LE ARGILLE DI CUTROFIANO E LA PIETRA DI CURSI

Foto di Gianluca Andreassi

Cutrofiano - Cava d'argilla

LE ARGILLE DI CUTROFIANO - IL PARCO DI CAVA LUSTRELLE

Il Parco dei Fossili, a pochi chilometri da Cutrofiano ed esteso per circa 12 ettari, è ricavato all'interno di una ex cava d'argilla in contrada Lustrelle, dismessa alla fine degli anni '70. 

La cava, nonostante l'eccezionale presenza di fossili rischiò di essere abbandonata al suo destino o peggio trasformata in discarica; negli anni '90 la nuova proprietà investì fortunatamente nel suo recupero, bonificando l'area e piantumando circa 8000 alberi ed arbusti sui bordi e sui pendi più dolci; nel 1999 la proprietà concesse poi in comodato alla Pro Loco di Cutrofiano l'area della cava e una casa contadina risalente al '600, al fine di creare un parco turistico - culturale e didattico e un piccolo Museo Malacologico, preservando al contempo le ricchissime sezioni fossilifere presenti in numerose parti della cava.

I differenti strati geologici leggibili nella cava Lustrelle sono tutti di origine marina, ad eccezione di quello più superficiale, costituito da terreno agricolo e da humus, e di quello più profondo.

A Cutrofiano i differenti strati sono sovrapposti pressocchè orizzontalmente l'uno sull'altro, con i più recenti in superficie e quelli di più antica formazione sempre più in basso.

Immediatamente al di sotto del terreno agricolo si trovano i Depositi marini terrazzati, localmente detti chiancarella, i più recenti sedimenti di origine marina presenti nella cava, risalenti a circa 100.000 anni fa, per uno spessore massimo di 2-3 metri e costituiti da sabbie grossolane con frequenti inclusioni carbonatiche. Rari sono i fossili presenti in questo strato.

Immediatamente più in basso si trovano le Argille gialle, risalenti a poco meno di un milione di anni fa, composte da fango più o meno sabbioso con inclusione di argilla, frammenti rocciosi e residui di origine organica; lo spessore massimo di questo strato non supera i cinque metri e i fossili contenuti sono pochi e poco conservati.

Inferiormente alle argille gialle affiorano le Argille azzurre, databili a circa un milione di anni fa e con uno sviluppo dello strato pari a circa 10 metri; le argille azzurre rappresentano la porzione basale della serie delle argille e racchiudono un eccezionale numero di molluschi fossili, molti dei quali in perfetto stato di conservazione.

Ancora più in basso emergono le Calcareniti di Gravina, erroneamente definite "tufo", risalenti a poco più di un milione di anni e spesse circa 15 metri; le calcareniti sono costituite da depositi carbonatici a grana medio - grossolana, con una ricca frequenza di fossili spesso in cattivo stato di conservazione.

Al di sotto delle Calcareniti di Gravina si riscontra la presenza della Calcarenite marnosa, comunemente nota come "pietra leccese", risalente al periodo Miocenico (ossia al periodo compreso tra 20 e 12 milioni di anni fa) e spessa 60-65 metri; si tratta di un sedimento argillo - marnoso di origine organogena, con frequenti tracce di fossili, sia di molluschi e invertebrati in genere, che di vertebrati marini (rettili, pesci, come lo squalo Carcharodon megalodon, e mammiferi, come delfini e balene).

Lo strato più profondo è costituito infine dal Basamento calcareo, formatosi nel periodo compreso tra il Giurassico e il Cretaceo, ossia tra 195 e 65 milioni di anni fa, raggiungendo la ragguardevole profondità di 4500 metri; la composizione di queste rocce è data da percentuali differenti di carbonato di calcio e di magnesio (a seconda delle percentuali presenti si distinguono infatti tre differenti rocce, i calcari, i calcari dolomitici e le dolomie).

Foto di Gianluca Andreassi
Cava Lustrelle - Fossili

La specificità di Cava Lustrelle è data, come detto, dall'eccezionale presenza di fossili, per numero (vari miliardi di fossili, in alcuni punti anche alcune migliaia per singolo metro quadro) e per stato di conservazione (alcuni conservano infatti a distanza di milioni di anni la colorazione originaria).

Di rilevante valore scientifico le informazioni che si possono ricavare dallo studio scientifico dei fossili presenti: le relazioni tra le varie specie e con l'ambiente marino che li ospitava, l'ecologia delle differenti specie (è ancora possibile leggere per esempio gli attacchi di molluschi predatori o l'utilizzo di alcune conchiglie come supporto per altre specie), la profondità e le caratteristiche del mare anticamente presente, o ancora le differenti condizioni climatiche succedutesi nel corso dei millenni.

