TOMMASO FIORE E LA MURGIA DI SUD – EST

«E dovunque muri e muretti, non dieci, non venti, ma più, molti di più, allineati sui fianchi di ogni rilievo, orizzontalmente, a distanza anche di pochi metri, per contenere il terreno, per raccoglierne e reggerne un po’ tra tanto calcare. Mi chiederai come ha fatto tanta gente a scavare ed allineare tanta pietra. Io penso che la cosa avrebbe spaventato un popolo di giganti. Questa è la murgia più aspra e sassosa; […] non ci voleva meno che la laboriosità d’un popolo di formiche».

TOMMASO FIORE

Tommaso Fiore è stato testimone e interprete tra i più efficaci della cultura contadina del Mezzogiorno. Con Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Manlio Rossi Doria, Ernesto De Martino e altri, restituirà dignità ad un mondo, quello contadino, emarginato da secoli, ma che con il movimento dell’occupazione delle terre assurgerà a punto di riferimento per i giovani intellettuali grazie alle lotte contro il blocco agrario. Quelle lotte furono non solo battaglie per la conquista della riforma agraria, ma anche un veicolo per l’affermazione di una nuova classe dirigente per il Mezzogiorno.

Fiore nacque ad Altamura il 7 marzo 1884. Di famiglia operaia, fu indirizzato agli studi classici. All'Università divorava i saggi di Labriola su Marx che lo aiutarono ad interpretare, in termini socio-economici, la situazione dei "cafoni di Puglia" e finì, irrimediabilmente, per occuparsi delle condizioni del Mezzogiorno, ed in special modo dei contadini, il mondo a lui più vicino, e al riscatto dei quali dedicò l’intera sua vita. Le opere di Benedetto Croce gli fornirono invece il senso dell'operare storico.

Ritornato al suo paese dopo l’esperienza bellica, si impegnò a fianco dei suoi “cafoni” e divenne sindaco di Altamura nel 1920. Pagò un tributo alto al fascismo. L'antifascismo più radicale si organizzò attorno alla sua figura durante il ventennio.

Fiore divenne poi collaboratore dell'Unità di Salvemini, ma si impegnò anche con “la Rivoluzione liberale” di Gobetti. E fu proprio su richiesta di quest’ultimo che scrisse le "Lettere Pugliesi", nelle quali descriveva l’operosità dei piccoli proprietari, braccianti agricoli giornalieri, contadini, fittavoli, paragonandoli a delle formiche. Come le formiche, lavorando instancabilmente, con sangue e sudore, hanno trasformato la fascia della costa pugliese da un ammasso di sterili sassi in un rigoglioso giardino di mandorli, ulivi e viti. Ma vi è prima di tutto una minuziosa analisi del contrasto secolare tra i proprietari ed i contadini e braccianti.

Ventisette anni dopo quelle lettere vennero ripubblicate sotto il titolo di "Un popolo di formiche" e gli valsero il premio Viareggio.

L’altro suo capolavoro, invece “Il cafone all’inferno” è del 1955. In questo lavoro tornano a coniugarsi l'inchiesta sociale e la descrizione letteraria in un nuovo viaggio tra le terre della sua Puglia, dove viene fuori tutto il suo amore per il mondo contadino.

Il cafone all’inferno”, prende spunto da un racconto popolare che narra di un “cafone” che dopo morto si ritrovò davanti alla porta del Paradiso. Bussò per entrare, ma gli dissero che non c’era posto. Allora scese in Purgatorio. Ma anche qui non c’era posto per lui. Scese ancora e si ritrovò a bussare alla porta dell’inferno. Qui il posto c’era e lo fecero entrare. Dopo un periodo di permanenza in quel luogo di punizione, Lucifero, il capo dei diavoli, volle sapere dal nuovo arrivato come si trovasse. “Bene” disse il cafone. “Mi trovo molto bene”. E Lucifero sorpreso e preoccupato da quella risposta gli chiese: “Ma da dove vieni?”. “Dal Tavoliere delle Puglie. Quello si che è un inferno”. Lucifero, però, non volle credere alle parole del cafone. Chiamò un diavolo e gli disse di andare in missione nel Tavoliere delle Puglie per verificare le parole del nuovo arrivato. “Vai e fammi sapere”. Dopo un po’ di tempo il diavolo ritornò con le ali bruciacchiate, con la faccia combinata male e con il corpo che non si riconosceva. “Allora?” Gli chiese Lucifero. “Aveva ragione il cafone. Quel posto sulla terra è un vero inferno. Qui da noi sono rose e fiori”. E Lucifero: “Radunate armi e bagagli, da domani ci trasferiamo nel Tavoliere delle Puglie”.

