I TUFI DI MOTTOLA

LE GRAVINE E I TUFI DI MOTTOLA

Foto di Gianluca Andreassi

Mottola - Parete della gravina

Le gravine, formazioni naturali dalle caratteristiche inconsuete ed eccezionali, sono il segno distintivo del paesaggio e della morfologia della Provincia Ionica. Le gravine comprese nelle Province di Taranto, Brindisi, Lecce e Bari sono oltre trecento, e la sola Provincia di Taranto ne conta più di centocinquanta. 

 Le gravine si formano in corrispondenza del salto orografico che, dai 400 metri di altezza dell'altopiano murgiano, porta ai 50 - 100 metri dove comincia la fascia costiera. Lungo tutto il perimetro dell'altopiano murgiano valloni più o meno paralleli si diramano verso il mar Ionio e verso l'Adriatico: sono caratterizzati da una pendenza più lieve in direzione della costa adriatica (e sono detti lame), più scoscesi e profondi sul versante ionico (gravine).

L'attuale morfologia del territorio è il risultato di processi sviluppatisi nel corso di milioni di anni sulle rocce e sull'ambiente in cui le rocce stesse si sono formate. Le gravine non potrebbero esistere se oltre a particolari condizioni idrografiche non si fossero realizzate particolari e concomitanti condizioni geografiche, geologiche e climatiche. Fondamentale per comprenderne la genesi risulta essere inoltre lo studio della tettonica. 

L'origine delle Murge è connessa allo scontro avvenuto nel Cretaceo superiore, circa 100 milioni di anni fa, tra la zolla africana e quella europea. In seguito allo scontro si originarono le Alpi e gli Appennini e si ebbe il sollevamento della cosiddetta "piattaforma appula", la futura area delle Murge,  costituita da una serie di strati di rocce calcaree, già frammentate in diversi blocchi distinti a causa degli scontri avvenuti tra le differenti zolle continentali. 

Le attuali Murge sono costituite essenzialmente da due unità litostratigrafiche, il calcare di Bari, più in basso e più antico, e il calcare di Altamura, più recente. Il primo raggiunge spessori di circa 2000 metri, mentre il secondo si avvicina ai 1000 metri. Il calcare di Bari non affiora nella Murgia tarantina. Su tali rocce calcaree hanno agito gli agenti meteorici originando i numerosi fenomeni carsici tuttora evidenti.

Nel periodo successivo, Pliocene Medio - Superiore e Pleistocene, delle Murge attuali emergevano allora solo due isole, corrispondenti una all'area nord - occidentale e l'altra alle attuali Murge sud - orientali. Nelle aree invase dal mare si andarono a depositare sedimenti che cementandosi tra loro dettero origine a due altri tipi di rocce: la calcarenite di Gravina nelle aree costiere e le argille sub - appenniniche nelle zone di mare aperto, più profondo.

La calcarenite di Gravina, il comune "tufo", è una roccia sedimentaria organogena ( i suoi elementi sono cioè costituiti da frammenti fossili di gusci di molluschi e crostacei), a granulometria grossolana, di colore giallognolo, a causa delle alterazioni subite da parte degli ossidi ed idrossidi di ferro, o biancastro. Pur essendo anch'essa una roccia calcarea sedimentatasi in ambiente marino, presenta, rispetto al calcare del Cretaceo (calcare di Altamura), due importanti differenze: la prima riguarda l'ambiente in cui si è formata, a clima temperato e non più sub - tropicale, la seconda una notevole differenza di età. A tali differenze corrispondono proprietà meccaniche molto diverse, con una resistenza meccanica assai inferiore nella calcarenite: tale inferiore resistenza della calcarenite ha reso possibile l'attuale morfologia dell'area ed ha permesso il diffuso utilizzo della stessa per scopi edilizi.

Da un punto di vista vegetazionale, le gravine costituiscono delle vere singolarità, in quanto in esse si formano delle nicchie microclimatiche che permettono la sopravvivenza di specie rare ed endemiche. Nella gravina di Laterza per esempio sono state classificate ben 528 specie floristiche. Il fenomeno è riscontrabile anche nelle gravine più piccole, per esempio nella gravina di Riggio a Grottaglie, dove sono state individuate 321 varietà vegetali. L'eccezionale diversificazione nelle presenze vegetazionali si spiega anche con il fatto che le gravine permettono la coesistenza a brevissima distanza di ambienti diversissimi tra loro (dalle piattaforme rocciose alle cavità umide, dalle conche boschive ai pianori erbosi, dai pantani melmosi fino ai limpidi specchi d'acqua).

