LA MURGIA MATERANA

IL PARCO REGIONALE ARCHEOLOGICO STORICO NATURALE DELLE CHIESE RUPESTRI DEL MATERANO

Cristo la Selva - Gravina di Matera (loc. Vitisciulo)

Il parco, esteso per oltre 6000 ettari nel territorio dei Comuni di Matera e Montescaglioso, comprende per intero la gravina di Matera.

La battaglia per la riscoperta e la valorizzazione della civiltà rupestre, indissolubilmente legata alla presenza del fenomeno gravina, e per l'istituzione del Parco inizia nel lontano 1958, ad opera del Circolo "La Scaletta" di Matera, ma solo nel 1978 viene emanata la legge regionale di istituzione del Parco delle Chiese Rupestri. In questo lasso di tempo, e in periodi anche più recenti, si è assistito, spesso impotenti, alla distruzione ed al saccheggio di un patrimonio di eccezionale valore, unico nel suo genere: chiese rupestri rase al suolo o irrimediabilmente compromesse, affreschi asportati o deturpati dai vandali, iazzi e masserie abbandonate e ridotte in rovina, cave aperte con disprezzo dei rilevanti valori paesaggistici e naturalistici presenti, inutili e antieconomiche modifiche alle colture tradizionali, diffusione di miriadi di piccole discariche abusive.

L'istituzione del Parco mira a salvaguardare le più affascinanti tracce della civiltà rupestre presenti in Italia, tracce che consentono di distinguere le differenti culture che nel corso dei millenni si sono avvicendate su questo territorio, con la caratteristica comune di uno strettissimo legame con il particolare ambiente naturale in cui si andavano ad insediare.

LE CARATTERISTICHE AMBIENTALI, LA FLORA E LA FAUNA

L'area del Parco è caratterizzata dalla presenza della profonda gravina di Iesce (comunemente detta di Matera), in cui confluiscono i valloni della Femmina, del Prete, delle Tre Porte, della Loe, di Serritello, di S.Bruno - Malve e da scoscesi strapiombi come quello di Tempa Rossa.

Alyssum saxatile

Ad ovest di Matera il Parco comprende anche il corso della gravina di Picciano, che si congiunge poi con il fiume Bradano.

La Gravina di Matera si sviluppa per quasi venti chilometri, dai piedi della città di Matera, resa celebre per i suoi Sassi (abitazioni scavate nel tufo e utilizzate per millenni dalla gente del posto) e dichiarata patrimonio mondiale dall’UNESCO, fino alle alture argillose di Montescaglioso.

La geologia di questa parte delle Murge è costituita da un blocco roccioso composto da calcari del cretaceo superiore disposti a strati orizzontali, alternati a strati sottilissimi di terra rossa, nei calcari più recenti, o bruna nerastra, in quelli più antichi. Questi sottili strati di terreno, trasportati dalle piogge, si sono accumulati sul fondo delle lame e delle vallecole laterali, offrendo terreni fertili adatti ad un uso produttivo del suolo.

Campanula versicolor

In un'estesa area del Parco, il blocco calcareo è ricoperto da uno strato di tufo, più recente e quindi più tenero. La presenza del tufo da un lato ha favorito la diffusione delle colture arboree, permettendo la penetrazione delle radice in profondità, dall'altro ha agevolato anche l'insediamento umano, grazie alla facilità con cui questo materiale, a differenza della roccia calcarea più antica, può essere scavato e lavorato.

Per la natura calcarea del terreno, scarsa è l'idrografia superficiale: il torrente Gravina di Matera, che costeggia ad est la città di Matera, il torrente Gravina di Picciano sul fondo della gravina omonima, il torrente Iesce.

Eliantemo ionico

Il suolo quasi ovunque povero e roccioso, la cronica mancanza d’acqua dovuta alla natura carsica del terreno, il clima che alterna il sole ardente dell’estate al vento e alle piogge dell’inverno fanno sì che la vegetazione della Gravina di Matera e del Parco non sia particolarmente abbondante. La vegetazione arborea riesce a svilupparsi anche sulla roccia calcarea, per natura fessurata, che permette alle radici delle piante di penetrare in profondità fino a raggiungere i sottili depositi di terra presenti tra uno strato di roccia e l'altro.