Tommaso Fiore morì a Bari il 4 giugno 1973.

LA MURGIA DI SUD EST – IL TERRITORIO DI NOCI

Il territorio pugliese, e la Murgia in particolare, è da sempre caratterizzato dalla carenza di acque superficiali. Nei secoli l'uomo si è ingegnato a trovare le soluzioni più idonee per sopperire a tale mancanza, ottimizzando tutte le possibilità offerte dalla natura e dalle caratteristiche fisiche del territorio. Nel territorio di Noci si possono ritrovare ancora interessanti esempi, numerosi e diversificati tra loro, del tentativo dell'uomo di recuperare, conservare ed ottimizzare le scarse risorse idriche. Tali esempi sono la testimonianza eccezionale di come un territorio possa svilupparsi in maniera "sostenibile", sopperendo anche alla scarsità delle risorse.

La presenza dell'acqua, fattore determinante del processo di antropizzazione del territorio, ha sempre costituito condizione indispensabile per lo sviluppo delle comunità locali, per la localizzazione degli insediamenti e delle principali vie di transito.

Il fitto reticolo di percorsi storici che caratterizza questa parte delle Murge di sud - est, era ed è ancora caratterizzato dalla presenza diffusa di pozzi e fogge, che punteggiano e caratterizzano con la loro presenza gli antichi passaturi ed i percorsi, tratturi e tratturelli, utilizzati anticamente per la transumanza, o ancora i margini delle zone a pascolo.

Un'ulteriore componente strutturante il paesaggio agrario di quest'area è rappresentata dalla presenza di aree con vegetazione naturale, con netta prevalenza del fragno, che si configurano come aree boscate o anche come interessanti sistemi lineari, in particolare lungo i percorsi minori che innervano questo territorio.

Il risultato è un ricchissimo campionario quindi di segni propri della civiltà contadina, che da sempre hanno segnato il paesaggio di quest'area e sono oggi sconosciuti ai più e spesso in avanzato stato di degrado.

IL SISTEMA DELLE FOGGE NEL TERRITORIO DI NOCI

L'assenza totale di un'idrografia superficiale permanente e di falde freatiche superficiali ha imposto, da sempre, alle aziende agricole e agli stessi abitanti di Noci, la realizzazione di invasi artificiali quali le cisterne per l'accumulo dell'acqua piovana, unica sorgente idrica dell'intero territorio.

La disponibilità di acqua è stato il principale fattore per lo sviluppo socio - economico e l'organizzazione delle strutture produttive ed abitative del territorio, dal momento che proprio nelle immediate vicinanze delle fonti d'acqua sorgono e si sviluppano i casali medievali (caso emblematico quello del casale di Barsento).

Gli antichi documenti sono essenziali per dimostrare l'importanza dell'acqua e della sua raccolta e conservazione nella vita di questo territorio. Antichi privilegi concessi da baroni e conti, più volte confermati, al Comune e agli abitanti di Noci, furono quelli di "adaquare, fontes reficere et de novo fodere". Fogge e pozzi sono inoltre importantissimi punti di riferimento o toponimi di contrade e masserie, continuamente riportati nei documenti dei secoli passati.

La presenza di cisterne nell'area ha una punta massima nelle aree di più antico insediamento, per esempio intorno a Casaboli e a S.Maria della Scala.

Le cisterne mostrano caratteristiche peculiari per forma, dimensioni e collocazione, assolutamente diversificate l’una dall’altra. Le tipologie più frequenti presentano inoltre numerosissime variazioni sul tema, soprattutto per quanto riguarda gli elementi accessori, che fanno sì che ciascuna di esse costituisca un esemplare unico. Tutte le antiche cisterne traggono la loro giustificazione d’essere, la loro forma, le loro dimensioni, le differenti modalità di raccolta delle acque piovane, dallo specifico sito in cui sono collocate e dagli altrettanto specifici usi cui erano originariamente destinate. La ricchezza di forme è quindi la conseguenza plurisecolare di un’eccezionale “sensibilità a sfruttare” le caratteristiche naturali, geomorfologiche in primo luogo, per piegarle alle differenti esigenze e necessità della vita quotidiana. Per questi motivi è stridente il contrasto con le cisterne poste in opera dall’Acquedotto Rurale della Murgia, un unico modello di cisterna sempre identico a se stesso e disseminato indifferentemente sul territorio.

