IL GRAN SASSO E I MONTI DELLA LAGA

 

NOTIZIE GENERALI

Il Parco Nazionale del Gran Sasso - Laga è di recente costituzione (1991) e con i suoi 150.000 ettari, che comprendono due tra i gruppi montuosi appenninici più importanti, è uno dei più estesi parchi italiani.

Entro il suo perimetro si innalza la vetta del Corno Grande che con 2.912 m. sul livello del mare sovrasta le numerose altre cime che la circondano e che, superando i 2.000 metri, danno al versante orientale del massiccio un volto decisamente dolomitico con spettacolari pareti di roccia calcarea che salgono direttamente dalle colline. Il versante occidentale presenta invece un aspetto profondamente differente, con altipiani estesi, forme essenziali e profondamente modellate dagli antichi ghiacciai e dall'erosione e ampie distese coperte da praterie. In ambedue i versanti, i ripidi pendii, le creste scoscese, le guglie piramidali, i circhi glaciali, caratterizzano le alte quote dove particolarità assoluta è rappresentata dal ghiacciaio del Calderone che è contemporaneamente l'unico dell'Appennino e il più meridionale del continente europeo.

La varietà e la ricchezza naturalistica dei suoi massicci e dei diversi versanti, le suggestive testimonianze storico architettoniche, le numerose e preziose specie animali e vegetali e l'antichissima tradizione culturale della popolazione richiedono una protezione e una gestione che garantisca la conservazione di questo eccezionale patrimonio.

L'Ente Parco, istituito nel 1995, ha il compito di mettere in pratica i principi di gestione e protezione che possano raggiungere questo obiettivo.

Nonostante la giovane età il parco è già una fucina di attività, con progetti in corso o programmati (considerando solo quelli direttamente di competenza dell'Ente Parco), che ammontano a circa 25 milioni di euro, che più o meno direttamente danno lavoro a circa mille persone.

Tra gli interventi più importanti ci sono i contributi per il restauro dei centri storici (oltre 100 contributi erogati per il restauro delle abitazioni dei centri storici), gli incentivi alle attività agricole e pastorali tradizionali, la formazione di giovani locali alla accoglienza turistica e all'accompagnamento di visite didattiche e escursionistiche. La rete di sentieri è stata o è in corso di realizzazione (50 chilometri già sistemati ed altri 100 in allestimento) e numerosi sono i centri visita già attivi o in avanzato stato di realizzazione.

Alle attività sulle infrastrutture vanno aggiunte le attività di promozione ed educazione (anche attraverso l’elaborazione di uno specifico Piano di promozione) e soprattutto gli studi e le ricerche finalizzate alla salvaguardia ed alla valorizzazione delle specie animali e vegetali più peculiari di questo territorio (tra le ricerche scientifiche già concluse si ricordano quelle sui rapaci, sulle comunità ornitiche legate alle pratiche agricole tradizionali, su numerosi anfibi; tra quelle in corso si segnalano invece le ricerche sul lupo, sul gatto selvatico e sulle orchidee dei Monti della Laga). Numerosi i progetti di ricerca di durata pluriennale spesso cofinanziati dai fondi europei, come per esempio il progetto Life sulla conservazione del Camoscio d’Abruzzo, il progetto in collaborazione con Legambiente sulla conservazione del Lupo e sul monitoraggio dell’Orso, o ancora il progetto per il controllo della popolazione di cinghiali.

Come si può quindi facilmente comprendere si tratta di un insieme integrato di iniziative finalizzate a implementare un nuovo modello di sviluppo per questi territori, compatibile con le caratteristiche peculiari degli stessi e finalizzato a invertire il trend di spopolamento e di abbandono che caratterizzava i centri di questa zona fino a pochi anni fa, coniugando lo sviluppo economico con la salvaguardia, la valorizzazione e la fruizione delle emergenze naturalistiche, ambientali, paesaggistiche e storico – culturali di cui quest’area è ancora così ricca.

