LE MAINARDE


IL PARCO NAZIONALE D'ABRUZZO, LAZIO E MOLISE

Il Parco Nazionale d’Abruzzo (di recente divenuto Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise) è uno dei parchi italiani storici ed ha avuto un ruolo fondamentale nella conservazione di alcune delle specie più importanti della grande fauna italiana, quali l’orso bruno marsicano, il camoscio d'Abruzzo e il lupo.

 Il territorio del parco è coperto per due terzi da faggete che costituiscono una delle maggiori estensioni continue di tutto l'Appennino, ricche di esemplari vetusti che permettono la presenza di specie animali rare come il picchio di Lilford.

Al di sopra della faggeta, le pietraie di alta quota ospitano formazioni di pino mugo, rarissimo sull'Appennino, e una quantità di specie legate a questi ambienti estremi, spesso relitti della vegetazione dei periodi glaciali o specie endemiche e localizzate.

Le montagne del Parco presentano un paesaggio vario ed interessante in cui si alternano vette tondeggianti, tipiche dell'Appennino, a pendii dal tipico aspetto alpino.

La zona centrale del Parco è percorsa dal fiume Sangro, al quale affluiscono vari torrenti; nella zona più esterna defluiscono, invece, le acque del fiume Giovenco, del Melfa, del Volturno e di altri fiumi. A causa del fenomeno carsico, le acque scorrono spesso in letti sotterranei e formano risorgive a valle.

All'interno del Parco esistono il lago artificiale di Barrea, alimentato dal fiume Sangro, ed il lago Vivo di origine naturale. Quest'ultimo è situato in una depressione di origine tettonica posta a circa 1.600 m s.l.m., ed essendo alimentato in parte da sorgenti proprie ed in parte dallo scioglimento delle nevi, le sue dimensioni seguono andamenti stagionali.

Il territorio del Parco è stato modellato dalle glaciazioni e dai fenomeni carsici, testimoniati da circhi glaciali nella parte alta delle vallate, depositi morenici, grotte, fenditure e doline. Le rocce sono per la maggior parte di natura calcarea.

LA CATENA DELLE MAINARDE

La catena montuosa delle Mainarde, compresa tra le province di Frosinone e di Isernia, si estende da nord verso sud e le creste delimitano il confine tra Lazio (ad ovest) e Molise (ad est) del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. L’area delle Mainarde entra ufficialmente a far parte del Parco nel 1990.

Essa comprende cime che superano i 2000 metri: Monte Meta (2241), Monte Metuccia, Coste dell'Altare, Monte Mare (2020), Monte Cavallo (2039), Monte Forcellone (2030). In alto le faggete, i campi carsici e le forre disegnano un ambiente integro e aspro, che contrasta nettamente con gli oliveti e i campi che circondano i paesi sottostanti.

Le Mainarde, come il resto delle montagne appenniniche, sono molto antiche e di origine calcarea erose dai venti e dalle acque che hanno formato gole, calanchi e bellissime marmitte dei giganti. Le montagne del Parco si sono infatti formate tra 170 e 30 milioni di anni fa nel periodo tra il Mesozoico ed il Terziario antico. Un tempo, queste stesse zone erano occupate dal mare: il calcare si è infatti originato da depositi marini tipici delle zone lagunari e di scogliera ed in particolare da alghe, coralli, molluschi bivalvi e gasteropodi.

Ai piedi delle Mainarde scorre il Volturno, uno dei “fiumi sacri” d’Italia e tra i principali corsi d’acqua del Mezzogiorno. Le “fonti del Volturno”, da cui partiva il famoso acquedotto augusteo di Venafro, grandiosa opera di ingegneria idraulica, rappresentano ancor oggi un luogo di grande suggestione.

Il settore Mainarde del Parco Nazionale d'Abruzzo è oggi considerato in termini naturalistici e paesaggistici, una della aree più interessanti dell'Appennino, caratterizzata dalla presenza di elementi faunistici quali l'orso bruno marsicano, il camoscio d'Abruzzo, il lupo, il cervo, la vipera dell'Orsini, la lontra, l'aquila reale e il picchio di Lilford, così come da specie erbacee ed arbustive di estremo interesse, quali il pino nero e alcune residue stazioni di betulla.

