LA GRAVINA DI LEUCASPIDE

LE GRAVINE

Le gravine, formazioni naturali dalle caratteristiche inconsuete ed eccezionali, sono il segno distintivo del paesaggio e della morfologia della Provincia Ionica. Le gravine comprese nelle Province di Taranto, Brindisi, Lecce e Bari sono oltre trecento, e la sola Provincia di Taranto ne conta più di centocinquanta. 

 Le gravine si formano in corrispondenza del salto orografico che, dai 400 metri di altezza dell'altopiano murgiano, porta ai 50 - 100 metri dove comincia la fascia costiera. Lungo tutto il perimetro dell'altopiano murgiano valloni più o meno paralleli si diramano verso il mar Ionio e verso l'Adriatico: sono caratterizzati da una pendenza più lieve in direzione della costa adriatica (e sono detti lame), più scoscesi e profondi sul versante ionico (gravine).

L'attuale morfologia del territorio è il risultato di processi sviluppatisi nel corso di milioni di anni sulle rocce e sull'ambiente in cui le rocce stesse si sono formate. Le gravine non potrebbero esistere se oltre a particolari condizioni idrografiche non si fossero realizzate particolari e concomitanti condizioni geografiche, geologiche e climatiche. Fondamentale per comprenderne la genesi risulta essere inoltre lo studio della tettonica. 

L'origine delle Murge è connessa allo scontro avvenuto nel Cretaceo superiore, circa 100 milioni di anni fa, tra la zolla africana e quella europea. In seguito allo scontro si originarono le Alpi e gli Appennini e si ebbe il sollevamento della cosiddetta "piattaforma appula", la futura area delle Murge,  costituita da una serie di strati di rocce calcaree, già frammentate in diversi blocchi distinti a causa degli scontri avvenuti tra le differenti zolle continentali. 

Le attuali Murge sono costituite essenzialmente da due unità litostratigrafiche, il calcare di Bari, più in basso e più antico, e il calcare di Altamura, più recente. Il primo raggiunge spessori di circa 2000 metri, mentre il secondo si avvicina ai 1000 metri. Il calcare di Bari non affiora nella Murgia tarantina. Su tali rocce calcaree hanno agito gli agenti meteorici originando i numerosi fenomeni carsici tuttora evidenti.

Nel periodo successivo, Pliocene Medio - Superiore e Pleistocene, delle Murge attuali emergevano allora solo due isole, corrispondenti una all'area nord - occidentale e l'altra alle attuali Murge sud - orientali. Nelle aree invase dal mare si andarono a depositare sedimenti che cementandosi tra loro dettero origine a due altri tipi di rocce: la calcarenite di Gravina nelle aree costiere e le argille sub - appenniniche nelle zone di mare aperto, più profondo.

La calcarenite di Gravina, il comune "tufo", è una roccia sedimentaria organogena ( i suoi elementi sono cioè costituiti da frammenti fossili di gusci di molluschi e crostacei), a granulometria grossolana, di colore giallognolo, a causa delle alterazioni subite da parte degli ossidi ed idrossidi di ferro, o biancastro. Pur essendo anch'essa una roccia calcarea sedimentatasi in ambiente marino, presenta, rispetto al calcare del Cretaceo (calcare di Altamura), due importanti differenze: la prima riguarda l'ambiente in cui si è formata, a clima temperato e non più sub - tropicale, la seconda una notevole differenza di età. A tali differenze corrispondono proprietà meccaniche molto diverse, con una resistenza meccanica assai inferiore nella calcarenite: tale inferiore resistenza della calcarenite ha reso possibile l'attuale morfologia dell'area ed ha permesso il diffuso utilizzo della stessa per scopi edilizi. 