 

MORFOLOGIA

Tra tutti i parchi dell'Appennino, quello del Gran Sasso e Monti della Laga, per i caratteri prettamente montani, quasi "alpini", che racchiudono le vette più alte, tra cui il Corno Grande, è quello di maggiore attrattiva.

Esso è costituito da due distinti gruppi montuosi. Il massiccio del Gran Sasso, di natura calcarea, con sviluppo principale est-ovest di circa 40 chilometri (dal Vado di Siella al Valico delle Capannelle) e propaggini orientali in direzione nord-sud per altri 30 chilometri, attraverso Monte San Vito e Monte Cappucciata, fino alle Gole di Tremonti, domina, imponente e spettacolare, il circostante sistema di monti, i colli, la pianura, le città dell'Italia centrale e, in lontananza, i due mari Adriatico e Tirreno. Il Gran Sasso è così la montagna d'Abruzzo per eccellenza, con un’impronta decisamente alpina, che culmina nei 2912 metri del Corno Grande e si espande nelle cime del lungo complesso montuoso, arricchita dalla vastissima piana di Campo Imperatore a 1800 metri di quota, con i suoi 19 chilometri di lunghezza e 4 di larghezza.

Ricchissimi di boschi e torrenti, di cascate e laghetti, a confine tra Abruzzo, Marche e Lazio, in uno degli angoli più segreti e nascosti d'Italia, i Monti della Laga hanno un aspetto più dolce e riposante. Pur superando i 2.500 metri di quota con Monte Gorzano, i Monti della Laga sono profondamente diversi dalle altre montagne appenniniche, soprattutto a causa della struttura del territorio, formata da marne e arenarie.

 

FAUNA

La componente faunistica, anche se in questi ultimi anni, sia per una più attenta tutela, sia per interventi di reintroduzione, il quadro faunistico del Parco si va via via arricchendo. Tutto ciò ha permesso una ripresa generale delle popolazioni di animali selvatici e una maggiore possibilità di riddifondersi su tutto il territorio. È, questo, il caso di due specie di grande pregio e rarità, come il Lupo e l'Orso bruno marsicano. Il primo, da circa 10 anni, è tornato a vivere in piccoli nuclei nelle foreste del Parco; il secondo da pochi anni fa registrare la presenza sporadica di qualche individuo isolato.

Dal 1992, inoltre, sempre come effetto di reintroduzioni operate dal Parco Nazionale d'Abruzzo in collaborazione con WWF, Legambiente e CAI, il Camoscio d'Abruzzo è tornato a vivere sul Gran Sasso a 100 anni dall'abbattimento dell'ultimo esemplare. Queste reintroduzioni, oltre a configurarsi come operazioni di riqualificazione ecologica, garantiscono al Camoscio d'Abruzzo una più sicura sopravvivenza , al riparo da epidemie che potrebbero causare l'estinzione di questa specie rarissima. Ricordiamo che il Camoscio d'Abruzzo è l'unico mammifero tutelato dalla Convenzione Internazionale di Washington sul commercio delle specie rare e in estinzione.

Ma, al di là di queste specie simbolo, quelle che caratterizzano maggiormente il Gran Sasso-Laga sono l'Arvicola delle nevi, un piccolo roditore, il Fringuello alpino, un piccolo uccello che frequenta le praterie di quota del Parco, con la più importante colonia dell’intero Appennino, e la Vipera dell'Orsini, dal nome di chi per primo l'ha classficata, più piccola della Vipera comune e debolmente velenosa.

La compagine animale non si limita a queste poche presenze, iniziando dai mammiferi si possono segnalare: il Rinolofo maggiore e il Barbastello (pipistrelli); tra i roditori, l'Istrice; il Gatto selvatico, tra i carnivori; il Cervo e il Capriolo, tra gli erbivori.

