LA GRAVINA CAPO DI GAVITO

 

 LE GRAVINE

Le gravine, formazioni naturali dalle caratteristiche inconsuete ed eccezionali, sono il segno distintivo del paesaggio e della morfologia della Provincia Ionica. Le gravine comprese nelle Province di Taranto, Brindisi, Lecce e Bari sono oltre trecento, e la sola Provincia di Taranto ne conta più di centocinquanta.

Le gravine si formano in corrispondenza del salto orografico che, dai 400 metri di altezza dell'altopiano murgiano, porta ai 50 - 100 metri dove comincia la fascia costiera. Lungo tutto il perimetro dell'altopiano murgiano valloni più o meno paralleli si diramano verso il mar Ionio e verso l'Adriatico: sono caratterizzati da una pendenza più lieve in direzione della costa adriatica (e sono detti lame), più scoscesi e profondi sul versante ionico (gravine).

L'attuale morfologia del territorio è il risultato di processi sviluppatisi nel corso di milioni di anni sulle rocce e sull'ambiente in cui le rocce stesse si sono formate. Le gravine non potrebbero esistere se oltre a particolari condizioni idrografiche non si fossero realizzate particolari e concomitanti condizioni geografiche, geologiche e climatiche. Fondamentale per comprenderne la genesi risulta essere inoltre lo studio della tettonica.

L'origine delle Murge è connessa allo scontro avvenuto nel Cretaceo superiore, circa 100 milioni di anni fa, tra la zolla africana e quella europea. In seguito allo scontro si originarono le Alpi e gli Appennini e si ebbe il sollevamento della cosiddetta "piattaforma appula", la futura area delle Murge, costituita da una serie di strati di rocce calcaree, già frammentate in diversi blocchi distinti a causa degli scontri avvenuti tra le differenti zolle continentali.

Le attuali Murge sono costituite essenzialmente da due unità litostratigrafiche, il calcare di Bari, più in basso e più antico, e il calcare di Altamura, più recente. Il primo raggiunge spessori di circa 2000 metri, mentre il secondo si avvicina ai 1000 metri. Il calcare di Bari non affiora nella Murgia tarantina. Su tali rocce calcaree hanno agito gli agenti meteorici originando i numerosi fenomeni carsici tuttora evidenti.

Nel periodo successivo, Pliocene Medio - Superiore e Pleistocene, delle Murge attuali emergevano allora solo due isole, corrispondenti una all'area nord - occidentale e l'altra alle attuali Murge sud - orientali. Nelle aree invase dal mare si andarono a depositare sedimenti che cementandosi tra loro dettero origine a due altri tipi di rocce: la calcarenite di Gravina nelle aree costiere e le argille sub - appenniniche nelle zone di mare aperto, più profondo.

La calcarenite di Gravina, il comune "tufo", è una roccia sedimentaria organogena ( i suoi elementi sono cioè costituiti da frammenti fossili di gusci di molluschi e crostacei), a granulometria grossolana, di colore giallognolo, a causa delle alterazioni subite da parte degli ossidi ed idrossidi di ferro, o biancastro. Pur essendo anch'essa una roccia calcarea sedimentatasi in ambiente marino, presenta, rispetto al calcare del Cretaceo (calcare di Altamura), due importanti differenze: la prima riguarda l'ambiente in cui si è formata, a clima temperato e non più sub - tropicale, la seconda una notevole differenza di età. A tali differenze corrispondono proprietà meccaniche molto diverse, con una resistenza meccanica assai inferiore nella calcarenite: tale inferiore resistenza della calcarenite ha reso possibile l'attuale morfologia dell'area ed ha permesso il diffuso utilizzo della stessa per scopi edilizi.

Da un punto di vista vegetazionale, le gravine costituiscono delle vere singolarità, in quanto in esse si formano delle nicchie microclimatiche che permettono la sopravvivenza di specie rare ed endemiche. Nella gravina di Laterza per esempio sono state classificate ben 528 specie floristiche. Il fenomeno è riscontrabile anche nelle gravine più piccole, per esempio nella gravina di Riggio a Grottaglie, dove sono state individuate 321 varietà vegetali. L'eccezionale diversificazione nelle presenze vegetazionali si spiega anche con il fatto che le gravine permettono la coesistenza a brevissima distanza di ambienti diversissimi tra loro (dalle piattaforme rocciose alle cavità umide, dalle conche boschive ai pianori erbosi, dai pantani melmosi fino ai limpidi specchi d'acqua).

