Massafra - Madonna della Scala

IL FENOMENO GRAVINA - LE GRAVINE NEL TERRITORIO DI MASSAFRA

Foto di Gianluca Andreassi

Tratto di parete della gravina della Madonna della Scala

Le gravine, formazioni naturali dalle caratteristiche inconsuete ed eccezionali, sono il segno distintivo del paesaggio e della morfologia della Provincia Ionica. Le gravine comprese nelle Province di Taranto, Brindisi, Lecce e Bari sono oltre trecento, e la sola Provincia di Taranto ne conta più di centocinquanta. 

 Le gravine si formano in corrispondenza del salto orografico che, dai 400 metri di altezza dell'altopiano murgiano, porta ai 50 - 100 metri dove comincia la fascia costiera. Lungo tutto il perimetro dell'altopiano murgiano valloni più o meno paralleli si diramano verso il mar Ionio e verso l'Adriatico: sono caratterizzati da una pendenza più lieve in direzione della costa adriatica (e sono detti lame), più scoscesi e profondi sul versante ionico (gravine).

L'attuale morfologia del territorio è il risultato di processi sviluppatisi nel corso di milioni di anni sulle rocce e sull'ambiente in cui le rocce stesse si sono formate. Le gravine non potrebbero esistere se oltre a particolari condizioni idrografiche non si fossero realizzate particolari e concomitanti condizioni geografiche, geologiche e climatiche. Fondamentale per comprenderne la genesi risulta essere inoltre lo studio della tettonica. 

L'origine delle Murge è connessa allo scontro avvenuto nel Cretaceo superiore, circa 100 milioni di anni fa, tra la zolla africana e quella europea. In seguito allo scontro si originarono le Alpi e gli Appennini e si ebbe il sollevamento della cosiddetta "piattaforma appula", la futura area delle Murge,  costituita da una serie di strati di rocce calcaree, già frammentate in diversi blocchi distinti a causa degli scontri avvenuti tra le differenti zolle continentali. 

Le attuali Murge sono costituite essenzialmente da due unità litostratigrafiche, il calcare di Bari, più in basso e più antico, e il calcare di Altamura, più recente. Il primo raggiunge spessori di circa 2000 metri, mentre il secondo si avvicina ai 1000 metri. Il calcare di Bari non affiora nella Murgia tarantina. Su tali rocce calcaree hanno agito gli agenti meteorici originando i numerosi fenomeni carsici tuttora evidenti. Il carsismo è il principale fenomeno erosivo delle rocce carbonatiche: la fessurazione e la fratturazione dei banchi calcarei favoriscono, insieme alla loro stessa composizione chimica - mineralogica, i processi di dissoluzione e di corrosione legati alla circolazione dell'acqua meteorica nel sottosuolo.

Nel periodo successivo, Pliocene Medio - Superiore e Pleistocene, delle Murge attuali emergevano allora solo due isole, corrispondenti una all'area nord - occidentale e l'altra alle attuali Murge sud - orientali. Nelle aree invase dal mare si andarono a depositare sedimenti che cementandosi tra loro dettero origine a due altri tipi di rocce: la calcarenite di Gravina nelle aree costiere e le argille sub - appenniniche nelle zone di mare aperto, più profondo.

La calcarenite di Gravina, il comune "tufo", è una roccia sedimentaria organogena ( i suoi elementi sono cioè costituiti da frammenti fossili di gusci di molluschi e crostacei), a granulometria grossolana, di colore giallognolo, a causa delle alterazioni subite da parte degli ossidi ed idrossidi di ferro, o biancastro. Pur essendo anch'essa una roccia calcarea sedimentatasi in ambiente marino, presenta, rispetto al calcare del Cretaceo (calcare di Altamura), due importanti differenze: la prima riguarda l'ambiente in cui si è formata, a clima temperato e non più sub - tropicale, la seconda una notevole differenza di età. A tali differenze corrispondono proprietà meccaniche molto diverse, con una resistenza meccanica assai inferiore nella calcarenite: tale inferiore resistenza della calcarenite ha reso possibile l'attuale morfologia dell'area ed ha permesso il diffuso utilizzo della stessa per scopi edilizi.