Tra gli uccelli si segnala la presenza dell'Aquila reale (con almeno 4 coppie nidificanti e altre 2 che utilizzano questi monti per la caccia), di due falconi comuni, il Falco pellegrino ed il più raro Lanario, del Picchio rosso, del Beccafico, del raro Gufo reale, il più grande rapace notturno d'Europa, del Gracchio alpino e del Gracchio Corallino, del Corvo Imperiale, tornato a nidificare sul Gran Sasso dopo un lungo periodo di assenza.

Il territorio del Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga, in relazione alla sua estensione (circa 143.000 ettari), presenta degli ambienti naturali molto differenti e, di conseguenza, una flora ed una fauna diversificate.

In tutto il parco sono stati individuati ben 26 siti d’importanza comunitaria (SIC), proposti alla Comunità europea per forme speciali di tutela.

 

FLORA

Nel territorio del Parco vegetano più di 2400 differenti specie di vegetali superiori: si tratta di una cifra molto alta, pari a circa un terzo dell’intera flora italiana, e superiore per esempio a quella dell’intera Germania o dei Paesi Scandinavi. La notevole ricchezza e diversità floristica e vegetazionale è connessa da un lato nei differenti substrati di queste montagne e dall’altro nella presenza di orizzonti vegetali molto differenti che dalla pianura si spingono fin quasi a quota 3000 metri.

L'uso umano di queste montagne, storico, ha contribuito inoltre a differenziare la copertura forestale, continua e folta nei versanti teramani del Gran Sasso e della Laga e in quello marchigiano, con netta preponderanza di praterie e pascoli, invece, nel versante aquilano del Gran Sasso ed in quello laziale della Laga.

Complessivamente nessun altro parco italiano presenta una diversità forestale come il Gran Sasso: in un ristretto ambito territoriale si può riscontrare la presenza di cenosi molto diverse l’una dall’altra, quali la lecceta (termofile e mesofita), la querceta a roverella, la cerreta, il castagneto, la pioppeta, la faggeta (con cospicua presenza di Tasso e Agrifoglio), la faggeta mista con abete bianco, nuclei relittuali di Betulla, boschi riparali con Salici, Pioppi e Ontano Nero, saliceti di torbiera con Salice odoroso, boschi di forra con Olmo, Frassino maggiore, Tiglio e Aceri.

Nel versante meridionale la fisionomia della vegetazione è caratterizzata dai pascoli che hanno sostituito la faggeta nella fascia di altitudine che va dagli 800 ai 1800-1900 metri.

La componente più ricca e più preziosa è quella delle quote più elevate, dove si riscontra la presenza di molti “relitti” glaciali di origine nordica o orientale, provenienti dalle steppe eurasiatiche o dalle montagne balcaniche, e di numerosissime piante endemiche molte delle quali rare.

Tra le tante specie endemiche si possono citare l’Androsace di Matilde, l'Adonide curvata, la Viola della Maiella, il Salice erbaceo, la Stella alpina dell'Appennino, il Ranuncolo magellense, il Genepì appenninico, la Primula orecchia d'Orso, il Papavero alpino, l'Astragalo aquilano, la Soldanella alpina, l'Anemone dell'Appennino, il Limonio aquilano e tante altre.

Nel Parco vegetano ben 40 specie considerate a rischio di estinzione in Italia, alcune delle quali presenti solo in quest’area.

Molto interessanti e assolutamente peculiari di questo territorio sono infine le antiche forme del paesaggio antropico, generate dalle tradizionali forme economiche silvo – pastorali, dalla cui conservazione e corretta gestione dipende la sopravvivenza di molte specie vegetali e faunistiche rare. Tra le principali si ricordano: i campi aperti delle conche inframontane, gli scasci (coltivi in quota ricavati nelle piccole conche sul versante meridionali del Gran Sasso), gli stazzi con le caratteristiche costruzioni in pietra a secco, le alberate con vite maritata all’acero o a alberi da frutta, i terrazzamenti, i castagneti. Molto presenti le colture tradizionali quali la lenticchia di S.Stefano di Sessanio, lo zafferano di Navelli, la cicerchia, e molte altre ancora che contribuiscono ad arricchire ulteriormente l’identità di questi luoghi.

