GIOVINAZZO - I CASALI, LE CHIESE E I FRANTOI

 

 

l’evoluzione del paesaggio agrario

Il paesaggio agrario pugliese, e in particolare la campagna di Giovinazzo, conserva testimonianze peculiari della attività dell’uomo, delle dinamiche evolutive del mondo rurale, degli intensi scambi e legami con i centri urbani: muretti a secco, cippi, specchie, casedde, chiese, resti di casali, torri, trappeti  e palmenti punteggiano il territorio, documentando gli articolati processi di appropriazione del territorio, di difesa e organizzazione del lavoro agricolo.

 Attraverso l’osservazione di questi elementi è possibile ricostruire l’evoluzione dell’attività dell’uomo nelle campagne; spesso si tratta di elementi minimi o fortemente degradati, che costituiscono comunque una testimonianza importante della civiltà rurale delle nostre terre, da riscoprire, far conoscere e valorizzare. Il percorso individuato mostra alcuni di questi significativi segni del paesaggio, posti a breve distanza l'uno dall'altro: la chiesetta di S.Basilio, il complesso di S.Eustacchio, quello di Torre Rufolo e il dolmen di S. Silvestro.

 La frequentazione di questo territorio risale almeno al periodo Neolitico come dimostrano i rinvenimenti nell'area del dolmen di San Silvestro (risalente all'Età del Bronzo).

La colonizzazione greca e la conquista romana introdussero in Puglia alcuni elementi tipici che hanno caratterizzato l’organizzazione del territorio, e, che, adattandosi ai molteplici cambiamenti economici e sociali, sono ancor oggi parzialmente leggibili. Con la colonizzazione greca si diffuse il paesaggio del giardino mediterraneo, caratterizzato da appezzamenti chiusi, allo scopo di difendere le colture arbustive e arboree dal pascolo abusivo e dai furti. Il territorio risultava così segnato da una poligonale irregolare che attestava la proprietà della terra. La presenza delle chiuse, delimitate da muretti a secco e da specchie permane durante il medioevo e in epoca moderna. 

La conquista romana ha sovrapposto a questa irregolare divisione del territorio la maglia geometrica della centuratio che divideva il territorio secondo un reticolo quadrangolare. Gli assi parallelamente ai quali si sviluppava il reticolo costituivano percorsi viari o confini. Le tracce di questi assi permasero a lungo: un’ ipotesi di ricostruzione del reticolo nell’ager botontinus individua due cardini nelle due strade parallele che portano da Bitonto a Giovinazzo. La produzione agraria si organizzava intorno alla villa rustica, una sorta di azienda agraria schiavistica: nel territorio del nord barese delle ville rimangono il più delle volte i toponimi di origine romana prediali o che rievocano le attività produttive svolte, ma soprattutto la frequentazione del sito, molte di loro, infatti, costituirono i nuclei di formazione dei casali, e delle successive massae, le aziende agricole che si svilupparono a partire dal Duecento.

I casali costituivano le forme di popolamento del territorio più diffuse durante la dominazione bizantina e nel periodo dell’incastellamento di età normanna. Il casale si sviluppò a partire dal chôrion o borgo aperto, che costituiva una circoscrizione fiscale, esso si trasformò nel tempo in villaggio fortificato o Kastron. La crescita delle attività agricole tra IX e X secolo coincise in Terra di Bari con lo sviluppo di numerosi casali, tra questi quello certamente più noto e meglio conservato è Balsignano nei pressi di Modugno, probabile insediamento rurale di età tardo romana trasformato in villaggio fortificato, la cui attività è documentata dal X secolo. Numerosissimi erano i casali diffusi nelle campagne, di alcuni rimane solo il toponimo o la chiesetta, che si è conservata per la continuità del culto, di altri alcune strutture successivamente inglobate in complessi masseriali, come Torre di S. Eustacchio a Giovinazzo. Il legame tra casali e centri urbani era strettissimo, essi costituivano infatti i luoghi di stoccaggio e scambio dei prodotti agricoli, elementi importanti dell’economia bizantina, fondamentalmente agricola, non curtense ma aperta agli scambi. Il paesaggio agrario si popolò quindi di strutture fortificate, che rispondevano non solo ad esigenze di difesa, ma partecipavano con i centri urbani costieri e gli insediamenti rurali ad un sistema integrato di organizzazione del territorio.