Disseminati sul territorio e quasi sempre arroccati sui colli si trovano piccoli nuclei urbani sorti su precedenti impianti romani, spesso abbandonati e poi ricostruiti in epoca medioevale. La maggior parte dei borghi conserva ancora perfettamente leggibile l’antica struttura medioevale: le porte di accesso, le mura, le dimore signorili, le chiese.

Il territorio mostra inoltre interessanti tipologie di un’architettura rurale, quali masserie e case con aie, forni collettivi e scale esterne, e inoltre isolati rifugi un tempo frequentati dai pastori e sparsi lungo i tortuosi e stretti sentieri che collegavano il versante molisano delle Mainarde con quello laziale per lo spostamento di uomini e bestie.

LA FLORA

La flora del Parco Nazionale d’Abruzzo è ricca ed interessante, da comprendere circa 2.000 specie di piante superiori, senza cioè considerare i muschi, i licheni, le alghe ed i funghi.

Tra le peculiarità floristiche, spicca il giaggiolo (Iris marsica), un endemismo del parco, che cresce solo in alcune località e che fiorisce tra maggio e giugno. Sono presenti inoltre numerose e variopinte orchidee, delle quali la più bella, grande e rara è senz'altro rappresentata dalla scarpetta di Venere o pianella della Madonna (Cypripedium calceolus), un'orchidea gialla e nera localizzata nel cuore della riserva integrale, che fiorisce negli angoli più nascosti, tra maggio e giugno. Un'altra rarità è senz'altro rappresentata dal pino nero di Villetta Barrea (Pinus nigra), una specie esclusiva del Parco risalente probabilmente al Terziario e localizzata in alcune zone della Camosciara e della Val Fondillo. Tra le conifere spontanee, troviamo, inoltre, il pino mugo (Pinus mugo), un relitto glaciale che occupa la fascia vegetazionale tra la faggeta e la prateria di altitudine anch'esso localizzato prevalentemente nella zona della Camosciara.

Altra peculiarità del parco è rappresentata da una piccola stazione di betulle (Betula pendula), localizzata a Barrea in una località chiamata Coppo Oscuro. Si tratta di una specie relitta, tipica delle epoche glaciali quaternarie, che testimonia la vegetazione fredda un tempo predominante sull'Appennino.

Il paesaggio vegetale predominante del Parco è però costituito dalle foreste di faggio (Fagus selvatica): il faggio è infatti l'albero più comune del Parco e generalmente cresce tra 900 e 1.800 metri di altitudine. Le faggete occupano più del 60% dell'intera superficie del Parco e concorrono a creare un paesaggio ricco di colori che variano al trascorrere delle stagioni. La forma e la grandezza dei faggi varia in base all'altitudine, all'età e alle condizioni di fertilità del suolo. L'abbondante lettiera presente nella faggeta svolge inoltre un'importante azione termoregolatrice: durante l'estate mantiene umido il suolo impedendone l'essiccamento, mentre d'inverno lo protegge dal gelo. Inoltre, decomponendosi grazie all'azione di insetti e microrganismi, contribuisce ad arricchire il terreno di humus. Dai rami dei faggi pendono spesso abbondanti ciuffi di "barba di bosco" (Usnea florida), un lichene tipico di questo ambiente dell'Appennino.

Oltre il limite delle foreste di faggio si incontrano il ginepro nano (Juniperus communis nana), di forma prostrata, e relitti della brughiera nordica come il mirtillo (Vaccinium myrtillus) e l'uva ursina (Arctostaphyios uva-ursi), che rivelano la presenza, in tempi passati, di uno strato superiore di vegetazione a conifere.