All'interno delle gravine si determina inoltre un'inversione termica e di umidità rispetto all'ambiente circostante. L'inversione termica è un fenomeno geoclimatico riscontrabile solo nelle valli strette e nelle gole calcaree, quali sono per esempio le gravine. In base a tale fenomeno, per la minore insolazione del fondo rispetto agli spalti, si ha un clima più fresco ed umido in basso e più caldo e secco in alto. All'inversione termica è di conseguenza legata un'inversione altimetrica della vegetazione, il che spiega la presenza di specie tipiche delle zone ombrose dell'Alta Murgia sul fondo delle gravine, a quote molto più basse (carpino orientale, acero campestre e minore, etc.).

A questo quadro vegetazionale va sommata poi la millenaria attività antropica sulle originarie foreste che anticamente ricoprivano, in molte zone senza soluzione di continuità, l'intera area delle attuali Murge sud - orientali. Da almeno ottomila anni l'uomo, attraverso l'agricoltura e la pastorizia, ha contribuito ad una drastica modificazione dell'originario ambiente vegetale, introducendo tra l'altro volontariamente, ma spesso anche involontariamente, centinaia di nuove specie, (si pensi per esempio alle graminacee), arricchendo e variando ulteriormente la già ricca flora mediterranea. Del patrimonio naturale originario rimangono oggi solo alcune tracce, più o meno estese a seconda delle zone, formazioni vegetali che, a causa della notevole influenza antropica, quasi mai riescono a raggiungere lo stadio climax.

Ulteriore elemento di eccezionalità delle gravine è dato dal fatto che esse risultano essere le stazioni privilegiate, e a volte uniche, per molte delle cosiddette specie paleoegeiche, (specie quali la salvia triloba, la phlomis fruticosa, la campanula versicolor, l'euforbia arborea o l'asyneuma limonifolium), cioè quelle specie che, come il fragno, sono di origine balcanica, testimonianza dell'antico collegamento esistente nel Miocene tra la penisola balcanica e la Puglia.

Il territorio del Comune di Mottola è caratterizzato dalla presenza di sette gravine: la parete est della gravina di Santa Croce, la parete est della gravina di Castellaneta, la parete est della gravina di Palagianello, le gravine di Forcella, Petruscio, Corneto, e la parete ovest della gravina Capo di Gavito, insieme a numerosissime lame più piccole e meno profonde.

IL FENOMENO DELLA CIVILTA' RUPESTRE

Con il termine di civiltà rupestre, introdotto per la prima volta in seguito agli studi di Cosimo Damiano Fonseca, si intende l’insieme delle complesse e differenziate realtà sociali e culturali, civili e religiose, legate all’esperienza del vivere in grotta, che hanno interessato dal VI al XIII secolo l’intera Italia Meridionale, continentale e insulare. Nelle case-grotta e nelle chiese-grotta si ritrova una vastissima documentazione inerente la vita, i valori religiosi, l’organizzazione sociale, le tecniche costruttive e le espressioni artistiche del Medioevo pugliese, che merita di essere riscoperta e valorizzata, rendendola fruibile per un pubblico il più vasto e differenziato possibile.

Gli studi condotti sull'eccezionale patrimonio rupestre presente in Puglia hanno rivelato come la genesi storica di tali insediamenti conosca un primo sviluppo in epoca preclassica (con il primo sfruttamento delle grotte naturali e dell'ambiente di lame e gravine da parte dell'uomo preistorico); una seconda fase, compresa tra il Tardo Antico e il Basso Medioevo, vede invece diffondersi l'uso delle abitazioni scavate nella tenera calcarenite di lame e gravine. Molto limitate sono invece le tracce di una frequentazione di tali luoghi nel periodo classico.

