LA LAMA DEI PENSIERI E LA GRAVINA DI RIGGIO

Gravina di Riggio

IL FENOMENO DELLA CIVILTÀ RUPESTRE

Con il termine di civiltà rupestre, introdotto per la prima volta in seguito agli studi di Cosimo Damiano Fonseca, si intende l’insieme delle complesse e differenziate realtà sociali e culturali, civili e religiose, legate all’esperienza del vivere in grotta, che hanno interessato dal VI al XIII secolo l’intera Italia Meridionale, continentale e insulare. Nelle case-grotta e nelle chiese-grotta si ritrova una vastissima documentazione inerente la vita, i valori religiosi, l’organizzazione sociale, le tecniche costruttive e le espressioni artistiche del Medioevo pugliese, che merita di essere riscoperta e valorizzata, rendendola fruibile per un pubblico il più vasto e differenziato possibile.

Gli studi condotti sull'eccezionale patrimonio rupestre presente in Puglia hanno rivelato come la genesi storica di tali insediamenti conosca un primo sviluppo in epoca preclassica (con il primo sfruttamento delle grotte naturali e dell'ambiente di lame e gravine da parte dell'uomo preistorico); una seconda fase, compresa tra il Tardo Antico e il Basso Medioevo, vede invece diffondersi l'uso delle abitazioni scavate nella tenera calcarenite di lame e gravine. Molto limitate sono invece le tracce di una frequentazione di tali luoghi nel periodo classico.

Per molti anni e almeno fino all'inizio degli anni '70 del '900, si pensava che le grotte fossero state rioccupate per lo più da monaci ed eremiti di origine bizantina, in fuga dalla loro terra di origine in seguito alle persecuzioni iconoclaste dell' VIII - IX secolo, che dettero vita a comunità monastiche di rito greco completamente slegate dalla vita civile del territorio che li ospitava. Gli studi, guidati da Fonseca, sono invece giunti alla conclusione che non esisteva una sostanziale differenza tra la vita nei villaggi rupestri e i contemporanei villaggi sub - divo; i modelli architettonici e figurativi si rifanno alla stessa matrice culturale e il fenomeno della civiltà rupestre va quindi considerato a tutti gli effetti come parte integrante della civiltà medievale.

Le ragioni di questa particolare scelta abitativa, alternativa ma non subalterna rispetto all’insediamento subdiviale, sono da collegare essenzialmente alla crisi delle strutture statali, al progressivo declino delle città, all’esigenza di difesa dalle continue e ripetute invasioni barbariche (una casa scavata nella roccia garantiva infatti maggiore sicurezza di una casa in legno, tipico materiale del periodo medievale, oltre ad essere molto più economica). La presenza delle gravine, fronte di cava naturale, e la relativa tenerezza della roccia tufacea locale, ha inoltre facilitato l’attività di scavo e la conseguente formazione degli insediamenti; il microclima favorevole delle gravine, la presenza di acqua e la maggiore facilità di raccogliere quelle piovane, la presenza di suoli fertili nelle vicinanze, sono tutti ulteriori elementi che, oltre a testimoniare l'eccezionale rapporto esistente tra uomo e ambiente nel corso della storia, fecero preferire questa localizzazione insediativa.

Proprio le particolari condizioni ambientali hanno infatti comportato un diverso modo di inventare e di creare forme abitative, utilizzando schemi costruttivi compatibili con l’impianto grottale. È proprio in questo adattamento alle specifiche condizioni ambientali che da un lato si coglie l’originalità e la specificità delle soluzioni adottate, dall’altro, allo stesso tempo, si percepisce la continuità culturale che caratterizza gli schemi urbanistici, la configurazione degli spazi, le forme artistiche.

Particolare importanza riveste il fenomeno rupestre nel periodo medievale, con due distinti periodi di massimo sviluppo: il primo si colloca nella prima metà del X secolo, durante la seconda colonizzazione bizantina; il secondo tra la fine dell’XI e il XIII secolo, durante il periodo normanno e svevo.

