Irsina del perduto amore

CENNI STORICI CIVILI

Il territorio di Irsina (l’antica Montepeloso), si estende per 27.000 ettari su un altipiano posto a 549 metri sul livello del mare. Negli ultimi anni l'emigrazione ha quasi dimezzato la popolazione, fino agli attuali 6.000 abitanti che vivono in prevalenza di agricoltura e pastorizia.

Il paese, racchiuso da possenti fortificazioni medievali, controlla, dall’alto di un colle aspro segnato da profonde incisioni, le valli del Bradano e del Basentello.

Il rilievo su cui sorge l’abitato è formato da spessi strati di conglomerati di ciottoli e di sabbie cementate, nei quali la popolazione ha scavato, già in tempi lontani, numerose grotte per la conservazione del vino e a servizio delle abitazioni.

Per quanto riguarda l’etimologia, sembra che il nome MONTEPELOSO derivi dal greco “PLUSOS” che vuol dire terra fertile e ricca, modificato in “PILOSUM” dai latini. L'attuale nome di IRSINA risale al 6 febbraio 1895.

Le sue origini sono antichissime. Nell’anno 988 Monte Piloso fu distrutta dai Saraceni e poi ricostruita da Giovanni II, principe longobardo di Salerno da cui Monte Piloso dipendeva. Dopo il 1000 ebbe il dominio dei greci-bizantini. Qualche decennio dopo i Bizantini furono vinti dai Normanni e la terra di Montepeloso toccò in sorte al conte TRISTANO NORMANNO, poi passò sotto il dominio degli Svevi di FEDERICO II.

Nel medioevo la cittadina divenne feudo di vari signori, tra cui il conte di Belmonte, il conte Giovanni di Monforte, i Del Balzo, i Gaetani d’Aragona, i Grimaldi di Genova, i Riario, gli Sforza, i Nugent.

Verso la fine del 1800 cominciarono le prime emigrazioni verso gli Stati Uniti e l’Argentina. Negli anni ’50 venne ad operare l’ente riforma fondiaria per l’assegnazione di poderi e case ai contadini, ma negli anni ’60 a seguito di cattive annate agricole ci fu un’emigrazione di massa verso il triangolo industriale del nord.

IRSINA E IL MANTEGNA

La dottoressa Clara Gelao, direttrice della Pinacoteca di Bari, è l'autrice di una scoperta che sta suscitando vasto clamore nel mondo dell'arte: ha scoperto che l'autore della scultura dipinta raffigurante Sant'Eufemia, conservata nella Cattedrale di Irsina, altri non è che Andrea Mantegna, uno dei più grandi artisti del Rinascimento.

Le conclusioni di tanti studi, avallate anche da Michele d'Elia, gia direttore dell'Istituto Centrale del Restauro di Roma, sono state raccolte in un libro, intitolato "Andrea Mantegna e la donazione de Mabilia alla Cattedrale di Montepeloso", pubblicato dalle edizioni La Bautta di Matera.

La statua, alta 1,72 metri, si trova nella cattedrale, nella nicchia alla destra dell’altare, dal 1454 ma sinora non era stata attribuita ad alcun artista e nessuno, prima della Gelao, aveva sospettato che l'autore fosse uno dei più grandi artisti settentrionali del Quattrocento anche se l'eccelsa qualità del manufatto erano sotto gi occhi di tutti: alta un metro e settanta, la statua in pietra si contraddistingue, infatti, per le sue forme classiche tipiche del Primo Rinascimento.

La storia dell’attribuzione della statua al Mantenga parte da un poemetto del 1592 scritto da Pasquale Verrone, arcidiacono di Irsina, ritrovato nella Biblioteca del Vaticano. All'interno del poemetto si racconta di un certo Roberto de Mabilia, nato anch'egli nel piccolo centro lucano, che, dopo un lungo soggiorno a Padova porta nella sua terra un reliquiario con il braccio di Sant'Eufemia, due sculture, un dipinto, un fonte battesimale, un Crocifisso, tre libri miniati.

La Gelao ha riconosciuto nella Sant'Eufemia, di cui si parla nel poemetto, quella conservata a Capodimonte, certamente di mano di Andrea Mantegna. Con questo collegamento, si spiega come un'opera di Mantegna, artista che ha lavorato prevalentemente al Nord, sia finita in un paese della Basilicata.