All'interno delle gravine si determina inoltre un'inversione termica e di umidità rispetto all'ambiente circostante. L'inversione termica è un fenomeno geoclimatico riscontrabile solo nelle valli strette e nelle gole calcaree, quali sono per esempio le gravine. In base a tale fenomeno, per la minore insolazione del fondo rispetto agli spalti, si ha un clima più fresco ed umido in basso e più caldo e secco in alto. All'inversione termica è di conseguenza legata un'inversione altimetrica della vegetazione, il che spiega la presenza di specie tipiche delle zone ombrose dell'Alta Murgia sul fondo delle gravine, a quote molto più basse (carpino orientale, acero campestre e minore, etc.).

 A questo quadro vegetazionale va sommata poi la millenaria attività antropica sulle originarie foreste che anticamente ricoprivano, in molte zone senza soluzione di continuità, l'intera area delle attuali Murge sud - orientali. Da almeno ottomila anni l'uomo, attraverso l'agricoltura e la pastorizia, ha contribuito ad una drastica modificazione dell'originario ambiente vegetale, introducendo tra l'altro volontariamente, ma spesso anche involontariamente, centinaia di nuove specie, (si pensi per esempio alle graminacee), arricchendo e variando ulteriormente la già ricca flora mediterranea. Del patrimonio naturale originario rimangono oggi solo alcune tracce, più o meno estese a seconda delle zone, formazioni vegetali che, a causa della notevole influenza antropica, quasi mai riescono a raggiungere lo stadio climax.

Ulteriore elemento di eccezionalità delle gravine è dato dal fatto che esse risultano essere le stazioni privilegiate, e a volte uniche, per molte delle cosiddette specie paleoegeiche, (specie quali la salvia triloba, la phlomis fruticosa, la campanula versicolor, l'euforbia arborea o l'asyneuma limonifolium), cioè quelle specie che, come il fragno, sono di origine balcanica, testimonianza dell'antico collegamento esistente nel Miocene tra la penisola balcanica e la Puglia.  

Il territorio del Comune di Mottola è caratterizzato dalla presenza di sette gravine: la parete est della gravina di Santa Croce, la parete est della gravina di Castellaneta, la parete est della gravina di Palagianello, le gravine di Forcella, Petruscio, Corneto, e la parete ovest della gravina di Capo Gavito, insieme a numerosissime lame più piccole e meno profonde.

LE CAVE IN SOTTERRANEO

L'attività estrattiva ha da sempre caratterizzato il territorio pugliese e di Mottola nello specifico.

Il territorio di Mottola è infatti contrassegnato dalla presenza di cave, spesso di considerevoli dimensioni, di calcarenite, sia a cielo aperto che in sotterraneo. In particolare è fortemente caratterizzata dal paesaggio delle cave l'area intorno alla chiesa rupestre di San Gregorio Magno: per la vicinanza al centro urbano è infatti ipotizzabile che gran parte dei materiali da costruzioni utilizzati per gli edifici cittadini, almeno fino al secondo decennio del Novecento, provenissero dalle cave presenti in questa zona (oggi l'attività estrattiva, ancora fiorente, si è trasferita in altre zone del territorio comunale).

Particolarmente suggestive sono le antiche cave sotterranee, enorme e intricato labirinto scavato a colpi di piccone al di sotto del piano di campagna, esteso per un raggio di circa 300 metri. Le lunghe e in parte inesplorate gallerie giungono sin sotto la collina su cui sorge l'attuale centro urbano di Mottola e localmente vengono chiamate "li sbunne".

L'estrazione nelle cave in sotterraneo era preferibile perché, da un lato, si estraeva solo il materiale più adatto, non perdendo tempo e forze con lo strato superficiale in genere molto più duro, e dall'altro si lasciava intatta la superficie agricola soprastante, che quindi poteva essere normalmente coltivata.

Nelle gallerie ancora oggi praticabili, (molte sono infatti chiuse da muri di cemento, crollate sotto il peso della terra soprastante o invase dai liquami di fogne per lo più abusive), alte mediamente otto metri e larghe circa dieci,  è ancora possibile riconoscere, sul piano di calpestio, le tracce delle ruote dei traini, i carri addetti al trasporto del materiale estratto, mentre agli incroci tra le gallerie si scorgono ancora, poco più in alto dell'altezza di un uomo, piccole nicchie annerite dal fumo delle lampade a olio o a petrolio.

Nei secoli passati la dura attività estrattiva nelle cave sotterranee avveniva soprattutto durante la notte (di giorno i cavatori, in genere, lavoravano nei campi): la prima operazione consisteva nel creare una sorta di nicchia, alta pressappoco quanto il cavatore, da cui poi si scendeva, a colpi di piccone, verso il basso, fino ad arrivare al definitivo piano di calpestio della galleria di estrazione, dove si iniziava ad estrarre i blocchi a filari regolari. Le gallerie occupano lo strato migliore del banco tufaceo, non particolarmente duro come quello superficiale e nemmeno troppo tenero come quello degli strati che si trovano al di sotto del piano di calpestio delle gallerie.