Da un punto di vista vegetazionale, le gravine costituiscono delle vere singolarità, in quanto in esse si formano delle nicchie microclimatiche che permettono la sopravvivenza di specie rare ed endemiche. Nella gravina di Laterza per esempio sono state classificate ben 528 specie floristiche. Il fenomeno è riscontrabile anche nelle gravine più piccole, per esempio nella gravina di Riggio a Grottaglie, dove sono state individuate 321 varietà vegetali. L'eccezionale diversificazione nelle presenze vegetazionali si spiega anche con il fatto che le gravine permettono la coesistenza a brevissima distanza di ambienti diversissimi tra loro (dalle piattaforme rocciose alle cavità umide, dalle conche boschive ai pianori erbosi, dai pantani melmosi fino ai limpidi specchi d'acqua).

All'interno delle gravine si determina inoltre un'inversione termica e di umidità rispetto all'ambiente circostante. L'inversione termica è un fenomeno geoclimatico riscontrabile solo nelle valli strette e nelle gole calcaree, quali sono per esempio le gravine. In base a tale fenomeno, per la minore insolazione del fondo rispetto agli spalti, si ha un clima più fresco ed umido in basso e più caldo e secco in alto. All'inversione termica è di conseguenza legata un'inversione altimetrica della vegetazione, il che spiega la presenza di specie tipiche delle zone ombrose dell'Alta Murgia sul fondo delle gravine, a quote molto più basse (carpino orientale, acero campestre e minore, etc.).

 A questo quadro vegetazionale va sommata poi la millenaria attività antropica sulle originarie foreste che anticamente ricoprivano, in molte zone senza soluzione di continuità, l'intera area delle attuali Murge sud - orientali. Da almeno ottomila anni l'uomo, attraverso l'agricoltura e la pastorizia, ha contribuito ad una drastica modificazione dell'originario ambiente vegetale, introducendo tra l'altro volontariamente, ma spesso anche involontariamente, centinaia di nuove specie, (si pensi per esempio alle graminacee), arricchendo e variando ulteriormente la già ricca flora mediterranea. Del patrimonio naturale originario rimangono oggi solo alcune tracce, più o meno estese a seconda delle zone, formazioni vegetali che, a causa della notevole influenza antropica, quasi mai riescono a raggiungere lo stadio climax.

Ulteriore elemento di eccezionalità delle gravine è dato dal fatto che esse risultano essere le stazioni privilegiate, e a volte uniche, per molte delle cosiddette specie paleoegeiche, (specie quali la salvia triloba, la phlomis fruticosa, la campanula versicolor, l'euforbia arborea o l'asyneuma limonifolium), cioè quelle specie che, come il fragno, sono di origine balcanica, testimonianza dell'antico collegamento esistente nel Miocene tra la penisola balcanica e la Puglia.

 

LA GRAVINA DI LEUCASPIDE E I DOLMEN

 

La Gravina di Leucaspide costituisce il più imponente esempio di tale fenomeno carsico nel territorio di Statte, giovane Comune formatosi solo nel 1993 in seguito al distaccamento di parte del territorio del Comune di Taranto. La gravina, localizzata ad ovest del centro abitato, nasce dalla confluenza di altre gravine più piccole, quali quella dell’Amastuola e quella di Triglie; prende il nome di gravina d’Accetta nella sua parte superiore, gravina di Leucaspide nel tratto medio e gravina di Gennarini nell’ultimo tratto (sulle carte è spesso indicata indistintamente come gravina di Leucaspide).

La gravina di Leucaspide, ricca di grotte, di pareti di roccia tenera facile da scavare, di vegetazione e di acqua (per la presenza delle sorgenti della Valenza e del Triglio), rappresenta da tempi lontanissimi sede d’elezione per l’insediamento umano. L’area della gravina è infatti particolarmente ricca di testimonianze archeologiche ascrivibili a differenti periodi: i dolmen riferibili al periodo preistorico situati nelle vicinanze di Masseria Accetta Grande e di Masseria Accetta Piccola, rappresentate da alcuni monumenti megalitici (dolmen), un villaggio di età greca con annessa estesa necropoli sulla collina di Masseria Amastuola, a controllo dell’intera piana costiera, i numerosi villaggi rupestri di origine medievali.

