CRACO E ALIANO - I LUOGHI DI CARLO LEVI


“….non mi svegliarono, di primo mattino, le campanelle dei greggi….ma il rumore continuato degli zoccoli degli asini sulle pietre delle strade. E' l'emigrazione quotidiana: i contadini si levano al buio, perché devono fare chi due, chi tre, chi quattro chilometri per raggiungere il loro campo…”

Immergersi nei luoghi del confino di Carlo Levi, scrittore, pittore e intellettuale costretto dal regime fascista a trascorrere 9 intensi mesi tra il settembre del 1935 e maggio del 1936 in quelle terre abbandonate da Cristo, significa provare a leggere tra le pieghe della sofferenza di una civiltà contadina che il progresso tende oggi a  rimuovere.

“Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma” faceva dire Levi ai suoi contadini nelle pagine del suo romanzo più famoso, “Cristo si è fermato a Eboli”.

Carlo Levi nacque a Torino il 29 novembre 1902, vi trascorse l'adolescenza e la giovinezza. Intimo amico di Pietro Gobetti e dei giovani che attorno a "Rivoluzione Liberale" andavano scoprendo insieme se stessi ed i problemi fondamentali di libertà della vita italiana.

Si laureò in medicina a soli ventidue anni nello stesso anno in cui espose per la prima volta le sue opere pittoriche di tendenza espressionistica, alla Biennale di Venezia e partecipò ai primi gruppi di resistenza contro il fascismo.
Fu uno del gruppo dei sei pittori di Torino che, contro la retorica servile dell'arte ufficiale, la falsa modernità del futurismo e il conformismo del novecento, attribuirono alla pittura il valore di espressione della libertà.

Diede vita alle prime organizzazioni clandestine e fu il fondatore di "Giustizia e libertà". Nel maggio del 1935, alla vigilia della guerra contro l'Etiopia, vennero operati numerosi arresti nelle fila di "Giustizia e libertà", tra i torinesi, in particolare Vittorio Foa, Michele Giua e Massimo Mila.

Come fiancheggiatori vennero fermati lo stesso Carlo Levi, Franco Antonicelli e Cesare Pavese.
Il 15 luglio la Commissione provinciale per il confino di Roma, ricevuto il rapporto della Questura, decideva di assegnare Carlo Levi al confino di polizia per tre anni "Siccome pericoloso per l'ordine nazionale per aver svolto…attività politica tale da recare nocumento agli interessi nazionali".

Otto giorni dopo, ancora a Roma, Carlo Levi indirizzò una lunga ed appassionata difesa alla Commissione d'appello protestando la propria estraneità ai fatti che gli venivano contestati e ribadendo l'intenzione di dedicarsi esclusivamente alla sua attività di pittore.

La Commissione d'appello respingeva in via definitiva la sua domanda. Il 15 luglio la Regia Prefettura di Roma ne ordinò l'assegnazione al confino che avrebbe dovuto scontare a GRASSANO in Basilicata.

Non essendo considerata Grassano sufficientemente sicura per la vicinanza dello scalo ferroviario su proposta del Prefetto di Matera l'artista fu trasferito ad ALIANO, un piccolo paese quasi inaccessibile a quel tempo, a causa della mancanza di vie di comunicazione.

Il confino ad Aliano pose così Levi in contatto con la realtà meridionale a lui del tutto sconosciuta e dalla quale rimase profondamente colpito.

L'esperienza fatta in quel breve periodo determinò una svolta nella sua vita come lo stesso Carlo Levi scrisse nella lettera posta a prefazione della seconda edizione del suo romanzo più celebre: "CRISTO SI E' FERMATO AD EBOLI" Il libro ha avuto un successo straordinario, è stato tradotto in moltissime lingue dalla Cina alla Francia, dagli Stati Uniti all'Unione Sovietica, dall'Islanda alla Grecia, all'Inghilterra, dal Giappone all'America Latina, e ha ricoperto un ruolo di primo piano nella storia della Basilicata perché alla sua uscita, nel 1945, suscitò l'interesse di intellettuali, artisti, politici tanto che tutta l'opinione pubblica fu sensibilizzata di fronte ai gravi problemi socio-economici della regione.