 

LA PRESENZA DELL’UOMO

Ogni angolo rivela la presenza e l'opera millenaria dell'uomo: per il paleolitico la Grotta di Salomone e Colle del Vento; le sponde del Salinello, Colle Santa Lucia e Grotta di Monte La Serra per il neolitico; per l'età del bronzo la Grotta Amare e Monte Tre Croci; Campovalano e Colle Scaletta per quella del ferro; per il periodo romano la città Beregra, la necropoli San Marco, Aufinum, Furfo, Peltuinum e Villa Calvisia; per il Medioevo i monasteri di San Pietro ad Oratorium; San Cipriano, San Giovanni ad Insulam, San Benedetto alle Cafasse, Santa Maria del Monte, Santa Maria ai Carboni, le "condole", le grance di Monte Bufario, e le abbazie di San Crisante e San Bartolomeo. Poi, i castelli, caratterizzanti fortemente il territorio, edificati, in particolare tra l'XI e il XII secolo, sia sui versanti meridionale (Rocca Calascio) e settentrionale (Rocca di Pagliare, Vado di Siella e di Forca di Penne, Fortino Santanello) del Gran Sasso, che sulla Laga (Castel di Luco, Piano di Roseto).

Dal XII secolo inizia anche il consolidarsi dei centri abitati, con le chiese di riferimento e la stratificazione degli edifici, fino a creare centri storici ricchi e complessi, attestati verso monte o verso valle, in relazione alla economia pastorale o agricola. Negli ambiti territoriali di tutti i paesi si possono ammirare speciali tipologie architettoniche e opere pregevoli, segni della cultura popolare e documenti di notevole valore: ruderi, piazze, sculture, ponti, portali in pietra con segni protettivi e propiziatori, affreschi votivi, croci sui sentieri di campagna; e chiesette rurali e campestri come Santa Rufina, Santa Maria di Filetto, Madonna dei Santi, Santa Maria di Cintorelli, l'Eremo di Varani; e stazzi in quota come quelli di Padula e Montedoro. L'attività di allevamento e lo spietramento dei campi per la coltura hanno lasciato una interessante archeologia del paesaggio costituita, oltre che dagli stazzi e dalle "mandre", dai muri e dai terrazzamenti a secco.

 

GLI ANTICHI BORGHI

Quasi tutti i centri montani dell’Abruzzo sorgono arroccati sulle cime dei monti, in primo luogo per ragioni difensive a causa dei pericoli che caratterizzavano l’epoca medievale in cui quasi tutti sorsero e perché la maggior parte di essi legati in maniera indissolubile alla pratica della transumanza, dell’allevamento ovino, che in montagna aveva il suo regno esclusivo (almeno nel periodo estivo, quando le greggi transumanti tornavano dalla Puglia).

I centri sono costruiti interamente in pietra viva e malta, con esclusione totale, quasi fobica, del legno a vista, confermando quell’attaccamento alla pietra così proprio delle civiltà mediterranee.

Le necessità difensive, fortissime nel lungo periodo di anarchia feudale, di cronica latitanza dei poteri centrali e quindi di sistemi organizzati di difesa, hanno generato le tipiche morfologie urbane di questi paesi, con le case strette l’una all’altra in una massa compatta, dette per questo case – mura. Conseguenza diretta della pericolosità dei tempi, per un arco di tempo che va dall’XI secolo alla fine del XVIII, fu la creazione di recinti di difesa, unico sistema concreto di autodifesa da parte delle popolazioni locali: il perimetro esterno delle abitazioni fungeva cioè da vera e propria muraglia difensiva “civile”, continua lungo l’intero perimetro del borgo; esternamente le finestre era quindi poche, strette come feritoie e disposte solo ai piani superiori.

