MONTE S.ANGELO E LA VIA SACRA LONGOBARDORUM

 

IL CULTO DI SAN MICHELE

Il Gargano, già all'epoca della colonizzazione greca e sino alla sua cristianizzazione, vide la diffusione, anche in virtù della particolare morfologia dei luoghi, selvaggi, boscosi e ricchi di dirupi, di miti e riti diversi, molti dei quali legati alla presenza dell'acqua terapeutica e alla pratica dell'incubatio, una formula rituale consistente nel dormire nei pressi di un luogo sacro per ricevere al mattino le rivelazioni della divinità. Di questi riti precedenti si avverte un'eco nella caratterizzazione del culto micaelico.

La storia del santuario e del culto dell'Angelo sul Gargano è stata ricostruita sulla base del "Liber de apparotione sancti Michaelis in monte Gargano", testo agiografico dove insieme a numerosi elementi miracolistici si possono cogliere alcuni motivi storici. Il testo, risalente alla fine dell'VIII secolo, si compone di tre episodi. Il più noto è sicuramente quello del toro, divenuto quasi un simbolo del culto micaelico del Gargano e presente in numerosissime opere pittoriche e scultoree, dall'Alto Medioevo fino a nostri giorni, tanto di fattura popolare quanto di origine colta.

L'episodio del toro narra di Gargano, un ricco pastore di Siponto, che una sera, al rientro del gregge, si accorge della mancanza di un toro; organizzate le ricerche, il toro viene ritrovato presso una grotta, e Gargano, preso dall'ira, gli scaglia contro una freccia avvelenata che però, tornando inspiegabilmente indietro, colpisce lui. I Sipontini, impressionati dall'episodio, chiedono lumi al loro vescovo che dispone tre giorni di digiuno; alla fine del digiuno al vescovo appare l'Arcangelo Michele, che dichiara che l'episodio misterioso era stato voluto da lui per dimostrare di essere patrono e custode del luogo. E' immediata l'interpretazione dell'episodio, che simboleggia il momento in cui il cristianesimo sconfigge e sostituisce il paganesimo rappresentato da Gargano.

La prima apparizione dell'Arcangelo si fa tradizionalmente risalire all' 8 maggio 490, ma è molto probabile che l'arrivo sul Gargano del culto micaelico possa risalire alla metà o anche all'inizio del V secolo, dal momento che al periodo intorno al 490 risale la costruzione di due chiese dedicate a S.Michele, una a Larino, in Molise, ed una a Potenza, probabile riflesso della precoce diffusione del culto micaelico in quelle regioni.

Alle origini il culto micaelico era essenzialmente un culto naturale e risanatore, fondato sulle apparizione e le rivelazioni del santo, in continuità con gli antichi culti pagani e con forti influenze orientali.

A partire dalla metà del VII secolo il santuario garganico divenne il più importante luogo di culto micaelico dell'Occidente, meta di numerosissimi pellegrinaggi di personaggi illustri e di fedeli di ogni ceto sociale, provenienti anche da terre molto lontane. Ancora oggi la grotta di S.Michele continua ad essere meta di pellegrinaggi, in particolare nei giorni dell'8 maggio, data che tradizionalmente ricorda l'apparizione dell'Arcangelo, e del 29 settembre, in ricordo della dedicazione della chiesa.

L'enorme sviluppo del culto micaelico sul Gargano è indissolubilmente legato alla comparsa nel Sud Italia, alla fine del VI secolo, dei Longobardi, che fondarono il Ducato di Benevento, da cui cercarono a più riprese sbocchi al mare, verso il Tirreno e verso l'Adriatico. Nelle loro espansioni si spinsero più volte sino a Siponto, in quel periodo sotto la dominazione bizantina e da qui entrarono in contatto con il culto di S.Michele, nel quale ritrovarono caratteristiche tipiche del loro principale dio pagano Wodan.

 Presto emerse una forte conflittualità tra Bizantini e Longobardi, tanto che lo scontro tra i due popoli, avvenuto nel 650, costituisce il secondo episodio delle "apparizioni" di S.Michele, che apparso in sogno al vescovo di Siponto garantì la vittoria ai Sipontini e ai loro alleati Longobardi. Questo episodio segnò l'inizio dello strettissimo legame tra dinastia longobarda e culto micaelico. Solo di recente sono venute alla luce numerose iscrizioni altomedievali, che fanno preciso riferimento alla religiosità e ai costumi longobardi e modificano le ipotesi della storiografia precedente. Numerosi sono anche gli interventi di ristrutturazione e di ingrandimento del santuario operati dai sovrani longobardi.

