ACERENZA

Situata su una rupe di tufo a 833 metri sul livello del mare, racchiusa tra il fiume Bradano, che qui disegna un’ampia vallata, e il torrente Fiumarella, è davvero il caelsae nidum Acherontiae, il “nido d’aquila dell’alta Acerenza” descritto dal poeta latino Orazio nato nella vicina Venosa.

La cittadina (abitanti 3016) ricalca, dal punto di vista urbanistico, la tipologia delle cittadelle murate medioevali.

Per chi proviene dalle Puglie, Acerenza mostra il versante nord-est in tutta la sua imponente compattezza, mettendo in luce il complesso absidale della Cattedrale, armonizzato con il tessuto urbano e con l’omogeneità dei materiali di costruzione (arenaria locale), del colore delle facciate e dei tetti. L’imponente Cattedrale dell’XI sec. di stile romanico-cluniacense, consacrata all’Assunta e a San Canio, svetta su tutto il panorama del borgo.

Puro stile romanico nel meraviglioso portale dove umani e animali stanno mostruosamente avvinghiati. In età barocca la Cattedrale cambiò aspetto: fu rivestita di stucchi, che ne stravolsero spirito ed atmosfera, e tornò com’era dopo i restauri degli anni Cinquanta. Per conoscerla bisogna passeggiarle intorno, scrutando le mura di pietra antica, i volumi di absidi e torrette, andando alla ricerca dei mille, piccoli segreti prima di entrare, magari al tramonto, quando i raggi del sole attraversano il rosone e un fascio di luce intensa colpisce l’altare maggiore. E davvero, girandole attorno fra gli stretti vicoli e le terrazze che aprono scorci sul panorama di dolci colline, la Cattedrale svela i suoi primi tesori: incastonati nella trama di pietre millenarie, ecco, isolati qua e là, i marmi di età romana, le figure scolpite di lapidi funerarie consunte dal tempo, le colonnine di fattura greca.

Ogni dettaglio è prezioso: le antiche acquasantiere, le testine di scimmia alla base delle colonne, gli affreschi (suggestiva l’immagine di Santa Margherita e il drago), i bassorilievi (il Satiro che suona lo zufolo).

Lo stemma dei Ferrillo, ripetuto cento volte su affreschi e formelle, è anche sul grande sarcofago dietro l’altare: il “Cassone di San Canio”. Agli inizi del Cinquecento, Giacomo Alfonso Ferrillo, il “conte archeologo”, e la sua bella moglie slava, la principessa Maria Balsa, chiamarono a palazzo il maestro Pietro di Muro Lucano e gli commissionarono la realizzazione di una piccola cripta, sotto il presbiterio, mentre Giovanni Todisco, fu incaricato di affrescarla. Il risultato è un piccolo scrigno di tesori, capolavoro di un’arte rinascimentale fiorita quaggiù, nelle campagne di un sud lontano, interpretata da artisti locali di rara sensibilità.

Uscendo dalla Cattedrale, dopo aver ammirato il palazzo cinquecentesco dell’ex-Pretura, che si distingue per la bella romanella mediterranea, ci si può incamminare per i vicoletti del centro storico e soffermarsi sugli splendidi palazzi gentilizi settecenteschi con i loro portalini in pietra, ornati di sculture semplici o da stemmi di antiche famiglie acheruntine.

Su Largo Gianturco si affaccia il palazzo della Curia vecchia che occupa una parte dei locali dell’antico castello, di impianto longobardo-normanno-svevo, parzialmente ricostruito negli anni Cinquanta.

All’altezza di porta San Canio si può ammirare il settecentesco palazzo Gala, con un cornicione a romanella e portali, in pietra lavorata. Di fronte è la chiesetta gentilizia di San Vincenzo, databile al XVIII sec., con volta a crociera decorata a stucco.

La cattedrale

La Diocesi di Acerenza è una delle più antiche dell’Italia meridionale, certamente la prima fondata in Basilicata, forse dallo stesso San Pietro, che, recandosi da Brindisi a Roma, percorrendo la Via Appia, molto probabilmente soggiornò in Acerenza, predicandovi il Vangelo e lasciando alla sua partenza un “anziano” a guidare la nascente comunità cristiana: fu il primo Vescovo della Città e della Diocesi. Fu lo stesso arcivescovo Arnaldo che nel 1080 poté consacrare solennemente il nuovo maestoso Tempio, dedicato a Santa Maria Assunta e a San Canio, il cui Corpo fu ritrovato appunto in quello stesso anno, durante i lavori di ripristino e di ampliamento.

La Festa della Dedicazione della Cattedrale, elevata alla dignità di Basilica Minore nel 1954, si celebra il 13 maggio di ogni anno.

