NAPOLI E POZZUOLI
LE CITTA' SOTTERRANEE

Foto di Pino Bova

Napoli, Teatro Greco-Romano (IV° sec. a.c. - II° sec. d.c.)

 

NOTIZIE GENERALI

L'area dei Campi Flegrei, i "campi ardenti" il cui nome è sintomatico di un'attività vulcanica mai cessata, rappresentano una delle aree archeologiche più vaste e suggestive d'Italia: Cuma, con l'acropoli e l'antro della Sibilla; Baia, luogo privilegiato per il riposo dei romani, con impianti termali e suntuose ville imperiali; Miseno, il principale porto militare dell'Impero Romano; Pozzuoli, porto e nodo strategico cruciale da sempre, che negli scavi condotti nel rione Terra ci rivela una "Pompei sotterranea" di eccezionale valore e di indubbia suggestione.

Accanto a questo patrimonio ricchissimo, la scoperta di alcuni aspetti meno noti della città di Napoli, e del suo sottosuolo in particolare, permettono di cogliere l'eccezionale stratificazione di segni e di culture presenti in questo territorio; tracce nascoste ma non perdute che ci mostrano ancora una volta la ricchezza del nostro patrimonio storico culturale ed artistico, da conoscere e da valorizzare. 

POZZUOLI - IL RIONE TERRA

Foto di Pino Bova

Gli scavi del Rione Terra, primitivo nucleo della colonia romana ("Civium Romanorum") ci danno una eccezionale documentazione dell'assetto urbanistico della colonia, organizzata secondo un sistema con due assi centrali intersecantisi ad angolo retto. Il decumanus maximus, con il basolato al di sotto della strada moderna, ricalca via Duomo; il cardo maximus è invece individuato nel tracciato di via del Vescovado. 

Foto di Pino BovaIn piazza San Liborio è ancora parzialmente visibile il basolato di un altro cardine che probabilmente andava a collegarsi con un altro asse che consentiva il collegamento tra l'acropoli e la città bassa, nell'area dell'Emporium, la parte riferita alle strutture marittime di Puteoli. 

Lungo il percorso di un secondo decumano, tangente al lato posteriore dl Capitolium, sono venuti alla luce numerosi edifici, per lo più horrea (depositi di grano) e tabernae (magazzini), raccordati alla strada da un imponente porticato con pilastri in opera laterizia, su dadi con base in piperno, realizzato in epoca neroniana su di una precedente e analoga struttura in opera reticolata di età augustea. 

E prima del grande e stupendo tempio augusteo, su strutture del Capitolum, il visitatore ammirerà il pistrinum (panificio), con più ambienti destinati alla lavorazione del grano e alla produzione del pane; in tale ambiente sono state ritrovate cinque macine in pietra lavica, adatta, per resistenza e porosità, a macinare il grano.

Foto di Pino Bova
Macina per la lavorazione del grano

Ad un livello più basso si notano gli "ergastula", gli alloggi per gli schiavi, composti da una serie di piccole stanze distribuite lungo un corridoio a quattro bracci, arieggiati solo da un canale di terracotta e caratterizzati dalla presenza di banconi in muratura utilizzati per giaciglio.

Una città sotterranea, a dieci - quindici metri al di sotto delle strutture seicentesche, che stupisce e affascina il visitatore. Lo scavo archeologico ha messo in luce per esempio una cucina di età tardorepubblicana dotata di camino e di due banconi, statue di finissima fattura ellenistica, materiale ceramico ed l'arredo completo di una taberna, composto da lucerne, anfore, statuette di terracotta e vasellame vario.

Gli ambienti scavati pongono in evidenza le varie e successive trasformazioni, nelle varie epoche sia in età imperiale e sia in età neroniana. 

Di estremo interesse, poi, tutto il complesso dei criptoportici: cinque ambienti a pianta rettangolare coperti con volte a botte. In età agustea vengono rinforzate tutte le pareti dei criptoportici e raccordati al decumanus maximus; in età imperiale tutti gli ambienti o cambiano destinazione o vengono sottoposti a lavori di trasformazione.