Tra le essenze arboree vanno ricordate il leccio (soprattutto presso lo sbocco del vallone, sulle colline di Montescaglioso), la roverella, il fragno, l'acero minore e l'orniello; tra gli arbusti, tipici della macchia mediterranea, il biancospino, l'alaterno, la rosa selvatica, il terebinto, la fillirea, il lentisco, il perastro. L'habitat rupestre si dimostra ideale per alcune specie rare e caratteristiche, quali la campanula versicolor, l'eliantemo ionico e la violaciocca minore.

Ophrys

Le aree a pascolo, sui bordi della gravina, si caratterizzano per la presenza diffusa di banchi di roccia affiorante, ambiente adatto a arbusti e piante erbacee (cardi, asfodeli, orchidee di numerose specie), che da sempre hanno contribuito, con la loro presenza, a limitare l'erosione del ridotto manto di terreno superficiale. Nell'area del Parco ruolo importante rivestono le numerose piante officinali presenti: per citare solo quelle più conosciute, il timo, la salvia, il rosmarino, l'origano, la menta, la malva.

Anticamente quest'area, così come l'intera Murgia, era rivestita da estese foreste di alto fusto, con prevalenza di querce, intervallate da tratti di fitta macchia mediterranea.

L'habitat rupestre si dimostra inoltre ideale per la nidificazione di numerose specie di uccelli, ed in particolare per molti rapaci, alcuni dei quali rari. Non si può infine non accennare alla presenza in quest'area del grillaio, che proprio a Matera è presente con una delle colonie più numerose.

GLI INSEDIAMENTI E LE CHIESE RUPESTRI

Il popolamento della Murgia materana risale a tempi antichissimi, e a conferma di questo sono state identificate dei siti abitati in epoca paleolitica (Grotta dei Pipistrelli) e neolitica (villaggi fortificati nelle contrade Murgecchia, Murgia Timone e Tirlecchia).

Il periodo di gravi sconvolgimenti che caratterizzò il territorio della città di Matera tra il VI e il X secolo, area contesa tra Bizantini, Longobardi e Saraceni, spinse gli abitanti della città a cercare rifugio nei luoghi più inaccessibili della Murgia. Alle comunità locali si aggiunsero asceti ed eremiti che fuggivano dalla Siria, dalla Palestina, dalla Cappadocia e dalla Sicilia musulmana, scegliendo questi luoghi perché adatti ad una vita di meditazione e di preghiera.

Il fenomeno delle chiese rupestri di Matera, e più in generale il fenomeno del "vivere in grotta", nasce quindi dall'incontro tra una comunità locale, per la quale l'insediamento in grotta era un fenomeno acquisito da innumerevoli generazioni, e la spiritualità dei monaci di rito italo - greco, che importarono dai loro paesi d'origine ulteriori modelli di architettura ed iconografia rupestre. A seguito dell'instabilità politica a Matera erano contestualmente presenti due culture: quella greca, facente riferimento ai Bizantini, e quella latina, facente capo ai Longobardi e all'ordine dei Benedettini. Solo nell'XI secolo con l'avvento dei Normanni si rese possibile la reale fusione tra le due culture.

La realizzazione di un insediamento rupestre, il processo finalizzato a ricavare un vuoto nel pieno, si ispirava all'architettura in muratura, imitandone i particolari architettonici e decorativi, ma godeva di una maggiore libertà espressiva, essendo minori i vincoli statici da rispettare. Si procedeva innanzi tutto all'individuazione di un sito adatto allo scavo, sito che veniva ripulito portando alla luce la roccia nuda, sulla quale si praticava una prima incisione, che via via approfondita, costituiva l'ingresso. Lo scavo degli ambienti veniva realizzato procedendo in orizzontale, lasciando il piano di calpestio a gradoni: veniva dapprima rifinito il soffitto, poi le pareti laterali, quindi la parete di fondo e solo per ultimo il piano di calpestio; si determinava quindi prima di tutto la profondità dell'ambiente, poi la sua larghezza e infine la sua altezza, determinata dal livellamento del pavimento.