LE CERAMICHE DI CUTROFIANO

Cutrofiano da tempi lontanissimi è conosciuta per la diffusione dell'attività ceramica: già in uno scritto della metà del '500 si cita Cutrofiano come luogo dove si lavorano "pignate e altri vasi di creta"; nella seconda metà del Seicento viene indicata come "luogo dei pignatari". Per i secoli precedenti ci si può invece solo affidare ai ritrovamenti archeologici, da cui si può ricavare come già in epoca medievale (XII - XIII secolo) l'attività figula fosse molto sviluppata, in particolare immediatamente all'esterno del paese (contrada Badia), probabilmente a ridosso dei luoghi di estrazione delle argille.

Nel XVII secolo la documentazione scritta ancora esistente permette di ricostruire meglio l'attività dei figuli presenti a Cutrofiano, e ancora maggiori informazioni si ricavano dal Catasto Onciario redatto a metà Settecento: il Catasto evidenzia come a Cutrofiano esistessero 31 botteghe che occupavano ben 46 artigiani, di cui 27 qualificati come "codimari", 13 come "pignatari" e 9 "piattari". Si trattava quindi di una attività enormemente sviluppata, se si considera che all'epoca la popolazione complessiva residente nel paese raggiungeva appena i 600 abitanti; nello stesso periodo a Grottaglie, altro importante centro ceramico pugliese, gli addetti nel settore erano solo 15, mentre l'unico centro della Terra d'Otranto che superava per numero di artigiani Cutrofiano era Laterza, dove si contavano 67 artigiani (ma su una popolazione di oltre 3000 abitanti).

Dal Catasto Onciario è inoltre possibile dedurre, oltre che gli aspetti quantitativi, anche gli aspetti qualitativi della produzione ceramica: i codimari erano artigiani che producevano una vasta gamma di oggetti d'uso comune, grezzi o invetriati; i pignatari erano invece specializzati nelle ceramiche da fuoco, mentre i piattari producevano piatti e vasi invetriati e spesso anche smaltati e decorati. A Cutrofiano, a differenza per esempio di Laterza, mancano invece i "faenzari", gli artigiani specializzati nella produzione di maiolica artistica.

Le tracce dell'antica tradizione ceramica di Cutrofiano sono oggi raccolte nel Museo della Ceramica.

CURSI E LA PIETRA LECCESE 

Qui altre ancora Il paesaggio delle campagne tra Cursi e Melpignano è profondamente segnato dalla presenza di cave, molte delle quali esaurite e per questo da tempo abbandonate e alcune ancora brulicanti di attività finalizzata all'estrazione della pietra leccese, da sempre una delle poche ricchezze di questo territorio. L'economia di Cursi è infatti da molti secoli strettamente connessa alla risorsa pietra, tanto da essere uno dei pochi centri del Salento a caratterizzarsi per un'economia "industriale" prima che agricola.

La pietra di Cursi, comunemente detta Pietra leccese, dal punto di vista chimico è una roccia calcarea, del gruppo delle calcareniti risalenti al periodo miocenico (al periodo compreso tra 20 e 12 milioni di anni fa); dal punto di vista della composizione mineralogica è una pietra abbastanza omogenea, con il carbonato di calcio (sotto forma di granuli calcarei, costituiti da microfossili e frammenti di fossili, e di cemento calcitico) come costituente fondamentale. Componenti minoritari sono i granuli di quarzo, di feldspati, di fosfati e minerali argillosi (come la caolinite, la smectite e la clorite), la cui presenza, a seconda delle percentuali, determina sensibili variazioni, anche all'interno della medesima cava, della tonalità di colore, del grado di compattezza, della porosità, della resistenza a compressione, del peso specifico o della granulometria della pietra: caratteristiche perfettamente note agli antichi cavamonti, che conoscevano le varietà della pietra leccese e selezionavano le varietà più adatte ai differenti usi, e oggi scientificamente dimostrabili in seguito a prove di laboratorio.

Le modalità di estrazione della pietra leccese sono rimaste sostanzialmente invariate nel corso dei secoli; solo negli ultimi 50 - 60 anni sono profondamente mutate le attrezzature con cui essa avviene e di conseguenza i tempi e i costi connessi.

Nelle cave a cielo aperto, l'operazione preliminare, oggi come in passato, consisteva nell'eliminare la vegetazione e il terreno superficiale dall'area scelta per l'estrazione (la scelta di tali aree in passato avveniva per tentativi o "per pensamento", basandosi cioè sull'esperienza dei cavamonti più anziani); il terreno asportato veniva venduto ai proprietari di terreni poveri, caratterizzati dalla presenza di estese zone di roccia affiorante, costituendo un'ulteriore fonte di reddito. L'operazione successiva consisteva nell'eliminazione, attraverso operazioni di sbancamento utilizzando cariche di polvere da sparo, del "cappellaccio", lo strato superficiale, inservibile, del banco roccioso.