Nel 1939 espatriò in Francia, nel 1941 ritornò in Italia e nel 1943 fu di nuovo arrestato. Gli anni cinquanta si segnalano per l'intensa e proficua attività letteraria che portò alla pubblicazione di opere significative come "L'orologio", "Le parole sono pietre", "Il futuro ha un cuore antico", "La doppia notte dei tigli".

Nel 1963 lo scrittore fu eletto senatore della Repubblica e proseguì la sua straordinaria attività di pittore testimoniata da numerosi lavori e mostre in Italia e all'estero.

Morì a Roma il 4 gennaio del 1975; è sepolto ad Aliano, il paese che fu portato all'attenzione mondiale dal suo libro più famoso ed autentico,  scritto a Firenze dal Natale del 1943 alla fine di luglio del 1944 nel momento più drammatico della guerra quando la chiusura clandestina e la presenza della morte, riportarono l'autore a rivivere ancora una volta quei valori umani fondamentali che egli aveva trovato negli anni del suo confino ad ALIANO. 


I calanchi

“…sotto di me era il burrone; davanti. Senza che nulla si frapponesse allo sguardo, l'infinita distesa delle argille aride, senza un segno di vita umana…..sulle argille bianche, le piccole chiazze di verde, sparse qua e là, brillavano al sole ancora più intense e più strane, come delle grida; parevano lembi di maschere stracciate…”

ll paesaggio lucano così singolare ed unico mostra fenomeni di dissesto del territorio che costituiscono uno dei problemi più rilevanti ed affascinanti della regione poiché alla facilità di erosione dovuta all'azione dell'acqua si associa un regime pluviometrico caratterizzato da precipitazioni concentrate in un breve periodo dell'anno.

"Le argille cominciarono a sciogliersi, a colare lente per i pendii, scivolando in basso, grigi torrenti di terra in un mondo liquefatto" scriveva Carlo Levi.

In corrispondenza dei due fiumi Agri e Sinni si innestano le due strade di penetrazione che delimitano e racchiudono la splendida valle. La vista amplissima tra boschi di querce e castagni, le strade tortuose, gli antichi abitati arroccati sui rilievi, i sentieri, le mulattiere che s'inerpicano sui monti, ed ancora lo scorrere lento ed irregolare dei due fiumi sopra un letto di ciottoli bianchi regalano scenari suggestivi ed unici nel loro genere. Ma ecco che d'un tratto, attraversato il fiume Agri e dirigendo verso Aliano i luoghi cambiano repentinamente.

Oltre l'ampia zona coltivata si estende l'aera dei calanchi, uno degli ambienti più suggestivi della Basilicata, evocati, richiamati, temuti da Carlo Levi nella sua opera "Cristo si è fermato a Eboli".

Il paese oggi

“….A Gagliano la strada finisce. Il paese a prima vista non sembra un paese, ma un piccolo insieme di casette sparse bianche, con una certa pretesa nella loro miseria…”

Aliano, chiamata da Levi “Gagliano” nel romanzo,  è paese collinare a 500 metri sul livello del mare, conta 1284 abitanti, nel 1951 erano 2288, e la fuga dei giovani purtroppo non si arresta... Il territorio è circoscritto da confini naturali: nella parte sud il limite è dato dal fiume Agri, nella parte nord il limite è il torrente Sauro. L'economia di Aliano si è sempre fondata sull'agricoltura e sull'artigianato. Oggi si guarda con attenzione al turismo, soprattutto quello culturale, col neonato Parco Letterario Carlo Levi che ha avuto l'approvazione ed il finanziamento dall'Unione Europea. Si punta inoltre, per rilanciare l'immagine del Comune sui suoi prodotti tipici (olio di olive majatiche, peperoni, formaggio caprino, carne di capretto ed agnello, pasta confezionata in casa, insaccati di maiale, ecc.), sui reperti archeologici e sulle emergenze storico-monumentali, sull'allestimento di Musei quale quello della Civiltà contadina (in un frantoio sotto la casa di Carlo Levi) e l'altro sullo stesso Levi che offre alla vista del visitatore i documenti fotografici e pittorici dell'artista.

La Cappella di San Luigi Gonzaga conserva una tela, raffigurante la Madonna col Bambino, del sec. XVI, di scuola bizantina, tele del '600 e del '700 di pittori vari e una pregevole tela, recentemente restaurata, di scuola giordanesca. Custodisce inoltre una croce d'argento del 1523, opera di Giovan Perticara di Matera.