A Padova, dove il giovane Mantegna aveva lavorato dal 1450 circa nella Chiesa degli Eremitani, sono stati trovati documenti relativi alla vita di Roberto de Mabilia, il donatore, che provano come de Mabilia abbia commissionato al Mantegna un dipinto per la sua terra d'origine e molto probabilmente anche la scultura.

Tra le ulteriori conferme rintracciate dalla Gelao, c'è anche l'analisi del materiale. Si è scoperto infatti che la statua di Sant'Eufemia è in pietra di Nanto, un materiale che si estrae nei pressi di Vicenza ed è la materia con cui sono realizzate gran parte delle sculture di area padovana.

Perché de Mabilia, migrato a Padova, avrebbe commissionato a Mantegna ben due opere per la Cattedrale di Montepeloso? E perché avrebbe portato personalmente la reliquia di santa Eufemia a Irsina? Anche queste domande hanno trovato una risposta. Nel 1453 infatti, dopo ben 319 anni, a Irsina era stata ripristinata la sede vescovile, sia pure aggregata e quella di Adria. Adria venerava San Riccardo, mentre Irsina non aveva ancora un culto particolare. Ecco perché Roberto de Mabilia giunge da Padova con la sua importante donazione, offrendo alla città una nuova patrona, e portando con sé tesori d'arte e di devozione.

Già nel 1700 i due quadri del Mantegna sparirono dalle pareti della Cattedrale: un olio su tavola che rappresentava S. Eufemia è attualmente conservato nel museo di Capodimonte di Napoli; l’altro, che rappresentava la morte della Madonna, oggi è introvabile.

LA CATTEDRALE

La Cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta è senza dubbio uno tra i più importanti monumenti della Basilicata, sia per l'originalità sia per le opere che ornano il suo interno.

Una consolidata tradizione attribuisce a Giovanni, principe di Salerno, la ricostruzione della cattedrale, nel 988, distrutta insieme alla città da un incendio. La notizia non ha possibilità di riscontro ma l'esistenza della cattedrale è attestata nella bolla di Callisto III del 1123. Dopo il saccheggio del 1133 fu ricostruita e ampliata. La fabbrica medioevale era in stile gotico, a tre navate con portale di ingresso sormontato da un rosone finemente lavorato.

Nel 1765 la vecchia cattedrale fu demolita e iniziò la costruzione della nuova, che si protrarrà fino al 1882. Dell'edificio antico non resta che il campanile e qualche elemento scultoreo conservato nella cripta. La nuova chiesa in linee barocche è a tre navate con absidi terminali, transetto con cupola centrale e cripta.

L'interno della cattedrale custodisce numerose opere d’arte, databili tra il XIV e il XVIII secolo.

Adiacente alla cattedrale si trova il palazzo vescovile e alcuni locali sono adibiti a curia vescovile, biblioteca, archivio. Non manca una raccolta di tele di scuola napoletana che rappresentano diversi antichi vescovi diocesani. In archivio è conservata un’antica pergamena del 1233. Nel palazzo è conservata un’antica cappella vescovile con affreschi biblici del 1644.

CONVENTO E CHIESA DI SAN FRANCESCO

Il castello di Federico II del 1200 fu donato nel 1228 dall’imperatore stesso ai frati di S.Francesco d’Assisi. Sono ancora visibili le tracce della costruzione originaria, con la torre di vedetta, la sala d’armi e le scuderie in via S. Maria la Nova, come pure è ben conservato il rione Casale dove erano le abitazioni di soldati e artigiani del sovrano.

Nella chiesa esiste una cripta affrescata da allievi della scuola di Giotto. Nella volta è affrescato il Pantocrator, circondato dai quattro evangelisti rappresentati da quattro animali (l’uomo alato con la bibbia, il leone alato, il toro alato e l’aquila); nel lunettone è invece rappresentata la Dormitio Virginia, tipica anch’essa della teologia bizantina; tutti gli altri affreschi sono certamente di scuola giottesca.

Il convento fu rifatto con il permesso di Papa Clemente nel 1500 circa; la chiesa fu elevata e da romanica divenne rinascimentale. In quell’occasione furono ricostruiti anche il chiostro e il convento.