 

 

I Dolmen sono strutture megalitiche (dal greco megas e litos, ossia “grande pietra”) realizzate con blocchi e lastroni in pietra calcarea e destinate ad una funzione sepolcrale. In Puglia i dolmen si diffusero soprattutto intorno al II millennio a.C. (Età del Bronzo).

Il Dolmen localizzato nei pressi di masseria Accetta Grande è conosciuto sin dall’Ottocento (scoperto nel 1880 e oggetto di scavi nel 1909), quando fu interessato da scavi non sistematici, come “dolmen di san Giovanni” o di “Leucaspide”, o anche come “Tavola dei Paladini”. Presenta tipologia a galleria, caratterizzata da una cella rettangolare allungata delimitata da quattro lastroni monolitici che reggono una copertura realizzata con un unico lastrone (2 x 3 metri, con uno spessore di 50 centimetri), anch’esso in pietra calcarea. La cella (1.80 x 1.45 metri, con altezza massima pari a 1.30 metri) è preceduta da un corridoio (dromos) rivolto ad est e delimitato da pietrame e da blocchi calcarei. La cella è realizzata al centro di un grande tumulo di forma circolare in pietra e terra, del diametro di circa 20 metri, che originariamente copriva la cella stessa.

Il complesso dolmenico descritto è situato a poca distanza da un solco erosivo, la Gravinola, sul ciglio del quale sono state rinvenute tracce di un insediamento anch’esso dell’Età del Bronzo.

Nel 1998, a poca distanza dal primo, è stata trovata una seconda struttura megalitica, in gran parte distrutta ma comunque riconoscibile come tomba domenica collocata all’interno di un tumulo largo circa 30 metri. Al suo interno sono stati rinvenuti frammenti ceramici e una cuspide di freccia che permettono di datare la struttura all’età del Bronzo (XX – XII secolo a.C.).

Un altro dolmen è visibile a poca distanza da Masseria Accetta Piccola (o Accettulla), a tre chilometri dai primi. Si trova quasi sul bordo della gravina di Leucaspide, immerso in una pineta di pini d’Aleppo.

 

LA GRAVINA DI ALEZZA

La Gravina di Alezza si sviluppa nel territorio del Comune di Crispiano, e in piccola parte in quello di Statte, estendendosi per circa 3 chilometri in direzione nordest – sudovest, da quota 220 metri s.l.m. a quota 160 metri.

Alezza fa parte dell’articolato sistema di solchi erosivi che vanno a costituire la Gravina di Leucaspide: la gravina di Alezza confluisce, infatti, insieme a quelle di Boccaladroni e di Miola nella gravina di Triglie, che a sua volta si immette nel tratto mediano della Gravina di Leucaspide.

Il toponimi Alezza fa riferimento esplicito al nome dialettale di una delle specie vegetali che dominano quest’area, ossia il Leccio (Quercus ilex); va detto tra l’altro che nella gravina di Alezza confluisce il canale Lezzitello (alla lettera “piccolo leccio” nel dialetto locale) e la gravina di Alezza stessa si immette in quella del Triglio, toponimo che per alcuni studiosi potrebbe derivare da “tres ilia”, ovvero tre querce,a  dimostrazione di come la presenza diffusa del leccio in quest’area abbia fortemente influenzato la toponomastica locale.

Le specie arboree dominanti all’interno della gravina di Alezza sono quindi il Leccio e il Pino d’Aleppo (Pinus halepensis), che costituiscono, a tratti anche boschi fitti e disetanei: il leccio predilige però la parte basale dell’alveo, la più riparata ma anche la più fresca ed umida, mentre il pino d’Aleppo colonizza la parte sovrastante l’alveo, più assolata e più calda. Il pino d’Aleppo è infatti specie eliofila, xerofile e termofila, mentre il leccio, è specie moderatamente termofila ed igrofila, che sopporta bene un certo ombreggiamento.