L’ambiente più importante di tutto l’insediamento rupestre è la chiesa. La posizione del luogo di culto all’interno del casale risponde ad una scelta urbanistica ben precisa: di solito le chiese sono poste alla periferia dell’abitato, sulla sommità dello spalto o nella sua parte centrale, senza altre escavazioni nella parte superiore, per una consapevole gerarchia di valori. Molto spesso nelle immediate vicinanze della chiesa si osserva l’abitazione del prete o del custode, collegata al luogo di culto solo dall’esterno; nella maggior parte dei casi intorno alla chiesa è sistemata l’area cimiteriale, con tombe a fossa scavate nel banco tufaceo.

La tipologia delle chiese varia notevolmente: dalla pianta più semplice, di forma quadrata con l’aggiunta di strutture minime quali l’abside ed alcune nicchie (tipica in particolare delle soluzioni più arcaiche, riferibili al IX - XI secolo), fino a planimetrie molto complesse. Le escavazioni più monumentali di solito presentano planimetrie fortemente deformate, in cui i quadrati sono trasformati in trapezi isosceli, e il cui effetto complessivo è la caratteristica forma a ventaglio, espediente per una migliore diffusione della luce.

Molte chiese rupestri nascono nel periodo della dominazione bizantina o subito dopo, quando sono ancora vivi i retaggi culturali di tale presenza: molte di esse riprendono quindi schemi costruttivi ed iconografici tipici delle chiese orientali. La caratteristica più tipica è sicuramente la netta separazione tra il naos (o aula), la parte destinata ai fedeli, e il bema (o presbiterio), riservato esclusivamente al clero officiante; tale divisione era ottenuta mediante l'iconostasi, muretto, basso o alto a seconda dei casi, presente in tutte le chiese bizantine successive al VI secolo, in genere dotato di tre ingressi, funzionali allo svolgimento delle complesse processioni liturgiche tipiche della liturgia di rito orientale. Nelle chiese di impronta bizantina nel bema si trovano due absidiole più piccole, ai lati di quella centrale: la prothesis, di solito a destra, destinata alla conservazione delle ostie consacrate e il diaconicon, in genere a sinistra, dove si conservavano i paramenti liturgici e i corredi sacri. Nelle absidi gli altari erano discosti dalle pareti e molto spesso erano liturgicamente orientati, ossia disposti secondo la direzione in cui nasceva il sole.

Fortissima è stata inoltre l'influenza di Bisanzio anche nell'iconografia sacra, anche molti secoli dopo la cacciata dei Bizantini dalla Puglia: molto diffuse sono le icone devozionali di santi e i soggetti pittorici tipici della tradizione orientale quali il Cristo Pantocratore, le Deesis, le Vergini con Bambino.

LE GRAVINE

Le gravine, formazioni naturali dalle caratteristiche inconsuete ed eccezionali, sono il segno distintivo del paesaggio e della morfologia della Provincia Ionica. Le gravine comprese nelle Province di Taranto, Brindisi, Lecce e Bari sono oltre trecento, e la sola Provincia di Taranto ne conta più di centocinquanta.

Le gravine si formano in corrispondenza del salto orografico che, dai 400 metri di altezza dell'altopiano murgiano, porta ai 50 - 100 metri dove comincia la fascia costiera. Lungo tutto il perimetro dell'altopiano murgiano valloni più o meno paralleli si diramano verso il mar Ionio e verso l'Adriatico: sono caratterizzati da una pendenza più lieve in direzione della costa adriatica (e sono detti lame), più scoscesi e profondi sul versante ionico (gravine).

L'attuale morfologia del territorio è il risultato di processi sviluppatisi nel corso di milioni di anni sulle rocce e sull'ambiente in cui le rocce stesse si sono formate. Le gravine non potrebbero esistere se oltre a particolari condizioni idrografiche non si fossero realizzate particolari e concomitanti condizioni geografiche, geologiche e climatiche. Fondamentale per comprenderne la genesi risulta essere inoltre lo studio della tettonica.