CHIESA DI MARIA S.S. DEL CARMINE (O PURGATORIO)

È una piccola ed elegante chiesa eretta nel 1645 sotto il vescovo Attilio Orsini. Era la sede di una Confraternita formata da 24 persone: 12 sacerdoti e 12 nobili con lo scopo del culto alla Madonna del Carmine e del suffragio alle anime del Purgatorio. La Congrega ebbe vita fino ai primi decenni del ‘900.

Nella chiesa sono conservate tele di scuola napoletana, un altare in marmo con bassorilievo della Madonna e un organo a canne del 1700.

PALAZZO CANTORIO

Il palazzo occupa l'area del castello tardo-medioevale risalente ai secoli XIV-XV e ingloba Porta S. Eufemia, che rappresenta il principale accesso al paese. Nel XVIII secolo i Riario Sforza, feudatari di Montepeloso, trasformarono la roccaforte in palazzo gentillizio, che divenne così la residenza di famiglia.

La struttura, difesa all'esterno dalla cinta muraria medievale e delimitata dall'antistante piazza da un'alta cortina muraria, si articola intorno ad un'ampia corte quadrangolare, a cui si accede attraverso un maestoso portale ad archivolto in pietra lavorata; in posizione decentrata è collocato il pozzo. Intorno alla corte si articolano le tre ali del palazzo, che si sviluppa su due livelli collegati da un'ampia scala. Il piano inferiore è occupato da locali coperti con volte a botte, adibiti a magazzini e depositi, mentre gli appartamenti trovano posto al piano superiore.

L’AREA ARCHEOLOGICA DI MONTE IRSI

Di rilevante valore è la zona archeologica del monte d’Irsi, ricca di reperti greci e romani e studiata per anni dal prof. Small.

Nell’area ci sono tracce di una villa romana, con un pavimento a mosaico, e ruderi di un’antica cinta muraria, testimonianza dell’esistenza di un villaggio, che alcune fonti dicono abitato da circa 2000 abitanti. La storia di Irsi finì verso il 1360, quando gli abitanti si ritirarono a vivere tra le mura più sicure di Montepeloso.

Il sito, situato su un altorilievo in prossimità del torrente Basentello, alla sua confluenza con il Bradano, presenta le stesse caratteristiche e condizioni economiche di quelli situati in Puglia sull’altra sponda del Basentello. L’insediamento fu fondato all’inizio dell’età del ferro e durò almeno fino alla fine del III sec. a.C.; nella prima metà del II sec. a.C. sui suoi resti fu costruita una villa. Tale primo insediamento era difeso dal tipico muro a terrazza della Tarda Età del Ferro, che circondava la cima della collina.

La ricognizione archeologica del sito, diretta dal canadese Prof. Small, mostra che la zona abitata si estendeva per tutto l’altopiano, su un’area di circa 32,5 ettari. Gli scavi hanno rilevato che il sito di Irsi fu abbandonato tra il II e il I sec. a.C. ma successivamente ripopolato con la costruzione, sul lato occidentale della collina, sui resti della Tarda Età del Ferro, di una lunga stalla, mentre le abitazioni è probabile fossero sul lato ad est, dove fu costruito un alto muro di terrazzamento sopra la scarpata per formare una piattaforma artificiale.

Dal I sec. a.C. al Medio Impero la tendenza allo spopolamento fu invertita sotto Augusto. Infatti sul monte Irsi un nuovo muro a terrazza fu costruito in opus caementicium per elevare la piattaforma già esistente e su questa base fu eretta probabilmente una villa.

I RUDERI DI S.MARIA LA NORA DI JUSO
(in contrada degli orti)

Le notizie storiche di questa contrada risalgono ai primi decenni del ‘700, quando una colonia di cristiani greci insieme a un gruppo di padri Basiliani, a seguito delle persecuzioni iconoclaste in Grecia, abitarono e bonificarono quella zona ed eressero una loro chiesa di rito greco.

Con la conquista normanna, il re Ruggero II nel 1133 allontanò i greci e al loro posto insediò una comunità di monaci benedettini francesi. Il priorato benedettino, con la filiale di un monastero sul monte d’Irsi, ebbe vita fino al 1370. Successivamente anche questi furono allontanati da Francesco I del Balzo duca di Andria e Signore di Montepeloso.