Quindi le parentele delle gravine vanno ricercate, più che nei fenomeni geomorfologici tipici dei climi umidi, in quelli cirenaici e sahariani, gli uadi, e in genere nelle formazioni tipiche dei deserti. In condizioni di aridità anche corsi d'acqua poveri e che scorrono su rocce difficilmente disgregabili sono in grado di scavare solchi profondi: i suoli denudati non producono infatti sedimenti e le rocce non forniscono detriti che vadano a colmare i corsi d'acqua o ne limitino la forza erosiva. In questo modo l'alveo mantiene il suo profilo scosceso, "giovane", non addolcito da fenomeni di sedimentazione.

 Va comunque spiegata la resistenza alla disgregazione delle rocce calcaree: i calcari sono molto teneri se bagnati, ma diventano duri e tenaci quando sono secchi. Inoltre sulla loro superficie asciutta si forma una patina che costituisce un'ulteriore protezione al disfacimento. Si spiega così come anche magre quantità d'acqua possano continuare ad erodere il letto di una gravina costituito di calcari resi teneri dall'umidità, mentre le pareti, i cui calcari risultano secchi, duri e protetti dalla patina superficiale, conservano i profili scoscesi.

Da un punto di vista vegetazionale, le gravine costituiscono delle vere singolarità, in quanto in esse si formano delle nicchie microclimatiche che permettono la sopravvivenza di specie rare ed endemiche. Nella gravina di Laterza per esempio sono state classificate ben 528 specie floristiche. Il fenomeno è riscontrabile anche nelle gravine più piccole, per esempio nella gravina di Riggio a Grottaglie, dove sono state individuate 321 varietà vegetali. L'eccezionale diversificazione nelle presenze vegetazionali si spiega anche con il fatto che le gravine permettono la coesistenza a brevissima distanza di ambienti diversissimi tra loro (dalle piattaforme rocciose alle cavità umide, dalle conche boschive ai pianori erbosi, dai pantani melmosi fino ai limpidi specchi d'acqua).

All'interno delle gravine si determina inoltre un'inversione termica e di umidità rispetto all'ambiente circostante. L'inversione termica è un fenomeno geoclimatico riscontrabile solo nelle valli strette e nelle gole calcaree, quali sono per esempio le gravine. In base a tale fenomeno, per la minore insolazione del fondo rispetto agli spalti, si ha un clima più fresco ed umido in basso e più caldo e secco in alto. All'inversione termica è di conseguenza legata un'inversione altimetrica della vegetazione, il che spiega la presenza di specie tipiche delle zone ombrose dell'Alta Murgia sul fondo delle gravine, a quote molto più basse (carpino orientale, acero campestre e minore, etc.).

 A questo quadro vegetazionale va sommata poi la millenaria attività antropica sulle originarie foreste che anticamente ricoprivano, in molte zone senza soluzione di continuità, l'intera area delle attuali Murge sud - orientali. Da almeno ottomila anni l'uomo, attraverso l'agricoltura e la pastorizia, ha contribuito ad una drastica modificazione dell'originario ambiente vegetale, introducendo tra l'altro volontariamente, ma spesso anche involontariamente, centinaia di nuove specie, (si pensi per esempio alle graminacee), arricchendo e variando ulteriormente la già ricca flora mediterranea. Del patrimonio naturale originario rimangono oggi solo alcune tracce, più o meno estese a seconda delle zone, formazioni vegetali che, a causa della notevole influenza antropica, quasi mai riescono a raggiungere lo stadio climax.

Ulteriore elemento di eccezionalità delle gravine è dato dal fatto che esse risultano essere le stazioni privilegiate, e a volte uniche, per molte delle cosiddette specie paleoegeiche, (specie quali la salvia triloba, la phlomis fruticosa, la campanula versicolor, l'euforbia arborea o l'asyneuma limonifolium), cioè quelle specie che, come il fragno, sono di origine balcanica, testimonianza dell'antico collegamento esistente nel Miocene tra la penisola balcanica e la Puglia.