Le caratteristiche peculiari delle due specie fanno sì che si assista ad una continua alternanza delle due specie a seconda delle specifiche condizioni ambientali dei differenti tratti della gravina.

Il leccio si riscontra sia allo stato arboreo (con esemplari che raggiungono altezze superiori ai 15 metri e diametri superiori ai 50 – 60 centimetri) che arbustivo.

Tra le specie arboree che vegetano nell’alveo della gravina dell’Alezza di indubbio interesse è la presenza di alcuni maestosi individui di pioppo bianco (Populus alba): il pioppo è specie tipicamente ripariale che però molto raramente si riscontra sul fondo delle gravine dell’arco ionico.

Estremamente ricca è inoltre la vegetazione della macchia e delle garighe presenti nelle aree più aperte della gravina e sugli spalti superiori: si citano, tra le altre, il Mirto (Myrtus communis subsp. tarentina), il Paliurus spina-christi, il lentisco, il biancospino e il perastro (presenti anche allo stato di piccoli alberi), il viburno (Viburnus tinus).

 

Spinacristi

Paliurus spina-cristi

 

Abbastanza ricca anche la fauna che frequenta questi ambienti, rappresentata in particolare da uccelli ma anche da alcuni mammiferi ormai rari come il tasso.

L’elevato valore ambientale, paesaggistico e naturalistico della Gravina dell’Alezza trova un eccezionale valore aggiunto nell’innumerevole insieme di segni lasciati dall’uomo nel corso dei millenni, testimonianza ancora viva dell’assidua frequentazione di questi luoghi.

 

IL FENOMENO DELLA CIVILTA' RUPESTRE

Con il termine di civiltà rupestre, introdotto per la prima volta in seguito agli studi di Cosimo Damiano Fonseca, si intende l’insieme delle complesse e differenziate realtà sociali e culturali, civili e religiose, legate all’esperienza del vivere in grotta, che hanno interessato dal VI al XIII secolo l’intera Italia Meridionale, continentale e insulare. Nelle case-grotta e nelle chiese-grotta si ritrova una vastissima documentazione inerente la vita, i valori religiosi, l’organizzazione sociale, le tecniche costruttive e le espressioni artistiche del Medioevo pugliese, che merita di essere riscoperta e valorizzata, rendendola fruibile per un pubblico il più vasto e differenziato possibile.

Gli studi condotti sull'eccezionale patrimonio rupestre presente in Puglia hanno rivelato come la genesi storica di tali insediamenti conosca un primo sviluppo in epoca preclassica (con il primo sfruttamento delle grotte naturali e dell'ambiente di lame e gravine da parte dell'uomo preistorico); una seconda fase, compresa tra il Tardo Antico e il Basso Medioevo, vede invece diffondersi l'uso delle abitazioni scavate nella tenera calcarenite di lame e gravine. Molto limitate sono invece le tracce di una frequentazione di tali luoghi nel periodo classico.

Per molti anni e almeno fino all'inizio degli anni '70 del '900, si pensava che le grotte fossero state rioccupate per lo più da monaci ed eremiti di origine bizantina, in fuga dalla loro terra di origine in seguito alle persecuzioni iconoclaste dell' VIII - IX secolo, che dettero vita a comunità monastiche di rito greco completamente slegate dalla vita civile del territorio che li ospitava. Gli studi, guidati da Fonseca, sono invece giunti alla conclusione che non esisteva una sostanziale differenza tra la vita nei villaggi rupestri e i contemporanei villaggi sub - divo; i modelli architettonici e figurativi si rifanno alla stessa matrice culturale e il fenomeno della civiltà rupestre va quindi considerato a tutti gli effetti come parte integrante della civiltà medievale.