Si riporta di seguito un sintetico elenco delle differenti tipologie di cisterne:

• Cisterne a “pozzo”: con copertura di forma circolare, o più raramente quadrata, e sezione a campana, sono le più numerose, ma anche quelle dotate di una maggiore varietà nei singoli accessori, per esempio nel modo di accostare le pile alla bocca della cisterna;

• Cisterne a tetto a due falde: anche questa tipologie è abbastanza numerosa ed anche per questa esiste una notevole varietà, soprattutto per quanto riguarda le dimensioni;

• Cisterne con copertura a volta a botte ribassata, in pietra disposta di taglio o di piatto;

• Cisterne con la bocca inserita direttamente all’interno di spessi muri a secco di confine;

• Cisterne quadrate con copertura il più delle volte piana;

• Cisterne con copertura lastroni (foggia di Chiobba);

• Cisterne recenti poste in opera dall’Acquedotto Rurale della Murgia;

Pur non disponendo di studi approfonditi si può azzardare una storicizzazione delle differenti tipologie. Sicuramente molto antiche risultano la foggia di Chiobba, con la sua caratteristica copertura a lastroni, ed alcune delle cisterne a pozzo, in particolare quelle con copertura di forma circolare. La tipologia a pozzo, per le sue caratteristiche fisiche che limitano al minimo l'evaporazione dell'acqua nei periodi caldi, è quella più usata, anche in periodi relativamente recenti. A qualche secolo fa risalgono le cisterne di forma rettangolare con copertura a volta a botte ribassata, mentre più recenti risultano quelle, sempre rettangolari, ma con copertura a tetto a due falde (di questo tipo sono per esempio tutte le cisterne pubbliche realizzate all’interno delle quotizzazioni alla fine del XIX secolo). Ugualmente abbastanza recenti le cisterne di proprietà privata tipiche della quotizzazione, di forma quadrata, dimensioni contenute e copertura piana. Ultime in ordine di tempo le cisterne poste in opera intorno al 1980 dall'acquedotto rurale della Murgia.

Le coperture, il boccale e le pile erano senza eccezioni in pietra locale lavorata, mentre le pareti laterali ed il fondo, di norma scavati nel banco di roccia, erano rese impermeabili da uno strato di calce e bolo, con successiva sovrapposizione di un impasto di malta idraulica, ricavata dall'unione di calce e sabbia, estratta in cave locali. L'acqua era convogliata in esse per mezzo di rudimentali canalizzazioni ricavate nel terreno, solo in alcuni casi basolate.

In passato molto diversificati erano gli usi cui erano destinate le cisterne, e la loro tipologia e la loro grandezza subivano un forte condizionamento proprio in virtù delle esigenze cui dovevano rispondere. Le fogge non direttamente connesse ad un singolo complesso masserizio, a seconda dei casi, possono essere definite di transito, se lungo i percorsi principali, di transumanza, se poste nelle vicinanze delle antiche "vie erbose", di abbeveraggio, se nei pressi di aree a pascolo.

La necessità di raccogliere e conservare l'acqua in invasi artificiali quali le fogge è diventata nel tempo sempre più urgente per il progressivo prosciugamento dei "laghi", invasi naturali un tempo esistenti ed oggi appena visibili, quali il Lacus Maior, il Lacus Minor ed il lago di Traversa, e con la scomparsa di corsi ed invasi d'acqua temporanei (doline di Barsento, Sorresso e Mandria).

Le fogge sono distribuite in numero molto elevato su tutto il territorio di Noci. Il loro numero e la loro densità dipendono soprattutto dall'andamento morfologico del territorio, più che dalle differenti utilizzazioni agrarie del suolo. È molto interessante constatare come le fogge siano molto rare all'interno degli antichi boschi, per il fatto che la fitta vegetazione e il conseguente mancato scorrimento superficiale delle acque piovane rendeva inefficace il sistema di convogliamento del surplus idrico. Le fogge sono invece molto più numerose nelle aree il cui disboscamento risale ad epoche più remote.