I conci estratti erano di varia forma, anzi erano proprio le specifiche misure a dare il nome ai diversi pezzi estratti: i palmatici misuravano cm 27 x 27 x 52; i tufi cm 27 x 20 x 52; gli spigoloni cm 27 x 27 x 75; i pezzotti o quadrilli cm 34 x 27 x 52. Ciascuna misura trovava un uso specifico: in particolare gli spigoloni erano utilizzati come punti di rinforzo e come misure iniziali o finali nell'intradosso delle volte.

Fino a non molti anni fa erano inoltre ancora visibili, sulle pareti delle cave, i segni lasciati dagli scavatori, segni della vita quotidiana o dei sogni di ciascuno di essi, quali per esempio il disegno di una bicicletta o la raffigurazione di un trombettiere che suona il suo strumento.

IL FENOMENO DELLA CIVILTA' RUPESTRE

Con il termine di civiltà rupestre, introdotto per la prima volta in seguito agli studi di Cosimo Damiano Fonseca, si intende l’insieme delle complesse e differenziate realtà sociali e culturali, civili e religiose, legate all’esperienza del vivere in grotta, che hanno interessato dal VI al XIII secolo l’intera Italia Meridionale, continentale e insulare. Nelle case-grotta e nelle chiese-grotta si ritrova una vastissima documentazione inerente la vita, i valori religiosi, l’organizzazione sociale, le tecniche costruttive e le espressioni artistiche del Medioevo pugliese, che merita di essere riscoperta e valorizzata, rendendola fruibile per un pubblico il più vasto e differenziato possibile.

Gli studi condotti sull'eccezionale patrimonio rupestre presente in Puglia hanno rivelato come la genesi storica di tali insediamenti conosca un primo sviluppo in epoca preclassica (con il primo sfruttamento delle grotte naturali e dell'ambiente di lame e gravine da parte dell'uomo preistorico); una seconda fase, compresa tra il Tardo Antico e il Basso Medioevo, vede invece diffondersi l'uso delle abitazioni scavate nella tenera calcarenite di lame e gravine. Molto limitate sono invece le tracce di una frequentazione di tali luoghi nel periodo classico.

Per molti anni e almeno fino all'inizio degli anni '70 del '900, si pensava che le grotte fossero state rioccupate per lo più da monaci ed eremiti di origine bizantina, in fuga dalla loro terra di origine in seguito alle persecuzioni iconoclaste dell' VIII - IX secolo, che dettero vita a comunità monastiche di rito greco completamente slegate dalla vita civile del territorio che li ospitava.

Gli studi, guidati da Cosimo Damiano Fonseca, sono invece giunti alla conclusione che non esisteva una sostanziale differenza tra la vita nei villaggi rupestri e i contemporanei villaggi sub - divo; i modelli architettonici e figurativi si rifanno alla stessa matrice culturale e il fenomeno della civiltà rupestre va quindi considerato a tutti gli effetti come parte integrante della civiltà medievale.

Le ragioni di questa particolare scelta abitativa, alternativa ma non subalterna rispetto all’insediamento subdiviale, sono da collegare essenzialmente alla crisi delle strutture statali, al progressivo declino delle città, all’esigenza di difesa dalle continue e ripetute invasioni barbariche (una casa scavata nella roccia garantiva infatti maggiore sicurezza di una casa in legno, tipico materiale del periodo medievale, oltre ad essere molto più economica). La presenza delle gravine, fronte di cava naturale, e la relativa tenerezza della roccia tufacea locale, ha inoltre facilitato l’attività di scavo e la conseguente formazione degli insediamenti; il microclima favorevole delle gravine, la presenza di acqua e la maggiore facilità di raccogliere quelle piovane, la presenza di suoli fertili nelle vicinanze, sono tutti ulteriori elementi che, oltre a testimoniare l'eccezionale rapporto esistente tra uomo e ambiente nel corso della storia, fecero preferire questa localizzazione insediativa.

Proprio le particolari condizioni ambientali hanno infatti comportato un diverso modo di inventare e di creare forme abitative, utilizzando schemi costruttivi compatibili con l’impianto grottale. È proprio in questo adattamento alle specifiche condizioni ambientali che da un lato si coglie l’originalità e la specificità delle soluzioni adottate, dall’altro, allo stesso tempo, si percepisce la continuità culturale che caratterizza gli schemi urbanistici, la configurazione degli spazi, le forme artistiche.

Particolare importanza riveste il fenomeno rupestre nel periodo medievale, con due distinti periodi di massimo sviluppo: il primo si colloca nella prima metà del X secolo, durante la seconda colonizzazione bizantina; il secondo tra la fine dell’XI e il XIII secolo, durante il periodo normanno e svevo. 