Le ragioni di questa particolare scelta abitativa, alternativa ma non subalterna rispetto all’insediamento subdiviale, sono da collegare essenzialmente alla crisi delle strutture statali, al progressivo declino delle città, all’esigenza di difesa dalle continue e ripetute invasioni barbariche (una casa scavata nella roccia garantiva infatti maggiore sicurezza di una casa in legno, tipico materiale del periodo medievale, oltre ad essere molto più economica). La presenza delle gravine, fronte di cava naturale, e la relativa tenerezza della roccia tufacea locale, ha inoltre facilitato l’attività di scavo e la conseguente formazione degli insediamenti; il microclima favorevole delle gravine, la presenza di acqua e la maggiore facilità di raccogliere quelle piovane, la presenza di suoli fertili nelle vicinanze, sono tutti ulteriori elementi che, oltre a testimoniare l'eccezionale rapporto esistente tra uomo e ambiente nel corso della storia, fecero preferire questa localizzazione insediativa.

Proprio le particolari condizioni ambientali hanno infatti comportato un diverso modo di inventare e di creare forme abitative, utilizzando schemi costruttivi compatibili con l’impianto grottale. È proprio in questo adattamento alle specifiche condizioni ambientali che da un lato si coglie l’originalità e la specificità delle soluzioni adottate, dall’altro, allo stesso tempo, si percepisce la continuità culturale che caratterizza gli schemi urbanistici, la configurazione degli spazi, le forme artistiche.  

Particolare importanza riveste il fenomeno rupestre nel periodo medievale, con due distinti periodi di massimo sviluppo: il primo si colloca nella prima metà del X secolo, durante la seconda colonizzazione bizantina; il secondo tra la fine dell’XI e il XIII secolo, durante il periodo normanno e svevo. 

L’ambiente più importante di tutto l’insediamento rupestre è la chiesa. La posizione del luogo di culto all’interno del casale risponde ad una scelta urbanistica ben precisa: di solito le chiese sono poste alla periferia dell’abitato, sulla sommità dello spalto o nella sua parte centrale, senza altre escavazioni nella parte superiore, per una consapevole gerarchia di valori. Molto spesso nelle immediate vicinanze della chiesa si osserva l’abitazione del prete o del custode, collegata al luogo di culto solo dall’esterno; nella maggior parte dei casi intorno alla chiesa è sistemata l’area cimiteriale, con tombe a fossa scavate nel banco tufaceo.

La tipologia delle chiese varia notevolmente: dalla pianta più semplice, di forma quadrata con l’aggiunta di strutture minime quali l’abside ed alcune nicchie (tipica in particolare delle soluzioni più arcaiche, riferibili al IX - XI secolo), fino a planimetrie molto complesse. Le escavazioni più monumentali di solito presentano planimetrie fortemente deformate, in cui i quadrati sono trasformati in trapezi isosceli, e il cui effetto complessivo è la caratteristica forma a ventaglio, espediente per una migliore diffusione della luce.

Molte chiese rupestri nascono nel periodo della dominazione bizantina o subito dopo, quando sono ancora vivi i retaggi culturali di tale presenza: molte di esse riprendono quindi schemi costruttivi ed iconografici tipici delle chiese orientali. La caratteristica più tipica è sicuramente la netta separazione tra il naos (o aula), la parte destinata ai fedeli, e il bema (o presbiterio), riservato esclusivamente al clero officiante; tale divisione era ottenuta mediante l'iconostasi, muretto, basso o alto a seconda dei casi, presente in tutte le chiese bizantine successive al VI secolo, in genere dotato di tre ingressi, funzionali allo svolgimento delle complesse processioni liturgiche tipiche della liturgia di rito orientale. Nelle chiese di impronta bizantina nel bema si trovano due absidiole più piccole, ai lati di quella centrale: la prothesis, di solito a destra, destinata alla conservazione delle ostie consacrate e il diaconicon, in genere a sinistra, dove si conservavano i paramenti liturgici e i corredi sacri. Nelle absidi gli altari erano discosti dalle pareti e molto spesso erano liturgicamente orientati, ossia disposti secondo la direzione in cui nasceva il sole.