 

Il territorio del Comune di Massafra, e più precisamente la parte a nord della statale 7 Appia, comprendente anche il centro urbano, è caratterizzato dalla presenza di numerose gravine. Questa parte del territorio comunale degrada, da nord a sud, da una quota massima di 480 metri s.l.m. ad una quota minima di 50 metri in corrispondenza della strada statale; l'area rientra nell'arco ionico delle gravine e comprende le ultime propaggini delle Murge.

Le numerose gravine presenti incidono più o meno profondamente i sedimenti calcarei, calcare compatto del Cretaceo a nord e calcareniti plio - pleistoceniche a sud. Procedendo da ovest verso est si incontrano:

- la Gravina Capo di Gavito, confine naturale tra il territorio di Mottola e quello di Massafra;

- la Gravina Canale Lungo dove si trova il villaggio e il complesso religioso, costituito da chiesa e cenobio, di S.Simeone in Famosa;

- la Gravina di Giuliéno;

- la Gravina del Portico del Ladro;

- la Gravina di Palombaro;

- la Gravina di Colombato, la più lunga del territorio comunale, che si origina dalle ultime propaggini della Gravina di Monte Sant'Elia, tra le più interessanti per quanto riguarda gli aspetti paesaggistici, ambientali e naturalistici;

- la Gravina di Madonna della Scala, che delimita l'abitato di Massafra sul lato occidentale (vedi paragrafo successivo);

- la Gravina di San Marco, che attraversa l'intero abitato e delimita ad est il centro storico della città (vedi paragrafo successivo);

- la Gravina di Santa Caterina, che segna il limite orientale dell'espansione ottocentesca della città e al cui interno si trovano la chiesa rupestre di Santa Caterina e la chiesa, con annesso oratorio, detta "del Santo barbato";

- la Gravina della Polvere;

- la Gravina del Vuolo, all'estremità nord - est del territorio comunale, al confine con il territorio di Crispiano;

Le gravine si caratterizzano inoltre fortemente quale esempio significativo e peculiare del rapporto esistente tra uomo e ambiente, tra valori ambientali, naturalistici e paesaggistici e valori archeologici, architettonici e storico - culturali.

LA CIVILTA' RUPESTRE IN PUGLIA - IL FENOMENO

Foto di Gianni Zanni

Raro documento che ritrae abitanti del luogo ai tempi della civiltà rupestre
Mah.....!!!!!    Che avranno da ridere????

Con il termine di civiltà rupestre si intende l’insieme delle complesse e differenziate realtà sociali e culturali, civili e religiose, legate all’esperienza del vivere in grotta, che hanno interessato dal VI al XIII secolo l’intera Italia Meridionale, continentale e insulare. Nelle case-grotta e nelle chiese-grotta si ritrova una vastissima documentazione inerente la vita, i valori religiosi, l’organizzazione sociale, le tecniche costruttive e le espressioni artistiche del Medioevo pugliese, che merita di essere riscoperta e valorizzata, rendendola fruibile per un pubblico il più vasto e differenziato possibile.

Molti studiosi hanno proposto schemi per raggruppare la moltitudine di situazioni locali attraverso le quali si manifestò il costume del “vivere in grotta”.

Una prima distinzione riguarda quella tra gli insediamenti monastici e quelli civili. Gli insediamenti di tipo monastico vanno poi articolati a seconda della specifica caratterizzazione del monachesimo italo – greco, organizzato secondo moduli complessi, che andavano dall’anacoretismo al cenobitismo, passando per forme intermedie. Alle principali forme della vita religiosa corrispondevano differenti organizzazioni insediative. Gli insediamenti civili non sono se non complessi grottali più vasti, con un numero consistente di ambienti scavati, molti dei quali composti di più vani, e con una serie di attrezzature comuni. Molto spesso però un insediamento monastico poteva costituire un potente richiamo per contadini e pastori e diventare il centro propulsore del villaggio rupestre.