La tipologia delle chiese rupestri si presenta molto varia, in funzione della disposizione dei singoli spazi liturgici e condizionata dalle esigenze del culto, differenti tra il culto greco e quello latino. Un ulteriore differenziazione è data dalle differenti tipologie di comunità monastiche: si possono distinguere gli eremi o asceteri, celle di singoli anacoreti, caratterizzate da spazi ridotti e dalla povertà delle architetture e delle decorazioni; le laure, cappelle circondate da numerose cavità dove i singoli monaci si isolavano al termine delle funzioni religiose, unico momento di vita comune; i cenobi, dove i monaci conducevano una vita comunitaria, fatta di preghiera ma anche di attività quotidiane in comune; i santuari, chiese isolate destinate a luoghi di pellegrinaggio in particolari occasioni; le chiese dei casali, molto simili alla tipologia cenobitica, con la differenza che nel caso dei cenobi la chiesa costituiva il fulcro per una comunità religiosa e nel caso dei casali per una comunità laica.

Le chiese con impianto monumentale sono spesso fornite di un atrio coperto, il nartece. All'interno le chiese sono articolate in ingresso, aula e presbiterio.

Il valore liturgico dell'ingresso è legato alla simbologia salvifica della porta, identificata con Cristo. La tipologia degli ingressi presenta innumerevoli varianti, anche se la linea più diffusa è quella ad arco dolcemente parabolico. Di estremo interesse i casi in cui l'ingresso rappresenta uno straordinario esempio di integrazione tra escavazione e costruzione. L'ingresso ha inoltre la funzione di convogliare all'interno della chiesa la luce, essendo nella maggior parte dei casi l'unica fonte di illuminazione delle chiese stesse. In alcuni esempi l'ingresso è immediatamente seguito da un vestibolo (per esempio a S.Luca, dove funge da elemento di distribuzione tra ingresso, aula, battistero e cappella votiva), mentre in molti altri il vestibolo è inglobato nell'aula.

L'aula è l'ambiente, quasi sempre a forma pseudo - rettangolare, destinato ad accogliere i fedeli che assistono alla liturgia. L’aula può essere suddivisa in navate da pilastri generalmente di forma quadrangolare e in alcuni casi si arricchisce di cappelle laterali. In molti casi l’ambiente è corredato di banchine e da arcatelle cieche, ricavate entrambe direttamente dallo scavo del masso tufaceo e disposte lungo l'intero perimetro.

Il presbiterio o santuario o bema, ha in genere forma molto raccolta e termina nella nicchia absidale. La necessità di isolare il santuario dal resto della chiesa, fece adottare nelle chiese di rito greco, due differenti tipologie di recinzione (iconostasi): la pergula, muretto basso che non occlude completamente la visuale, e il templon, vera e propria parete che raggiunge il soffitto, aperta solo da uno stretto varco centrale e da due finestrelle laterali. Nel santuario trova posto l'altare principale della cripta, in posizione centrale o addossato alla parete dell'abside

In molti casi le chiese rupestri vennero arricchite con affreschi raffiguranti immagini sacre del Cristo, della Vergine e dei Santi. La peculiarità degli affreschi delle chiese rupestri di Matera è data proprio dal fatto di essere di tipo quasi sempre iconico: immagini per lo più isolate tese a rappresentare la figura del santo nella sua immobilità. La datazione di questi affreschi è spesso problematica, dal momento che si tratta di un'arte che ha preservato le sue caratteristiche, cristallizzando gli schemi iconografici, per un periodo di tempo molto lungo. E' comunque possibile affermare che la maggior parte degli affreschi appartiene ad un periodo compreso tra il XII e il XIII secolo, e risente di una marcata influenza bizantina.