Il connubio con il popolo longobardo modificò in parte anche gli stessi caratteri del culto, dal momento che con i Longobardi, popolo tradizionalmente guerriero, si preferì l'immagine del Santo come capo delle milizie celesti, guerriero e patrono dei combattenti. Di certo la devozione per l'Arcangelo, di contro, portò alla rapida conversione del popolo longobardo al cattolicesimo.

La grotta garganica fu quindi santuario nazionale dei Longobardi fino agli ultimi anni del IX secolo, quando i Bizantini ritornarono sul Gargano e cercarono di rivendicare a sé le origini del culto micaelico, ma ormai il radicamento della cultura longobarda era tale da rendere infruttuoso il loro tentativo.

 Nel frattempo in Italia meridionale si affermarono i Normanni, che, alla stessa maniera degli Svevi e degli Angioini in seguito, si legarono al santuario garganico, anche perché avevano già conosciuto il culto di S.Michele in Normandia, a Mont Saint Michel. Fu sotto Carlo I e Carlo II d'Angiò che il santuario subì rilevanti interventi di ristrutturazione, interventi che modificarono radicalmente l'assetto originario attraverso l'aggiunta di una navata e della scalinata d'accesso.

GLI INSEDIAMENTI MICAELICI IN ITALIA E IN EUROPA

La tradizione garganica ha profondamente influenzato la caratterizzazione e la diffusione del culto del santo in Occidente, e allo stesso tempo ha contribuito a definire una comune tipologia degli insediamenti micaelici durante l'Alto Medioevo. Spesso infatti i luoghi di culto sono stati fondati in grotte naturali, in luoghi elevati e boscosi, comunque in uno scenario naturale molto suggestivo, proprio come sul Gargano.

A partire dall'epoca altomedievale, soprattutto nell'Italia meridionale, si creò una fitta rete di luoghi consacrati all'Arcangelo; un censimento, ancora incompleto, ha rilevato la presenza di oltre duecento luoghi di culto dedicati a S.Michele solo nell'antica Langobardia minor. Insediamenti micaelici sono presenti in tutta la Puglia, dal Gargano al Salento: ancora oggi sono note le grotte consacrate all'Angelo di Sannicandro Garganico, Cagnano Varano, Orsara, Altamura, Gravina, Putignano, Mottola, Castellaneta e Statte.

Il Gargano fu centro di irradiazione del culto anche in regioni molto lontane. Già nel principio del VII secolo una chiesa dedicata a S.Michele fu costruita a Roma. Tra l'VIII e il IX il culto si diffuse ancora: una cripta - basilica fu fondata sul Monte Maggiore in Campania, tra Capua e Teano, sul luogo dell'apparizione dell'Arcangelo; un altro luogo di particolare importanza è la grotta di S.Michele ad Olevano sul Tusciano, sempre in Campania, grande cavità al cui interno furono edificate sette cappelle; alla tradizione garganica si collega la grotta dedicata al santo sul monte Tancia in Sabina, vicino Rieti. La presenza del culto in Sabina è connessa alla presenza dei Longobardi a Spoleto. Al seguito dei Longobardi il culto si diffuse anche nell'area di Pavia, altra capitale longobarda in quel periodo.

Di notevole portata le influenze del culto micaelico nel Molise: a Sant'Angelo in Grotte esiste per esempio una grotta dove sgorga una sorgente di acqua benedetta, dedicata all'Arcangelo; una leggenda popolare narra che il Santo partendo dalla grotta molisana avrebbe inseguito il demonio fino alla grotta sul Gargano, dove lo avrebbe raggiunto e incatenato. Notevole influenza sulla presenza del culto micaelico in Molise è sicuramente da ascrivere alla transumanza stagionale che avveniva tra le due regioni

Il modello garganico fu esportato anche fuori dall'Italia, ed in particolare in Francia. Agli inizi dell'VIII secolo su un promontorio tra la Bretagna e la Normandia fu consacrato un santuario a S.Michele, assurto a grande notorietà come Mont Saint Michel; ciò determinò la diffusione del culto in Francia e la dedicazione di numerosi altri luoghi, tra i quali acquista significato particolare il monastero di S.Michele a Verdun, fondato intorno al 722 da Wolfando, appena tornato da un pellegrinaggio sul Gargano.

Tra VIII e IX secolo il culto micaelico penetra e si consolida anche in altri paesi europei, soprattutto Spagna, Germania, Paesi Bassi e Inghilterra. 