Foto di Pino BovaTutto il complesso dei criptoportici è stato liberato, nel corso degli scavi, dal materiale di risulta che copriva letteralmente l'area, frutto principalmente dei lavori eseguiti, nel XVII secolo, per la costruzione del Vescovado e di altri edifici dell'epoca. E' sufficiente ricordare il rinvenimento di statue, come quelle di Kore-Persefone e quella panneggiata di tipo Syon-House.  

Scoperte che continuano e che certamente forniranno ancora agli storici e agli uomini del nostro tempo testimonianze di una civiltà irripetibile, tracce della nostra storia scritta e ancora celata nelle viscere di una terra inquieta, permeata dal respiro dei vulcani.

 

Foto di Pino Bova Foto di Pino Bova Foto di Pino Bova

 

BACOLI – PISCINA MIRABILIS

Foto di Pino Bova

Porto di Miseno

La Piscina Mirabilis è il più grandioso serbatoio o cisterna romana di acqua potabile mai conosciuto. Collocata a Miseno, presso la sommità di una collinetta, è interamente scavata nel tufo. Esternamente sono visibili  solo la volta di copertura, forata qua e là da aperture originali ed incidentali, e la porta d’ingresso sorretta da tre archi, che conduce ad una delle due scalinate gemelle, orientata  a SE (l’altra è situata al lato opposto, NO, ed è attualmente impraticabile).

Foto di Pino BovaDall’esterno non si immagina di stare per accedere in un ambiente così maestoso e suggestivo: una sorta di “cattedrale sotterranea”, alta 15 metri (come un palazzo di cinque piani), lunga 72 e larga  25, ricoperta da una volta a botte sostenuta da 48 enormi pilastri cruciformi, rafforzati alla base da cordoli anti infiltrazione e disposti con ritmica scansione in quattro file, a formare cinque lunghe navate. Oltre alla particolare composizione architettonica, un  sistema di illuminazione che dai pozzetti superiori permette  ai raggi solari di inondare l’ambiente con un suggestivo gioco di luci ed ombre, contribuisce a creare un’atmosfera di mistico raccoglimento.

Questa enorme piscina dalla capacità di 12.000 metri cubi costituiva il serbatoio terminale o, se vogliamo, il capolinea del grandioso acquedotto augusteo che, dalle sorgenti di Serino (AV), situate ad una quota di 330 metri e con un tragitto di 100 chilometri, portava l’acqua a Napoli e nei Campi Flegrei, fino alla quota di otto metri della Piscina ( ora a quota 2, causa bradisismi ). Pertanto, la pendenza media dell’acquedotto era di circa 3,22 metri a chilometro, con dislivelli massimo di metri 15/Km e minimo di metri 0,03/km. La pendenza degli acquedotti giocava un ruolo importante nella formazione di incrostazioni di calcare (e quindi nelle opere di  manutenzione), essendo esse direttamente proporzionate alla velocità e quindi all’ossigenazione dell’acqua.

Foto di Pino Bova
Rivestimento della Piscina

Tutto il rivestimento interno della Piscina, come dei pilastri è in materiale impermeabilizzante, un cocciopesto di discreto spessore. La pavimentazione non è uniforme. Mentre quella della prima navata laterale (a cui si accede con la scalinata agibile, quella di SE) è un gradino più alto della restante pavimentazione, questa è poi interrotta a metà piscina con una vasca limarla di metri 20 X 5 , profonda metri 1,10 ed utilizzata a suo tempo per decantare le acque e spurgare tutta la piscina dal fango, durante i periodici interventi di manutenzione. Infatti dal fondo laterale di questa vasca parte l’unico canale di collegamento con l’esterno. In effetti l’acqua potabile veniva invece prelevata dai pozzetti situati sulla sommità della volta e mediante macchine idrauliche.

Questo immenso serbatoio aveva il compito specifico di approvvigionare di acqua la numerosissima Classis Misenensis, divenuta  Classis Praetoria Misenensis, la più importante flotta dell’Impero Romano.

Tutta la costruzione di questo immenso serbatoio risale al periodo Augusteo, come testimoniano le opere architettoniche similari, con volte a botte sorrette da pilastri.

All’esterno della Piscina e  a ridosso della parete di nord – est,  sono collocati dodici piccoli locali con volta a botte, le cui funzioni non sono state ancora individuate.