IL VALLONE DELLA LOE

Foto di Gianluca Andreassi

Il profondo vallone della Loe, inciso nella Murgia di S.Andrea (una delle aree che ha meglio conservato, grazie alla sensibilità del proprietario, le tracce dell’antica copertura arborea che anticamente doveva ricoprire aree ben più vaste della Murgia Materna), nasconde e custodisce nelle pareti alcune tra le più interessanti chiese rupestri del territorio del parco.

La prima chiesa che si incontra, provenendo da Casino Irene, è la cripta di Sant’Andrea. La pianta, rettangolare, è divisa in due navate con due catini absidali sul fondo.

Cripta di S. Andrea

Dopo circa duecento metri si incontra la cripta del Canarino (il nome fu dato alla chiesa dai soci del circolo La Scaletta, quando nel corso dei rilievi condotti nel 1960, seppellirono qui un canarino considerato portafortuna del gruppo). L’interno della chiesa, a navata unica e di forma rettangolare, è caratterizzato dalla presenza di un sedile (subselia) che corre lungo tutto il muro perimetrale. Numerose croci ed iscrizioni in greco e latino ormai illeggibili ricoprono le pareti della chiesa.

Cripta del Canarino

Poco distante si trova poi la cripta della Scaletta, risalente al X-XI secolo: l’accesso, segnalato da un arco parabolico, immette in un’aula contornata da una banchina perimetrale; l’iconostasi a muretto divide l’aula dal bema, in cui restano tracce del plinto dell’altare; l’abside presenta due ampie nicchie, probabilmente con funzioni di prothesis e diaconicon.

Cripta della Scaletta

Proseguendo si incontra la chiesa rupestre dedicata alla Madonna della Murgia, per secoli santuario della comunità rurale di Montescaglioso. Documenti storici testimoniano la sua esistenza sin dall'XI secolo, col titolo di S. Maria della Palomba; localmente è detta la Madonna della Loe. Scavata nella pietra ma alterata nelle sue forme originarie dai continui rimaneggiamenti nel corso dei secoli, presenta una facciata in muratura, Dell’impianto originario permangono un pilastro mozzo che pende dalla volta, due cavità absidali e l’altare sinistra; ai lati della chiesa si aprono due ambienti sepolcrali con numerose tombe.

Madonna della Murgia

 

IL VILLAGGIO SARACENO

Foto di Gianluca Andreassi

Il Villaggio Saraceno, in contrada Vitisciulo, con le sue 70 grotte costituisce uno dei migliori esempi di "Casale", villaggi rupestri sedi di comunità laiche, abitati soprattutto nel periodo medievale.

Il nome, tramandato oralmente da pastori e contadini locali, può essere interpretato in più maniere: una prima interpretazione vuole che il casale sia stato scavato, fortificato e abitato da pirati saraceni, che avevano adottato questo luogo quale centro per le scorrerie nelle aree limitrofe; una seconda vuole che sia stato scavato e abitato dagli abitanti di Montescaglioso e delle contrade vicine che volevano sfuggire alle scorrerie dei pirati saraceni, che provenienti dallo Ionio, risalivano il Bradano, a quei tempi per un lungo tratto navigabile, per predare i paesi dell'interno; una terza interpretazione, sicuramente la più attendibile, spiega il nome del villaggio con l'appartenenza di tutta quest'area alla nobile famiglia Saraceno.

Il vasto villaggio rupestre occupa una posizione assolutamente strategica: è infatti completamente incassato tra due spalti di roccia, in una valletta laterale del torrente Gravina, che lo nascondono allo sguardo fino a quando non vi si è giunti sopra, mentre lo sguardo degli abitanti del villaggio può spaziare in tutte le direzioni.

La maggior parte delle grotte è esposta a sud - est per ottimizzare le condizioni di insolazione. L'interno delle grotte è sempre arricchito dalla presenza di numerose nicchie, di "boccole" per appendere lucerne o altri oggetti, di mensole dove riporre le derrate alimentari lontane dagli animali, di camini. Di solito un arco a volta introduce nella camera da letto, piccolo spazio dove sono evidenti sulla parete i fori per infilare i bastoni che reggevano il tavolato su cui dormire.