LA VIA SACRA DEI LONGOBARDI E I PELLEGRINAGGI

A partire dall'Alto Medioevo furono moltissimi coloro che si recarono alla grotta di S.Michele, lasciando indelebile traccia del loro passaggio sulle pietre e sulla roccia che compongono il santuario: sulle sue strutture sono stati infatti graffiti simboli, preghiere, messaggi, segni o semplici nomi (di tradizione greca, latina, semitica, sassone e germanica, a testimonianza dell'eterogeneità dei pellegrini che qui confluivano), ascrivibili a differenti periodi storici, a testimonianza di una devozione costante, rivolta al santuario senza soluzione di continuità, con pochi altri esempi simili nel mondo cristiano.

Nell'Alto Medioevo il pellegrinaggio assunse ampiezza europea, interessando soprattutto Francia, Germania, Spagna e isole britanniche: di eccezionale valore per esempio la scoperta, unica in Italia, di almeno cinque scritte con le lettere dell'antico alfabeto runico, lasciate da pellegrini anglosassoni. Il santuario divenne inoltre tappa importante sulla via che portava in Terra Santa.

Molti dei pellegrini raggiungevano la grotta micaelica lungo un itinerario che, partendo dai valichi del Moncenisio e del San Gottardo, convergeva verso Pavia, capitale longobarda, e Piacenza; da qui scendeva attraverso la Val di Magra per giungere poi a Roma attraverso la Via Romea, evitando accuratamente i territorio allora sotto il dominio bizantino; dopo Roma, l'itinerario seguiva la Via Traiana verso sud. Anticamente esistevano due strade che conducevano all'interno del promontorio garganico: la prima costeggiava la riva meridionale della laguna di Lesina, per giungere poi, dopo aver superato il lago di Varano, alla piana di Carpino, da cui attraverso facili valichi si giungeva a Monte S.Angelo; la seconda, coincidente grosso modo con la Via Traiana, all'altezza di Candelaro si biforcava, da un lato deviava verso Monte S.Angelo, attraverso la valle di Stigliano, dall'altro proseguiva verso Siponto e poi verso i porti di imbarco per la Terra Santa. Con il diffondersi del culto micaelico la strada che attraversava la valle di Stigliano, pur esistente da molti secoli prima, prese il nome di Via Sacra Longobardorum.

Lungo la Via Sacra si trovano numerosi santuari e tracce degli edifici che servivano da ospizio ai pellegrini: al termine del vallone di S.Marco si incontra il Santuario della Madonna di Stigliano, le cui origini sono poco note ma dovrebbe risalire all'Alto Medioevo, mentre l'attuale chiesa risale al XVI secolo; dopo aver superato l'attuale paese di San Marco in Lamis, sorge l'abbazia di S.Giovanni de Lama, l'attuale santuario di San Matteo, in posizione dominante sul valico di Monte Celano, fondata alla fine del VI secolo probabilmente su di un tempio pagano e ampliata nel IX secolo; dopo San Matteo si incontra una chiesetta dedicata a San Giovanni, originariamente battistero di forma rotonda, probabilmente di età tardo antica, da cui prese il nome l'abitato di S.Giovanni Rotondo, sorto agli inizi dell'XI; sempre lungo la Via Sacra, percorsi due chilometri oltre S.Giovanni si trova il Casale di S.Egidio e i ruderi di una chiesetta del XII secolo a pianta basilicale.

Numerose sono le testimonianze dei pellegrinaggi alla grotta del santo: al 709 risale il viaggio di alcuni messi del vescovo di Avranches Oberto, per prelevare alcuni pezzi di roccia dalla grotta del Santo e fondare poi il santuario di Mont S.Michel in Normandia; al 722 risale il pellegrinaggio del conte Wolfrando, fondatore del monastero di Verdun; al 774 quello di un gruppo di pellegrini inglesi; nell'867 quello del monaco Bernardo diretto poi in Terra Santa. Nel IX secolo si registra una vera esplosione del culto di S.Michele; nell'869 i Saraceni, presenti a Bari, attaccarono e depredarono il santuario, ma nonostante ciò i pellegrinaggi continuarono. Tra il 940 e il 960 lo visitano Oddone di Cluny e S.Fantino; nel 999 l'imperatore tedesco Ottone III, poi il successore Enrico II (1022) e più volte papa Leone IX e ancora Melo da Bari. La tradizione vuole che anche S.Francesco d'Assisi si sia recato al santuario di S.Michele, ed anzi, ritenendosi indegno di entrare nella grotta, si fermò all'esterno.

Il santuario garganico rientrava sicuramente tra i maggiori luoghi di culto della cristianità medievale, tanto da essere compreso nel trittico Deus, Angelus, Homo, dove Deus rappresentava il santuario di Gerusalemme, Angelus quello dell'Arcangelo Michele sul Gargano e Homo quelli di S.Pietro a Roma e S.Giacomo a Compostella. 