GLI ANTICHI BOSCHI DEL TERRITORIO DI NOCI
E LA SITUAZIONE ATTUALE

Il territorio di Noci era anticamente caratterizzato dalla presenza di fitti ed estesi boschi, molto apprezzati dai nobili come terreno di caccia. Fino all'anno 1000 si può ragionevolmente supporre che tali boschi facessero parte di un ecosistema maturo, in uno stato climax perfettamente bilanciato, risultato di un lungo processo dinamico delle biocenosi.

Già in epoca medievale però si iniziò a considerare i territori boscati quale bene da trasformare in favore delle colture. Si assistette quindi ai primi disboscamenti, che pur non compromettendo irreversibilmente gli antichi boschi originari, sicuramente li impoverirono.

Nel ‘500 il territorio subì una notevole ripartizione a favore della piccola cellula produttiva, di proprietà feudale, ecclesiastica o demaniale.

Il ‘700 è un secolo di mutamenti per il paesaggio agrario di tutta la regione: il fenomeno del potenziamento delle masserie da campo si manifestò in maniera continuativa per tutto il secolo. Le nuove masserie da campo ruotavano, nella loro organizzazione intorno ai tempi ed alle necessità delle colture cerealicole, mentre le altre attività, comunque presenti in molte di esse, quali per esempio l’allevamento e la cura dei prodotti del bosco, assumevano un ruolo sempre più marginale, complementare alle prime al fine del raggiungimento dell’autosufficienza della masseria.

Il problema dei disboscamenti si ripropone poi in maniera sicuramente più urgente ed estesa nei decenni a cavallo dell’unità d’Italia. Agli inizi dell’800 erano stati molti i boschi distrutti nel Regno di Napoli, tanto da indurre il governo a porvi un freno istituendo un’apposita amministrazione forestale.

Di assoluto interesse sono alcuni scritti, già alla fine del ‘700, sui pericoli del disboscamento.

Carlo De Cesare, a metà ‘800 così rilanciava il problema dei disboscamenti: “ Di quanti mali gravissimi non è stata poi cagione in Terra di Bari la dissodazione dei boschi? Ha reso meno frequenti le piogge in questa regione, ove la siccità suol tornare funesta non solo alle piante ed alle bestie, ma agli uomini per la penuria di acque sorgive. È stata cagione della restrizione dell’industria gregaria. Ha tolto il materiale alle costruzioni civili e marittime. Ha fatto aumentare il prezzo del combustibile; ed arrecato immensi danni all’economia animale e civile dell’intera provincia … “.

Chi ci offre, infine, una visione complessiva dello stato delle cose e dei problemi della “silvana economia” è Carlo Afan de Rivera, dal 1884 direttore generale di ponti, strade, acque e foreste per conto di re Francesco I di Borbone, “Tra le terre da ripartirsi (per lo scioglimento delle proprietà promiscue) furono comprese le salde e le boscose, e soltanto con norme astratte si eccettuarono quelle soggette a frana, quelle lungo le sponde dei fiumi in corrosione, e le scoscese gronde delle montagne. Tra coloro che furono incaricati della ripartizione, …, ben pochi potevano giudicare rettamente dell’importanza di rispettare i boschi e delle conseguenze che sarebbero derivate dalla loro distruzione e dal dissodamento del loro suolo …“.

Nel territorio di Noci è esemplare, e merita di essere analizzato nel dettaglio il caso del disboscamento del grande bosco demaniale del Bonelli.

Il bosco di Bonelli, esteso per circa 2000 ettari, era anticamente uno dei più grandi e ricchi della Provincia di Bari. L’avvio della storia che porterà alla distruzione del bosco Bonelli ha una data precisa, il 21 ottobre 1862, quando il Consiglio Comunale, sindaco Domenico Morea, delibera di chiedere la dissodazione della parte bassa del bosco “per formare otto masserie coloniche”. Le motivazioni sembrano essere puramente economiche. Nel luglio 1863 un ingegnere del Real Corpo del Genio Civile “verifica” il bosco. Dalla relazione si possono trarre dati molto interessanti sulla sua consistenza: l’estensione del basso Bonelli risulta pari a 599 ettari ed al suo interno vengono contate 125.000 piante, di cui 45.000 ad alto e 75.000 a medio fusto. Le successive quotizzazioni operate sull’intera area dell’antico bosco Bonelli tra il 1890 ed il 1900 hanno quasi del tutto cancellato le tracce dell’originario paesaggio boschivo.