IL NUCLEO RUPESTRE

Ad Irsina una parte significativa del sistema rupestre urbano si sviluppa lungo il pendio esterno adiacente la cinta fortificata medievale circostante il centro storico.

Numerose cantine-grotte si conservano ancora nei piani interrati degli antichi palazzi appartenenti alle famiglie più abbienti. Gli ipogei, detti nel dialetto locale "jusi" sono stati scavati nel banco della roccia arenaria ed adibiti sin dai tempi antichi ad abitazioni, tutt'oggi sono ancora in parte utilizzati a tale scopo dalla popolazione locale.

Particolarmente suggestive sono le grandi cantine dei due palazzi Janora e del quattrocentesco palazzo Cantorio-Damato, nei quali si conserva intatta buona parte della strumentazione utilizzata per la lavorazione dell’uva, tra cui un imponente torchio in legno. Altre tracce di vaste cantine si ritrovano nei sotterranei del convento francescano, della cattedrale, del palazzo vescovile, del palazzo ducale ed in ciò che resta del castello normanno-svevo, tanto da poter pensare ad un reticolo di passaggi sotterranei che attraversando il centro storico collega l'interno delle costruzioni con l'esterno della cinta muraria.

Di notevole interesse è, anche, la presenza fuori le mura di una chiesa rupestre del IX-X sec., appartenente ad un eremitaggio monastico basiliano, formato da numerose cripte. L’abbassamento della quota del piano stradale realizzato alcuni decenni fa ha reso non fruibile l’antico luogo di culto.

La chiesa è formata da un'aula conclusa da un'abside. Lo spazio è reso alquanto informe dalla continua caduta del materiale alluvionale. Lungo le pareti, a destra e a sinistra, si conservano due affreschi contenuti in riquadri rettangolari. Il primo è completamente illeggibile causa della quasi totale perdita della superficie dipinta; la presenza di un lungo bastone che attraversa in diagonale l'intero riquadro e sembra concluso da uno sviluppo orizzontale, forse un tau, lascia ipotizzare la identificazione del Santo raffigurato nel dipinto con S. Antuono, presenza del tutto compatibile con il contesto agropastorale dell'insediamento. Il secondo affresco, quasi interamente conservato, è identificabile con S. Lucia: la figura femminile sorregge un calice con i globi oculari, attributi della Santa, ed una palma simbolo del martirio; in alto a destra si conserva la scritta di identificazione e ai piedi della Santa si notano due figure inginocchiate di piccole dimensioni, a destra un personaggio maschile ed a sinistra una figura femminile, e tra le epigrafi di difficile lettura sovrastanti i due personaggi si individua la scritta uxor mea, riferita alla figura femminile consorte dell'offerente. I caratteri dell'affresco, purtroppo mutilo della testa, sono riferibili alla prima metà del sec. XV.

I BOTTINI

La particolare situazione geomorfologica di Irsina caratterizzata dallo stillicidio continuo di uno spesso strato di sedimenti alluvionali in grado di accumulare molta acqua, sovrastanti formazioni argillose, ha determinato la formazione di numerose e ricche sorgenti che sgorgano a poca distanza dal centro storico. Fin dal medioevo, la comunità locale ha operato per aumentare la disponibilità di acqua potabile canalizzando le sorgenti e realizzando gli abbeveratoi e le fontane che circondano il paese.

A valle del centro storico, sul versante orientale, le sorgenti che alimentano fonatana dello Juso, sono captate da un complesso sistema di cunicoli sotterranei, i cosiddetti bottini, che si sviluppano per quasi trecento metri in un dedalo di gallerie e vasche di raccolta dell’acqua scavate nel banco alluvionale.

Il sistema si compone da gallerie percorribili aventi al centro il canale di scolo delle acque ed ai lati le vasche di accumulo e di deposito del calcare. Un sistema di camini per l’areazione contribuisce a favorire la captazione dell'acqua per capillarità.

 

 

Si segnala la pubblicazione:

- Caputo F., a cura di: “L’habitat rupestre in Basilicata”, Montescaglioso 2004

Si segnalano inoltre i siti web:

- www.irsinaturismo.it

- www.irsina.net