La scoperta di una necropoli (con una grande quantità di oggetti e corredi) a ridosso del paese, fa supporre che derivi da un villaggio greco del VI secolo avanti Cristo. La fondazione dell'attuale abitato risalirebbe al VI sec. d.C., sul luogo di un'antica fortificazione, il Praesidium Allianum, dal nome del fondo rustico appartenente alla gens romana Allius. Agli inizi dello sviluppo del borgo fu fondamentale l'apporto delle comunità basiliane insediate in quel periodo, e di cui esistono tracce numerose nelle grotte scavate in grossi conglomerati calcarei. Durante il Medioevo fu attraversata da Bizantini e Normanni; fu feudo di vari signori, fino all'eversione del feudalesimo con l'avvento della rivoluzione francese. Nel '500 fu costruita l'interessante chiesa barocca dedicata a San Luigi Gonzaga, che conserva affreschi rinascimentali.

La maggior fama del paese è dovuta all'antifascista Carlo Levi, che vi fu confinato tra il 1935 e il 1936, prodigandosi come medico e pittore. Ad Aliano maturò le idee per la sua opera più importante, Cristo si è fermato a Eboli.

A lungo simbolo del sottosviluppo e dell'arretratezza del Mezzogiorno, nell'ultimo decennio del Novecento, grazie anche a iniziative regionali e comunitarie, ha cominciato a incamminarsi sulla promettente via della valorizzazione turistica, alla quale potrebbero aggiungersi i benefici provenienti dalle royalty dell'estrazione del petrolio.

Craco, il paese fantasma, raccontato da Michele Ascoli

“Craco è un fiore reciso allo stelo che china lentamente la sua corolla.

Nato agli albori del medioevo la sua architettura spontanea - frutto della fantasia di uomini che seppero tagliare la pietra ed i mattoni come fette di pane - è ancor oggi un inconfutabile esempio del gusto del bello che va oltre l'artigianato per assurgere ad arte, si ad arte pura intrisa di stratificazioni storiche. Case in pietra aggrappate alla roccia sembrano tendere le braccia al Castello che dalle rupe sovrasta l'antico borgo nel quale le strade ciottolate si snodano con una flessuosità armoniosa per raggiungere ora questa ora quella piazzetta. Qui ogni piazzetta è un salotto...e gli uomini che giungono a sera per togliere il carico dalle groppe degli asini, bisbigliano tra loro parole sommesse tra lo schiamazzo dei bimbi e le voci delle madri.

Qui le case si tengono per mano, hanno paura di cadere una sull'altra. E...le finestre, gli archetti, le bifore sono occhi... si occhi increduli e spalancati che guardano incantati le tegole che dormono sotto le stelle da mille anni e odorano ancora di muschio e di viole. E poi gradini in pietra che si inerpicano in vicoletti angusti dove le ringhiere in ferro battuto sembrano ricami inamidati posti lì a sfidare il tempo e l'incuria degli uomini. Solo i libri non ho visto di tanto che ho visto dell'antica Graculum, eppure questi preziosi oggetti sono passati di mano in mano e per diversi secoli hanno attraversato le viuzze di questo antico e splendido borgo lucano che nel lontano 1276 assurse alla gloria ed agli onori di Sede Universitaria. Poi vennero i feudatari...Craco soffrì e restò in piedi - poi la rivoluzione partenopea del 1799... Craco versò sangue e rimase in piedi - poi nel 1963 venne un'ultima frana la più dura ...Craco non se ne avvide e ...morì. Si Craco è veramente morto - per un millennio ha vissuto dall'alto della sua roccia nello splendore e nella cultura poi tardivamente s'avvide di avere i piedi di argilla e quelle voci che Vi ho rievocato come un sogno, tacquero per sempre.

Ricordo quei lunghi giorni di lenta agonia, ma soprattutto rammento la dignità del suo popolo che gradualmente ed in silenzio abbandonava per sempre l'antico borgo in frana per la vicina e nuova area d'insediamento. Gli organi d'informazione certamente non lesinarono notizie afferenti il lungo ma inesorabile exodus di tutti i cittadini che innanzi alle telecamere altro non mostrarono se non la forza di non soccombere ed il coraggio di vivere non di sopravvivere.

In quella triste circostanza, quel popolo che è il nostro popolo diede un segno tangibile ed inequivocabile della sua grande ricchezza: la dignità.