Nel territorio di Noci, a causa delle antiche pressioni antropiche, sono assenti i boschi originari, immuni dall'azione dell'uomo. E' possibile riconoscere in questo territorio le seguenti formazioni: il bosco, il pascolo arborato, la macchia - gariga e il pascolo roccioso. I boschi relitti, fortunatamente ancora abbastanza numerosi, occupano oggi una superficie di circa 2195 ettari, pari al 17% dell’intero territorio comunale, e sono costituiti per il 90% da fragno e per il 10% da roverella.

Il Fragno (Quercus trojana), specie tipica della penisola balcanica, costituisce quindi specie arborea dominante in gran parte del territorio di Noci, ritrovandola spesso in formazione quasi pura. Il sottobosco del fragneto è a volte costituito da arbusti caducifogli (biancospino, prunastro, etc.), altre volte da una commistione di arbusti caducifogli con altri sempreverdi tipici della macchia mediterranea (fillirea, lentisco, dafne, cisti, etc.).

IL SISTEMA DEI PERCORSI

Di grandissimo interesse, e ancora abbastanza leggibile, è il reticolo stradale alla cui confluenza sorgeva l'antica Casaboli. L'area intorno a Casaboli e quella immediatamente sottostante la via Noci - Gioia si presenta come la più ricca di tracce degli antichi percorsi.

Sono ancora leggibili in alcuni tratti i percorsi della transumanza (tra Casaboli e la foggia di Chiobba, sopra Casaboli), distinguibili per la larghezza notevole dell'antica sede stradale, delimitata da muretti a secco sui due lati. In alcuni casi sull'antica sede tratturale corre oggi una strada asfaltata, in altri invece il tratturo è stato riconquistato dalla vegetazione naturale in molti suoi tratti.

Abbastanza frequenti le tacce degli antichi basolati, in alcuni casi affioranti ai margini della sede asfaltata, in altri ancora visibili su percorsi sterrati.

Un ulteriore aspetto da sottolineare, direttamente connesso all'elemento acqua, è la presenza di antiche canalizzazioni per l'acqua a fianco dei percorsi, in particolare nei tratti con maggiore pendenza. Molti percorsi sono ulteriormente arricchiti dalla presenza di siepi continue di vegetazione spontanea, in alcuni casi ad alto fusto, o delimitati da muretti a secco di notevole valore morfo - tipologico.

I CARATTERI STORICO - CULTURALI, AMBIENTALI E PAESAGGISTICI

Questa parte del territorio di Noci si presenta ricca di emergenze storico - culturali di rilevante valore, quali l'antico insediamento di Casaboli e il complesso di S.Maria della Scala.

Numerose e molto diversificate tra loro per morfo - tipologia ed epoca di costruzione le masserie, ciascuna delle quali costituisce un unicum e nel loro insieme testimoniano perfettamente l'evoluzione di questa parte del territorio murgiano e i differenti usi cui era destinato.

Di valore, per varietà e qualità delle singole soluzioni, il campionario dei manufatti “poveri” connessi all’attività agricola (trulli e casedde). Eccezionale, per estensione, complessità e varietà tipologica, il reticolo dei muretti a secco realizzati nel corso dei secoli. Molto interessanti i segni che denotano l’attenzione con cui i muretti si rapportavano anticamente all’elemento acqua: quali le canalizzazioni, i muretti di contenimento e di terrazzamento che permettevano il lento passaggio delle acque meteoriche, le aperture, appositamente realizzate, all’interno dei paramenti murari, tutti strumenti utili a regolare ed ottimizzare il rapporto acqua – territorio e di conseguenza uomo – acqua, elemento questo tanto prezioso quanto “difficile”, da conservare e da controllare.

1 - IL CASALE DI CASABOLI

Il territorio delle Murge di sud – est dal VI secolo, come conseguenza della guerra greco – gotica, vide la diffusione di numerosi “Casali”, comunità agricolo – pastorali economicamente autonome. Nel territorio dell’attuale Comune di Noci i due più importanti casali medievali sono Barsento, insediamento di antichissima origine, e il più recente Casaboli.