Per molti anni e almeno fino all'inizio degli anni '70 del '900, si pensava che le grotte fossero state rioccupate per lo più da monaci ed eremiti di origine bizantina, in fuga dalla loro terra di origine in seguito alle persecuzioni iconoclaste dell' VIII - IX secolo, che dettero vita a comunità monastiche di rito greco completamente slegate dalla vita civile del territorio che li ospitava.

Gli studi, guidati da Cosimo Damiano Fonseca, sono invece giunti alla conclusione che non esisteva una sostanziale differenza tra la vita nei villaggi rupestri e i contemporanei villaggi sub - divo; i modelli architettonici e figurativi si rifanno alla stessa matrice culturale e il fenomeno della civiltà rupestre va quindi considerato a tutti gli effetti come parte integrante della civiltà medievale.

Le ragioni di questa particolare scelta abitativa, alternativa ma non subalterna rispetto all’insediamento subdiviale, sono da collegare essenzialmente alla crisi delle strutture statali, al progressivo declino delle città, all’esigenza di difesa dalle continue e ripetute invasioni barbariche (una casa scavata nella roccia garantiva infatti maggiore sicurezza di una casa in legno, tipico materiale del periodo medievale, oltre ad essere molto più economica). La presenza delle gravine, fronte di cava naturale, e la relativa tenerezza della roccia tufacea locale, ha inoltre facilitato l’attività di scavo e la conseguente formazione degli insediamenti; il microclima favorevole delle gravine, la presenza di acqua e la maggiore facilità di raccogliere quelle piovane, la presenza di suoli fertili nelle vicinanze, sono tutti ulteriori elementi che, oltre a testimoniare l'eccezionale rapporto esistente tra uomo e ambiente nel corso della storia, fecero preferire questa localizzazione insediativa.

Proprio le particolari condizioni ambientali hanno infatti comportato un diverso modo di inventare e di creare forme abitative, utilizzando schemi costruttivi compatibili con l’impianto grottale. È proprio in questo adattamento alle specifiche condizioni ambientali che da un lato si coglie l’originalità e la specificità delle soluzioni adottate, dall’altro, allo stesso tempo, si percepisce la continuità culturale che caratterizza gli schemi urbanistici, la configurazione degli spazi, le forme artistiche.

Particolare importanza riveste il fenomeno rupestre nel periodo medievale, con due distinti periodi di massimo sviluppo: il primo si colloca nella prima metà del X secolo, durante la seconda colonizzazione bizantina; il secondo tra la fine dell’XI e il XIII secolo, durante il periodo normanno e svevo.

L’ambiente più importante di tutto l’insediamento rupestre è la chiesa. La posizione del luogo di culto all’interno del casale risponde ad una scelta urbanistica ben precisa: di solito le chiese sono poste alla periferia dell’abitato, sulla sommità dello spalto o nella sua parte centrale, senza altre escavazioni nella parte superiore, per una consapevole gerarchia di valori. Molto spesso nelle immediate vicinanze della chiesa si osserva l’abitazione del prete o del custode, collegata al luogo di culto solo dall’esterno; nella maggior parte dei casi intorno alla chiesa è sistemata l’area cimiteriale, con tombe a fossa scavate nel banco tufaceo.

La tipologia delle chiese varia notevolmente: dalla pianta più semplice, di forma quadrata con l’aggiunta di strutture minime quali l’abside ed alcune nicchie (tipica in particolare delle soluzioni più arcaiche, riferibili al IX - XI secolo), fino a planimetrie molto complesse. Le escavazioni più monumentali di solito presentano planimetrie fortemente deformate, in cui i quadrati sono trasformati in trapezi isosceli, e il cui effetto complessivo è la caratteristica forma a ventaglio, espediente per una migliore diffusione della luce.