Le praterie di altitudine, che insieme a prati e radure ricoprono oltre il 30% della superficie complessiva del Parco, sono tipiche della parte alta delle montagne e occupano creste e sommità intorno ai 1.900-2.000 metri di quota. Qui la vegetazione è composta prevalentemente da diverse specie di Graminacee e Ciperacee cui si accompagnano nella bella stagione la gialla genziana maggiore e tantissime altre specie: genziane, genzianelle, primule, ciclamini, viole, anemoni, scille, gigli, orchidee, sassifraghe, ranuncoli, asperule, dentarie, ofridi, ellebori, epatiche. Particolarmente vistosi sono il giglio rosso (Lilium bulbiferum croceum), proprio di pendii assolati e asciutti, il giglio martagone (Lilium martagon), che cresce nelle faggete meno fitte, l'aquilegia (Aquilegia ottonis), abbondante nei pascoli e nei terreni incolti, la genziana appenninica (Gentiana dinarica), di un azzurro intenso, e l’Iris marsica.

Il settore molisano del PNALM presenta boschi alquanto vari per composizione floristica e struttura. Alle quote meno elevate vegetano infatti formazioni termofile dominate dalla roverella: questi boschi costituivano la “Sylva glandaria” dove si portavano al pascolo i suini nel medioevo; il Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni parla infatti di boschi di querce dati in locazione dai monaci di San Vincenzo agli abitanti dei castelli circostanti, i quali pagavano la rendita in natura con parte degli animali allevati in quelle foreste.

Salendo di quota la roverella lascia il posto ad un'altra quercia, il cerro, la cui presenza diffusa nella zona ha influito nella toponomastica dell’Alta Valle del Volturno, ricca di luoghi chiamati cerreto, cerro, cerretelli ecc. I boschi di cerro sono frequentati da molti micromammiferi tra cui il ghiro, il topo quercino e il moscardino che si nutrono delle ghiande e contribuiscono alla disseminazione di questi semi.

Oltre i 1200-1300 metri prevale la faggeta. In questi boschi il faggio si associa spesso ad altre latifoglie di pregio, quali aceri, frassini e sorbi, e ad una specie endemica italiana quale l’Acero di Lobelius. La faggeta arriva al limite degli alberi sulle quote più elevate lasciando il posto oltre i 1800 metri alle praterie di quota, che sulle Mainarde presentano una ricchissima varietà floristica (in alcune zone sono state infatti censite circa 40 specie per metro quadro). Nelle praterie montane nel mese di agosto si osserva anche la fioritura della rarissima Nigritella widderii, un’orchidea spontanea dal delicato odore di vaniglia e dalla colorazione rosso scuro, quasi nerastra.

Nei canneti in prossimità del Volturno, tra maggio e giugno, si può inoltre osservare la fioritura dell’elleborina di palude e dell’orchide laxiflora, orchidacee rare quasi in tutta la penisola a causa delle bonifiche e in generale della distruzione degli ecosistemi delle aree umide.

L’ORSO BRUNO MARSICANO

Le Mainarde sono l’habitat ideale per l'orso marsicano, animale che può raggiungere un peso compreso tra i 100 e i 150 kg (le femmine sono più piccole) ed una lunghezza massima di 150 - 180 cm. Presenta una coda corta, la testa anteriormente appuntita, orecchie brevi e arrotondate, arti relativamente brevi con quelli anteriori dotati di cinque dita robuste munite di unghie lunghe e curve. Il colore della pelliccia è bruno più o meno chiaro. In Italia vengono riconosciute due sottospecie: Ursus arctos arctos (Alpi centrali) ed Ursus arctos marsicanus (Appennino centrale).

In Italia l’orso è presente con tre nuclei distinti fortemente separati dal punto di vista geografico:

• uno si trova in Trentino Alto Adige, nel Parco dell’Adamello-Brenta, dove di recente è stata effettuata una operazione di reintroduzione per salvare la popolazione ridotta a soli 4-5 individui (gli individui rilasciati provengono dalla Slovenia);

• un secondo nucleo è costituito dagli orsi che, sconfinando dalla Slovenia, si sono insediati stabilmente nelle foreste del tarvisiano e della Carnia, in Friuli Venezia Giulia;

• il terzo nucleo è quello abruzzese.