L’ambiente più importante di tutto l’insediamento rupestre è la chiesa. La posizione del luogo di culto all’interno del casale risponde ad una scelta urbanistica ben precisa: di solito le chiese sono poste alla periferia dell’abitato, sulla sommità dello spalto o nella sua parte centrale, senza altre escavazioni nella parte superiore, per una consapevole gerarchia di valori. Molto spesso nelle immediate vicinanze della chiesa si osserva l’abitazione del prete o del custode, collegata al luogo di culto solo dall’esterno; nella maggior parte dei casi intorno alla chiesa è sistemata l’area cimiteriale, con tombe a fossa scavate nel banco tufaceo.

La tipologia delle chiese varia notevolmente: dalla pianta più semplice, di forma quadrata con l’aggiunta di strutture minime quali l’abside ed alcune nicchie (tipica in particolare delle soluzioni più arcaiche, riferibili al IX - XI secolo), fino a planimetrie molto complesse. Le escavazioni più monumentali di solito presentano planimetrie fortemente deformate, in cui i quadrati sono trasformati in trapezi isosceli, e il cui effetto complessivo è la caratteristica forma a ventaglio, espediente per una migliore diffusione della luce.

Molte chiese rupestri nascono nel periodo della dominazione bizantina o subito dopo, quando sono ancora vivi i retaggi culturali di tale presenza: molte di esse riprendono quindi schemi costruttivi ed iconografici tipici delle chiese orientali. La caratteristica più tipica è sicuramente la netta separazione tra il naos (o aula), la parte destinata ai fedeli, e il bema (o presbiterio), riservato esclusivamente al clero officiante; tale divisione era ottenuta mediante l'iconostasi, muretto, basso o alto a seconda dei casi, presente in tutte le chiese bizantine successive al VI secolo, in genere dotato di tre ingressi, funzionali allo svolgimento delle complesse processioni liturgiche tipiche della liturgia di rito orientale. Nelle chiese di impronta bizantina nel bema si trovano due absidiole più piccole, ai lati di quella centrale: la prothesis, di solito a destra, destinata alla conservazione delle ostie consacrate e il diaconicon, in genere a sinistra, dove si conservavano i paramenti liturgici e i corredi sacri. Nelle absidi gli altari erano discosti dalle pareti e molto spesso erano liturgicamente orientati, ossia disposti secondo la direzione in cui nasceva il sole.

Fortissima è stata inoltre l'influenza di Bisanzio anche nell'iconografia sacra, anche molti secoli dopo la cacciata dei Bizantini dalla Puglia: molto diffuse sono le icone devozionali di santi e i soggetti pittorici tipici della tradizione orientale quali il Cristo Pantocratore, le Desis, le Vergini con Bambino.

IL VILLAGGIO DI PETRUSCIO

Foto di Gianluca Andreassi

Il villaggio rupestre di Petruscio rappresenta uno dei più interessanti esempi del vivere in grotta nella nostra regione.

Il casale si estende per circa 600 metri su entrambi gli spalti della gravina omonima, lunga circa quattro chilometri e tra le più spettacolari tra quelle dell'arco ionico. Il villaggio sorge nelle vicinanze dell'antica strada istimica che connetteva Adriatico e Ionio, la Traiana con l'Appia (partendo da Chiatona sulla costa ionica e passando per Palagiano, Mottola e poi continuare verso la costa adriatica), percorso lungo il quale in epoca medievale si concentrarono numerosi insediamenti rupestri più o meno estesi.

Molto poche sono, a differenza di altri siti dello stesso territorio di Mottola, le notizie di archivio relative a questo casale; ricerche archeologiche sporadiche e ritrovamenti casuali hanno però evidenziato la frequentazione del sito di Petruscio e le aree immediatamente circostanti in epoca preromana, romana e altomedievale, pur non potendo attestare con certezza, per l'esiguità dei ritrovamenti, se ci sia stata una vera e propria continuità insediativa nell'area della gravina. La tradizione vuole che il villaggio sia stato scavato e scelto come dimora dai profughi di Mottola, distrutta dai Saraceni nell'847, e che sia stato poi abbandonato dai suoi abitanti alla fine del XII secolo, soprattutto in seguito alla ricostruzione di Mottola (distrutta nuovamente dai Normanni nel 1102 e subito ricostruita).

Foto di Gianluca AndreassiIl casale di Petruscio, nonostante i crolli subiti, in particolare in seguito a diversi terremoti, e la riconquista dello spazio da parte della vegetazione naturale, conserva ancora, perfettamente leggibili, le caratteristiche di un borgo medievale, con le case a schiera disposte su più piani comunicanti tra loro, su entrambi i fianchi della gravina, e il fitto reticolo di strade e scalinate che connettevano le differenti parti dell'insediamento.