Giovanni Gabrielli, nei “I primordi di Noci” del 1927, ipotizza che l’origine di Casaboli sia legata alla distruzione del villaggio sito nella zona di Corticelle delle Monache, sull’attuale statale Noci – Mottola, da parte di Leutari nel 565. Di sicuro nell’area di Casaboli non sono stati fatti ritrovamenti archeologici che facciano supporre un’origine più antica.

Anche Pietro Gioia (“Conferenze istoriche sulla origine e su i progressi del Comune di Noci”, 1842) riconosce la mancanza di notizie sulla nascita del casale di Casaboli. Interessante la sua interpretazione sul nome del casale, che deriverebbe da casa – bolus, ad indicare la presenza di grezzi casolari rozzamente costruiti attraverso l’utilizzo di malta fatta con bolo di terra.

Nell’Alto Medioevo lo sviluppo dell’insediamento, nonostante la sua localizzazione in una terra di frontiera, tra le due importanti ed antagoniste città di Mottola e Conversano, fu notevole. Casaboli, nei secoli X ed XI, quando tutte le principali città dell’Italia meridionale soffrivano di una profonda crisi amministrativa, economica e sociale, dovette prosperare, analogamente all’altro casale di Barsento, fino a divenire vero e proprio centro commerciale, civile e religioso.

La sue natura di centro commerciale era testimoniata, come ancora oggi si può in parte leggere, dall’ampiezza della piazza circolare, bucata da numerosi pozzi e punto di confluenza di numerose strade di livello territoriale, che collegavano l’insediamento alle due città egemoni di allora, Mottola e Conversano, e agli altri casali sparsi nella zona.

La natura di centro religioso era anticamente testimoniata dalla presenza di numerose chiese e della basilica del Padre Eterno. Il castello, infine, sul punto più elevato del borgo, era il simbolo e la testimonianza dell’importanza di Casaboli quale centro civile. Le pochissime tracce rimaste rendono oggi improbabile definire verosimilmente le dimensioni e la giacitura dell’antico centro abitato.

Agli inizi dell’XI secolo iniziarono i contrasti tra Mottola, coinvolta nella crisi di tutte le città meridionali, e Casaboli, cresciuta invece per importanza, dimensioni e ruolo. Fu proprio in questo periodo che molti casali posti sotto la giurisdizione di Mottola tentarono di rendersi indipendenti. Fu proprio l’aspirazione ad una maggiore autonomia a causare la distruzione di Casaboli, e contemporaneamente anche di Barsento.

In un atto notarile di Campanella di Putignano si può leggere la fine di Casaboli e Barsento: “la giurisdizione della chiesa di Putignano era soggetta insieme con le chiese di Casaboli e Barsento vescovo di Mottola quando nell'anno 1040, essendo insorti gravi litigi tra le chiese della diocesi e la cattedrale di Mottola per l’elezione del nuovo vescovo e non consentendo Casaboli e Barsento all’elezione dell’arcidiacono Ciliberto de Fumis, fratello del duca Rainero, elessero queste il primicerio Susaninito de Stasio. Il papa Gregorio VI consacrò vescovo l’arcidianoco de Fumis, ma decretò, su richiesta delle tre comunità, che le chiese di Casaboli, di Barsento e di Putignano non fossero più soggette al vescovo di Mottola, ma a quello di Conversano. Sdegnato per questo, Rainero fece desolare e distruggere, salvo le chiese, fin dalle fondamenta Casali e Barsento, risparmiando Putignano, poiché era un casale di poca importanza”.

Seppur distrutto nel 1040, Casaboli risulta esistere nel 1347-48. Risale infatti a questa data la “Cedola angioina”, registro di tassazione riferita agli insediamenti di Terra di Bari, in cui risulta che il Casale di Casaboli doveva pagare tasse per “once 2, tarì 22, grani 7”, a differenza del casale di S.Maria di Noci, l’attuale Noci, che era esentato dalla tassazione, a dimostrazione della sua minor consistenza.

Molto interessante risulta poi, per i contenuti esattamente opposti a quelli del documento precedente, un documento del 1481 con cui re Ferrante investì il conte di Conversano, Andrea Matteo Acquaviva, di diversi feudi. In esso si legge “cum locis inhabitatis Casabolis”, a testimonianza del fatto che il casale alla fine del XV secolo sia ormai deserto.