LA RISERVA NATURALE DEGLI ASTRONI

 

1 - I CAMPI FLEGREI

I Campi Flegrei sono un'area vulcanica della Campania, formata da una serie di vulcani cresciuti all'interno di una caldera.
L'attività vulcanica della zona a Nord-Ovest di Napoli inizia intorno a 150.000 anni fa, prima sull'isola d'Ischia e successivamente sull'isola di Procida, mentre nei Campi Flegrei le prime manifestazioni sono avvenute probabilmente più tardi e in ambiente sottomarino. L'area deve essersi poi lentamente sollevata.

Intorno ai 12000 anni fa un'altra grossa eruzione, o una serie di eruzioni, sconvolsero la zona. Il deposito di questa fase eruttiva è chiamato Tufo Giallo Napoletano. Dopo questa eruzione l'area collassò, formando la caldera dei Campi Flegrei.

Intorno a 6.000 anni fa, la parte centrale dei Campi Flegrei cominciò a sollevarsi. Il movimento del suolo è testimoniato a Pozzuoli da uno strato di sedimenti marini rialzato sopra il livello del mare di circa 40 metri. Questo fenomeno non è esclusivo dei Campi Flegrei: in numerose caldere si osserva, dopo le grandi eruzioni che causano il collasso del tetto della camera magmatica, un rigonfiamento della parte centrale della caldera che viene ricollegato alla risalita verso livelli più superficiali del magma non ancora eruttato.

Fra 4.500 e 3.500 anni fa nei Campi Flegrei l'attività eruttiva ritornò intensa. Si collocano in questa fase le eruzioni di Astroni e di Monte Spina. Sembra anche probabile che nello stesso punto si siano succedute eruzioni di stile diverso, come nel caso di Astroni, dove l'effusione di un duomo lavico è seguita da una fase esplosiva, senza variazione nella composizione chimica dei prodotti.

Dopo questa fase di attività, seguì un lungo riposo e il suolo, nella parte centrale dei Campi Flegrei, si abbassò lentamente. In epoca romana, la continua subsidenza costrinse a incessanti lavori di riparazione e bonifica della via Erculea che correva davanti al lago Lucrino. Gli edifici romani che si trovavano lungo la costa furono lentamente sommersi e, intorno al IX secolo d.C., la città di Pozzuoli giaceva sommersa sotto un braccio d'acqua.

Questo fenomeno, cui venne dato il nome di bradisismo (un termine che deriva dal greco e che significa lento movimento del suolo), è probabilmente legato al progressivo riaggiustamento del sottosuolo dopo l'emissione dei grandi volumi di magma che era avvenuta nelle eruzioni precedenti.

Nel 1536 si cominciarono ad avvertire dei terremoti nella città che divennero continui e violenti nell'ultima settimana del settembre 1538. Il 27 e 28 settembre il mare parve ritirarsi dal villaggio Tripergole, in prossimità del lago d'Averno. All'una di notte del 29 settembre, vicino al mare si formò un rigonfiamento dal quale fuoriusciva acqua fredda. Rapidamente quest'acqua si trasformò in una nube di vapore mista a fango che si innalzava nel cielo formando una caratteristica colonna a fungo. In pochi giorni l'eruzione costruì una montagnola alta circa 130 m che venne chiamata, con scarsa immaginazione, Monte Nuovo e che rappresenta l'ultimo evento eruttivo dei Campi Flegrei.

2 - IL CRATERE DEGLI ASTRONI

Foto di Gianluca Andreassi

Localizzato nella più zona più esterna dei Campi Flegrei, il cratere degli Astroni è al centro di una serie di crateri vulcanici che si accalcano l'uno sull'altro: ad est Agnano, a sud la Solfatara, ad ovest Cigliano, a nord la cerchia dei crateri detti comunemente Fossa Lupara. Per Astroni (da sturnis, per l'abbondanza di uccelli o da strioni, stregoni) si indica la caldera di un cratere vulcanico formatosi per esplosione 4000 anni fa; il cratere  si presenta come un tronco di cono largo e schiacciato il cui orlo, di forma ellittica, ha una lunghezza di 2000 metri,  una larghezza di 1500 metri, un perimetro di circa 7 Km e un'altezza media di 200 metri. Il cratere ha un'area di circa 257 ettari e al suo interno, in seguito ad una attività vulcanica secondaria, sono emersi alcuni rilievi, quali il Colle dell’Imperatrice (82 m.), la Rotondella (74 metri) e i Pagliaroni (54 m.); la parte più bassa del cratere è occupata da tre laghetti: il Lago Grande, il Cofaniello Piccolo e il Cofaniello Grande.

