IL MATESE - L'OASI DI GUARDIAREGIA

 

IL MATESE

Il massiccio del Matese è un importante gruppo montuoso composto da una quindicina di vette di forma e grandezza differenti, allungato per circa cinquanta chilometri al confine tra il Molise e la Campania settentrionale. Si tratta di una unità morfologica molto ben individuata nell'ambito dell'Appennino centro - meridionale e risulta abbastanza nettamente delimitata dal corso dei fiumi Tammaro e Biferno. L'assetto e il modellamento attuale del massiccio sono regolati da fattori tettonici, dalla costanza della litologia, rappresentata essenzialmente da facies calcaree stratificate anche in grosse bancate, frequentemente di spessore superiore ai due metri, e dagli effetti degli incessanti fenomeni di erosione.

La sua conformazione morfologica è quella tipica di un vasto altipiano carsico, diviso longitudinalmente in due dorsali principali, separate da un solco centrale caratterizzato da pianori e conche carsiche, quali le piane del Lago Matese e di Letino; la dorsale più importante , con le vette più elevate, quali Monte Miletto (2050 metri), Monte La Gallinola (1923 metri) e Monte Mutria (1823 metri), è quella nord - orientale.

Il massiccio del Matese è costituito da una successione di calcari e calcari dolomitici fossiliferi e l'alta solubilità dei carbonati che costituiscono queste rocce ha determinato una fitta rete di cavità ipogee, specialmente in corrispondenza dei piani di fratturazione e/o di stratificazione delle rocce.

Il paesaggio carsico è quindi caratterizzato dalla presenza di forme sia superficiali, quali doline, puli e campi solcati, che sotterranee quali grotte ed inghiottitoi, e dalla complessità idrologica sotterranea, con corsi d'acqua che si formano e poi improvvisamente scompaiono nel sottosuolo.

Tra le grotte una delle più suggestive è sicuramente la grotta del Lete, classico esempio di fiume sotterraneo con cavità interamente percorribile. Tra le cavità verticali, di assoluta importanza sono invece il Pozzo della Neve e il Cul di Bove, entrambe nel Comune di Campochiaro: il primo, definito da uno dei suoi principali conoscitori "l'Abisso dei sogni" per la bellezza ma anche per le difficoltà insite nella sua esplorazione, è il quarto abisso d'Italia, con una profondità di 1045 metri ed uno sviluppo di circa 13 chilometri, lungo i quali emerge per bellezza il lunghissimo "Bianco Meandro", tra i più belli in assoluto tra le grotte italiane; il secondo raggiunge anch'esso la ragguardevole profondità di 906 metri, ma è ancora quasi inesplorato e probabilmente in comunicazione diretta con il Pozzo della Neve.

Di grande interesse i fossili ritrovati nell'area del Matese: estremamente diffuse le Rudiste, famiglia di bivalvi che vissero in particolari ambienti durante il periodo cretacico.

Scarsa è l'idrografia di superficie, specie nel versante molisano, a causa della facile penetrazione delle acque meteoriche nel reticolo di fessure e da qui fino alla falda freatica sottostante. La ricchezza di acqua è invece evidente ai piedi del massiccio, dove le acque sotterranee, incontrando lo strato argilloso, ricompaiono in superficie. Numerosi ed importanti i bacini imbriferi, quali il Biferno, il Quirino, il Tammaro e molti altri.

LE AREE PROTETTE DEL MOLISE  

Numerose, anche se per lo più di piccole dimensioni, le aree protette presenti nel territorio della Regione Molise, sottoposte a forme molto diversificate di tutela e di gestione.

Una parte del territorio molisano, coincidente con la catena delle Mainarde, fa parte, dal gennaio 1990 del Parco Nazionale d'Abruzzo: si tratta di una delle più interessanti aree, sotto il profilo naturalistico e paesaggistico, dell'Appennino, area in cui trovano sicuro rifugio specie animali di notevolissima importanza quali il lupo, l'orso marsicano, il camoscio d'Abruzzo, la lontra, il cervo, l'aquila reale e il picchio di Lilford, e specie vegetali altrettanto rare quali il pino nero e la betulla, in alcune stazioni relitte, a dimostrazione di una notevole diversità biologica e di una specifica peculiarità di questo territorio.