Le ragioni difensive, la necessità di limitare al massimo l’estensione dell’insediamento, la ripidezza dei pendii e, elemento non trascurabile, l’economia prevalente legata alla pastorizia transumante, che non necessitava di grandi spazi all’interno delle abitazioni, comportarono la diffusione di particolari strutture abitative a forma di torre, con tre, quattro fino a sei vani sovrapposti uno sull’altro.

 

1 - S. STEFANO DI SESSANIO

Il borgo di S.Stefano di Sessanio rappresenta uno dei più interessanti esempi tra i piccoli centri montani del Gran Sasso.

Il centro abitato sorge in epoca romana, tant’è che il nome Sessanio viene fatto derivare dal latino “Sextantia”, ad indicare che il centro abitato era distante sei miglia romane dall’antica Peltinum, importante crocevia per i traffici che da Roma conducevano alla costa adriatica.

Nell’Alto Medioevo l’aumento notevole della popolazione fu legato all’insediamento dei monaci benedettini che avviarono la bonifica del territorio e incentivarono lo sviluppo della pastorizia.

Nel XVI secolo S.Stefano apparteneva alla Baronia dei Carapelle; nel 1415 fu dato in feudo ai Piccolomini, conti di Celano; il periodo più fiorente del paese fu però legato al dominio della famiglia dei Medici, dopo il 1579 e per circa due secoli. Con i Medici oltre agli ampliamenti e agli abbellimenti architettonici del paese, si sviluppò l’interesse per i prodotti locali, ed in particolare per la lana nera, detta “carfagna”.

La fine della transumanza, nella metà del secolo XIX, segna la fine della prosperità per S.Stefano e per tutti quei paesi strettamente legati all’economia pastorale. La profonda crisi economica generò quindi estesi e ripetuti fenomeni di emigrazione, che hanno portato la popolazione dagli oltre 1500 abitanti di inizio ‘900 ai circa 100, per la maggior parte anziani, di qualche anno fa. In quest’ottica, acquistano ancora maggiore valore gli investimenti portati avanti negli ultimi anni dall’Ente Parco per il recupero edilizio ed urbanistico di questo centro storico, che stanno lentamente contribuendo ad invertire il trend della popolazione residente.

 

2 - CASTEL DEL MONTE

Di estremo interesse il borgo medievale di Castel del Monte, antico centro di pastori situato a poca distanza da S.Stefano di Sessanio.

Non si hanno notizie certe sull’origine del borgo, ma la presenza di ruderi e i numerosi ritrovamenti archeologici fanno supporre l’esistenza di un pagus, di un villaggio abitato dalle genti Vestine, risalente al IV secolo a.C.

Il primo documento in cui compare il nome Castellum de Monte è una bolla pontificia del 1223; nei secoli successivi sul paese si avvicendano numerose dominazioni (conti di Acquaviva, famiglia Piccolomini, Medici, Borboni).

L’antico nucleo del paese si sviluppa sul fianco di un colle, guardando a mezzogiorno e ha l’aspetto di un ampio borgo fortificato interamente chiuso all’interno delle sue mura; le abitazioni perimetrali, costruite direttamente sulla roccia e munite di piccole finestre, oltre a soddisfare alle esigenze residenziale, costituivano ottimi baluardi difensivi; vere e proprie mura vennero innalzate solo negli spazi liberi tra le abitazioni. L’accesso al borgo avveniva attraverso cinque porte.

La morfologia del centro storico è molto ben definita e risente in maniera sensibile i condizionamenti del luogo di insediamento: quattro strade principali, parallele e sovrapposte l’una all’altra, attraversano il borgo in senso longitudinale e ricalcano esattamente le naturali curve di livello del terreno; questo sistema principale è poi tagliato ortogonalmente da un insieme di strade, stradine e rue, spesso gradinate, più o meno ripide e tortuose, che collegano le differenti quote del paese.

Anche le antiche abitazioni si adattano in maniera sensibile alle asperità del terreno, seguendo e sottolineando l’andamento altimetrico e la morfologia del terreno e della roccia.