Nella formazione del vulcano si riconoscono tre fasi: risalita di magma dal condotto di alimentazione, fuoriuscita esplosiva violenta di ceneri, lapilli, pomici e scorie e formazione dell’edificio craterico, attività magmatica a bassa esplosività, con origine dei rilievi interni. Le ultime manifestazioni vulcaniche furono di tipo fumarolico e idrotermale cui si collega l’uso delle sorgenti di acqua sulfurea, già utilizzate nell’antichità come stazione termale. Nel XIII secolo Pietro da Eboli le cita come Balneum Astruni, la cui acqua aveva potere decongestionante e curava i reumatismi.

Divenuti riserva reale di caccia in età aragonese, Alfonso I li circondò con un alto terrapieno e, più tardi, don Pedro de Toledo dotò gli Astroni della Torre Centrale, della Torre Lupara e della Torre Nocera, in funzione di avvistamento. La tenuta, ceduta a privati nel 1692, fu donata ai Gesuiti, che, dopo circa 70 anni, la cedettero a Carlo III di Borbone che la ripropose come tenuta di caccia reale e la dotò, sul crinale del cratere, del solido muro di cinta e della Vaccheria, utilizzata come casino di caccia. Fino alla metà del XIX secolo gli Astroni furono particolarmente curati, ma con l'Unità d'Italia, cominciò la decadenza: nel 1870 si assistette al prosciugamento naturale dei laghi Cofanielli e il bosco si ridusse a ceduo di misera qualità; nel 1920 l'area divenne proprietà dell'Opera Nazionale Combattenti; dal 1939 al 1944 il bosco fu abbattuto ed il cratere utilizzato come campo di prigionia sia dai tedeschi sia dagli americani, con la costruzione di baracche e ricoveri.  Divenuto parco faunistico nel secondo dopoguerra, nel 1961, su indicazione della Direzione dello Zoo di Napoli, furono introdotte molte specie animali, anche esotiche. Dal 1969 il cratere è stato dichiarato oasi della protezione della fauna; nel 1979 il cratere degli Astroni è passato al demanio della Regione Campania che lo ha destinato nel 1992 a Riserva Naturale dello Stato "Cratere degli Astroni" e l'oasi è diventata un importante riferimento per numerose attività di educazione ambientale.

Foto di Pino BovaIl Centro Recupero Fauna Selvatica provvede alla cura, alla riabilitazione e alla  liberazione di animali feriti, specialmente rapaci, che vengono consegnati al centro; inoltre il Ministero dell'Ambiente ha istituito il Centro di Educazione Ambientale "Cratere degli Astroni", gestito dalla Delegazione WWF Campania, che svolge attività di educazione ed informazione ed ha inoltre finalità di documentazione ed aggiornamento sui problemi ecologici e di tutela dei beni ambientali.

3 - LA FLORA

L'area flegrea, in cui è compreso il cratere degli Astroni, è caratterizzata da un tipo di clima mediterraneo, con estati calde e secche e inverni piovosi.

Foto di Gianluca Andressi
Pungitopo - Ruscus aculeatus

Nel fondo del cratere la vegetazione è di tipo mesofilo misto, mentre sulle pendici delle due collinette vegeta un bosco di leccio e sulle creste circostanti domina la macchia mediterranea.

Nella fascia più bassa, a causa della maggiore umidità e della minore insolazione, crescono castagno, rovere, farnia, carpini, olmi e numerose robinie introdotte dall'uomo; altre specie estranee sono la quercia rossa e il pioppo canadese. Nella fascia superiore e all'esterno del cratere dominano i lecci, l'erica arborea, il mirto, il lentisco, il ligustro. 

Foto di Pino BovaIntorno agli specchi d'acqua (il Lago Grande, il Cofaniello piccolo e il Cofaniello grande) la vegetazione è caratterizzata dalla presenza di specie tipiche di ambienti palustri, come la Cannuccia di palude, il Giunco, la Tifa.