Tre sono le Riserve Naturali Orientate comprese nel territorio regionale. 

La prima è l'Abetina di Collemeluccio, estesa per 363 ettari e caratterizzata dalla presenza di un importante bosco relitto di abete bianco, in buone condizioni di conservazione. Il suo valore è inoltre testimoniato dal fatto di essere, insieme al vicino nucleo di Montedimezzo, una delle cinque Riserve della Biosfera MaB (Man and Biospher) istituite dall'Unesco, il cui riconoscimento ha garantito particolari forme di protezione e di gestione. Nella Riserva l'abete bianco, specie dominante, si presenta puro alle quote intermedie, in associazione con acero e cerro alle quote più basse e associato al faggio oltre gli 800 metri di quota.

La seconda Riserva è quella di Montedimezzo, come la prima bene inalienabile dello Stato. L'area del bosco fu dichiarata nel 1825 Reale Riserva di Caccia dai Borboni e ciò ha contribuito alla sua conservazione. Oggi è gestita dall'Ex Azienda di Stato per le Foreste Demaniali e oltre ad essere, come detto, una Riserva della Biosfera MaB, è anche Riserva Biogenetica, dal momento che l'Istituto Sperimentale per la Selvicoltura di Arezzo effettua qui periodici prelievi di semi da impiegare successivamente per i rimboschimenti. Il bosco è dominato, a quote ed in aree differenti, dal cerro e dal faggio, associati ad altre essenze quali l'acero montano, l'acero campestre, il frassino ossifillo, il sorbo degli uccellatori, il pero e il melo selvatico.

La terza Riserva Naturale Orientata Statale è quella di Pesche, estesa per 552 ettari tra il centro abitato di Pesche e il Monte Totila, ultima in ordine di tempo ad essere istituita, ma anche la prima a comprendere non solo terreni demaniali, ma anche comunali, di Enti ecclesiastici e di privati. La Riserva è connotata da un'alta diversità biologica, soprattutto dal punto di vista botanico, potendo riconoscervi tra le principali associazioni vegetali la faggeta, il querceto misto a roverella e cerro, il bosco a roverella, il bosco mediterraneo a leccio, numerose aree di prato - pascolo.

Tra le Foreste Demaniali, istituto di protezione più antico (l'istituzione dell'Azienda di Stato per le Foreste Demaniali risale infatti al 1910, prima ancora di qualsiasi parco nazionale) e oggi vere e proprie aree naturali protette, solo in minima parte compromesse dalla passata gestione forestale, vanno annoverati il Bosco S.Martino e Cantalupo e il Bosco di Monte Capraro a S.Pietro Avellana, il Bosco Pennataro a Vastogirardi, il Bosco di Monte Caruso e Monte Gallo a Monteroduni, il Bosco dei Barone a Montagano. Tutte le aree sono sicuramente frequentate dal lupo, a dimostrazione del loro attuale enorme valore naturalistico.

Numerose sono le Oasi gestite dalle diverse associazioni ambientalistiche.

L'Oasi Legambiente di Selva Castiglione, nel territorio di Carovilli, esempio di gestione diretta di un'area protetta da parte di un'associazione ambientalista, nasce nel 1997 in seguito a convenzionamento tra il Comune e l'Associazione stessa. L'Oasi ha un'estensione di circa 300 ettari, localizzati in uno dei tratti più suggestivi e meglio conservati del Fiume Trigno. Il carattere più peculiare è rappresentato da una cerreta d'alto fusto, paesaggio tipico dell'Alto Molise, cui si associano molte altre specie arboree ed arbustive, quali l'acero, il carpino, l'orniello, il nocciolo e molte altre. La fauna, molto ricca, è quella maggiormente rappresentativa dell'Appennino, comprendendo anche il lupo, che frequenta assiduamente l'Oasi e i territori limitrofi, anche grazie alla vicinanza di altre aree naturali protette. E' molto probabile la frequentazione di queste aree anche da parte dell'orso bruno marsicano.