La Cattedrale è in stile romanico-normanno ed è di una semplicità grandiosa e severa, con pianta a croce latina. Essa è lunga m. 69 e larga 23 con una crociera di m. 39 con 10 massicci pilastri, cinque per lato, 3 navate con transetto, tiburio ottagonale, 2 absidiole, coro con deambulatorio e cappelle radiali intorno all’abside centrale.

La Cattedrale così come noi la vediamo oggi, è sorta sull’area della primitiva Chiesa Paleocristiana, a sua volta eretta sul luogo dove sorgeva un tempio pagano dedicato ad Ercole Acheruntino. Qua e là, sia all’interno che all’esterno, sono incastonati nel nuovo edificio resti sia dell’antico tempio pagano che della primitiva chiesa.

Tracce delle due costruzioni più antiche furono rinvenute sotto il pavimento della Cattedrale, rifatto completamente tra il 1975-1977. Accanto alla costruzione, sulla destra, in parte sotto l’attuale Casa Canonica, in parte sotto il pavimento del cortile, furono rinvenute tracce di una costruzione a pianta circolare, probabilmente il Battistero, come testimonierebbe anche la toponomastica, essendo la via che rasenta la Casa Canonica e la Cattedrale, intitolata a San Giovanni.

Partendo dalla facciata, immediatamente lo sguardo si posa sull’elegante portale formato da due colonnine sorrette da orribili animali che divorano esseri umani. Al di sopra dei capitelli due sfingi sorreggono sulle spalle un arco giunto a noi mutilo, ma che doveva essere formato da una teoria di angeli, come appare dai frammenti alla base dell’arco e da altri conservati.

Molti dicono che questo portale è di stile romanico-pugliese, ma la sua storia è tutta da scrivere e non sarà improbabile accertarne l’origine più antica e magari esemplare dei classici portali pugliesi di Altamura e Bari.

Mancano, sotto le colonnine, i due leoni di pietra che certamente c’erano all’origine: uno è stato messo di recente in cima all’angolo sinistro della facciata, l’altro è stato scoperto, mutilo, ma ancora leggibile, murato all’angolo di una casa di Via Santa Sofia.

Gli stipiti della porta, riccamente scolpiti con motivi floreali e zoomorfi, potrebbero essere una composizione con pezzi preesistenti a questo edificio e comunque tutti da studiare nella loro simbologia. Tuttavia un primo significato da una lettura superficiale potrebbe essere questo: gli animali orribili simboleggiano il male, il peccato, che bisogna, entrando nel Tempio, lasciare fuori, per ravvivare la vita spirituale ed elevare l’animo a cose di paradiso, di cui sono simbolo la vegetazione lussureggiante, i cerbiatti, i pavoni e i cavalli rampanti degli stipiti e gli angeli al di sopra delle colonnine e dell’archetto mutilo.

Sul portale, al di sotto del rosone, vi è uno stemma in marmo dei Conti Ferrillo, che intorno alla metà del 1500 fecero restaurare la facciata ed il campanile. Sulla cuspide della facciata vi è una croce marmorea di recente fattura, nel posto dove per secoli fu il busto di Giuliano l’Apostata, venerato come San Canio e ora conservato all’interno.

A sinistra un piccolo portale porta al museo del Duomo.

 

La leggenda del bastone di San Canio

L’altare così come si presenta è in realtà il rivestimento marmoreo operato alla fine del ‘600 di un altare in pietra certamente più antico, forse quello del 799, l’anno in cui il Santo Vescovo Leone fece trasportare da Atella in Campania le reliquie di San Canio.

L’antico altare in pietra, come si può vedere attraverso l’unica apertura circolare di appena 15 centimetri di diametro, è una specie di sarcofago, sul cui fondo vi é poggiato un bastone ligneo, privo di riccio, lungo circa cm 145 e circa cm. 5 di diametro. Il bastone è nodoso per la sua lunghezza eccetto i primi 10 cm. che sono lisci. Poggia su un piano accidentato e ruvido. Queste caratteristiche sono importanti a sapersi quando si considera un fenomeno mai spiegato e inspiegabile con le leggi della fisica, cioè il fatto che detto bastone si muove spontaneamente per cui a volte è talmente vicino all’apertura da potersi toccare con le dita, altre invece è a metà o in fondo. L’apertura è protetta da una porticina in legno. A destra vi è un’altra porticina lignea, ma è finta; serve solo alla simmetria.

La tradizione, costante dal 799, e avallata lungo i secoli da documenti di Arcivescovi che la ricognizione canonica delle Reliquie, attribuisce il Bastone a San Canio, portato e riposto in Cattedrale insieme al Suo Corpo. Nulla vieta dunque che essa possa essere per il credente un “segno”, un richiamo, un dono, uno stimolo.