Sul piano sovrastante le grotte si possono osservare numerose tombe, anch'esse scavate nella roccia, alcune delle quali di piccoli dimensioni, destinate a accogliere il corpo di neonati e bambini piccoli, a dimostrazione che si trattava di una comunità stabilmente insediata in quest'area.

Un discorso a parte, in un ambiente così scarso di fonti sorgive, merita la raccolta e la conservazione delle acque meteoriche: l'acqua, elemento principale per la sopravvivenza della comunità, veniva raccolta grazie ad una fitta rete di canalette scavate nella roccia, ubicate sia nella parte alta che a mezza costa, destinate a convogliare le acque piovane in apposite cisterne, scavate anch’esse nel tufo e successivamente intonacate per ridurre la dispersione del prezioso liquido, presenti in ogni grotta adibita ad abitazione. Grondaie e canaletti scavati superiormente e sui due lati degli ingressi alle abitazioni, impedivano all'acqua piovana di penetrare all'interno delle abitazioni, convogliandola invece ai pozzi di raccolta. Sul fondo del piccolo vallone sui cui fianchi si arrocca il villaggio Saraceno si riscontra la presenza di altri serbatoi, che raccoglievano le acque piovane e quelle di scolo provenienti dai fianchi della valletta, dopo che queste avevano attraversato una serie di rozze vasche di decantazione.

Il Villaggio Saraceno, come molti altri presenti sulla Murgia, è stato utilizzato fino ai primi decenni del '900 da comunità di pastori che hanno adattato molte delle grotte ad ovili, fienili e anche a rudimentali caseifici. L'importanza del Villaggio Saraceno e il numero elevato dei suoi abitanti è testimoniato tra l'altro dalla presenza di due chiese, a dimostrazione dell'importanza del momento religioso all'interno della comunità laica qui riunitasi.

La cripta del Vitisciulo, ad una navata, ha subito numerosi adattamenti e trasformazioni nel corso dei secoli che ne hanno cancellato o quasi i caratteri originari.

Cripta di San Luca

Molto più interessante la cripta di San Luca, considerata un "gioiellino bizantino". L'uomo, nel processo di adattamento e trasformazione di questi spazi rupestri, ha profondamente danneggiato la fattura dell'ingresso alla chiesa. Subito dopo l'ingresso si trova un piccolo vestibolo a pianta rettangolare, dal quale, sulla sinistra, si accede ad un altro ambiente, a pianta quadrata, riconoscibile quale fonte battesimale della chiesa, per la presenza di una conca semicircolare ad un livello più basso rispetto a quello del pavimento. Sulla destra del vestibolo si apre invece una piccola cappella scavata nella roccia, con resti dell'originario altare. Oltre il vestibolo, in successione e posti su piani differenti, si incontrano una serie di spazi liturgici: superati due gradini si accede all'aula della chiesa, caratterizzata dalla presenza di sedili lungo tutte le pareti, con la parete destra arricchita da una croce e da una lesena con capitello a rilievo; altri due gradini e si accede al bema o Sancta Sanctorum della chiesa, articolato in due parti distinte e separato dal resto della chiesa da un'iconostasi ricavata con opera di traforo della pietra; superata l'iconostasi ci si imbatte nel plinto dell'altare centrale, sovrastato da una cupoletta a cerchi concentrici scavata nella roccia, unica decorazione del soffitto, che nel resto della chiesa si presenta invece piano e disadorno; a destra e a sinistra dell'altare si trovano due nicchie asimmetriche (probabili diaconicon e prothesis), mentre nel vano absidale si trova una nicchia con sedile.

LA CRIPTA DEL PECCATO ORIGINALE

La cripta del Peccato originale è localizzata a circa un chilometro da masseria Dragone, in prossimità del torrente Gravina. La cripta è da molti considerata la Cappella Sistina degli insediamenti rupestri, affrescata tra la fine dell' VIII secolo e gli inizi del IX secolo sulle pareti di una piccola chiesa scavata da monaci benedettini.