Le ragioni di questa particolare scelta abitativa, alternativa ma non subalterna rispetto all’insediamento subdiviale, sono da collegare essenzialmente nella crisi delle strutture statali, nel progressivo declino delle città, nell’esigenza di difesa dalle continue e ripetute invasioni barbariche. La presenza delle gravine, fronte di cava naturale, e la relativa tenerezza della roccia tufacea locale, ha inoltre facilitato l’attività di scavo e la conseguente formazione degli insediamenti.

Proprio le particolari condizioni ambientali hanno comportato un diverso modo di inventare e di creare forme abitative, utilizzando schemi costruttivi compatibili con l’impianto grottale. È proprio in questo adattamento alle specifiche condizioni ambientali che da un lato si coglie l’originalità e la specificità delle soluzioni adottate, dall’altro, allo stesso tempo, si percepisce la continuità culturale che caratterizza gli schemi urbanistici, la configurazione degli spazi, le forme artistiche.

Particolare importanza riveste il fenomeno rupestre nel periodo medievale, con due distinti periodi di massimo sviluppo: il primo si colloca nella prima metà del X secolo, durante la seconda colonizzazione bizantina; il secondo tra la fine dell’XI e il XIII secolo, durante il periodo normanno. 

L’ambiente più importante di tutto l’insediamento rupestre è la chiesa. La posizione del luogo di culto all’interno del casale risponde ad una scelta urbanistica ben precisa: di solito le chiese sono poste alla periferia dell’abitato, sulla sommità dello spalto o nella sua parte centrale, senza altre escavazioni nella parte superiore, per una consapevole gerarchia di valori. Molto spesso nelle immediate vicinanze della chiesa si osserva l’abitazione del prete o del custode, collegata al luogo di culto solo dall’esterno; nella maggior parte dei casi intorno alla chiesa è sistemata l’area cimiteriale, con tombe a fossa scavate nel banco tufaceo.

La tipologia delle chiese varia notevolmente: dalla pianta più semplice, di forma quadrata con l’aggiunta di strutture minime quali l’abside ed alcune nicchie, fino a planimetrie molto complesse. Le escavazioni più monumentali di solito presentano planimetrie fortemente deformate, in cui i quadrati sono trasformati in trapezi isosceli, e il cui effetto complessivo è la caratteristica forma a ventaglio, spesso espediente per una migliore diffusione della luce.

Sicuramente uno dei motivi di maggior interesse artistico e maggiormente caratterizzante l’insediamento rupestre pugliese è lo straordinario patrimonio pittorico presente in moltissime delle chiese. Numerosissimi sono gli affreschi che riproducono immagini di santi, la cui agiografia dimostra un’interessantissima confluenza da aree culturali differenti, orientali ed occidentali.  

LA GRAVINA MADONNA DELLA SCALA

La Gravina Madonna della Scala ha andamento pressoché rettilineo e si estende dalla via Appia a sud fino a masseria Pizziferri a nord; la sua lunghezza raggiunge i 4 chilometri, con una profondità variabile tra i 12 e i 40 metri.

Nel tratto in corrispondenza del centro abitato di Massafra la gravina presenta forti segni di degrado, in particolare legati all'edificazione di nuove costruzioni immediatamente a ridosso del ciglio. Anticamente era detta comunemente "Valle delle rose" a causa della ricchezza floristica presente; al suo interno sono state censite infatti circa 600 specie vegetali, molte delle quali con caratteristiche officinali.

La Gravina è caratterizzata dalla presenza del più vasto, se si escludono i Sassi di Matera, villaggio rupestre medievale, localizzato intorno al Santuario della Madonna della Scala; negli anni '70 furono censiti e numerati, da parte dell'Archeogruppo di Massafra, oltre 200 nuclei abitativi ancora leggibili dell'originario villaggio.

1 - IL SANTUARIO DELLA MADONNA DELLA SCALA

Il Santuario è fortemente caratterizzato dall'imponente e scenografica scalinata di 125 gradini che, inerpicandosi sul fianco est della gravina, lo collega con il pianoro soprastante. Tale intervento monumentale, successivo alla costruzione del santuario, avrebbe avuto inizio nel 1776 e terminò solo nel 1821.