La presenza di strutture fortificate si intensificò in periodo normanno, nelle campagne sorsero numerose nuove torri, si pensi al sistema di difesa e controllo nel territoro di Molfetta. Caratteristica fondamentale degli insediamenti rurali è la continuità di frequentazione del sito: spesso le torri sorgono su resti di casali e vengono poi inglobate nelle strutture masseriali medievali. Il termine "massarie" deriva dalle massae fundorum tardo romane, ovvero dai singoli lotti in cui si scomposero i grandi complessi fondiari. Delle masserie medievali restano a Giovinazzo eloquenti esempi: Torre Rufolo, azienda per la produzione dell’olio che conserva alcune strutture medievali, e Torre S. Eustacchio, articolato esempio di complesso produttivo.

La masseria permane come elemento fondamentale dell’organizzazione del territorio e delle attività agricole anche in epoca moderna.

 

L’OLIVICOLTURA: IL SISTEMA DEI TRAPPETI

Elemento che caratterizza fortemente il paesaggio agrario di Giovinazzo è la presenza degli oliveti. Per condizioni orografiche e climatiche favorevoli, da sempre l’olivicoltura ha costituito un elemento importante nell’economia agricola del meridione.

Originata nell’aree del mediterraneo orientale, la coltura olivicola fu introdotta nell’Italia meridionale da coloni greci. I romani conobbero la coltivazione dell’olivo e le tecniche di produzione greche, infatti i termini che designano i luoghi e gli ordigni di produzione sono di origine greca e mutuati poi dai romani: il termine trapetum, che designava l’ordigno romano per la macinatura delle olive e il luogo ove avveniva la produzione dell’olio, deriva dal greco trapeton, ed è stato poi trasformato nei dialetti in trappeto. Tra XI e XII secolo l’olivo insieme alla vite, partecipò a un processo di valorizzazione colturale che nei secoli successivi lo portò a diventare la coltura prevalente della regione. Le fonti medievali tra XI e XII secolo attestano la presenza di uliveti nelle contrade rurali di Bitonto, Molfetta; Giovinazzo, e Monopoli ed in generale nella fascia costiera dell’hinterland barese, da Carbonara, Balsignano e Modugno, fino alle pendici delle Murge. Tra XII e XIII secolo l’importanza che in terra di bari assunse l’olivicoltura pugliese fu tale da costituire una vera e propria cultura dell’olio e dell’olivo, che contribuì a determinare i caratteri distintivi della civiltà contadina pugliese. Numerosi centri del barese, tra cui Giovinazzo e Bitonto, acquistarono, grazie ai proventi del commercio dell’olio, importanza crescente. Qui si stabilirono famiglie di amalfitani, ravellesi e sorrentini: Labini, Bove e Rogadeo a Bitonto e Rufolo a Giovinazzo. Della loro attività rimangono imponenti testimonianze nelle campagne: grandi stabilimenti oleari a lamia sorsero nelle campagne e portano ancora i nomi delle famiglie che li fondarono. Affianco ai grandi impiantisorsero anche lamie più piccole, spesso inglobate in complessi masseriali successivi. Gli impianti si svilupparono prevalentemente sugli assi radiali che dall’entroterra portavano verso i porti di S.Spirito e Giovinazzo, ottimizzando così i percorsi per la trasformazione e la commercializzazione del prodotto. Il sistema dei trappeti di origine medievale e che operarono anche in età moderna, è tutt’oggi leggibile, anche se molti di essi sono in stato di abbandono e siti in zone fortemente degradate.

 

CHIESETTA DI SAN BASILIO

La chiesetta, oggi sconsacrata e abbandonata, fu costruita tra IX e XI secolo, prima dell’avvento dei normanni, probabilmente era annesso di un abitato appartenente al casale di Corsignano. Le chiese rurali forniscono esempi importanti dell’architettura sacra pre-romanica, perché essendo spesso site in luoghi difficilmente accessibili o abbandonate, non hanno subito le trasformazioni delle chiese cittadine. 