L'origine delle Murge è connessa allo scontro avvenuto nel Cretaceo superiore, circa 100 milioni di anni fa, tra la zolla africana e quella europea. In seguito allo scontro si originarono le Alpi e gli Appennini e si ebbe il sollevamento della cosiddetta "piattaforma appula", la futura area delle Murge, costituita da una serie di strati di rocce calcaree, già frammentate in diversi blocchi distinti a causa degli scontri avvenuti tra le differenti zolle continentali.

Le attuali Murge sono costituite essenzialmente da due unità litostratigrafiche, il calcare di Bari, più in basso e più antico, e il calcare di Altamura, più recente. Il primo raggiunge spessori di circa 2000 metri, mentre il secondo si avvicina ai 1000 metri. Il calcare di Bari non affiora nella Murgia tarantina. Su tali rocce calcaree hanno agito gli agenti meteorici originando i numerosi fenomeni carsici tuttora evidenti.

Nel periodo successivo, Pliocene Medio - Superiore e Pleistocene, delle Murge attuali emergevano allora solo due isole, corrispondenti una all'area nord - occidentale e l'altra alle attuali Murge sud - orientali. Nelle aree invase dal mare si andarono a depositare sedimenti che cementandosi tra loro dettero origine a due altri tipi di rocce: la calcarenite di Gravina nelle aree costiere e le argille sub - appenniniche nelle zone di mare aperto, più profondo.

La calcarenite di Gravina, il comune "tufo", è una roccia sedimentaria organogena ( i suoi elementi sono cioè costituiti da frammenti fossili di gusci di molluschi e crostacei), a granulometria grossolana, di colore giallognolo, a causa delle alterazioni subite da parte degli ossidi ed idrossidi di ferro, o biancastro. Pur essendo anch'essa una roccia calcarea sedimentatasi in ambiente marino, presenta, rispetto al calcare del Cretaceo (calcare di Altamura), due importanti differenze: la prima riguarda l'ambiente in cui si è formata, a clima temperato e non più sub - tropicale, la seconda una notevole differenza di età. A tali differenze corrispondono proprietà meccaniche molto diverse, con una resistenza meccanica assai inferiore nella calcarenite: tale inferiore resistenza della calcarenite ha reso possibile l'attuale morfologia dell'area ed ha permesso il diffuso utilizzo della stessa per scopi edilizi.

Da un punto di vista vegetazionale, le gravine costituiscono delle vere singolarità, in quanto in esse si formano delle nicchie microclimatiche che permettono la sopravvivenza di specie rare ed endemiche. Nella gravina di Laterza per esempio sono state classificate ben 528 specie floristiche. Il fenomeno è riscontrabile anche nelle gravine più piccole, per esempio nella gravina di Riggio a Grottaglie, dove sono state individuate 321 varietà vegetali. L'eccezionale diversificazione nelle presenze vegetazionali si spiega anche con il fatto che le gravine permettono la coesistenza a brevissima distanza di ambienti diversissimi tra loro (dalle piattaforme rocciose alle cavità umide, dalle conche boschive ai pianori erbosi, dai pantani melmosi fino ai limpidi specchi d'acqua).

All'interno delle gravine si determina inoltre un'inversione termica e di umidità rispetto all'ambiente circostante. L'inversione termica è un fenomeno geoclimatico riscontrabile solo nelle valli strette e nelle gole calcaree, quali sono per esempio le gravine. In base a tale fenomeno, per la minore insolazione del fondo rispetto agli spalti, si ha un clima più fresco ed umido in basso e più caldo e secco in alto. All'inversione termica è di conseguenza legata un'inversione altimetrica della vegetazione, il che spiega la presenza di specie tipiche delle zone ombrose dell'Alta Murgia sul fondo delle gravine, a quote molto più basse (carpino orientale, acero campestre e minore, etc.).