Il villaggio si componeva di tutti gli ambienti tipici di un agglomerato urbano medievale: oltre alle abitazioni, spesso in comunione tra uomini e animali, erano presenti complessi produttivi, luoghi di culto, spazi comuni, magazzini, aree cimiteriali.

Gli studi condotti sul villaggio da parte di Pietro Parenzan, che ha censito 96 grotte, hanno portato all'individuazione di cinque differenti tipologie di grotte: grotte "a ventaglio" e quasi a ventaglio (che rappresentano il numero sicuramente maggiore del campione, testimonianza di una tipologia di scavo peculiare dell'area delle gravine ioniche, molto rara invece negli insediamenti rupestri presenti lungo le coste adriatiche, funzionale all'entrata dei raggi solari all'interno della grotta nei periodi più freddi); grotte quadrate; grotte circolari o semicircolari; grotte a pianta irregolare. Si è inoltre cercato di fornire una cronologia attendile per le diverse grotte abitazione: sicuramente più antiche quelle a planimetria ed ingresso irregolare, spesso adattamento di preesistenti cavità naturali, mentre le più recenti sarebbero le grotte caratterizzate da planimetria regolare, con ingressi rettangolari e spesso simili nell'articolazione interna alle coeve abitazioni cittadine, con la tipica distinzione tra "alcova", il luogo per dormire, e "camerino", dove trovavano posto il focolare, i pochi mobili e spesso gli animali domestici.

Foto di Gianluca Andreassi

Particolare della volta di una grotta

Villaggio di Petruscio

L'interno delle abitazioni rupestri si caratterizzava per la presenza, sul soffitto, delle "caviglie", gli anelli scavati nella pietra e utilizzati per appendervi qualsiasi cosa, dalle derrate alimentari alle culle per i neonati; altre caviglie, sulle pareti della grotta, servivano invece a legarvi gli animali. Innumerevoli altri appoggi, nicchie e nicchiette scavate nelle pareti di roccia, spesso costituivano l'unico arredo delle abitazioni rupestri. Sul pavimento si trovano poi spesso le "fovee", profonde buche per la conservazione delle granaglie e dei legumi; immediatamente all'esterno altre buche servivano per raccogliere le immondizie.

Un'eccezionale testimonianza della vita nel villaggio medievale è data dalla complessa ed estesa rete di canalizzazioni e di cisterne, tutte con la caratteristica forma "a campana", per la raccolta e la conservazione delle acque meteoriche, risorsa scarsa indispensabile alla sopravvivenza del villaggio stesso.

Nel villaggio di Petruscio sono state individuate tre chiese rupestri, tutte prive di affreschi ma ricche di graffiti devozionali, soprattutto croci, ascrivibili al periodo altomedievale: la Cattedrale, la chiesa del greppo est e la chiesa dei Polacchi (a ricordo dello stanziamento di un contingente polacco nella gravina nel corso della II guerra mondiale).

La cosiddetta Cattedrale di Petruscio rappresenta uno dei più antichi esempi di chiesa rupestre nel territorio delle Gravine: la pianta mononavata non presenta per esempio il classico orientamento liturgico verso est, tipico delle chiese costruite dopo l'anno Mille; due pilastri ad arcate formano una sorta di iconostasi che divide la parte sacra da quella destinata ai fedeli; l'abside centrale ospita un altare del tipo greco, ossia staccato dalla parete, e un sedile perimetrale.

Non è invece stata individuata la zona cimiteriale del villaggio medievale, probabilmente situata, come in molti altri insediamenti rupestri, sui pianori ai limiti della gravina. Nell'area della Cattedrale sono infatti visibili solo tre tombe.

Il villaggio era anticamente dotato di un sistema difensivo, complementare alle già esistenti difese naturali e al limitato numero di accessi alla gravina (solo sei, tre per ogni lato della gravina): sullo spalto occidentale della gravina sono ancora visibili i resti di una torre circolare, del diametro di circa otto metri, il cui paramento murario è affine per tipologia a quello tipico delle strutture militari longobarde e alle fortificazioni bizantine. I reperti ceramici rinvenuti in occasione di scavi archeologici nelle sue immediate vicinanze permettono di ipotizzare la datazione della struttura ad un periodo compreso tra il IX e l'XI secolo. La mancanza in quest'area, come d'altronde anche all'interno della gravina, di reperti ceramici appartenenti a classi più recenti, quali l'invetriata, la protomaiolica e la maiolica, confermano l'ipotesi che il villaggio sia stato completamente abbandonato poco dopo l'anno Mille.

IL VILLAGGIO DI CASALROTTO

Il villaggio di Casalrotto, costituito da un centinaio di grotte, occupa i due fianchi di una piccola lama ad ovest dell'omonima masseria. Tra i villaggi rupestri medievali, Casalrotto è tra quelli più indagati, sia attraverso le ricche fonti documentarie disponibili che sul campo.