Il vasto vano rupestre è conosciuto localmente come “Grotta dei Centosanti”, in virtù dell’estesa decorazione pittorica presente al suo interno; la denominazione attuale è invece connessa alla presenza di un ciclo pittorico relativo al Vecchio Testamento e incentrato sul Peccato originale. La dedicazione originaria della chiesa risulta ignota, anche se la presenza nelle abisidi delle raffigurazioni di San Pietro, San Michele e della Vergine fanno ipotizzare uno stretto collegamento del sito con i monasteri di Santa Sofia a Benevento (774) e di San Vincenzo al Volturno (893), intitolati rispettivamente a Santa Maria e San Michele il primo e a San Pietro il secondo.

La datazione degli affreschi, ascrivibile al IX – X secolo, e i motivi di origine occidentale fanno ipotizzare quindi uno stretto legame con la cultura beneventana, connessa con una precoce presenza benedettina nel territorio di Matera. Il ciclo di affreschi della chiesa del Peccato originale rappresenta quindi la più antica attestazione artistica rupestre nel territorio materano, in grado di rafforzare l’idea delle origini antiche della convivenza tra cultura occidentale e cultura orientale, confutando la convinzione della preponderanza e della prevalenza dell’impronta greco-bizantina nell’arte rupestre.

L’interno della cripta è molto semplice, composto di un’unica aula grossomodo quadrangolare, priva di elementi architettonici di rilievo. In questo caso manca qualsiasi raffronto significativo con tipologie edilizie sub-divo e non esistono elementi (quali la divisione in navate o la separazione tra parte sacra e parte destinata ai fedeli) in grado di specificare la destinazione degli spazi; le stesse absidi, a causa dell’irregolarità delle misure e della specifica localizzazione all’interno della chiesa, non convincono pienamente circa il loro ruolo liturgico.

Il ciclo di affreschi copre due delle tre pareti della chiesa rupestre (la quarta parete, quella verso la gravina, è infatti quasi completamente crollata).

Nella parete di sinistra, caratterizzata dalla presenza di tre absidi, si conservano gli affreschi della triarchia Apostolica (a sinistra), ossia Giovanni, Pietro e Andrea da destra a sinistra; della Madonna Regina (al centro); della triarchia Angelica (a destra), ossia gli arcangeli Gabriele, Michele e Raffaele da sinistra a destra. Al di sopra delle absidi si svolgeva una decorazione, oggi ridotta in frammenti, comprendente fatti della vita di Pietro; a destra in basso, a lato delle absidi, si conserva invece integra la rappresentazione di una scena liturgica (un diacono che versa dell’acqua nelle mani di un vescovo).

La parete di fondo è invece occupata da un lungo pannello comprendente storie tratte dalla Genesi, quali la Creazione della luce e delle tenebre, la Tentazione e il peccato di Eva, il Peccato di Adamo. Le scene, come fosse un rotolo illustrato, sono accompagnate da iscrizioni didascaliche in latino e cartigli agli angoli della raffigurazione forniscono la chiave di lettura del ciclo pittorico. La parete è circondata, in alto, da una cornice gialla ornata di nero, con decorazioni puntiformi bianche e gemme rosso-nere, mentre in basso da una decorazione floreale rossa.

Il ciclo pittorico, eseguito da un artista noto come “il pittore dei fiori di Matera”, rischiava di andare perduto a causa della forte stato di degrado (all’umidità del sito si è sommata infatti l’incuria dell’uomo). Il progetto di recupero, concluso di recente, è stato pertanto finalizzato ad un’azione di bonifica e messa a sicurezza dei luoghi nonché alla chiusura dell’ambiente rupestre per contenere l’irraggiamento solare, alla mappatura e al restauro del ciclo pittorico. Il progetto è stato condotto dalla Fondazione Zatema, che ha ricevuto in donazione la chiesa nell’aprile dell’anno 2000; i lavori sono stati finanziati, con fondi dell’8 per mille, da un pool di Fondazioni Bancarie (Cariplo, Carisbo e Cassa di Risparmio di Piacenza e Vigevano) e dalla Fondazione Zetema stessa.