A questo quadro vegetazionale va sommata poi la millenaria attività antropica sulle originarie foreste che anticamente ricoprivano, in molte zone senza soluzione di continuità, l'intera area delle attuali Murge sud - orientali. Da almeno ottomila anni l'uomo, attraverso l'agricoltura e la pastorizia, ha contribuito ad una drastica modificazione dell'originario ambiente vegetale, introducendo tra l'altro volontariamente, ma spesso anche involontariamente, centinaia di nuove specie, (si pensi per esempio alle graminacee), arricchendo e variando ulteriormente la già ricca flora mediterranea. Del patrimonio naturale originario rimangono oggi solo alcune tracce, più o meno estese a seconda delle zone, formazioni vegetali che, a causa della notevole influenza antropica, quasi mai riescono a raggiungere lo stadio climax.

Ulteriore elemento di eccezionalità delle gravine è dato dal fatto che esse risultano essere le stazioni privilegiate, e a volte uniche, per molte delle cosiddette specie paleoegeiche, (specie quali la Salvia triloba, la Phlomis fruticosa, la Campanula versicolor, l'euforbia arborea o l'Asyneuma limonifolium), cioè quelle specie che, come il fragno, sono di origine balcanica, testimonianza dell'antico collegamento esistente nel Miocene tra la penisola balcanica e la Puglia.

LE GRAVINE E LA CIVILTÀ RUPESTRE A GROTTAGLIE

Il territorio del Comune di Grottaglie, e le sue gravine in particolare, rappresentano l’estremità meridionale della vasta area caratterizzata dal fenomeno del “vivere in grotta”. A sud di Grottaglie il fenomeno non si esaurisce ma si manifesta con episodi minori, anche in funzione delle differenti condizioni geomorfologiche (non più profonde ed estese gravine ma piccoli solchi erosivi in cui comunque si rinvengono ancora santuari rupestri, piccoli nuclei di abitazioni in grotta o grotte adibite ad attività produttive).

Le gravine, nel territorio di Grottaglie, incidono i banchi tufacei posti a quote decrescenti verso sud-ovest e si evidenziano con forza nell'ultimo gradone che si affaccia sulla vallata sud-orientale. Procedendo da nordovest a sudest si incontrano, quasi parallele tra loro, le più importanti tra loro, tutte regolarmente abitate fino al secolo XIII:

LA LAMA DEI PENSIERI

La piccola gravina, nota coma lama dei Pensieri, è localizzata a sud del centro urbano e si articola in due differenti tratti: il primo, a monte in direzione nordovest – sudest, il secondo, a valle dopo una curva a gomito, in direzione nordest – sudovest. Le pareti della gravina non sono strapiombanti, ma solo accidentate.

Sugli spalti del solco erosivo sono state segnalate tracce di abitati capannicoli (buche per pali dell’età del bronzo), mentre sul fondo sono stati raccolti in superficie frammenti ceramici riferibili al Bronzo recente ed all’Età del Ferro, ma anche materiale ceramico di età ellenistica e ceramica sigillata chiara di tarda età imperiale romana.

L’insediamento rupestre medievale della lama dei Pensieri, noto come Casalpiccolo, si presenta come estremamente interessante. È costituito da numerose grotte su più piani, molte delle quali ottenute attraverso il riadattamento di cavità naturali (si è per queste in particolare ipotizzato un uso antropico già dall’epoca preistorica).

Il villaggio si compone di circa venti grotte. L’accesso al villaggio avviene da una scalinata scavata nella roccia che sbocca nei pressi della chiesa rupestre descritta in seguito. La scalinata di accesso costituiva il terminale di una antica carraia, distrutta in seguito alla costruzione della ferrovia Grottaglie – San Marzano. Il villaggio era in passato protetto da una torre (come si riscontra anche per l’abitato rupestre di Petruscio a Mottola o per quello della Torretta a Massafra). Numerose grotte, compresa la chiesa, sono oggi prive della facciata, a causa di crolli e di interventi antropici connessi al riuso delle grotte successivamente al loro abbandono.