S.Basilio appartiene tipologicamente al gruppo di chiese a croce contratta, una tipologia comune, se pur con varianti, a molte chiese del barese, si pensi a S. Croce e a Torre S. Croce a Bitonto, Pacciano a Bisceglie, e S.Vito a Corato; questa tipologia ha avuto notevole diffusione in tutta l’area del mediterraneo orientale, dal momento che esempi sono presenti a Creta, Cipro, nelle Cicladi, a Rodi, in Grecia, in Argolide e in Attica. 

Il modello di antica origine orientale era ben conosciuto dai maestri locali, che lo adattarono alle tecniche e ai materiali della zona. La struttura è a pianta rettangolare voltata a botte con cupola al centro, con due arconi a costituire il breve braccio trasversale e cupola raccordata da pennacchi. All’esterno caratteristiche costanti di questa tipologia sono i tetti a spioventi di chiancarelle che nascondono le volte a botte e il braccio trasverso evidenziato da due brevi facciate laterali su cui si eleva il tiburio quadrato della cupola. 

Lo schema della croce contratta presenta a S.Basilio una particolare variante: il tratto antistante l’abside si dilata in due piccoli ambienti laterali coperti da vele che intersecano la volta a botte. Probabilmente si tratta di un rimaneggiamento del XII secolo per conferire una certa monumentalità alla chiesetta.

 

TORRE S.EUSTACCHIO

Il complesso sorge ai limiti del territorio di Giovinazzo ai confini con Bitonto, si compone di una chiesetta, una torre, resti dell’antico casale di Padula e strutture di successiva costruzione: una costruzione abitativa, un trappeto, e giardini murati. Il complesso è chiuso da un muro di cinta con portale del XVII secolo.

La chiesa del XI secolo appartiene alla tipologia a cupole in asse: l’aula rettangolare è divisa in due campate uguali coperte da volte a vela su arcate a tutto sesto. La struttura delle cupole ricorda il duomo di Canosa, mentre la tipologia a due cupole in asse è comune alla chiesa di S. Valentino di Bitonto e S. Rocco di Turi.

Sulle pareti interne restano le tracce di intonaci settecenteschi, mentre all’esterno il rivestimento conico a chiancarelle delle cupole riporta l’edificio nell’ambito delle architetture rurali.

La torre si compone di cinque livelli collegati da un sistema di scale di pietra; gli ambienti del secondo e terzo livello consentivano un presidio costante e l’avvistamento attraverso una loggia posta alla terza quota, mentre al quinto livello è presente una caditoia che sovrasta l’ingresso della chiesa. Questo sistema difensivo aveva, come tuttora si può constatare, un'ampia visuale sulla costa e sull'agro.

 

TORRE RUFOLO

Foto di Stefania Casalino

Lamia di Torre Rufolo

Il complesso rappresenta l’esempio meglio conservato di masseria medievale per la produzione dell’olio, sia per quanto attiene alle strutture architettoniche sia per la presenza di interessati resti di ordigni oleari. Il complesso fu fondato nel XII secolo dalla famiglia ravellese dei Rufolo, costituendo con altri grandi impianti, quel sistema di trappeti di cui si è detto e che animava le campagne e l’economia di Giovinazzo e Bitonto. E’ rimasto attivo sino alla fine del XVIII secolo, subendo rimaneggiamenti e aggiunte al nucleo originario. La masseria si compone di due grandi lamie, una medievale l’altra successiva, tipiche degli impianti di produzione dell’olio di tutta l’area del nord barese. Hanno pianta rettangolare molto allungata (circa 30 m) e volta a botte a sezione ogivale. La lamia più antica presenta alcune peculiari strutture difensive si tratta di camminamenti siti nei rinfianchi delle volte che guardano attraverso feritoie il portale d’accesso sormontato da un arco a ghiera ogivale. La comune presenza di strutture difensive e di elementi stilistici lasciano supporre che questa lamia sia coeva ad alcuni ambienti adiacenti, tra cui i resti della torre e il portale d’ingresso. La lamia conserva al suo interno una mola di macina medievale e delle basi litiche di pressa oltre che pozzetti e posture.