Molte chiese rupestri nascono nel periodo della dominazione bizantina o subito dopo, quando sono ancora vivi i retaggi culturali di tale presenza: molte di esse riprendono quindi schemi costruttivi ed iconografici tipici delle chiese orientali. La caratteristica più tipica è sicuramente la netta separazione tra il naos (o aula), la parte destinata ai fedeli, e il bema (o presbiterio), riservato esclusivamente al clero officiante; tale divisione era ottenuta mediante l'iconostasi, muretto, basso o alto a seconda dei casi, presente in tutte le chiese bizantine successive al VI secolo, in genere dotato di tre ingressi, funzionali allo svolgimento delle complesse processioni liturgiche tipiche della liturgia di rito orientale. Nelle chiese di impronta bizantina nel bema si trovano due absidiole più piccole, ai lati di quella centrale: la prothesis, di solito a destra, destinata alla conservazione delle ostie consacrate e il diaconicon, in genere a sinistra, dove si conservavano i paramenti liturgici e i corredi sacri. Nelle absidi gli altari erano discosti dalle pareti e molto spesso erano liturgicamente orientati, ossia disposti secondo la direzione in cui nasceva il sole.

Fortissima è stata inoltre l'influenza di Bisanzio anche nell'iconografia sacra, anche molti secoli dopo la cacciata dei Bizantini dalla Puglia: molto diffuse sono le icone devozionali di santi e i soggetti pittorici tipici della tradizione orientale quali il Cristo Pantocratore, le Desis, le Vergini con Bambino.

IL VILLAGGIO DI PETRUSCIO

Il villaggio rupestre di Petruscio rappresenta uno dei più interessanti esempi del vivere in grotta nella nostra regione. Il casale si estende per circa 600 metri su entrambi gli spalti della gravina omonima, lunga circa quattro chilometri e tra le più spettacolari tra quelle dell'arco ionico. Il villaggio sorge nelle vicinanze dell'antica strada istimica che connetteva Adriatico e Ionio, la Traiana con l'Appia (partendo da Chiatona sulla costa ionica e passando per Palagiano, Mottola e poi continuare verso la costa adriatica), percorso lungo il quale in epoca medievale si concentrarono numerosi insediamenti rupestri più o meno estesi.

Molto poche sono, a differenza di altri siti dello stesso territorio di Mottola, le notizie di archivio relative a questo casale; ricerche archeologiche sporadiche e ritrovamenti casuali hanno però evidenziato la frequentazione del sito di Petruscio e le aree immediatamente circostanti in epoca preromana, romana e altomedievale, pur non potendo attestare con certezza, per l'esiguità dei ritrovamenti, se ci sia stata una vera e propria continuità insediativa nell'area della gravina. La tradizione vuole che il villaggio sia stato scavato e scelto come dimora dai profughi di Mottola, distrutta dai Saraceni nell'847, e che sia stato poi abbandonato dai suoi abitanti alla fine del XII secolo, soprattutto in seguito alla ricostruzione di Mottola (distrutta nuovamente dai Normanni nel 1102 e subito ricostruita).

Il casale di Petruscio, nonostante i crolli subiti, in particolare in seguito a diversi terremoti, e la riconquista dello spazio da parte della vegetazione naturale, conserva ancora, perfettamente leggibili, le caratteristiche di un borgo medievale, con le case a schiera disposte su più piani comunicanti tra loro, su entrambi i fianchi della gravina, e il fitto reticolo di strade e scalinate che connettevano le differenti parti dell'insediamento.

Il villaggio si componeva di tutti gli ambienti tipici di un agglomerato urbano medievale: oltre alle abitazioni, spesso in comunione tra uomini e animali, erano presenti complessi produttivi, luoghi di culto, spazi comuni, magazzini, aree cimiteriali.

Gli studi condotti sul villaggio da parte di Pietro Parenzan, che ha censito 96 grotte, hanno portato all'individuazione di cinque differenti tipologie di grotte: grotte "a ventaglio" e quasi a ventaglio (che rappresentano il numero sicuramente maggiore del campione, testimonianza di una tipologia di scavo peculiare dell'area delle gravine ioniche, molto rara invece negli insediamenti rupestri presenti lungo le coste adriatiche, funzionale all'entrata dei raggi solari all'interno della grotta nei periodi più freddi); grotte quadrate; grotte circolari o semicircolari; grotte a pianta irregolare. Si è inoltre cercato di fornire una cronologia attendile per le diverse grotte abitazione: sicuramente più antiche quelle a planimetria ed ingresso irregolare, spesso adattamento di preesistenti cavità naturali, mentre le più recenti sarebbero le grotte caratterizzate da planimetria regolare, con ingressi rettangolari e spesso simili nell'articolazione interna alle coeve abitazioni cittadine, con la tipica distinzione tra "alcova", il luogo per dormire, e "camerino", dove trovavano posto il focolare, i pochi mobili e spesso gli animali domestici.