Le abitazioni più antiche sono quelle localizzate nei pressi del luogo di culto, spesso caratterizzate da una planimetria molto semplice, composte cioè da un unico vano e da uno spiazzo all’aperto antistante. Antico appare anche il riutilizzo di alcune tombe a grotticella dell’età del Bronzo.

Nella parte terminale della lama, in corrispondenza del ponte della ferrovia, si trova l’interessantissima chiesa rupestre affrescata. Gli affreschi risalgono al XIII secolo e sono affiancati da alcune iscrizioni in greco. Alcuni affreschi sono stati asportati da clandestini nel 1981.

Nel pianoro soprastante la lama sono state identificate numerose tracce delle antiche frequentazioni antropiche, riferibili ad un periodo compreso tra l’Età del Bronzo e il periodo medievale. In particolare tra la torre e la chiesa, il pianoro ospita la maggiore concentrazione di tombe medievali, mentre le numerosissime buche da palo possono riferirsi tanto a strutture protostoriche quanto a capanne medievali. In quest’area sono state inoltre osservate numerose tracce di carraie e profonde cisterne a campana.

La presenza di un imponente sistema di cabalette, pozzi e cisterne induce a pensare un possibile utilizzo della risorsa acqua anche a fini produttivi (forse anche per la produzione in loco di ceramica).

Certa era la presenza dell’allevamento ovino, come dimostrato dal ritrovamento di due paia di cesoie per la tosa delle pecore.

LA GRAVINA DI RIGGIO

La gravina di Riggio è la prima gravina che si incontra nel territorio di Grottaglie, a nord – ovest del centro abitato. Si tratta di una profonda incisione che si sviluppa, con andamento sinuoso nord – sud, per circa un chilometro.

La gravina nasce nel punto in cui un corso d’acqua a carattere torrentizio incontra, dopo aver attraversato una zona con affioramento di argille, il banco calcarenitico affiorante. Nel primo tratto è presente un salto di circa 15 metri, denominato il “Caggione”, alla cui base si formava in passato un laghetto quasi permanente. Superato questo punto la gravina presenta, per una lunghezza di circa 700 metri, pareti sub verticali incise nella caclcarenite e, in parte, nel calcare di Altamura.

La gravina di Riggio ha restituito tracce di una lontana frequentazione antropica. Sono state infatti rinvenute alcune tombe a grotticella, ascrivibili ad un periodo compreso tra l’eneolitico, l’età del bronzo e l’età del ferro, in continuità con un villaggio capannicolo preistorico di cui si identificano numerosi fori di palificazione scavati nella roccia sugli spalti della gravina (databile in virtù dei reperti ceramici ritrovati ai secoli precedenti la metà del II millennio a.C.). Alcune tombe a fossa scavate sul ciglio della gravina vengono invece riferite ad un insediamento stabile sviluppatosi tra il VI e il IV secolo a.C. Un saggio di scavo, condotto nel 1968 nelle vicinanze della cosiddetta “Casa fortezza”, ha rivelato un’importante stratigrafia, nella quale sono stati identificati almeno cinque differenti livelli, dal III millennio al V – IV secolo a.C.

L’origine del villaggio rupestre medievale, mancando dati archeologici certi e nonostante le ipotesi più o meno fantasiose che legano l’origine dell’insediamento alla presenza, in epoca tardo antica o alto medievale, di rifugiati provenienti da altri insediamenti distrutti, va riferita ad epoca non anteriore al X secolo, al periodo cioè cui è attribuito lo strato più antico degli affreschi presenti nella chiesa anonima più grande. Secondo la tradizione il casale rupestre sarebbe poi stato abbandonato nel 1297, quando l’arcivescovo di Taranto ottenne dal Duca di Calabria l’autorizzazione a riunire, per ragioni di sicurezza ma anche probabilmente per ragioni fiscali, gli abitanti dei diversi casali rupestri all’interno dell’attuale centro di Grottaglie.