Fino a metà del XX secolo l'estrazione dei "pezzotti" avveniva completamente a mano, con l'ausilio di strumenti rudimentali, ad opera dei cavamonti (o "zoccatori"). L'estrazione avveniva per letti di cava, ossia assecondando quelli che erano i naturali piani di sedimentazione della roccia: dopo che il banco era stato liberato dal materiale superficiale inutilizzabile, i cavamonti stendevano una corda, utile a segnare il solco, profondo circa 28 cm, da tracciare con lo strumento in ferro detto "zocco"; usando un ramo d'olivo (detto "due palmi" per la lunghezza pari a circa 50 cm) si segnava l'altezza del blocco, praticando con la mannara (strumento simile ma più grande dello zocco) delle incisioni dette finte; andava quindi staccato il blocco dal piano di cava, inserendo nel solco precedentemente fatto dei cunei di pietra o facendo leva con un palo di ferro.

A partire dagli anni '50 l'estrazione della pietra avviene invece con l'ausilio delle macchine: dopo aver preparato un piano di scavo ben livellato, si procede incidendolo, ad una profondità di circa 25 cm, con solchi paralleli mediante una sega a disco verticale dentato che si muove su binari, prima in un senso e poi perpendicolarmente, con solchi distanti circa 50 cm. Subito dopo entra in azione la macchina scalzatrice, capace di tagliare la pietra orizzontalmente. I blocchi estratti vengono quindi trasportati altrove per eventuali lavorazioni.

Anche le cave di Cursi hanno fatto emergere interessantissime tracce fossili di un lontano passato, oggi raccolte e conservate per la maggior parte nel Museo Paleontologico di Maglie.

MASSERIA TORCITO

Foto di Gianluca Andreassi

Masseria Torcito

Masseria Torcito rappresenta uno dei più interessanti esempi di masseria "fortificata" salentina.

Foto di Gianluca Andreassi
Masseria Torcito - Caditoie

La masseria, posizionata su una leggera ondulazione del terreno in modo da facilitare il controllo sul territorio circostante, lungo un importante percorso viario, prolungamento della Via Appia verso Otranto, ricadeva nel feudo di Cerceto, già esistente nell'864.

Il feudo e la masseria furono concessi nel 1274 da Carlo I d'Angiò alla famiglia Castromediano, appartenendo poi ai Cercolo, ai Mancarella, ai Garrisi, ai Ventura, ai Prato, ai Palmieri e ai baroni Lubelli di Serrano, in un continuo avvicendarsi della proprietà; oggi il complesso, e un'area di 203 ettari, sono proprietà della Provincia di Lecce che lo ha di recente restaurato.

Foto di Gianluca Andreassi
Masseria Torcito - Torre colombaia

Il complesso della masseria è dominato dal nucleo seicentesco a torre, elemento comune a moltissime masserie pugliese che riprende il modello delle torri costiere anticorsare ampiamente diffuse nel Salento. Intorno alla torre si aggregano poi numerosi altri manufatti edilizi, di supporto alle originarie attività agricole del complesso; a pochissima distanza dalla masseria, a comporre un unicum di elevato valore testimoniale, va segnalata la presenza di un'imponente torre colombaia, che poteva ospitare fino a 3000 piccioni, di un vasto frantoio ipogeo, di una neviera (ambiente semipogeo in passato destinato alla conservazione della neve), di alcune fosse granarie scavate nel banco di roccia, della cappella di Sant'Elia, di alcune tombe appartenenti al villaggio medievale anteriore alla costruzione della masseria. 

Foto di Gianluca Andreassi
Masseria Torcito - Frantoio ipogeo

L'intorno della masseria è inoltre segnato dalle tracce degli antichi percorsi di accesso, con i solchi dei traini ancora evidenti sul banco roccioso affiorante.

Il recente restauro del complesso da parte della Provincia di Lecce è finalizzato alla creazioni di spazi per la promozione di eventi e manifestazioni di tipo culturale, folcloristico e ricreativo. Molte polemiche ha suscitato l'idea di realizzare nell'area di Torcito anche un Parco a tema di dubbio gusto e poco rispettoso della millenaria e autentica storia del Salento.

 

 

Si segnalano le pubblicazioni:

- A.Costantini: "Guida alle masserie del Salento", Congedo Editore, Galatina 1999

- L.Mongiello: "Masserie di Puglia", Adda editore, Bari

 

Si segnala inoltre il sito web:

- www.japigia.com/parcodeifossili