Tra i pellegrini numerosissimi appartenevano alle classi subalterne, a dimostrazione della diffusione del culto di S.Michele tra le classi sociali meno abbienti, fenomeno già attestato dalla prima fase bizantina.

IL CENTRO STORICO DI MONTE S.ANGELO

Il centro storico di Monte S.Angelo rappresenta uno degli esempi pugliesi più interessanti tra gli insediamenti "di crinale", in cui la morfologia dei luoghi insieme alle esigenze residenziali e religiose, in questo caso particolarmente significative, generano l'intero insediamento storico con stupefacente razionalità, per quanto realizzato da anonimi capomastri ed artigiani nel corso di vari secoli.

Il primo nucleo dell'insediamento sorse in posizione tale da controllare il percorso di collegamento con Siponto, riparato allo stesso tempo dai venti dominanti.

In seguito all'apparizione dell'Arcangelo, in una delle grotte poste a quota più elevata rispetto al primo nucleo abitativo, ha inizio la vicenda religiosa di questo luogo, che tanto spazio avrà anche nella costruzione dell'insediamento. In origine il primo nucleo insediativo e il santuario si caratterizzano come due nuclei indipendenti, ma entrambi motivo generatore delle successive espansioni urbane operate nei secoli sotto il dominio di Longobardi, Bizantini, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e Spagnoli.

La realizzazione della prima cinta muraria, nell'XI secolo, pone fine alla dualità tra il polo civile e quello religioso; alla prima cerchia ne seguirà una seconda nel XIII secolo e una terza, costruita tra il XV e il XVI secolo, che contribuisce a determinare la fisionomia conclusiva del centro antico.

Nel processo evolutivo del centro storico di Monte S.Angelo, il santuario ha svolto, almeno fino al 1800, una funzione centrale, di volano all'espansione dell'insediamento. 

La maggioranza degli edifici presenti all'interno della prima e della seconda cerchia di mura, edificati quindi tra l'XI e il XIII secolo, sono connessi strettamente all'attività religiosa e all'accoglienza dei pellegrini; l'assetto urbano era quindi, fino al XIII secolo, molto somigliante ad una Abbazia (similitudini si riscontrano infatti con la grande Abbazia di Cluny o anche con l'insediamento monastico dell'isola San Nicola alle Tremiti). 

All'interno della terza cerchia di mura, quella aragonese, l'insediamento presenta caratteristiche diverse, spettro della maggiore articolazione sociale presente; in questa parte della città antica i lotti edilizi si posizionano ai bordi della trama stradale, quasi perpendicolari all'andamento delle curve di livello, con dislivelli molto ripidi, adoperando geniali soluzioni per l'innesto dell'edilizia al supporto orografico. Tipica di questa parte della città è la strada a gradoni, con in mezzeria il sistema di compluvio per le acque meteoriche.

Una caratteristica comune a tutta l'edilizia del centro storico di Monte S.Angelo è l'utilizzo del tetto a due falde con copertura in coppi: una scelta questa frutto dell'esperienza e della razionalità comune, visto che in questa maniera si creava un duplice involucro di copertura per contrastare le rigide temperature invernali e allo stesso tempo si incrementava la superficie destinata alla raccolta delle acque meteoriche, per lo più convogliate in locali interrati posti all'interno delle stesse abitazioni.

L'abitato di Monte S.Angelo si caratterizza poi per una quarta fase di espansione, più recente ma di assoluto valore storico - testimoniale e formale: si tratta di espansioni databili a cominciare dal 1810, caratterizzate dall'adozione comune della tipologia a schiera, accostando l'uno all'altro moduli edilizi simili ma non uguali, caratterizzati da una estrema fantasia nelle soluzioni formali e funzionali dei particolari, tessuti che acquistano un rilevante valore paesaggistico per il perfetto assecondare la morfologia ondulata del territorio. "Architetture povere" che generano un tessuto urbano ricchissimo di valori formali, tipologici e storico - testimoniali. 

Purtroppo in molti casi le espansioni degli ultimi decenni non hanno saputo adattarsi con uguale sensibilità ai luoghi e alla tradizione costruttiva locale, dando origine a parti di città anonime e prive di una precisa caratterizzazione.

 

 

Si segnalano le pubblicazioni:

- G.Otranto, C.Carletti: "Il santuario di S.Michele Arcangelo sul Gargano - dalle origini al X secolo" - 1995 Edipuglia

- L.Mongiello: "Nuclei urbani di Puglia" -  1999 Adda Editore

- M.Gioielli: "Madonne, santi e pastori. Culti e feste lungo i tratturi del Molise" - 2000 Palladino Editore