Sulle acque dei laghi galleggiano esemplari di Ninfea bianca, accompagnati da alcune idrofite, cioè piante che amano vivere "con i piedi nell'acqua", fra cui il Miriofillo e il Ceratofillo, rispettivamente dalle mille e dalle cento foglie.

4 - LA FAUNA

La presenza di specie animali negli Astroni ha subito nel corso dei secoli una serie di alterazioni dovute a introduzioni effettuate a scopo venatorio. Infatti, quando il cratere era Riserva Reale di caccia furono introdotti cervi, caprioli, cinghiali e capre selvatiche; negli anni '60 furono immesse addirittura alcune specie esotiche, quali il cervo pomellato e varie specie di gazzelle. Oggi di questi grossi mammiferi non vi è più traccia a causa di un esasperato bracconaggio.

Foto di Pino BovaNel cratere attualmente, all'apice della catena alimentare, troviamo la Volpe, la Faina e la Donnola; risulta scomparso il Tasso, segnalato fino a qualche anno addietro. Molto più nutrita è la schiera dei roditori; infatti tra i rami degli alberi si muovono il Ghiro, il Moscardino e il Topo quercino. Numerose sono le Arvicole e i Topi selvatici; parimenti numerosi sono gli insettivori, rappresentati dal Riccio, dalla Talpa e da una vera rarità, il Mustiolo etrusco. Questo toporagno è il più piccolo mammifero europeo, essendo lungo appena quattro centimetri (più due o tre centimetri di coda) e pesando appena 1,5 - 1,8 grammi.

Anche i rettili e gli anfibi sono abbastanza numerosi, specialmente quelli che vivono in ambienti umidi come la biscia d'acqua o Natrice dal collare, il Biacco, il Cervone e il Saettone. Nei pressi degli specchi d'acqua vivono la Rana verde e la Rana rossa o agile; negli ambienti più asciutti vivono abbondanti i Ramarri e le Lucertole campestri; rara è la Vipera.

Fra gli uccelli, comuni nella macchia sono: l'Occhiocotto, lo Scricciolo, la Capinera, il Merlo, il Pettirosso, il Fringuello e la Ghiandaia; nel bosco misto vi sono invece alcune specie piuttosto interessanti come il Picchio rosso maggiore e il Picchio muratore.

Nelle zone umide nidificano Folaga e Gallinella d'acqua; nei periodi di passo, in primavera e in autunno, il numero di specie osservabili aumenta notevolmente, dato che il Cratere degli Astroni, con i suoi specchi d'acqua ed i suoi canneti, circondati da fitti boschi, rappresenta un luogo di sosta sulle rotte migratorie di grande importanza. Infatti nei laghi e nei canneti, si possono osservare Aironi cinerini, Aironi rossi, Garzette, Alzavole, Marzaiole, Morette e Falchi di palude. Altrettanto numerose sono le specie che si rifocillano e si riposano nella lecceta e nella macchia mediterranea: tra queste il Falco pecchiaiolo, il Cuculo, l'Upupa, il Rigogolo, oltre a numerosi passeriformi transahariani.

Il cratere ospita anche la Poiana, che si avvantaggia delle numerose prede, tra cui ratti e topi, attirate dalla vicinanza della discarica del Comune di Napoli. Altro rapace nidificante sulle pendici del cratere è il Gheppio, mentre lo Sparviero frequenta il bosco alla ricerca di prede. Numerosi sono i rapaci notturni, che trovano abbondante nutrimento cacciando i numerosi insettivori e roditori presenti nel bosco; oltre alla Civetta, sono infatti segnalati come nidificanti, il Barbagianni e l'Allocco.

NAPOLI SOTTERRANEA

Il sottosuolo di Napoli è composto di roccia tufacea che ha caratteristiche di leggerezza, friabilità e stabilità del tutto particolari. I primi a sfruttare le caratteristiche geologiche del territorio furono i Greci che, a partire dal 470 a.C., diedero inizio alla crescita di quel mondo affascinante che è la Napoli sotterranea.

Foto di Pino Bova
Dettaglio del tufo
ceneri e lapilli nel suo interno

E’ facile arguire come gli intenti dei greci non fossero artistici poiché le trasformazioni furono dettate da esigenze d’approvvigionamento idrico e dalla necessità di recuperare materiale da costruzione per erigere gli edifici di Neapolis.