Non esistono documenti altomedievali ma si può ipotizzare che il monastero rupestre di Sant'Angelo, nucleo originario del casale, sia stato fondato da monaci italo - greci nel periodo della seconda colonizzazione bizantina (IX - XI secolo), anche se è verosimile una commistione, sin dalle fasi iniziali, fra la cultura bizantina e quella longobarda: la stessa dedicazione della chiesa a San Michele Arcangelo lo collega immediatamente alla cultura longobarda, che venerava con particolare devozione l'arcangelo comandante delle milizie celesti.

Il toponimo più antico documentato dalle fonti (XII secolo) è Casalis Ruptis, che potrebbe significare "casale rotto", ma anche, in seguito alla deformazione dialettale, "case a grotta".

Le prime notizie storiche certe sono attestate da una "charta donationis" del 1081, con la quale il signore normanno di Mottola, Riccardo Senescalco, donava il monastero di Sant'Angelo al monastero benedettino della SS. Trinità di Cava dei Tirreni.

Il villaggio raggiunse il massimo splendore nel XII e XIII secolo, quando il casale si articolava in una parte rupestre ed una sub - divo. Già a metà del XIII secolo si iniziarono invece ad avvertire i primi segni di declino, accentuatisi nel XIV secolo.  

Il villaggio di Casalrotto si caratterizza per la presenza di quattro chiese: la chiesa di Sant'Angelo, quella di San Cesario, quella di Sant'Apollinare e quella identificata in studi di qualche anno fa come "cripta n.4"; altre due chiese, Santa Margherita e San Nicola, seppure distanti dal villaggio, vengono solitamente a questo associate.

LE CHIESE RUPESTRI DI CASALROTTO

SANT'ANGELO

La chiesa rupestre di Sant'Angelo rappresenta un esempio unico in Italia meridionale (diffuso invece in Cappadocia) di chiesa su due piani, con il vano inferiore avente destinazione funeraria.

La chiesa, preceduta da un piccolo pronao scoperto, si articola in tre navate terminanti in altrettante absidi: molto probabilmente la struttura originaria, risalente al XIII secolo, era binavata, modificata successivamente con l'aggiunta della navata sinistra, databile tra il XIII e il XIV secolo, come è possibile dedurre dal differente stile architettonico che caratterizza le sei nicchie a sesto ribassato, scandite da colonnine con fusto liscio su plinto, scavate nella parete. Contestuale alla navata sinistra è la scala e la stessa cripta sottostante. Le navate sono divise da tre pilastri monolitici; l'abside centrale presenta fondo piatto e un altare di tipo latino, ossia accostato alla parete, mentre le due laterali fondo concavo e resti di altari di tipo greco, al centro dello spazio absidale.

La chiesa si presenta liturgicamente orientata, con le absidi rivolte ad est. Sul pavimento è appena leggibile la traccia dell'iconostasi che divideva lo spazio del bema da quello dell'aula destinato ad accogliere i fedeli.

Gli affreschi, o meglio le tempere su muro, presenti nella chiesa di Sant'Angelo, sono fortemente degradati a causa dei successivi vandalismi ma soprattutto della percolazione delle acque meteoriche, facilitata dal dissodamento dei terreni soprastanti la chiesa.

Gli affreschi sono databili al XIII - XIV secolo, anche se è probabile che almeno alcuni di essi ricoprano altri strati dipinti precedenti.

Nella chiesa superiore sono ancora visibili due Deesis, composizione tipica in molte chiese rupestri, con il Cristo Pantocratore ("onnipotente") al centro e la Madonna e San Giovanni Battista ai lati (a volte San Giovanni Battista è sostituito dal santo cui è dedicata la chiesa o da un santo cui la comunità locale è particolarmente devota). La Deesis rappresenta una raffigurazione sacra ampiamente diffusa in ambito bizantino, in particolare dopo il X secolo e per tradizione richiama il carattere funerario della chiesa: rappresenta infatti la venuta di Gesù alla fine del mondo. Il Cristo, colui che verrà a giudicare i vivi e i morti, spesso dal volto severo, è sempre benedicente, con ai lati due figure molto importanti nella tradizione cristiana, ossia la Vergine, che alla destra del Cristo intercede per gli uomini, e il precursore del Cristo, ossia San Giovanni Battista. Le Deesis presenti nella chiesa sembrano ascrivibili, per alcuni elementi stilistici di impronta latina, al XIV secolo.

La chiesa inferiore di Sant'Angelo, sul cui pavimento sono state ritrovate sette tombe a dimostrazione della sua destinazione funeraria (due di esse ancora integre in occasione degli scavi archeologici condotti nel 1972, hanno permesso di datarle, per il ritrovamento di due monetine bronzee, alla prima metà del XII secolo), presenta una planimetria più organica rispetto a quella della chiesa superiore, concepita unitariamente: anch'essa a tre navate, articolata da due pilastri monolitici e con il fondo scandito da tre absidi.