La chiesa è a pianta quadrata, articolata sulla misura del palmo napoletano (26.46 centimetri): aula di 86 palmi, transetto di 83, presbiterio di 18, facciata di palmi 90. 

Nella facciata, di forme barocche di matrice locale, emerge la navata centrale, di un terzo più alta di quelle laterali; la facciata, in corrispondenza delle navate laterali, risulta inoltre molto più semplice e dimessa che nella parte centrale.

L'esistenza della chiesa, seppure restaurata più volte in seguito, è documentata con certezza a partire dal XVI secolo, almeno nella navata centrale e nella navatella destra, mentre la navata di sinistra fu aggiunta solo negli anni '50 dell'XIX secolo.

L'interno è articolato in tre navate divise da quattro massicci pilastri, transetto e vano rettangolare di fondo con funzione di abside. Sul muro di fondo, in una nicchia, si trova un affresco duecentesco, rappresentante una Vergine con Bambino, con caratteri ancora tipicamente bizantini.

2 - LA CHIESA RUPESTRE DELLA MADONNA DELLA BUONA NUOVA

Foto di Gianluca Andreassi
La Madonna della Buona Nuova

La chiesa rupestre dedicata alla Madonna della Buona Nuova, strettamente connessa con il Santuario della Madonna della Scala, è stata parzialmente demolita agli inizi del 1800, proprio in occasione dell'ampliamento del sagrato del Santuario. 

L'ipotesi ricostruttiva più attendibile descrive una struttura originaria a due - tre navate, con influssi siriaci e datazione compresa tra il VI e il VII secolo. Attualmente è visibile, quasi integro, il vano absidale, coperto da volta a botte su pianta quadrangolare (metri 3.60 per 3.00, misure riconducibili all'unità di misura costituita dal piede romano, pari a 29.64 centimetri, o anche al piede bizantino - siriaco, pari a 30 centimetri).

L'abside è arricchita da una monumentale Deesis, con Cristo Pantocratore al centro tra la Vergine e San Giovanni Battista, risalente al XIV secolo e di fattura popolaresca. Sulla parete sud della cripta sono conservati gli affreschi di S.Lucia, S.Vito e S.Caterina d'Alessandria, con iscrizioni esegetiche in lettere gotiche maiuscole; gli affreschi sono coevi al primo, ma risulta differente la mano dell'autore e l'ambito culturale di riferimento.

Sulla parete sud della cripta si trova l'affresco stilisticamente più interessante dell'intera chiesa, quello della Madonna della Buona Nuova, attribuito ad un pittore probabilmente pugliese che innestò le influenze della scuola pittorica toscana su una residua sensibilità bizantineggiante. Il dipinto è databile al XIII secolo.

3 - LA CHIESA RUPESTRE INFERIORE DI MADONNA DELLA SCALA

La chiesa rupestre è strettamente connessa al Santuario, dal momento che è localizzata al di sotto del sagrato. La chiesa ha sviluppo estremamente irregolare, lunga 13 metri in direzione sud - nord e meno della metà in direzione est - ovest. Ad un esame attento della planimetria si evince come lo spazio sia il risultato della fusione di due ambienti originariamente distinti: uno a nord, autentica cripta - pozzo con accesso dall'alto, costituito da due vani, in uno dei quali si trovava l'originario affresco di Santa Maria "Prisca", sul quale in epoca molto più tarda fu affrescata la Madonna che attualmente si vede, asportata probabilmente già nel XIV secolo, sull'altare maggiore del Santuario soprastante; l'altro ambiente doveva in origine essere una normale abitazione, con due alcove affiancate, inglobata nella chiesa quando si rese necessario un ampliamento della stessa. E' probabile che gli ambienti tornarono ad essere abitazione una volta cessata la funzione cultuale con la costruzione del Santuario.

4 - IL VILLAGGIO RUPESTRE DELLA MADONNA DELLA SCALA

Il villaggio rupestre si estende su entrambi gli spalti della gravina, in corrispondenza del Santuario, lungo un fronte di oltre 500 metri e comprende oltre 200 nuclei ancora riconoscibili.