L'Oasi LIPU di Casacalenda, nel Basso Molise, è stata istituita nel 1993 in seguito ad una convenzione tra l'Amministrazione Comunale e la LIPU stessa. L'area è caratterizzata dalla presenza di un tipico bosco collinare di latifoglie, con dominanza di cerro e roverella, spesso associate ad una quercia più rara quale il farnetto. L'importanza dell'Oasi è legata in primo luogo alla sua posizione in un contesto territoriale fortemente agricolo. Gli uccelli sono la presenza più numerosa dell'Oasi e tra questi si annoverano, oltre al rigogolo, simbolo dell'Oasi, numerosi rapaci quali il biancone, il lanario, il nibbio reale, il falco pecchiaiolo.

Di recente istituzione è l'Oasi WWF Le Mortine, zona umida di eccezionale valore naturalistico, a cavallo tra la Campania e il Molise (Comune di Venafro). Si tratta di un'area seminaturale, formatasi in seguito alla realizzazione di uno sbarramento e di un invaso sul Fiume Volturno, di proprietà dell'ENEL che gestisce il relativo impianto idroelettrico. L'area ospita oggi un interessantissimo bosco igrofilo, con le associazioni tipiche delle formazioni ripariali: salice bianco e salice rosso quali specie dominante, cui si associano il pioppo bianco e l'ontano nero; ai margini del bosco igrofilo sono inoltre presenti nuclei di farnia, acero campestre, olmo e orniello, testimonianza relitta di antiche e più estese foreste planiziali. Sulle sponde dell'invaso e lungo il fiume il canneto e il tifeto sono le formazioni più diffuse. L'area ospita un gran numero di uccelli acquatici, stanziali e di passo, alcuni dei quali nidificanti; si segnala per esempio la presenza della rara cicogna nera.

Si rimanda al paragrafo successivo la descrizione dell'ultima area protetta del Molise, l'Oasi WWF di Guardiaregia, direttamente interessata dall'escursione in programma.

L'OASI WWF DI GUARDIAREGIA

L'oasi naturalistica del Matese è situata interamente nel territorio di Guardiaregia, in provincia di Campobasso, sul versante orientale del massiccio del Matese. Si tratta di un'area estesa 1056 ettari, inserita in un comprensorio di elevato valore naturalistico e gestita dal 1997 dal WWF su concessione del Comune, con la consulenza scientifica del dipartimento SAVA dell'Università del Molise. Attualmente è in fase avanzata il progetto di ampliamento della superficie tutelata al territorio del Comune di Campochiaro, per un'estensione complessiva di circa 2000 ettari, diventando in questo modo la seconda oasi WWF in Italia per estensione.

L'oasi occupa un territorio compreso tra i 550 metri slm e i 1823 metri slm della vetta di Monte Mutria: la forte differenza di altezza è una delle caratteristiche che contribuiscono ad aumentare la ricchezza e la varietà di questi ambienti.

Quest'area per tutto il Mesozoico e gran parte del Cenozoico, cioè per circa 200 milioni di anni e fino a circa 10 milioni di anni fa, era occupata da un caldo mare tropicale caratterizzato dalla presenza di fondali bassi, ricchi di lagune e di scogliere, la cui presenza è testimoniata dall'abbondanza di conchiglie fossili concrezionate negli accumuli calcarei; circa 10 milioni di anni fa si completò la fase di innalzamento della catena appenninica, causata dalla spinta della placca africana su quella europea, che ha generato, anche in seguito ai successivi fenomeni carsici e tettonici, l'attuale conformazione del massiccio del Matese. Nell'oasi di Guardiaregia questo fenomeno è soprattutto testimoniato dalla frattura che ha dato origine alle gole del torrente Quirino, approfonditesi sempre più in seguito all'erosione dei calcari e alla modellazione operata dalle acque meteoriche.

L'oasi di Guardiaregia è costituita da due aree distinte e separate: la prima comprende le gole del Torrente Quirino, per un'estensione di 128 ettari, a ridosso del centro abitato; la seconda, estesa per 928 ettari, a circa 8 chilometri dal paese, comprende invece l'area del Monte Mutria.

1 - LE GOLE DEL QUIRINO

Le gole del torrente Quirino consistono in una stretta e profonda incisione lunga 6 chilometri, compresa tra il centro abitato di Guardiaregia e i monti Capraro e Torretta. Il paesaggio è caratterizzato da dirupi inaccessibili, speroni di roccia, strettissimi ripiani, depositi detritici, maestosi anfiteatri di roccia, in una area ricchissima di grotte, alcune delle quali già abitate in epoca preistorica.