Nell'abside di destra è visibile una terza Deesis, databile al XIV secolo, con la rappresentazione del Cristo Pantocratore in trono, al centro tra San Basilio, padre del monachesimo orientale che sostituisce la figura della Vergine, e Sant'Andrea, protettore della chiesa di Bisanzio, al posto di San Giovanni Battista. Fra i santi dipinti sulle pareti dell'aula spicca poi l'affresco di San Pietro, santo molto caro all'agiografia latina, ulteriore dimostrazione della contaminazione tra cultura orientale ed occidentale.

SAN NICOLA

Chiesa di San Nicola - Navata laterale

 

La chiesa rupestre di San Nicola a Casalrotto rappresenta uno dei più importanti esempi dell'arte medievale pugliese, entusiasticamente definita come la "Cappella Sistina della civiltà rupestre" per gli affreschi presenti al suo interno, che coprono un arco cronologico che dalla fine del X secolo arriva alla prima metà del XIV.

I documenti medievali esistenti non hanno chiarito a chi ascriverne il possesso, se al monastero benedettino di Sant'Angelo a Casalrotto, a quello della Santissima Trinità a Venosa, al vescovo di Mottola, ad altri ordini religiosi o ancora a privati; né è confermata la dedicazione della chiesa a San Nicola di Myra.

Certamente la chiesa aveva un ruolo centrale nell'organizzazione del territorio circostante, anche per il fatto di trovarsi in un'ottima posizione lungo la Via Tarantina, l'antico asse che collegava Taranto a Matera, lungo il quale è possibile imbattersi in numerosi altri insediamenti rupestri.

Foto di Gianluca AndreassiLa chiesa presenta alcuni dei caratteri tipici delle chiese rupestri del tarantino, quali l'aula spaziosa, la presenza del triforio a dividere l'aula dal bema, il bema a transetto continuo. L'arcata centrale del triforio è molto più larga di quelle laterali, cui corrispondono gli altari della protesi e del diaconico. L'aula è articolata da due massicci pilastri impostati su plinto sporgente, mentre le pareti della chiesa sono arricchite da coppie di arcate cieche con ghiera perimetrale.

Gli affreschi presenti all'interno della chiesa di San Nicola sono prevalentemente di tipo iconico, con la rappresentazione isolata dei Santi venerati nel santuario e con le iscrizioni esegetiche in lettere greche e latine che ne riportano i nomi, spesso in modo abbreviato come era consuetudine. Fanno eccezione alcuni affreschi come le scene del "Transito di San Giovanni Evangelista", la Deesis e il Cristo in trono benedicente Santo Stefano.

 

 

Foto di Gianluca Andreassi

Deesis della chiesa di San Nicola

 

I critici hanno rilevato come in questi affreschi, per la maggior parte stilisticamente di matrice popolare, confluiscano più tradizioni culturali: i canoni espressivi e figurativi della cultura bizantina si sommano infatti agli influssi della cultura longobarda, dell'arte arabo - normanna siciliana e dell'arte benedettina. Chiaramente riferibili all'ascendenza bizantina sono per esempio la Deesis, Santa Parasceve, Santa Pelagia e la Vergine con il Bambino; alla tradizione crociata possono riferirsi invece gli affreschi dei Santi cari ai guerrieri e ai pellegrini (San Michele Arcangelo, San Giorgio, San Giuliano, San Teodoro, San Leonardo di Limoges); ad un ambito devozionale più prettamente locale fanno riferimento infine le raffigurazioni di San Nicola, Santa Lucia e la Parabola delle Vergini.

SANTA MARGHERITA

La chiesa rupestre di Santa Margherita, localizzata a circa un km ad est della masseria di Casalrotto, scavata nella parete sinistra dell'omonima lama, rappresenta uno dei gioielli della civiltà rupestre.

L'invaso rettangolare della chiesa, caratterizzato da una planimetria insolita, è diviso in due navate da pilastri, di cui uno monco, sorreggenti due archi.

Sul fondo della prima abside, a fondo piatto, è presente un altare addossato al muro; nell'altro vano, irregolare sulla destra del primo, con parete di fondo curvilinea e affrescata, si trovano i resti di due altari.

Sul perimetro della chiesa corrono i sedili in pietra (subsellia), tipici di molte chiese rupestri.

La cripta è ricca di affreschi di notevole valore storico - culturale ed artistico.