Le cavità create per prelevare i blocchi tufacei utilizzati come mattoni furono utilizzate, infatti, come cisterne sotterranee adibite alla raccolta d’acque piovane. Nei secoli successivi l’espansione della città, con la conseguente crescente necessità di materiale da costruzione, indusse gli abitanti del luogo a scavi sempre più estesi e alla realizzazione di un vero e proprio acquedotto che permetteva di raccogliere e distribuire acqua potabile grazie ad una serie di cisterne ingegnosamente collegate ad una fitta rete di cunicoli.

Foto di Pino BovaTale tendenza crebbe ulteriormente durante il dominio dei romani che, sfruttando le loro ben note capacità, ampliarono a perfezionarono l’esistente acquedotto facendo di Napoli una delle città meglio servite dell’epoca. Alla creazione della “città che poggia sul vuoto” contribuirono, nei secoli successivi, altri avvenimenti:

- a partire dal 1266, con l'avvento degli Angioini, la città conobbe una grande espansione urbanistica con conseguente incremento dell'estrazione del tufo dal sottosuolo per costruire nuovi edifici;

- per evitare l’espansione incontrollata della città, fra il 1588 ed il 1615, alcuni editti proibirono l'introduzione di materiali da costruzione entro la cinta urbana e i cittadini, per evitare sanzioni e soddisfare la necessità d’ampliamento urbanistico, pensarono bene di estrarre il tufo sottostante la città, sfruttando i pozzi già esistenti, ampliando le cisterne destinate a contenere l'acqua potabile e ricavandone di nuove.

 Vale la pena di ricordare che questo tipo d’estrazione, che avveniva dall'alto verso il basso, richiedeva tecniche particolari al fine di garantire la stabilità del sottosuolo ed evitare crolli indesiderati e che non tutti furono all’altezza del compito. Ovviamente, le cisterne destinate a conservare l’acqua non erano un modello di igiene e spesso contribuirono alla diffusione di malanni ed epidemie per cui nel 1885, dopo una tremenda epidemia di colera, fu abbandonato l'uso del vecchio sistema di distribuzione idrica per adottare il nuovo acquedotto, ancora oggi in funzione.

Foto di Pino BovaL'ultimo intervento sul sottosuolo risale  alla seconda guerra mondiale, quando per offrire rifugi sicuri alla popolazione si decise di adattare le strutture dell'antico acquedotto alle esigenze dei cittadini.

Furono allestiti in tutta Napoli 369 ricoveri in grotta e 247 ricoveri anticrollo. Un elenco ufficiale del Ministero degli Interni del 1939 annoverava 616 indirizzi che portavano nei 436 ricoveri suddetti, alcuni dei quali con più di un accesso. Finita la guerra, per la mancanza di mezzi di trasporto,  quasi tutte le macerie furono scaricate nel sottosuolo.

Foto di Pino BovaFino alla fine degli anni '60  non si è più parlato del sottosuolo, anche se molti continuavano ad utilizzare i pozzi come discariche. Dal 1968, però, cominciarono a verificarsi dissesti e sprofondamenti dovuti essenzialmente a rotture di fogne o perdite del nuovo acquedotto: tali inconvenienti, che in tutte le città del mondo si evidenziano con rigurgiti di liquami in superficie o allagamenti, a Napoli invece, proprio per la presenza del vasto sottosuolo cavo, si palesano con grosse voragini.

Ciò è dovuto al fatto che le acque di acquedotto o di fogne,  trovano quasi sempre una via preferenziale verso i vecchi pozzi, per cui si innesca un vuoto che procede verso l'alto e si rende palese solo allorché in esso crolla l'ultimo strato, costituito o da solai di terranei o dalla massicciata delle stesse strade.

Dopo circa 20 anni di scavi e di bonifica, oggi è possibile conoscere una pagina inedita della storia di Napoli.

 

 

 

Si segnalano i siti web:

- www.campaniafelix.it/pozzuoli/parco_del_cratere_degli_astroni.htm

- http://vulcan.fis.uniroma3.it/gnv/VULCANOLOGIA/campiflegrei.html