Il sito, già frequentato in epoca preistorica (reperti del Neolitico Medio e dell'Età del Bronzo), fu quasi sicuramente abbandonato in epoca classica, per essere poi ripopolato a partire dal III secolo d.C. ed abitato senza soluzione di continuità fino al XV secolo.

Di particolare rilevanza il ritrovamento, all'interno di uno degli ambienti rupestri, di un tesoretto di monete vandale e bizantine, risalenti al V - VI secolo e costituito da 135 monete in bronzo.

Le abitazioni sono in genere composte da due o tre vani non molto grandi, spesso separati tra loro da diaframmi di roccia risparmiati durante lo scavo; in molte delle grotte i vani destinati a letto sono costituiti dalle tipiche "alcove", nicchie a tutto sesto o ad arco ribassato frequenti anche all'interno dei trulli. Il soffitto è sempre piano e il pavimento rappresentato sempre dal banco di roccia nuda; il fuoco è quasi sempre posto nelle immediate vicinanze della porta d'ingresso, che spesso costituisce l'unica fonte di luce e di areazione della casa - grotta. Numerose sono le nicchie scavate nella roccia, utilizzate per l'alloggiamento dei torchietti familiari per la spremitura delle olive o per riporvi recipienti per la conservazione di alimenti e di acqua, e molto frequenti anche i pozzetti, scavati nel piano di calpestio, per la conservazione delle derrate alimentari più ingombranti (grano, legumi, etc.). Le pareti e i soffitti presentano inoltre sempre fori e caviglie utilizzati per le lettiere, per incastrarvi piani di legno utili per la stagionatura e la conservazione dei prodotti alimentari, per sospendervi le lanterne e eventualmente la culla per il neonato.

Molte abitazioni dispongono della cisterna per la raccolta e la conservazione delle acque piovane, spesso localizzata immediatamente all'esterno della grotta e di frequente in comune tra più abitazioni.

Le stalle, i pollai, le conigliere, gli ovili e gli alveari erano sempre realizzati all'esterno, in corrispondenza di ripari sotto roccia e ben esposti all'aria e ai raggi del sole; le mangiatoie che si trovano in alcune grotte sono sicuramente riferibili a tempi più recenti e ad un riuso delle grotte stesse.

I fori praticati negli stipiti di roccia delle grotte dimostrano la presenza di un sistema di chiusura degli insediamenti, in genere costituito da semplici tavolati di legno assicurati dall'interno con travi dette comunemente "varroni".

All'interno del villaggio alcuni sistemi grottali emergono per complessità e rilevanza storico - culturale.

 

Foto di Gianluca Andreassi

"Farmacia" di Mago Greguro

 

Di sicuro interesse la cosiddetta Farmacia di Mago Greguro, antico monastero altomedievale abbandonato in età più tarda e adibito poi a colombaia nel periodo bassomedievale. Si tratta di una vasto complesso composto da 12 grotte comunicanti, attualmente non facilmente accessibile; all'interno si trovano banchi di lavorazione, fosse, asciugatoi, canaletti, una grande cisterna circolare, lucernari, numerose nicchie e soprattutto, sulle pareti, scavati nel tufo, un centinaio di piccoli loculi a mo' di scaffalatura. La figura leggendaria di Mago Greguro che, con la figlia Margheritella, raccoglieva, catalogava e utilizzava le erbe medicinali ha origini molto antiche, che si fanno risalire all'anno Mille: Massafra ha avuto infatti da sempre fama di essere terra di maghi e di "masciare" (streghe), i privilegiati che possedevano il "potere" di guarire e di scacciare il male dal corpo e dall'anima, e di certo questa parte della gravina era indicata, nelle più antiche mappe catastali, proprio con il nome di Greguro. 

La Grotta del Ciclope, grande cavità naturale al cui interno gli scavi archeologici compiuti nel 1972 hanno restituito numerosi reperti di età neolitica e micenea e hanno portato alla scoperta di una fornace.