Purtroppo non si sa dove sia ora il Corpo di San Canio: occultato molto bene durante le invasioni dei Saraceni, per evitarne la profanazione, se ne è persa la memoria del nascondiglio.

Il prodotto del borgo

Ad Acerenza non si può fare a meno di gustare un bicchiere di Aglianico. Vino rosso importante da medio e lungo invecchiamento, di colore rosso rubino tendente al granato e dal profumo delicato di frutti di bosco, con note di vaniglia e legno, se raffinato in barrique, oppure di cuoio e catrame se molto invecchiato. Il sapore è asciutto e armonico e tende al vellutato con l’invecchiamento.

Ma il territorio regala anche la tipica salsiccia e soppressata acheruntina (la spezzettatura della carne avviene ancora a “punta di coltello”), il pane di semola rimacinata di grano duro e un ottimo olio extravergine d’oliva.

FORENZA

Nel comprensorio del Vulture, a nord dell’Appennino Lucano, Forenza appartiene alla Valle del Bradano che confina con la Puglia e presenta quindi qualche affinità culturale con questa regione.
Il pittoresco paese (2637 abitanti, forenzesi o forentani) sorge su di un colle ad 836 m. s.l.m. che domina le Murge e il Tavoliere pugliese, a poca distanza dai ruderi dell’antica città di Forentum, occupata dai Romani nel 317.

Interessante è la chiesa del Crocifisso, costruita nel 1680, e che fa parte del Convento dei Cappuccini, nel cui interno sono custoditi altari lignei, tele del 1500, un dipinto di Santa Maria della Stella del XIV sec., un coro del XVI sec. ed un prezioso crocifisso ligneo del XVII sec..

Oltre a questa, molto bella è la chiesa dell’Annunziata caratterizzata da un bel portale in pietra, nel cui interno si può apprezzare un’antica scultura raffigurante Santa Maria dei Longobardi.

Molto suggestiva è la chiesa basiliana di San Biagio, scavata in una grotta da un seguace di San Vitale.

Si accede percorrendo una via mulattiera, e nel suo interno si possono ammirare bellissimi affreschi bizantini.

Caratteristica del territorio di Forenza è la presenza di suggestivi boschi, in particolare “bosco Derricelli” in cui vegetano secolari alberi di cerri.

Itinerario religioso-culturale

Visita alla Chiesa del Crocifisso, costruita nel 1680, e che fa parte del Convento dei Cappuccini, nel cui interno sono custoditi altari lignei, tele del 1500, un dipinto di Santa Maria della Stella del XIV sec., un coro del XVI sec. ed un prezioso crocifisso ligneo del XVII sec.. Il Crocifisso, per l’intensità drammatica, è collegabile ai Crocifissi coevi dell’Andalusia. Questa rappresenta una delle opere più notevoli del Seicento lucano.

Visita alla Chiesa di Santa Maria degli Armeni, la cui denominazione è di derivazione orientale. La sua dedicazione può farsi risalire ad una effige della Madonna trasportata dall’Oriente bizantino dal nobile conte Ruggero, reduce dalla Crociata. Un documento del 1219 informa dell’appartenenza di questa chiesa alla badia benedettina di Montevergine. La costruzione fa parte di un convento verginiano soppresso da Papa Clemente VIII nel 1596. Oggi non rimangono che ruderi.

Visita alla Chiesa dell’Annunziata caratterizzata da un bel portale in pietra, nel cui interno si può ammirare un’antica scultura raffigurante Santa Maria dei Longobardi.

Visita alla Chiesa di San Biagio, di origine basiliana, scavata in una grotta da un seguace di San Vitale. In essa si accede percorrendo una via mulattiera, e nel suo interno si possono stimare bellissimi affreschi bizantini.

Visita alla “Casa contadina”, ricostruzione fedele di un’abitazione di inizio secolo di una famiglia di estrazione sociale medio-bassa. Nella casa è possibile ammirare mobili, oggetti ed utensili di uso quotidiano per rivivere l’atmosfera della civiltà contadina all’inizio del Novecento.

Boschi di Forenza

Escursione nei suggestivi boschi di Forenza, in cui cresce la caratteristica “quercia dei centorami”. In particolare nel “bosco Derricelli” vegetano secolari alberi di cerro. Questo bosco venne occupato nel 1799 dai contadini ai quali era stato sottratto il diritto d’uso dagli amministratori del feudatario, quegli stessi che in seguito alle leggi eversive della feudalità lo acquistarono a poco prezzo divenendo i nuovi borghesi di Forenza.
 

Si segnalano i siti web:

- www.aptbasilicata.it

- www.comune.acerenza.pz.it

- www.comune.forenza.pz.it