Foto di Gianluca Andreassi

Santa Margherita

Una prima immagine della santa cui la cripta è dedicata è affrescata sul pilastro che fronteggia l'ingresso: Santa Margherita, il cui nome originario era Santa Marina di Antiochia, indossa nell'affresco una veste sfarzosa, tipicamente bizantina. L'esecuzione accuratissima dell'affresco e l'uso di colori caldi fanno ritenere questo come uno dei migliori esempi in Puglia della produzione pittorica coeva alla dinastia imperiale bizantina dei Comneni (XII secolo), produzione probabilmente influenzata da modelli di origine balcanica.

Nel vano semicircolare è dipinta poi, in dieci riquadri, la storia del martirio della Santa: gli affreschi, di stile popolaresco e ascrivibili al XIII - XIV secolo, sono importanti in quanto le scene della vita della santa si conservano solo in questa e nella cripta di Sant'Antonio a Laterza.

Di estremo interesse la decorazione presente in corrispondenza del secondo altare: tale tipo di decorazione lineare era molto diffuso in Grecia e Cappadocia durante il periodo iconoclasta e dovrebbe risalire ai primi decenni del IX secolo, determinando quindi una retrodatazione dell'escavazione della cripta almeno al periodo delle lotte iconoclaste, tra VIII e IX secolo.

LA NECROPOLI DI CASALROTTO

L'insediamento di Casalrotto è stato interessato da quattro campagne di scavo archeologico tra il 1979 e il 1982, che hanno interessato in particolare una zona tra lo spalto sud della lama e l'antica strada Mottola - Palagiano. In quest'area insiste un'aia di epoca moderna, ricavata abbassando di circa 0.50 metri il piano di roccia originario, al cui interno è possibile ancora leggere tracce di almeno 11 tombe medievali. L'esistenza di tali tracce ha subito fatto immaginare l'esistenza nelle aree immediatamente contermini di un più esteso sepolcreto, ancora visibile nel 1618 secondo notizie d'archivio.

Gli scavi hanno portato alla luce 98 tombe di epoca medievale, tutte scavate nel banco tufaceo e orientate in senso NE - SW, con il cranio del defunto a SW e i piedi a NE. Originariamente tutte le tombe erano provviste di copertura, costituita da lastre di pietra di dimensioni e forma variabile.

In 83 tombe è stata rinvenuta la deposizione: 32 erano tombe a deposizione singola, 17 doppia e 34 plurima (con tre o più inumati insieme), per un totale di 125 individui identificabili con certezza, cui si devono aggiungere almeno altri 13 corpi recuperati all'interno di un pozzo utilizzato come ossario.

Le tombe non hanno rivelato la presenza di oggetti di abbigliamento personale, e ciò non è affatto strano per un cimitero medievale, peraltro sottoposto all'autorità dei monaci del vicino monastero, rigidi controllori della norma funeraria cristiana che voleva il seppellimento in assoluta semplicità: è probabile che i corpi venissero infatti seppelliti semplicemente avvolti in sudari. Quasi completamente assenti, per la stessa ragione, i corredi vascolari. Molto interessante invece il ritrovamento in una deposizione, caso molto raro in Italia, della valva di pecten jacobeus, con due fori per la sospensione, testimonianza del pellegrinaggio compiuto dal defunto presso il santuario di S.Giacomo di Compostela in Spagna. 

Dagli scavi non è emersa nessuna indicazione precisa sulla possibile datazione delle tombe, di conseguenza è possibile solo riferirsi alla vita del villaggio, attestata dalle carte d'archivio, in un periodo compreso tra la fine dell'XI secolo e i primi anni del XIV.

Di estremo interesse sono inoltre i risultati dello studio antropologico effettuato sui resti scheletrici, per i quali si rimanda alla pubblicazione segnalata.

 

 

Si segnalano le pubblicazioni:

 

- C.D. Fonseca: "Civiltà rupestre in Terra Ionica", Sestetti editore, Milano 1971

- P. Lentini: "Il fenomeno della civiltà rupestre nel territorio di Mottola", Congedo editore, Galatina 1988

- C.D. Fonseca, C. D'Angela  (a cura di): "Casalrotto I - La storia, gli scavi", Congedo editore, Galatina 1989

- F. Dell'Aquila, A. Messina: "Le chiese rupestri di Puglia e Basilicata", Adda editore, Bari 1998

- R.Caprara: "Società ed economia nei villaggi rupestri - La vita quotidiana nelle gravine dell'arco Jonico Tarantino", Schena editore, Fasano 2001

 

- Umanesimo della Pietra - Riflessioni, Martina Franca 1997

- Umanesimo della Pietra - Riflessioni, Martina Franca 1998

- Umanesimo della Pietra - Riflessioni, Martina Franca 1999

- Umanesimo della Pietra - Riflessioni, Martina Franca 2001

 

Si segnalano inoltre i siti web:

 

- www.comune.mottola.ta.it 

- www.perieghesis.it