La lamia più recente, documentata già alla fine del XVI secolo, presenta una copertura a due spioventi a chiancarelle, tipica di molte lamie di frantoi. Al suo interno si conserva una mola di grandi dimensioni e si possono intravedere attraverso caditoie le cisterne interrate. Altre strutture tipiche e ben conservate dei frantoi sono i cameni, ambienti adiacenti alle lamie suddivisi da muretti che servivano da depositi delle olive, che qui potevano rimanere anche alcuni mesi prima della macinatura. Il complesso consta inoltre di una cappella con affreschi votivi, stalle e ambienti di servizio alle attività produttive, che si svolgevano attorno ai giardini murati, che erano adibiti ad agrumeti, e conservano numerose cisterne per la raccolta delle acque. Attualmente l’immobile recuperato staticamente è di proprietà della Soprintendenza per i beni artistici storici e architettonici.

             

IL DOLMEN DI SAN SILVESTRO

Il Dolmen di San Silvestro, localizzato in un'area isolata tipica della Bassa Murgia Barese, su uno dei terrazzi che degradano verso il mare, è il monumento più rappresentativo tra le tombe a galleria, per le considerevoli dimensioni e per lo stato di conservazione, che ne permette un discreta leggibilità complessiva.

Il dolmen è coevo di quelli presenti nell'agro di Bisceglie, ovvero risale alla media Età del Bronzo, ed è abbastanza simile anche dal punto di vista tipologico. Si può affermare, con un buon grado di attendibilità, che la sua costruzione sia opera della comunità che occupava stabilmente in quel periodo il basso promontorio costiero attualmente occupato dalla centro di Giovinazzo.

La sua scoperta, assolutamente fortuita, risale al 1961, in occasione della demolizione del cumulo di pietrame localmente detta "Specchia Scalfanario" (di forma subcircolare, diametro di 35 metri e altezza di 4 metri). 

All'interno del tumulo, costituito da pietrame di medie dimensioni, si sviluppa un lungo vano a galleria con andamento nord - sud, costruito secondo il sistema trilitico, eretto cioè attraverso l'impiego di lastroni infissi verticalmente nel terreno e coperti da lastroni analoghi posti in orizzontali. Il vano si sviluppa per 17 metri, anche se attualmente è spezzato in due tronconi distinti.

All'estremità sud della galleria si apre, nella muratura a secco, un ambiente scoperto a pianta circolare, a forma di tronco di cono rovescio. Nel tronco nord della galleria il piano di deposizione è elevato di 0.50 metri, su un riempimento di pietrame rivestito da lastroni calcarei, con una suddivisione interna tramite due lastre verticali. In questa porzione delimitata della galleria sono stati rinvenuti i resti, sconvolti, di 13 individui, oltre a frammenti di corredo, riferibili alla facies protoappenninica, e resti di fauna. 

Tra i lastroni, per impedire le infiltrazioni di umidità all'interno della galleria, si notano ancora tracce dell'uso di argilla giallastra, così come resta traccia del letto di scaglie di pietra, ricoperto da uno strato di intonaco argilloso, posto sulle lastre di copertura, con la stessa finalità di impermeabilizzare il più possibile la galleria sepolcrale.

Un saggio in profondità, effettuato all'interno del tumulo, ha rivelato la presenza di uno strato archeologico caratterizzato dalla presenza di resti umani e di ceramica ascrivibili all'Età del Bronzo, precedente la costruzione del dolmen, poggiante a sua volta su uno strato neolitico. L'uso del sito si deve essere quindi protratto nel tempo per stratificazioni successive.

Gli studiosi sono concordi nel ritenere che la costruzione di tali tombe collettive nel territorio barese abbia subito una forte influenza dalla contemporanea architettura funebre dell'area egea. D'altronde questa fase storica coincide con un periodo di intensa frequentazione delle coste dell'Italia meridionale, ed in particolare della Puglia, da parte di genti provenienti dall'Egeo, i Micenei.