Le gole hanno una duplice origine, tettonica e carsica e l'attuale configurazione del canyon è dovuta alla concomitanza di più fattori, quali la particolare struttura tettonica dell'area, la geologia dei luoghi costituiti prevalentemente da calcari, l'erosione fluviale che ha inciso profondamente l'area. Le rocce della gola si distinguono in calcari e calcari organogeni, in strati e bancate dello spessore complessivo di oltre 300 metri, caratterizzati da un'intensa fratturazione e fessurazione.

Le acque che alimentano il Quirino provengono dai rilievi laterali alla gola e dalla valle ai piedi del Monte Mutria, costituita da calcareniti poco permeabili e da argille; tutta l'area è ricca di sorgenti e di corsi d'acqua, tra cui la spettacolare cascata di San Nicola, con un salto totale di circa 100 metri.

Lungo le gole del Quirino, per quanto riguarda la vegetazione, predomina la macchia mediterranea, ed in particolare il corbezzolo (che qui trova l'unica stazione sul versante orientale del Matese); di sicura suggestione la presenza di lecci letteralmente aggrappati alle pareti rocciose a strapiombo. Molto diffuse le orchidee, di numerose specie, quali la Ophrys apifera e la Ophrys bertolonii, la Orchis morio, la Dactylorhiza maculata e la Cephalanthera damasonium.

La fauna delle gole è quella tipica di questi ambienti: tra gli uccelli una presenza di spicco è quella del falco lanario, che nidifica sulle pareti rocciose subverticali, ma vanno citati anche il falco pellegrino, la poiana ed il nibbio. A causa della ricchezza di acqua, gli anfibi sono una presenza fondamentale in questa parte dell'oasi: molto interessante la presenza della salamandrina dagli occhiali, simbolo dell'oasi, del tritone crestato, dell'ululone del ventre giallo e della rana dalmatina. 

2 - IL MONTE MUTRIA

Il Monte Mutria, con il suo caratteristico crinale allungato, costituito da sette groppe in successione, rappresenta la vetta più importante del settore orientale del Matese. Il versante molisano, compreso nell'oasi di Guardiaregia, si presenta fittamente boscoso, a differenza di quello campano, dove le faggete si alternano agli speroni di roccia e a canaloni erbosi.

La vegetazione si presenta molto ricca e diversificata: nelle praterie d'alta quota vegetano numerosissime specie di orchidee selvatiche (almeno una ventina di specie differenti), di crochi e di genziane; in diverse zone dell'oasi si possono osservare splendide fioriture di Giglio di San Giovanni, di Aquilegia vulgaris, di Anemone dell'appennino, di Hepatica nobilis e nei pascoli d'alta quota di Nontiscordardime dell'appennino, specie tipica del solo Appennino centro - meridionale; a quote più basse rispetto alle praterie si trovano fittissime e spettacolari faggete, come per esempio nella zona di Tre Frati, caratteristica per la presenza di alberi di oltre 500 anni; ancora più in basso boschi di leccio e boschi misti, ricchi di specie arboree ed arbustive, come per esempio l'acero di Lobellus, il cotognastro nebrodensis, il sorbo degli uccellatori, il maggiociondolo e il corniolo; nelle forre è frequente imbattersi in tassi centenari e maestosi.

 La fitta vegetazione del Monte Mutria e la sua particolare e caratteristica orografia fanno sì che la fauna di questi luoghi sia la più ricca per varietà in tutto il comprensorio del Matese: di assoluto valore la presenza del lupo, con un buon numero di esemplari, ma di sicuro interesse anche la presenza del gatto selvatico, della martora, del tasso, dello scoiattolo; tra gli uccelli va ricordata la presenza dell'aquila reale e del gracchio alpino, mentre nel sottobosco della faggeta è frequente, soprattutto in autunno, la salamandra pezzata.

 

Si segnalano inoltre i siti Internet:

- www.pagus.it/comuni/guardiaregia

- www.matese.org

- www.montidelmatese.it

 

e la pubblicazione:

- L'oasi naturale di Guardiaregia - Itinerari  (EPT Campobasso, 2000)