Fortissima è stata inoltre l'influenza di Bisanzio anche nell'iconografia sacra, anche molti secoli dopo la cacciata dei Bizantini dalla Puglia: molto diffuse sono le icone devozionali di santi e i soggetti pittorici tipici della tradizione orientale quali il Cristo Pantocratore, le Desis, le Vergini con Bambino.

 

IL VILLAGGIO RUPESTRE DI TRIGLIE

Il villaggio rupestre di Triglie si trova al confine tra i territori di Cristiano e Statte, sui fianchi della gravina omonima (solco erosivo che più a valle confluisce nella gravina di Leucaspide) e delle gravine di Alezza e di Miola che nella gravina di Triglie confluiscono, insieme alla gravina di Boccaladroni, in corrispondenza dell’esteso villaggio rupestre.

Il sito di Triglie è conosciuto soprattutto per la presenza nel territorio di Taranto dell’acquedotto del Triglio, articolata struttura parte sotterranea e parte in elevato che, nonostante manchino studi sistematici, viene comunemente attribuita al periodo romano (di certo è stata utilizzata per alimentare in periodo medievale la città di Taranto).

Il villaggio, articolato in numerosissime grotte scavate su entrambi i fianchi delle gravine citate, accoglie al suo interno le chiese di San Giuliano (rupestre) e di San Michele (sub divo). Le grotte si aprono, per la maggior parte, quasi alla base delle pareti della gravina in modo da permettere un facile accesso dal fondo della gravina stessa (meno diffuse le grotte con accesso dagli spalti superiori del solco erosivo). Gli ambienti, a differenza di altri villaggi rupestri più conosciuti, sono in genere scavati in un solo ordine, con rare eccezioni di più ordini di grotte sovrapposti l’uno all’altro.

Tra le grotte adibite ad abitazione prevalgono quelle ad ambiente unico con una sola apertura, anche se non mancano grotte articolate in due o più ambienti. In entrambi i casi la forma è generalmente irregolare, con pareti curvilinee movimentate dalla presenza di numerose nicchie e varie forme e dimensioni.

Numerose sono le aree di necropoli rinvenute all’interno del villaggio, con tombe disposte a gruppi o isolate.

Di sicuro interesse la presenza all’interno del villaggio rupestre di un importante asse viario antico di attraversamento, che probabilmente collegava il casale di Statte con quello sorto intorno all’Abbazia di S.Maria di Cristiano, asse ancora intensamente utilizzato nel Seicento.

Il villaggio di Triglie è uno dei pochi villaggi rupestri che ha restituito, seppur frutto di rinvenimenti occasionali, materiali archeologici significativi per la datazione del periodo di vita del villaggio stesso: si tratta in particolare di una fibula in bronzo datata VI – VII secolo d.C., di una crocetta anch’essa bronzea databile ad un periodo compreso tra l’VIII e il IX secolo e di numerosi frammenti ceramici datati al X – XI secolo rinvenuti in seguito allo scavo di una tomba localizzata in un piccolo sepolcreto.

La storia del sito inizia in età protostorica con insediamenti risalenti all’Età del Bronzo (la stessa epoca cui risalgono i vicini dolmen); continua in età ellenistica con la presenza di alcune tombe a camera (successivamente riutilizzate come abitazioni) e con la testimonianza offerta dal ritrovamento di reperti ceramici di III – IV secolo a.C.; la frequentazione antropica forse si arresta in periodo romano (permangono forse sporadiche frequentazioni temporanee delle grotte, probabilmente connesse con le pratiche agricole); le poche tracce disponibili della frequentazione in periodo alto-medievale non permettono di chiarire con certezza l’articolazione e la consistenza dell’abitato in tale periodo.