In Abruzzo vive quindi una sottospecie, l’orso bruno marsicano, differenziata geneticamente dagli orsi del Trentino e del Friuli e che dunque rappresenta un endemismo esclusivo dell’Italia centrale.

L'orso è una specie legata a zone con intensa copertura forestale. Infatti, nell’Appennino frequenta la faggeta e i boschi misti; per necessità alimentari, frequenta inoltre le praterie d'alta quota, al limite del bosco fino a circa 2000 metri. E’ una specie solitaria, escluso nel periodo dell’accoppiamento (maggio-giugno).

Nel periodo invernale si rifugia in zone con morfologia articolata e vegetazione intricata dove passa il periodo di letargo all’interno generalmente di cavità. La femmina partorisce, ogni 2-3 anni, in gennaio – febbraio, 1-3 piccoli all’interno della tana di svernamento. Alla nascita il piccolo pesa 300 -500 grammi e viene allattato per 3-4 mesi, rendendosi indipendente non prima del 2° anno. In natura può vivere eccezionalmente fino a 30 anni. E’ specie onnivora nutrendosi di vegetali (frutti, bacche, erbe e tuberi), insetti, carogne, animali domestici (ovini), miele e api, piante coltivate (come granoturco, pere e mele). La sua alimentazione può d’altronde variare a secondo della stagione: mele e faggiole (i frutti del faggio) in primavera; fragole, pinoli e bacche di ginepro in estate; lamponi, pere selvatiche, sorbo e rose selvatiche in autunno.

L'orso marsicano è pigro, solitario e tranquillo, intelligente e opportunista e nel periodo invernale riduce la sua attività. Le orme sono caratteristiche e hanno circa le stesse dimensioni di quelle di un uomo, ma più larghe e con le unghie marcate. Grandi graffi sugli alberi e pietre rivoltate sono un altro segno della sua presenza. La ridotta attività riproduttiva e il basso tasso di accrescimento sono condizioni che non favoriscono l'aumento della popolazione di orso morsicano; popolazioni poco numerose vanno inoltre incontro al problema della perdita di ricchezza del patrimonio genetico (infatti più è piccola al popolazione più è facile che individui imparentati, con una gran parte dei geni uguali, si accoppino, portando una progressiva perdita di variabilità genetica e rischiando di indebolire la salute della popolazione per eccessiva consanguineità).

IL CAMOSCIO D'ABRUZZO

Altro animale tipico del Parco Nazionale d’Abruzzo è il camoscio, animale abituato a vivere in luoghi impervi come sono quelli di alta quota, soprattutto in presenza di pareti rocciose e cenge dove si riparano per sfuggire agli attacchi dei predatori. Nella stagione estiva frequentano le zone più alte della montagna, mentre d'inverno scendono più in basso vivendo ai limiti della vegetazione, prediligendo pareti esposte a sud dove c'è meno concentrazione di neve e più possibilità di trovare cibo. Il predatore naturale del camoscio è il lupo.

Il camoscio d'Abruzzo appartiene al genere Rupicapra. e deriva da una specie diversa di quello alpino. La differenza tra le due specie sta nella colorazione del mantello invernale ed estivo, nelle corna, nella struttura corporea e nel comportamento.

Il camoscio presenta un ridottissimo dimorfismo sessuale: ossia la differenza morfologica tra i due sessi è minima. L'elemento principale di differenza è dato, negli adulti, dalle corna, che nel maschio hanno una base più grande e sono più uncinate.

Per l'osservazione del camoscio, la stagione migliore è sicuramente quella estiva, quando, nei pascoli oltre i 2000 metri, si incontrano i branchi delle femmine con i loro piccoli. Nello stesso periodo i maschi adulti, che in estate conducono vita solitaria, si riescono a vedere con meno facilità. All'inizio dell'inverno e fino alla caduta delle prime nevi, si può invece osservare il combattimento tra i maschi adulti che si contendono le femmine. E' questo il periodo in cui i maschi si riuniscono al branco.

Le femmine e i giovani vivono in branco (i maschi vi rimangono fino a 2-3 anni per poi iniziare ad errare), mentre i maschi sessualmente riproduttivi (da 8 anni in poi) si ricostituiscono al branco per la stagione degli amori che inizia i primi di novembre.