L’insediamento rupestre occupa praticamente l’intera gravina, anche se è possibile identificare tre distinti nuclei di maggiore concentrazione: uno a nord, con residui di fortificazioni, uno nell’area centrale della gravina ed uno all’estremità meridionale del solco erosivo, ai piedi della masseria.

Tra le grotte più interessanti va ricordata la “casa fortezza”, che si sviluppa su tre livelli ed è frutto di successivi riadattamenti di cavità naturali; difficile la ricostruzione della situazione originaria, anche a causa di ripetuti crolli anche antichi, ma è comunque possibile ipotizzare una datazione al periodo classico (V – IV secolo a.C.) o agli inizi del basso medioevo (X – XIII secolo).

La "farmacia"

Si segnalano inoltre il “cavernone”, vano naturale con ingresso regolarizzato; la cosiddetta “farmacia”, vano quadrangolare di circa 25 metri quadri, privo di facciata in seguito a crolli e con le pareti superstiti occupate da 114 nicchie chiaramente destinate all’allevamento dei colombi; il “cenobio”, un complesso di quattro abitazioni bicellulari collegate tra loro in epoca tarda, una delle quali sembra dotata di servizio igienico e al quale la fantasia popolare ha attribuito la destinazione di insediamento cenobitico; alcuni locali scavati nella parte sommatale della gravina, di fronte al cenobio ed alla casa fortezza, comunemente indicati come “vedette”.

Nel nucleo più meridionale si trovano le due chiese anonime, ricche di affreschi, tra i più antichi tra quelli conservati nell’arco ionico, datati tra il X e l’XI secolo.

 

1 – CHIESA ANONIMA I

La chiesa anonima, forse dedicata a San Salvatore, si compone di un’aula quadrata munita di sedile in pietra perimetrale.

La parete di fondo è caratterizzata dalla presenza di due absidi decentrate, divise da un sottile tramezzo risparmiato durante lo scavo. L’abside destra fungeva da diaconicon e conserva tracce dell’altare di servizio; non resta invece nulla dell’altare a blocco che doveva trovarsi al centro dell’abside principale. Le absidi sono contornate da una profonda decorazione a ghiera di tipo arcaico.

La chiesa conserva importanti cicli di affreschi, il cui strato più antico è datato, in virtù dello stile e dell’iconografia vicini a quelli della pittura cappadoce e siro-palestinese, alla prima metà del X secolo.

Si tratta quindi di uno dei primi esempi di pittura rupestre in Puglia; tale ciclo, caratterizzato dall’assenza di cicli cristologici completi, annovera la presenza della più antica Deesis dell’Italia meridionale nell’absidiola di sinistra. Sulla parete orientale compare, per la prima e unica volta in Puglia, la scena di “Elia che dona il suo mantello ad Eliseo”, dominata dalla presenza di un monumentale carro e dalla vivacità dei colori.

Un ciclo più recente, leggibile sulla parete di destra della chiesa, raffigura le immagini di sette vescovi. Tale strato si può facilmente datare all’XI secolo, anche per le strette affinità con le immagini dei vescovi raffigurati nell’Exultet 1 di Bari, datato al 1130 circa.

2 – CHIESA ANONIMA II

La chiesa anonima II rappresenta un esempio di chiesa cimiteriale, con tombe all’esterno, a pianta inversa. Dall’aula rettangolare, munita di sedile perimetrale e destinata ad ospitare i fedeli e il clero non officiante, si accede attraverso un’arcata al bema a transetto continuo. L’abside è collocata all’estremità destra del bema, con orientamento coerente con quello canonico rivolto ad est, ed è caratterizzata dalla presenza di cattedra e diaconicon; dalla parte opposta, fuori asse rispetto allo sviluppo del bema, si trova l’altare identificabile quale prothesis.