Si è vero - le ingiustizie, le iniquità, la natura stessa fece povera la gente di Lucania, ma fiera e dignitosa come nessun'altra. Il nostro è un popolo che accetta la solidarietà perché per cultura e per istinto ne conosce il significato ma ha sempre rifiutato e rifiuta l'umiliazione del pietismo e dell'elemosina. Le calamità, i terremoti, le guerre, le carestie, le frane si le frane non hanno mai piegato le nostre gambe avvezzi come siamo a genufletterci solo davanti a Dio, e quando il dolore si è presentato innanzi ai nostri occhi per misurare la forza del nostro sacrificio, abbiamo piegato la testa per guardare meglio la nostra terra, e per nascondere agli altri le nostre lacrime.

La nostra è una umanità che sa piangere da sola.

Son trascorsi molti anni da quando vidi Craco l'ultima volta, in quella circostanza mi fermai sul ciglio della strada che porta all'antico borgo per abbozzare un disegno, quando una voce alle mie spalle mi sussurrò: Lei disegna molto bene - ebbi un attimo di esitazione ma subito mi resi conto che era l'attore Gian Maria Volontè che girava sotto la guida del regista Francesco Rosi, il film Cristo si è fermato ad Eboli. Avemmo un breve scambio di parole, gli feci omaggio del mio disegno e ci salutammo con molta cordialità. D'improvviso fui avvicinato da una Signora anziana che con gioia mista a timidezza, mi disse: "Volete venire a vedere dove sono nata?" - Si risposi e la seguii tra gradini, vicoletti e dirupi rimasti spaventosamente silenziosi. Ecco, aggiunse subito dopo: qui stavano i miei nonni, sotto c'erano i muli, qui mio padre e mia madre dove io sono nata e questa è la porta da dove sono uscita quando mi sono sposata con l'abito bianco, poi aggiunse con un dialetto comprensibile: Ma Voi siete uno di quelli che fanno il cinema? - No Signora, risposi, io sono uno di Voi, sono un lucano e sono qui solo per dipingere. Poggiò la mano destra sulla mia spalla sinistra ed additandomi un luogo più lontano, mi sussurrò: i miei figli che stanno lontano non sanno che io resterò qui per sempre, accanto a mio marito che non è più; con la punta del piede spostò lentamente un sasso che a suo avviso mi poteva essere d'intralcio, esitò un istante ed aggiunse: Questo lo sai solo tu, Figlio mio.

A quell'ora il sole viveva gli ultimi palpiti del giorno e Craco silenzioso e spoglio di tutti i suoi beni, mi sembrò d'oro! Gli voltai le spalle per non vederlo nel buio della sera e mi apprestai al ritorno verso casa ove mi accorsi di avere un disegno in meno ed una madre in più. Da quel giorno non sono tornato più a Craco, non voglio tornarci più - ho paura di ascoltare l'impietosa voce del silenzio, ho paura di ascoltare l'amabile voce di una donna che mi dice: Figlio mio...”

La cronaca del crollo di Craco tratta da “La Gazzetta del Mezzogiorno “ del 9.12.1963

Per accertare l'entità del fenomeno franoso " Da ieri i geologi  spiano i muri di Craco "

Non esclusa la possibilità di trasferire i senza tetto in altro Comune.