La grotta individuata con il numero 89, in cui sono presenti strutture riferibili ad un antico trappeto: è venuta infatti alla luce una grande vasca scavata nel piano di roccia e alcuni alloggiamenti parietali; probabilmente altre strutture doveva essere presenti nel vano vicino completamente crollato.

Il complesso di grotte n. 34, tipico esempio di abitazione patriarcale, composta da tre ambienti comunicanti tra loro attraverso un foro semicircolare del diametro pari a circa un metro, testimonianza di una consuetudine in uso a Massafra fino al '700: il capofamiglia donava infatti ad uno dei figli un tratto di roccia accanto alla sua abitazione affinché questi potesse scavare la sua abitazione, comunicante ma al tempo stesso indipendente da quella della famiglia di origine. Al suo interno è stato inoltre rinvenuto il tesoretto monetale descritto in precedenza.

La grotta n. 42, completamente aperta in facciata, con sul fondo una grande nicchia absidata e un pozzetto circolare intonacato al centro dell'ambiente, per il quale si è ipotizzata la funzione di area sacrale.

Il trascorrere del tempo sulle strutture del villaggio rupestre è testimoniato da crolli di intere abitazioni, anche in seguito all'eccessivo sfruttamento della parete di roccia, di per sé molto friabile. L'espansione urbanistica del villaggio è avvenuta dal basso verso l'alto e in maniera molto più intensa nella parte centrale del villaggio. In alcuni punti si riescono a leggere addirittura dieci o dodici livelli diversi di abitazioni scavate nella roccia.

5 - IL SANTUARIO DELLA MADONNA DI TUTTE LE GRAZIE E LE CHIESE RUPESTRI DELLA GRAVINA DI CALITRO

Molto meno studiato risulta il tratto meridionale della Gravina, in direzione della Via Appia, detto anticamente di "Calitro" e caratterizzato dalla presenza del Santuario della Madonna di Tutte le Grazie e di ben tre chiese rupestri.

La chiesa della Madonna delle Grazie risale alla metà del '600 e le sue origine sono legate alla leggenda del ritrovamento di un'immagine della Madonna di Tutte le Grazie da parte di una pastorella. Il santuario sorse su una delle tre chiese rupestri presenti in questo tratto della gravina, la chiesa di Sant'Eustachio, di cui oggi rimane solo la zona absidale priva di decorazioni pittoriche.

Una seconda chiesa rupestre, dedicata a Santa Maria Maddalena, che anticamente, a testimonianza della sua importanza, dava il nome a questa parte della gravina, si trova ai piedi della gradinata che porta al santuario. La chiesa è oggi ridotta ad un ambiente di dimensioni molto ampie, utilizzato nel Seicento per dare ricovero ai pellegrini che si recavano al santuario. 

Molto vicina la chiesetta di Santa Parasceve, detta anche Santa Venerdì, oggi in condizioni di degrado molto avanzate.

Questo tratto della gravina si caratterizza inoltre per la presenza di tre piccole grotte, comunemente conosciute come i "Crocifissi", scavate lungo il percorso di fondo valle e meta di pellegrinaggi, da tempo immemorabile e fino a pochi anni fa, nei venerdì di marzo.

LA GRAVINA DI SAN MARCO

La gravina di San Marco inizia a nord in corrispondenza di Masseria Pantaleo (216 metri s.l.m.) e attraversa poi il centro urbano di Massafra, dividendo il nucleo più antico dal Borgo ottocentesco. La Gravina prende il suo nome dalla cripta rupestre omonima e per la sua bellezza scenografica era in passato comunemente chiamata "Il Paradiso di Massafra". Per quanto oggi sia ridotto il suo valore paesaggistico ed ambientale, soprattutto a causa delle numerose costruzioni che negli anni '60 e '70 si sono addossate al ciglio e per alcuni sversamenti abusivi di acqua di fogna al suo interno, resta elevatissimo il suo valore storico - culturale ed archeologico, quale cuore dell'originario insediamento di Massafra.