Di assoluto interesse sono per esempio i caratteristici sporti, i passaggi ad arco sotto le abitazioni, legati anche alle credenze magiche e rituali del luogo, secondo cui chi fosse stato colpito dal malocchio doveva attraversare nove sporti nella stessa notte.

Suggestive le piazzette del centro storico, soprattutto se si pensa al ruolo sociale di questi spazi all’interno del tessuto urbano: erano infatti luogo di ritrovo ma ancora prima luogo adibito ad attività economiche connesse all’economia agro – pastorale, quasi esclusivamente di competenza femminile.

Da sottolineare il tentativo di recuperare le radici e le tradizioni da parte dell’Ente Parco e degli altri Enti locali, attraverso il recupero dell’antico mulino cittadino adibito attualmente a Centro di informazione turistica, la creazione di un’esposizione permanente sulla transumanza e la lavorazione della lana in alcuni locali restaurati nell’antico palazzo della famiglia Coltelli, il recupero dell’antica Taverna del paese, adibita a punto di esposizione e vendita dell’artigianato Castellano. Un insieme di interventi quindi, in sinergia tra loro, in grado di recuperare il passato e creare i presupposti per uno sviluppo sostenibile di questo territorio montano fino a pochi anni fa afflitto dallo spopolamento e dall’invecchiamento della popolazione.

 

3 – ROCCA DI CALASCIO

Il territorio di Calascio è da sempre sede privilegiata di insediamento umano: già circa 80000 anni fa, un gruppo di cacciatori appartenenti all’uomo di Neanderthal, si riparava nelle caverne dei Grottoni di Calascio; attorno ad antichi laghetti ormai scomparsi sono state trovate numerose tracce risalenti al Paleolitico; il primo insediamento stabile risale all’Età del Bronzo, con una serie di reperti che attestano l’esistenza già allora di un’intensa attività pastorale; durante l’Età del Ferro le popolazioni locali realizzarono una serie di recinti difensivi concentrici in pietra a secco sulla sommità di numerosi rilievi della zona; è probabile che in età romana il sito dell’attuale castello ospitasse un posto di vedetta; con il controllo del territorio esercitato dalla dominazione romana e la conseguente relativa tranquillità, i villaggi si localizzano nelle valli e lungo i percorsi principali; con la fine dell’impero romano e l’inizio delle invasioni barbariche, le popolazioni cercano rifugio sulle alture, dando origine ad alcuni dei paesi ancora oggi esistenti, quali S.Stefano, Castel del Monte e appunto Rocca Calascio.

La Rocca di Calascio è posta sulla sommità di un monte, a quota 1460 metri, con ai piedi l’antico borgo oggi completamente abbandonato; ancora più in basso sorge il paese di Calascio.

La Rocca si differenzia notevolmente dagli altri insediamenti difensivi presenti nella zona, in quanto mentre gli altri castelli servivano innanzi tutto come rifugio per gli abitanti del borgo in caso di pericolo, la Rocca di Calascio doveva in origine rispondere ad altre necessità, prima su tutte la funzione di avvistamento, anche in considerazione del vastissimo territorio che da qui si domina: essa non è infatti rapidamente raggiungibile dal borgo e inoltre ha dimensioni tali che non consentono di accogliere un numero cospicuo di persone.

La storia della Rocca è ancora tutta da scrivere: le prime notizie risalgono alla fine dell’VIII secolo quando risultava dipendenza del monastero di S. Vincenzo al Volturno; probabilmente il primo nucleo doveva essere costituito da una torre isolata cui in seguito si accostarono il recinto e le torri angolari. La torre preesistente è a pianta quadrata di 10 metri di lato, articolata al suo interno su quattro livelli, di cui solo il primo coperto da volte in muratura; le torri d’angolo sono invece divise in due piani.