Il restauro, lungo e complesso, vuole rappresentare un vero e proprio modello per recuperi similari, riferito soprattutto a chiese ipogee o rupestri. Il primo passo ha riguardato il monitoraggio dei dati ambientali del sito, durante un intero anno di osservazione, al fine di comprendere quali parametri climatici avessero garantito tra l’altro il buono stato di conservazione degli affreschi, tenuto conto dello loro vetustà, e, conseguentemente, prevedere interventi di risanamento che non modificassero quei valori. Si è passati quindi ad una indagine più ravvicinata dello stato delle pitture, per individuare le colonie di microrganismi responsabili del deterioramento passato e recente. La terza fase ha riguardato l’assetto statico della cripta e il restauro conservativo: gli interventi, sia di manutenzione che di pulitura, sono stati compiuti con l’uso di resine scambiatrici di ioni, che hanno permesso di rimuovere gli strati di calcare bianco, di muschio e di cianobatteri, evitando nello stesso tempo di introdurre materiali che potessero alterare lo stato dei luoghi. Per l’impermeabilizzazione della copertura sono stati utilizzati “cappotti” di bentonite ed è stato messo in atto un capillare drenaggio delle acque meteoriche. Ai restauri hanno partecipato l’Istituto Centrale di Restauro e la Soprintendenza della Basilicata, con la partecipazione di esperti di differenti discipline.

 

MONTESCAGLIOSO

Foto di Gianluca Andreassi

L'abitato di Montescaglioso è attestato già nell'VIII secolo a.C., come uno dei più importanti centri di questa zona. All'anno 893 risale invece la prima attestazione in epoca medievale, quale centro fortificato nel quale sono presenti monaci benedettini. Con la conquista normanna le comunità monastiche benedettine si diffondono in tutto il meridione e la comunità benedettina di Montescaglioso, a partire dal 1065, riceve in concessione dal conte normanno alcune chiese del paese e soprattutto numerosi feudi e casali fortificati lungo la costa ionica e nell'entroterra, con lo scopo preciso di ripopolare vasti territori sottoutilizzati.

Il monastero di Montescaglioso forma così un ricco patrimonio alla base della prosperità e dello sviluppo dei secoli successivi: nel 1099 termina la costruzione della nuova chiesa che sostituisce l'originaria cappella del monastero, mentre tra il 1110 e il 1119, con l'ampliamento del paese voluto dalla contessa Emma Macabeo, l'abbazia benedettina è inclusa nelle mura dell'abitato. Il nucleo originario dell'abbazia è costituito dal chiostro orientale e dalla chiesa, alla quale nei primi decenni del XIII secolo è aggiunto il campanile. Nel XIV secolo il monastero vive una profonda crisi in seguito alle lotte tra papato e impero, ma nei secoli successivi riprende ad ampliarsi e ad abbellirsi.

Nei primi decenni dell'Ottoocento, con le leggi di eversione della feudalità, i monaci perdono tutte le proprietà possedute a Montescaglioso e l'abbazia diventa proprietà del Comune.

Si segnalano i siti internet:

www.parcomurgia.it/parco/index.htm

www.fondazionesassi.org

Si segnalano inoltre le pubblicazioni:

- F.Dell'Aquila, A.Messina: Le chiese rupestri di Puglia e Basilicata, Bari 1998
- La Scaletta: Le chiese rupestri di Matera, Roma 1966
- M.Tommaselli: Guida alle chiese rupestri del Materano, Matera 1988
- M.Tommaselli: Il Parco della Murgia Materana, Matera 1992
- M.Tommaselli: Masserie fortificate del Materano, Roma 1986
- A.Viggiano: I colori del sacro – La cripta della genesi nella Murgia Materna, 2003