Le prime tracce di abitazioni in grotta possono farsi risalire all'alto Medioevo; nel VI secolo si colloca infatti la prima escavazione della chiesa rupestre di San Marco. Il villaggio rupestre fu abitato presumibilmente e almeno parzialmente fino al primo decennio del '600, quando, in seguito a due successive e gravi alluvioni (1603 e 1608), la frequentazione all'interno della gravina si fece sempre più sporadica.

Numerosissime sono le emergenze storico - culturali presenti all'interno della gravina, e comprendono numerose chiese rupestri e interessanti complessi rupestri di uso civile (quale la "casa dell'Igumeno", vero e proprio castello rupestre scavato su più piani intercomunicanti).

Foto di Gianluca Andreassi

Edificio eretto nelle immediate vicinanze

 della chiesa di San Leonardo

Tra le chiese rupestri vanno segnalate, oltre alla chiesa della Candelora descritta in seguito, quella di San Biagio, arricchita da interessanti affreschi palinsesti, risalente al VI secolo; la chiesa di Santa Marina (VIII - IX secolo), con antistante sepolcreto con tombe "a loggette"; quella, poco nota, di Vico III Canali; quelle di San Leonardo e di Sant'Antonio a breve distanza dal solco erosivo principale.

Sul ciglio della gravina di San Marco sorge inoltre il castello, di cui si parla, per la prima volta in un documento longobardo del X secolo. Il castello ha forma quadrilatera con quattro torri ai lati, tre a forma circolare e l'altra a forma ottogonale (sud-est). Le sue strutture e i suoi motivi architettonici sono quelli tipici di altri castelli pugliesi: fossato, rampa, archi ogivali, merlature, beccatelli ornati, stemmi di pietra nei due portali, oratorio, sotterranei, passaggi segreti, vecchie scuderie, prigioni, ecc. Lo stato di degrado cui versava il castello fino a pochi anni fa, testimoniato dal crollo della torre sud - ovest nel 1962 e di parte del parapetto sulla gravina nel 1985, ha indotto il Comune di Massafra, attuale proprietario della struttura, ad avviare un complesso progetto di restauro e di recupero; all'interno del castello recuperato è previsto l'allestimento di un Museo del Territorio.

1 - LA CHIESA DELLA CANDELORA

Foto di Gianluca Andreassi
Madonna della Candelora

La chiesa della Candelora rappresenta uno degli esempi rupestri più raffinati e complessi e la sua parziale demolizione, della facciata e del vestibolo che la precedeva, costituisce un danno irreparabile e la perdita, seppur parziale, di uno dei gioielli dell'architettura rupestre pugliese. 

La chiesa, localizzata sullo spalto orientale della gravina di San Marco, misura 8.50 metri di larghezza e 6.00 metri di profondità.

La chiesa è articolata da due pilastri in sei campate, ciascuna delle quali con differente copertura (soffitto piano, tetto a doppio spiovente, cuspide a quattro spioventi, crociera, interamente scavati nel banco tufaceo); sulle pareti corrono coppie di arcate cieche, sorrette alla base da mezze colonnine con capitelli ornati al centro da una croce greca rilevata e iscritta in un circolo. Di assoluto valore il deambulatorio angolare, snodo del percorso liturgico, coperto da una cupoletta impostata su mensole angolari; dal deambulatorio si accedeva alla parte sacra della chiesa, triabsidata.

Le arcate cieche conservano un rilevante ciclo di 13 affreschi risalenti al XIII secolo.

 

 

Si segnalano le pubblicazioni:

- C.D.Fonseca: "Civiltà rupestre in Terra Jonica", 1970, Carlo Bestetti Edizioni d'Arte

- F.Dell'Aquila, A.Messina: "Le chiese rupestri di Puglia e Basilicata", 1998, Adda Editore

- E.Jacovelli: "Guida al Santuario e al Villaggio rupestre della Madonna della Scala di Massafra", 1985

- AA.VV.: "La gravina Madonna della Scala di Massafra - Natura, storia, archeologia, tutela", 1995 Nuova Editrice Apulia