Ai piedi della Rocca il borgo presenta una cinta muraria sui lati sud e nord, e su quest’ultimo si notano tre torri di fiancheggiamento. Caratteristiche sono inoltre le case – torri, a sviluppo verticale ed articolate su tre o quattro piani.

Solo da qualche anno una famiglia si è reinsediata nel borgo operando il recupero di un antico palazzo e attrezzandolo come struttura turistica – ricettiva, compatibilmente con le particolari caratteristiche ambientali e paesaggistiche del sito.

 

LA TRANSUMANZA E I TRATTURI

Le conche e i monti dell’Abruzzo sono stati, fin da epoca remota, sede privilegiata di greggi e pastori. Già tra il XVI e il XII secolo a.C., in piena Età del Bronzo, la pastorizia risultava ampiamente praticata; rinnovato impulso ebbe a partire dal VII secolo a.C. con l’affermazione delle popolazioni Sabelliche, che praticavano la pastorizia in un ambito però ancora circoscritto, praticando la cosiddetta “transumanza verticale”, ovvero dal monte alla pianura a seconda delle stagioni in un ambito territoriale ristretto; con la romanizzazione la pastorizia allargò i suoi confini alle piane del Tavoliere di Puglia, sostenuta dai grandi capitali delle famiglie patrizie romane e acquisendo i caratteri propri della pastorizia transumante.

Il periodo di maggiore floridezza per la pastorizia abruzzese coincide però con il XV secolo, in seguito alla Prammatica di Alfonso IV d’Aragona (1447) che istituiva la Regia Dogana della Mena delle Pecore e rendeva obbligatoria la transumanza annuale, inesauribile fonte di entrate per il fisco regio.

Alcuni studi stimano che in quel periodo 30000 pastori abruzzesi conducessero a svernare in Puglia non meno di 3 milioni di pecore; considerando le attività connesse e una popolazione totale di circa 300000 abitanti si può sostenere che almeno il 50% della popolazione abruzzese dipendesse direttamente dalla pastorizia transumante.

Lo straordinario sviluppo della pastorizia fu determinato talaltro dalla complementarietà tra pascoli montani abruzzesi e molisani e le erbose pianure pugliesi. Lo spostamento di uomini e greggi che alla fine della primavera e all’inizio dell’autunno di ogni anno interessava le regioni adriatiche, avveniva lungo una rete regolamentata di “vie erbose”, i tratturi.

I tratturi erano larghi 60 passi napoletani, ovvero 111,60 metri. Quattro erano i tratturi che costituivano la spina dorsale del sistema, tutti con orientamento nord - sud: il L'Aquila - Foggia (il tratturo del re, 243 Km), il Celano - Foggia (207 Km), il Castel di Sangro - Lucera (127 Km), il Pescasseroli - Candela (211 Km). Le connessioni tra i tratturi principali erano garantite dai tratturelli larghi, a seconda dei luoghi e delle funzioni, 10/15/20 passi napoletani (pari a 18.5, 27.75, 37 metri). Lo sviluppo complessivo della rete tratturale superava i 3100 chilometri, con una superficie di ben 21 mila ettari.

I tratturi erano attrezzati con una serie di “strutture di servizio”, tra le quali per importanza e diffusione spiccano le chiese tratturali, come per esempio le chiese di S.Paolo in Peltuinum e di S.Maria di Centorelli, lungo il tratturo del re.

Le aree di pascolo montano abruzzese si caratterizzano invece per la diffusa presenza delle pajare, piccoli complessi di capanne realizzate in pietra a secco e utilizzate come ricovero dai pastori nel periodo estivo. Tali strutture, direttamente mutuate dal trullo pugliese, si diffusero in territorio abruzzese, e soprattutto nell’area della Maiella, a partire da trecento anni fa. Spesso alle pajare sono associati gli stazzi, recinti per le pecore realizzati anch’essi in pietra a secco. Sul Gran Sasso si trovano strutture simili dette “condole”, risalenti al Medioevo e probabilmente legate alle tecniche costruttive dei monaci benedettini – cistercensi.