Periodo relativamente ben documentato è invece quello compreso tra i secoli centrali e il Basso medioevo, periodo di maggior sviluppo del villaggio rupestre come ancora oggi è possibile leggerlo: numerosi reperti ceramici (ceramica dipinta a bande rosse) sono inquadrabili, per analogia con altri siti pugliesi, nel periodo compreso tra il IX e l’XI secolo; tale dato, unito alla ridotta quantità di reperti ceramici invetriati o di classi databili al XIII – XIV secolo fanno ipotizzare come il periodo di maggior sviluppo del villaggio rupestre sia stato quello compreso tra il X e l’XI secolo. Nei secoli successivi all’XI il villaggio subisce probabilmente un progressivo ridimensionamento e una lenta decadenza, senza dar luogo ad un abbandono vero e proprio.

 

SAN GIULIANO (O SAN CIPRIANO) DI TRIGLIE

La chiesa rupestre di San Giuliano, o San Cipriano, si trova nella Gravina del Triglio, diramazione della Gravina di Leucaspide. La chiesa rupestre è scavata a circa 150 metri dalla chiesa sub divo di San Michele, risalente all’inizio del XVIII secolo. Tra i due episodi cultuali si rinvengono numerose grotte che compongono un articolato e vasto villaggio rupestre.

L’ingresso alla chiesa rupestre appare abbastanza anonimo, senza alcun segno che faccia presagire l’esistenza del luogo di culto.

La pianta è oltremodo irregolare: dal vano di ingresso si aprono quattro passaggi ad arco fortemente ribassato; il primo vano, a nord, a destra dell’ingresso, ha forma trapezoidale e presenta sul pavimento la bocca di una cisterna, testimonianza di un uso successivo a quello cultuale; il vano centrale, in asse con l’ingresso, presenta sulla parete di fondo un arcosolio e centralmente una nicchia (l’altare a dado, staccato dalla parete, è oggi completamente distrutto); il terzo ambiente, a sud in continuità con il secondo, presenta sulle pareti due nicchie a fondo piatto; l’ultimo ambiente (parecclesion) aveva funzione prevalentemente funeraria, tanto che vi si trovano i resti di una sepoltura terragna.

Sulla parete dove è addossata la sepoltura si trova l’affresco di San Giuliano e, accanto ad una finestrella che illuminava il parecclesion, si trova un dipinto di piccole dimensioni che ritraeva, probabilmente, il defunto (forse lo stesso committente, il presbitero Iaquintus, dell’affresco raffigurante San Giuliano).

Le fasi costruttive della chiesa furono, secondo alcuni studiosi, probabilmente due: una prima fase con l’escavazione di due rettangoli giustapposti in direzione nord – sud (vano d’entrata e vani 2 e 3 prima descritti); una seconda in cui si realizzarono invece il vano più a nord e il parecclesion.

All’interno della chiesa rimangono solo pochissime tracce degli affreschi originari (datati al XIII secolo) e alcune iscrizioni dedicatorie; va purtroppo ricordato come, negli anni ’60, alcuni degli affreschi della chiesa furono asportati.

 

Si segnalano le pubblicazioni:

-          R. Caprara, C. Crescenzi, M. Scalzo: “Iconografia dei santi – Le chiese rupestri di Taranto”, Taranto 1990

-          A. Biffino: “L’insediamento rupestre di Triglie – Risultati preliminari dell’analisi archeologica e delle opere ipogee”, in Cultura Ipogea – Rivista Speleologica, 2004

-          A.V. Greco: “Il territorio di Statte. Dagli insediamenti rupestri alle masserie”, in Umanesimo della Pietra – Riflessioni, 1998, pp. 3-39.

-          A.V. Greco: Statte: dalle grotte alle masserie, Martina Franca, 2000.

-          A.V. Greco: I 4000 anni di Accetta, fra monaci, massari e galantuomini, Taranto, 2001.

-          AA.VV.: “Recupero e valorizzazione delle gravine di Crispiano”, Taranto 1990