regolamenti (ma se ne conoscono alcuni, molto simili agli attuali, risalenti all’inizio del ‘900) specificano per esempio i limiti massimi giornalieri di raccolta, disciplinano le modalità di raccolta, spesso differenziate tra residenti e non residenti, prescrivono l’uso di cesti e canestri per riporre i funghi trovati affinché sia favorita la dispersione delle spore.

Le valenze culturali e tradizionali dei funghi trovano ampia dimostrazione nelle numerosissime ricette culinarie, da quelle di antica origine contadina a quelle più raffinate.

LE CASTAGNE DEGLI ALBURNI

Nell’area degli Alburni è particolarmente diffusa la castanicoltura, basata su una cultivar tipica, la “Castagna di Sicignano”, probabile ecotipo locale della Castagna di Roccadaspide (altra zona del Cilento dove la castagna costituisce ancora oggi un elemento importante dell’economia agricola locale, per la quale è in corso la pratica per il riconoscimento di prodotto IGP – Indicazione Geografica Protetta).

La produzione annua raggiunge le 4000 tonnellate, destinate anche all’esportazione (per esempio negli USA).

Le castagne del Cilento si caratterizzano per dimensioni medie e una polpa compatta e piuttosto dolce, con un rivestimento che si spella facilmente.

Le castagne, da sempre, costituiscono un importante elemento della dieta di questi territori, sia tra i contadini, che ne apprezzavano l’alto valore nutritivo e i bassi costi (la farina di castagna ha tra l’altro il vantaggio di conservarsi per lungo tempo senza perdere le sue caratteristiche), sia tra le classi più agiate, che con esse preparavano raffinate ricette.

È probabile che l’introduzione della pianta in Italia e in Europa sia legata ai Romani, anche se lo sviluppo della coltivazione del castagno è strettamente connesso, nel periodo medievale, con il lavoro degli ordini monastici.

 

Si segnala il sito Internet ufficiale del Parco:

-         www.pncvd.it

-         www.terredelmediterraneo.org: si vedano anche gli altri pieghevoli sul PNCVD presenti nella sezione “Itinerari”