L'interno delle abitazioni rupestri si caratterizzava per la presenza, sul soffitto, delle "caviglie", gli anelli scavati nella pietra e utilizzati per appendervi qualsiasi cosa, dalle derrate alimentari alle culle per i neonati; altre caviglie, sulle pareti della grotta, servivano invece a legarvi gli animali. Innumerevoli altri appoggi, nicchie e nicchiette scavate nelle pareti di roccia, spesso costituivano l'unico arredo delle abitazioni rupestri. Sul pavimento si trovano poi spesso le "fovee", profonde buche per la conservazione delle granaglie e dei legumi; immediatamente all'esterno altre buche servivano per raccogliere le immondizie.

Un'eccezionale testimonianza della vita nel villaggio medievale è data dalla complessa ed estesa rete di canalizzazioni e di cisterne, tutte con la caratteristica forma "a campana", per la raccolta e la conservazione delle acque meteoriche, risorsa scarsa indispensabile alla sopravvivenza del villaggio stesso.

Nel villaggio di Petruscio sono state individuate tre chiese rupestri, tutte prive di affreschi ma ricche di graffiti devozionali, soprattutto croci, ascrivibili al periodo altomedievale: la Cattedrale, la chiesa del greppo est e la chiesa dei Polacchi (a ricordo dello stanziamento di un contingente polacco nella gravina nel corso della II guerra mondiale).

La cosiddetta Cattedrale di Petruscio rappresenta uno dei più antichi esempi di chiesa rupestre nel territorio delle Gravine: la pianta mononavata non presenta per esempio il classico orientamento liturgico verso est, tipico delle chiese costruite dopo l'anno Mille; due pilastri ad arcate formano una sorta di iconostasi che divide la parte sacra da quella destinata ai fedeli; l'abside centrale ospita un altare del tipo greco, ossia staccato dalla parete, e un sedile perimetrale. Non è invece stata individuata la zona cimiteriale del villaggio medievale, probabilmente situata, come in molti altri insediamenti rupestri, sui pianori ai limiti della gravina. Nell'area della Cattedrale sono infatti visibili solo tre tombe.

Il villaggio era anticamente dotato di un sistema difensivo, complementare alle già esistenti difese naturali e al limitato numero di accessi alla gravina (solo sei, tre per ogni lato della gravina): sullo spalto occidentale della gravina sono ancora visibili i resti di una torre circolare, del diametro di circa otto metri, il cui paramento murario è affine per tipologia a quello tipico delle strutture militari longobarde e alle fortificazioni bizantine. I reperti ceramici rinvenuti in occasione di scavi archeologici nelle sue immediate vicinanze permettono di ipotizzare la datazione della struttura ad un periodo compreso tra il IX e l'XI secolo. La mancanza in quest'area, come d'altronde anche all'interno della gravina, di reperti ceramici appartenenti a classi più recenti, quali l'invetriata, la protomaiolica e la maiolica, confermano l'ipotesi che il villaggio sia stato completamente abbandonato poco dopo l'anno Mille.

 

 

Si segnalano le pubblicazioni:
- C.D. Fonseca: "Civiltà rupestre in Terra Ionica", Sestetti editore, Milano 1971
- P. Lentini: "Il fenomeno della civiltà rupestre nel territorio di Mottola", Congedo editore, Galatina 1988
- F. Dell'Aquila, A. Messina: "Le chiese rupestri di Puglia e Basilicata", Adda editore, Bari 1998
- R.Caprara: "Società ed economia nei villaggi rupestri - La vita quotidiana nelle gravine dell'arco Jonico Tarantino", Schena editore, Fasano 2001
- Umanesimo della Pietra - Riflessioni, Martina Franca 1997 – 1998 – 1999 – 2001 - 2003
 

Si segnalano inoltre i siti web:

- www.comune.mottola.ta.it

- www.perieghesis.it