IL PARCO NATURALE REGIONALE TERRA DELLE GRAVINE

La storia del Parco delle gravine inizia nel lontano 1982, quando alcune associazioni ambientaliste organizzano un seminario di studi che porta ad una proposta di legge regionale. Da allora, si registrano piccoli significativi passi in avanti, privi però di organicità e di una visione d’insieme: nel 1984 la Regione istituisce l’Oasi di protezione delle gravine di Laterza e del Varco; nel 1986 approva il finanziamento dei parchi naturali attrezzati delle gravine di Laterza, Mottola, Palagianello, Massafra e Grottaglie; nel 1987 istituisce le Oasi di protezione di Ginosa, Montecamplo e gravina di Castellaneta.

Nel 1997 sembra di essere ad una svolta: la Provincia di Taranto incarica l’architetto Pietro Laureano per definire un progetto di valorizzazione culturale, ambientale ed economica del patrimonio rupestre della provincia ionica ai fini del riconoscimento dell’UNESCO quale patrimonio di cultura mondiale. Sempre nel 1997, la Regione, recependo la Legge quadro nazionale sulle aree protette del 1991, approva la legge 19 “Norme per l’istituzione e la gestione delle aree naturali protette nella regione Puglia” che individua ben otto parchi regionali. Tra questi, il Parco della Terra delle Gravine.

Solo nel febbraio 2000, sulla spinta di direttive europee che individuano i solchi gravinali e le aree comprese tra questi come Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS), ha luogo una preconferenza di servizi, convocata per dare un parere ad un documento di indirizzo redatto dall’Ufficio Parchi della Regione Puglia. Ai lavori sono invitati a partecipare i Comuni interessati, la Comunità Montana Murgia Tarantina, la Provincia di Taranto e le associazioni ambientaliste e venatorie. Dopo un anno di intensa discussione, gran parte dei comuni firma l’intesa preliminare per l’attuazione del parco e ne individua l’area, estesa per circa 50mila ettari.

Nel maggio 2002 dopo un continuo e serrato lavoro di mediazione, la Giunta regionale prende atto, con una delibera, del documento di indirizzo e della perimetrazione provvisoria cui si è giunti nella preconferenza. In attesa del provvedimento definitivo di istituzione del Parco l’iter subisce una nuova e lunga battuta d’arresto.

Alcuni dei Comuni interessati, in seguito a cambi di amministrazione o semplicemente spaventati dai presunti vincoli imposti dal futuro parco, fanno dietro front e decidono di limitare le aree destinate a parco, ricadenti nei propri territori, ai soli solchi gravinali. Soluzione che, ovviamente, preclude la creazione di un parco omogeneo, rendendone la sua gestione praticamente impossibile.

Vengono diffuse singolari, quanto fantasiose teorie, probabilmente montate ad arte da imprenditori senza scrupoli che hanno già fiutato affari nella zona, secondo le quali il parco vieterebbe agli agricoltori la raccolta di funghi ed erbe selvatiche (le famose “cicorielle” e gli asparagi) ed anche le più elementari pratiche agricole, come l’aratura.

Solo nell’agosto 2005 la pratica del Parco viene riaperta, giungendo nel dicembre 2005 alla pubblicazione della legge istitutiva del Parco, che interessa un territorio di circa 28.000 ettari, notevolmente ridotto rispetto a quanto in precedenza previsto dalle stesse amministrazioni che lo compongono.

Si segnalano le pubblicazioni:
- R. Caprara: “Società ed economia nei villaggi rupestri – La vita quotidiana nelle gravine dell’arco Jonico Tarentino”, Fasano 2001
- F. Dell’Aquila, A. Messina: “Le chiese rupestri di Puglia e Basilicata”, Bari 1998

 

 

Si segnalano inoltre i siti web:
- www.zerounogrottaglie.it/progettogrottaglie

- www.comune.grottaglie.ta.it/llpp/progettocavefantiano (relativo al progetto di recupero delle cave di Fantiano)

- www.parcogravine.it

- www.rapacigravine.it

- www.perieghesis.it