Pisticci 9 Dicembre 1963

Tecnici del provveditorato alle O.O.P.P. di Potenza e del Genio Civile di Matera, insieme a funzionari della Prefettura, hanno compiuto questa mattina un sopralluogo per accertare l'entità del fenomeno franoso che da alcuni giorni sta interessando una vasta zona di Craco. I tecnici, che hanno posto sui muri delle case lesionate numerose spie di vetro, si sono riservati di far conoscere al sindaco, sig. Donato Gallotta, i risultati per successivi provvedimenti. La frana in atto, in località S. Maria Gianpaolo, ha un fronte di oltre 350mt. Si muove lentamente verso il fondo valle precipitando in direzione del sottostante torrente Bruscata e interessa una decina di ettari di terreno. Nella medesima direzione per un fronte di circa 200mt e per una larghezza di circa 150mt, un altro movimento è in atto nell'abitato. Ha inizio dalla parte alta del paese in Via De Deo, un punto dove il torrente presenta due caratteristiche geologiche diverse: da ghiaioso e roccioso diventa argilloso e sembra finire sulla statale 103, sopra di un ponte, nel punto dove inizia l'altra frana. Se quest'ultimo movimento franoso, che interessa la parte abitata, dovesse ulteriormente aggravarsi e precipitare, il paese si spaccherebbe in due. Le case interessate in questa zona sono un centinaio. Venticinque sono pericolanti, tanto che il sindaco ha emesso già le prime ordinanze di sgombero. Frattanto, poiché la situazione potrebbe precipitare, le autorità amministrative, stanno requisendo tutti gli alloggi disponibili. Per la verità assai pochi, perchè a Craco negli ultimi tempi non si è mai costruito, tranne il riadattamento dei vecchi fabbricati. Ad ogni modo, le autorità del posto stanno considerando anche la possibilità di trasferire in un altro Comune i senza tetto. Molti desidererebbero trasferirsi a Pisticci, che è il Comune più vicino a Craco e dove hanno la possibilità di trovare un' occupazione nella zona industriale. Le zone della frana e le case lesionate sono ora sotto il controllo continuo delle autorità amministrative e dei Carabinieri di Craco. Il paese è posto a 391mt s.l.m. su marne argillose e ghiaiose. Ha una popolazione di poco più di 1.700 abitanti suddivisi in 380 famiglie. La sua economia prevalentemente agricola, si sviluppa in un agro che ha una estensione di 7.600 ettari di terreno, per lo più collinoso. Circa mille vani compongono tutto il nucleo abitato. Già nel 1886 una frana colpì la medesima zona. Su quei ruderi i crachesi hanno costruito le loro nuove case, ora irrimediabilmente compromesse.

Sullo stesso giornale, il corrispondente Angelo Manghise sollevava un dubbio:

“….La ricognizione delle cause sarebbe altrettanto importante. Per esempio le fognature e la rete idrica sono completamente efficienti o con le loro perdite continue causano pericolo di smottamenti di terreno?”

Sono dubbi che ancora oggi gli abitanti della nuova Craco-Peschiera non riescono a cancellare: ci furono gravi  responsabilità umane?

La natura a Craco

A ridosso del fiume Cavone, corso d'acqua della Basilicata centro-meridionale, in un territorio caratterizzato dai dolci rilievi collinari sorge, a 391 metri sul livello del mare, la città morta di Craco. Essa si trova in un'area circondata dai comuni di Pisticci, Montalbano Jonico, San Mauro Forte, Stigliano e Ferrandina, tutti in provincia di Matera. La regione su cui sorge l'insediamento è costituita da terreni argillosi e sabbioso-conglomeratici formatisi quasi sette milioni di anni fa. La sommità di queste formazioni corrisponde mediamente ai 400-500 metri di quota ed è spesso delimitata da un gradino verticale sul quale poggiano superfici argillose di distacco interessate da vari fenomeni di erosione intensiva, di cui i cosiddetti "calanchi" sono l'effetto più diffuso e suggestivo. D'estate i calanchi appaiono pressoché privi di copertura. La vegetazione erbacea prevalente è composta da Sparto steppico (Lygeum spartum) e Canforata di Montpellier (Camphorosma monospeliaca). Con un incremento di contenuto salino si ha la prevalenza della Sueda fruticosa. Le aree a macchia mediterranea con dominanza di Lentisco (Pistacia lentiscus) e aree nude sono presenti lungo versanti esposti a sud.

I versanti esposti a nord ospitano degradati di Roverella (Quercus pubescens) e radure di Ginestra (Spartium junceum).

Il clima della zona, di tipo temperato semiarido, consente una rada presenza boschiva (roverella) ed un più esteso manto vegetale costituito dalla macchia mediterranea rappresentata soprattutto dal lentisco, mentre sui calanchi compaiono ciuffi di Lygeum spartum.

Non manca a valle la presenza di varie specie di pioppi e salici che colonizzano il letto del fiume e zone umide. Non si possono non citare poi le rilevanti piantagioni di ulivi, sparsi sul territorio, nel tempo è diventato discreto centro di produzione di olio di oliva. Tutto il territorio è l'ambiente ideale per la crescita di molte piante officinali dalla Carlina (Carlina acaulis) alla Bardana (Arctium lappa), dalla Menta (Menta silvestris) alla Maggiorana (Origanum majorana),dal Pulegio (Pulegium) all'Origano (Origanum vulgare), dal Timo (Timus vulgaris) alla Liquirizia (Glicyrrhiza glabra) e dal Crescione (Nasturtium officinale) all'Ortica (Urtica dioica).