Nel 1525 le spoglie della ormai semicrollata basilica del Padre Eterno furono portate a Noci, dove ancora oggi si conserva presso la Chiesa Matrice un gran crocifisso, il Cristo Casaboli.

Di quello che era l’antico insediamento di Casaboli oggi, a parte l’invaso – piazza con i pozzi e il fitto reticolo stradale, restano pochissime tracce (un tratto di muro con ancora tracce di malta tra le pietre alla base di un imponente muro a secco), anche perché agli inizi del XX secolo venne localizzata in quest’area una fornace, ancora oggi visibile seppure in stato di avanzato degrado, nella quale furono trasformati in calce molte delle antiche pietre con cui era stato edificato il casale.

2 - IL SEGMENTO DI SANTA MARIA DELLA SCALA

L’area in cui sorge la chiesa di S.Maria della Scala, detta il “Segmento”, per secoli ha occupato una posizione centrale tra i territori di Mottola, Gioia, Noci, Putignano e Conversano.

Tale parte di territorio, come dimostrano i numerosi reperti neolitici ritrovati, risulta antropizzata sin da epoca remota. La presenza dell’acqua, raccolta all’interno dei numerosi invasi naturali, e il fitto reticolo di importanti vie di comunicazione, costituiscono ancora una volta le premesse che hanno favorito il popolamento antico della zona.

Il territorio del Segmento, posto appena oltre il limite delle tre miglia, era attraversato dalla strada Noci – Casaboli – Gioia e dalla Putignano – Casaboli, entrambe a nord, e dalla importante Noci – Castellaneta a sud – est. Alcuni tratti di questa antica viabilità sono ancora leggibili e da questo sistema viario principale si diramavano poi, ancora più numerosi, i percorsi secondari.

È molto probabile che il territorio del Segmento di S.Maria della Scala abbia gravitato nei differenti periodi storici all’interno di differenti aree di influenza, fra le quali sicuramente, nel periodo tardomedievale, per ovvie ragioni di vicinanza, quella del casale di Casaboli, senza che si creassero mai le condizioni per estesi insediamenti stabili.

Su questo territorio i cittadini di Gioia, Putignano e Noci hanno esercitato per tempo immemorabile gli usi di “legnare, acquare, pescare,…”, detti civici dalla legislazione di Gioacchino Murat del 1806.

Nell’anno 1162 esisteva già la chiesetta di S.Maria della Scala, nelle immediate vicinanze di un’antica badia benedettina ormai scomparsa, secondo Piero Gioia già crollata negli ultimi decenni del XVII secolo. Nel censimento delle cappelle rurali, effettuato nel 1874 per conto del vescovo di Conversano, la chiesa di S.Maria della Scala risulta abbandonata e fortemente degradata.

Nel 1898 la chiesa venne restaurata ed ampliata dal cavaliere Oronzo Lenti. Nel 1930 sorse accanto alla chiesa, per volontà di Laura Lenti, il nuovo monastero dei Benedettini Sublacensi.

Nell’area del Segmento sono inoltre da segnalare numerose altre emergenze, quali le masserie Torricella e Zuppino, di cui già si parla nella prima Capitolazione tra le università di Noci e Mottola del 1545, e i due invasi naturali del Lacus Minor e del Lacus Maior.

Per approfondimenti si segnalano le pubblicazioni:

- Bauer N., Noci nell’800 e la formazione del suo territorio, 1993

- De Pinto A., Macchia F., Patrimonio Boschivo ed Architettura Rurale del territorio di Noci, 1987, Bari.

- Giacovelli F., Masserie a Noci – Evoluzione e forme del paesaggio agrario

- Bauer N., Giacovelli F., Il secolare problema dell’acqua a Noci, in “Umanesimo della Pietra”, pag. 31-34, 1983.

- Bauer N., Giacovelli F., Contrasti tra Noci e Gioia per il segmento di Santa Maria della Scala, in “Umanesimo della pietra”, pag. 59-62, 1992

- Bauer N., Giacovelli F., La questione di Casaboli nella memoria collettiva, in “Umanesimo della pietra”, pag. 118-120, rist. 1990

 

I siti web:

- www.formichedipuglia.it