IL LUPO

Altra specie importante, seppur non esclusiva del Parco, è il Lupo appenninico (Canis lupus), uno degli animali più perseguitati e gravemente minacciati di estinzione. Può vivere isolato o in piccoli branchi, gerarchicamente organizzati, e si sposta continuamente per ricercare le sue prede che sono in prevalenza piccoli animali, nella stagione mite, e soprattutto ungulati durante l'inverno.

Il lupo è un animale difficile da avvistare: di abitudine prevalentemente notturna, durante il giorno si rifugia nei luoghi più selvaggi ed inaccessibili del Parco. I segni più facili da riscontrare sul territorio sono le orme molto simili a quelle di un grosso cane, ma disposte su un'unica fila, e gli escrementi pieni di peli.

Agli inizi degli anni '70 venne inoltre effettuata nel Parco la reintroduzione di cervi (Cervus elaphus hippelaphus) e caprioli (Capreolus capreolus), quasi completamente scomparsi nel territorio del Parco. Gli animali utilizzati per la reintroduzione erano di provenienza alpina e la scelta diede luogo a notevoli discussioni, sulle differenze genetiche delle popolazioni appenniniche rispetto a quelle alpine; pur tuttavia il Parco decise di considerare prevalente l'esigenza di ripristinare la completezza dell'ecosistema, l'equilibrio ecologico e la capacità endogena dell'ambiente di autosostentarsi. Questi due erbivori prediligono boschi con radure ed arbusti. I maschi di entrambe le specie sono provvisti di palchi che annualmente perdono. Tipico è il bramito del maschio del cervo che nel periodo degli amori (settembre-ottobre) si sente echeggiare in tutte le valli del Parco. Non è difficile osservare cervi al pascolo nelle ore meno assolate della giornata, mentre è più difficile incontrare i caprioli. È possibile d’altronde trovare i segni della loro presenza; infatti sia il cervo che il capriolo lasciano evidenti scortecciature su giovani alberi sfregando i propri palchi, ovviamente ad altezze diverse.

PASSO DEI MONACI

Da Pizzone si raggiunge, attraverso una serie di tornanti, l’altopiano Le Forme nella Vallefiorita (1400 metri s.l.m.) da cui si gode lo spettacolare scenario della catena delle Mainarde ricoperta da foresta selvaggia e a tratti impenetrabile.

Da qui parte il sentiero “Passo dei Monaci” che arriva a quota 1.967 metri s.l.m sulla linea di confine Lazio-Abruzzo; il passo si raggiunge attraversando una fittissima vegetazione, dove accumuli di detriti rocciosi e di un laghetto testimoniano la remota esistenza di una valle glaciale.

Nel passato il “Passo dei Monaci”, il cui nome trae origine da una antica leggenda che narra di tre monaci che vi trovarono la morte tentando di passare il valico durante una bufera, era di fondamentale importanza per gli scambi commerciali tra Lazio e Abruzzo. I viandanti e i commercianti non avevano altre vie di comunicazione per passare da una valle all’altra e il controllo sul passo garantiva la protezione ai viandanti stessi e alle loro mercanzie. I resti di un antico fortino medievale sono ancora visibili in località “Biscurri”.

Un impegnativo ghiaione ed una ripida salita permettono di raggiungere la vetta del Monte Meta a 2.242 metri s.l.m, dove il panorama si estende all’infinito e consente di vedere l’Abbazia di Monte Cassino, la pianura ciociara e i Monti Aurunci.

Lungo questi sentieri si trovano, tra l’altro, alcuni “Alberi Monumentali”: un acero montano (Acer pseudoplatanus), con una circonferenza di 6,6 metri e altezza di circa 18 metri, un faggio (Fagus sylvatica) alto 30 metri e largo 5,8 metri e una roverella (Quercus pubescens), alta 20 metri e larga 3 metri e mezzo.

Si segnalano i siti web:

- www.allalucedellemainarde.it

- www.pnalm.it

- www.parcoabruzzo.it