Le zone vallive sono dominate dalla monocultura cerealicola che, a volte, si estende anche dove l'occhio umano non può arrivare. Oltre ai più comuni riccio, volpe, faina, donnola, lepre, l'istrice, spicca la presenza del tasso e del cinghiale nelle parti più boscate ed interne.

La varietà di ambiente permette una popolazione diversificata di uccelli che vanno dai passeracei ai rapaci diurni e notturni, tra cui spiccano numerose colonie di nibbi, gheppi e poiane con la presenza di piccole colonie di Falco Grillaio. Di grande rilievo è la presenza del Biancone o Aquila dei serpenti e del Capovaccaio mentre tra i rapaci notturni sono da indicare gufi, civette, barbagianni e assioli.

Negli anfratti argillosi è facile trovare le due specie di vipere qui più comuni: Vipera aspis e Vipera berus, il cosiddetto "guardapassi". Sono diffusissime le diverse varietà di serpenti dalle biscie nei torrenti ai vari coluber, fino alla aronella austriaca alle innocue lingue di bue e agli elephae noti come serpenti cervone. Il rospo comune e le diverse specie di rana sono presenti nelle zone ricche di acqua: nei corsi d'acqua che percorrono le valli, nei ristagni e nelle pozze è possibile rinvenire l'ululone dal ventre giallo e la raganella. Non di rado si può ammirare la bellezza di piccole salamandre.

Grassano, il primo confino di Carlo Levi

Carlo Levi restò confinato a Grassano dal 3 agosto al 18 settembre 1935, quando, in seguito alla visita della cugina - amante Paola Olivetti, su proposta del Prefetto di Matera, venne trasferito ad Aliano.

D'altra parte, il Comune di Grassano, per essere vicino ad un importante scalo ferroviario, era ritenuto il meno adatto per il soggiorno di Levi, giacché lo stesso aveva ricevuto vari bagagli che non erano passati sotto il controllo della censura. Inoltre, si era messo in troppo evidente dimestichezza con la popolazione locale, che egli apprezzava per la sua bontà e per la sua gentilezza.

Vi ritornò per una settimana il 30 novembre dello stesso anno per completare alcuni quadri, tra cui quasi certamente "Il Capitano con le volpi". Vi ritornò ancora nel 1946, da letterato e pittore affermato, per la campagna elettorale referendaria e nel 1960 per eseguire una serie di fotografie in vista della realizzazione del grande quadro "Lucania 61", che ora si trova a Matera nel palazzo Lanfranchi. Per l'ultima volta venne a Grassano nel 1974 per visitare i paesi del confino.

Quando morì a Roma, il 4 gennaio 1975, si pensò subito di seppellirlo a Grassano; i suoi familiari scelsero però Aliano, nel cui cimitero ora riposa, in mezzo ai suoi contadini.

Grassano può essere descritto con le stesse parole di Carlo Levi, che lo definisce come un paese "bianco in cima ad un alto colle desolato, come una piccola Gerusalemme immaginaria nella solitudine di un deserto" oppure "una piccola Gerusalemme immaginaria, tutta bianca, quasi irreale come l'immagine di un miraggio".

Anche le sue prime impressioni, comunicate alla madre due giorni dopo il suo arrivo, contribuiscono a dare un'idea più concreta del paese lucano dove fu confinato: " Dunque, eccomi a Grassano… Credevo che anche Grassano fosse un paese di montagna e me lo figuravo tra i boschi e salite impervie; invece è in cima ad un colle a lentissimo declivio… Le colline sono tutte coltivate a grano; per i campi lavorano le trebbiatrici e passano a cavallo i contadini per recarsi ai campi lontani."

I luoghi di Levi a Grassano

Meritevoli di essere conosciuti, sono i luoghi legati alla storia del paese e immortalati da Levi.

Si segnalano i siti web:

http://www.parchiletterari.com/levi_grassano/index.php

http://www.aliano.it/

http://it.wikipedia.org/wiki/Aliano

http://craco.leonardo.it/blog

http://www.basilicata.cc/lucania/aliano/index0.htm