DA OTRANTO A LEUCA

foto di Gianluca Andreassi

Tratto di costa - Otranto

LA COSTA DA OTRANTO A LEUCA

La costa tra Santa Maria di Leuca ed Otranto costituisce per moltissime ragioni un ambiente assolutamente unico: per la sua struttura geologica, con le alte falesie dolomitiche più simili a quelle greche che non ad altre italiane; per le migliaia di cavità di origine carsica, lungo la costa e immediatamente all'interno, ricche di reperti paleontologici e di tracce fossili; per i numerosi endemismi botanici; per costituire una terra di passo di fondamentale importanza per numerose specie animali; per la presenza sporadica ed eccezionale, attestata con certezza fino a non molti anni fa, della foca monaca; per l'eccezionale stratificazione dei segni della frequentazione antropica. Tutti questi aspetti dimostrano univocamente un eccezionale e millenario rapporto di queste terre con il Mediterraneo e con tutti i popoli che nei secoli lo hanno frequentato.

La ricchezza e la varietà dei segni presenti hanno indotto ad individuare quest'area (da Punta Faci ad Otranto fino a Torre Marchiello, poco oltre Santa Maria di Leuca) come una delle nuove aree protette della Regione Puglia, ai sensi della legge regionale 19 del 1997.

 

LA VEGETAZIONE E LA FAUNA DELLE COSTE ROCCIOSE

Foto di Gianluca AndreassiLa costa rocciosa appare superficialmente come un ambiente arido e ostile alla vita, ma, ad uno sguardo più attento, presenta rilevante ricchezza e varietà biologica.

Già a 2 - 3 metri sopra il livello del mare, nelle fratture della roccia e laddove si è depositata una pur minima quantità di terra trasportata dal vento, si rinvengono le prime specie vegetali alofile, piante pioniere amanti della salsedine: tra queste la salicornia, varie specie di statice, il finocchio di mare (quest'ultimo interessante anche per l'uso culinario).

Man mano che ci si allontana dalla linea di battente o ci si eleva sul livello del mare, nelle aree dove le ripidi pareti delle falesie costiere si addolciscono in più lievi pendii, permettendo un maggiore e più diffuso deposito di terriccio vegetale, si passa attraverso tutte le successioni che portano alla vegetazione climax di questa parte del Salento e dell'intero bacino del Mediterraneo, ossia la foresta di latifoglie sempreverdi di sclerofille. Oggi è purtroppo raro trovare aree in cui tale associazione vegetale si presenti nel suo stato climax, mentre molto più diffuse sono le forme "degradate", rappresentate dalla macchia e dalla gariga, prodotto dell'azione prolungata dell'uomo (pascolo, incendi, frequentazione turistica, etc.).

Nelle aree immediatamente retrostanti a quelle colonizzate dalle specie alofile, si insediano piante meno resistenti al sale marino ma perfettamente adattatesi all'aridità dell'ambiente roccioso, provviste di un lungo, esile ma molto ramificato apparato radicale, in grado di consolidare e trattenere il poco terriccio presente e di insinuarsi anche nelle fessure più minute della roccia alla ricerca di acqua e umidità: si tratta di specie cosiddette rupicole, tra le quali vanno segnalate il ginestrino delle scogliere, l'alisso di Leuca (Alyssum leucadem), l'enula, la Campanula versicolor, la centaurea e l'euforbia arborea (Euphorbia dendroides). L'euforbia è una specie perenne, legnosa e molto ramificata, che si sviluppa in grossi cespugli sferici, i cosiddetti pulvini, la cui conformazione riesce a limitare l'eccessiva essiccazione del terreno sottostante; un ulteriore adattamento al clima è rappresentato dal fatto che l'euforbia arborea, durante il periodo estivo di maggiore siccità, perde le foglie per limitare al massimo la traspirazione e quindi la perdita di importanti liquidi vitali.

Più all'interno, dopo aver attraversato forme di steppa e di gariga più o meno estese, ci si imbatte nella tipica macchia mediterranea, ora più fitta ed intricata ora più bassa e rada, in funzione delle differenti pressioni antropiche succedutesi nel corso degli anni. Tra le piante più frequenti della macchia si ricordano il mirto, il lentisco, il carrubo e l'olivastro. 

LE ANTICHE CAVE DI BAUXITE

La bauxite è una roccia la cui composizione è caratterizzata dalla presenza di diverse specie mineralogiche tra cui prevalgono gli ossidi e gli ossidi idrati di alluminio e di ferro (diasporo, gibbsite e goethite). La quantità di idrossido di alluminio varia nei differenti depositi tra il 30 e il 75%, facendo sì che tali giacimenti di bauxite rivestano notevole importanza economica ai fini dell'estrazione dell'alluminio.

Dal punto di vista genetico la formazione delle bauxiti è il risultato dell'alterazione delle rocce calcaree ad opera degli agenti atmosferici: dopo il processo di dissoluzione del carbonato di calcio ad opera delle acque meteoriche ricche di anidride carbonica, i minerali residuali, trasformabili in ossidi e idrossidi di ferro e alluminio, vengono trasportati dalle acque meteoriche e accumulati nelle depressioni del terreno.

In genere un deposito bauxitico si presenta sotto forma di aggregato di consistenza litica nel quale si trovano sparse delle pisoliti, ovvero dei noduli di forma tondeggiante, la cui forma sarebbe dovuta al trasporto subito. Il colore della bauxite è in genere rosso cupo con irregolari macchie biancastre.  

Depositi di bauxite si rinvengono nell'area della Murgia, in depressioni doliniformi lungo la strada che unisce Corato a Spinazzola, e nel Gargano, in particolare nell'area di S.Giovanni Rotondo. 

Molto diffusi sono inoltre gli affioramenti nel Salento, interessando diffusamente la parte centro meridionale della provincia di Lecce (Uggiano, Poggiardo, Montevergine). 

In particolare va segnalata la cava presente a sud di Otranto, nelle vicinanze della torre del Serpe. Tale cava, come molte delle altre presenti in Salento, fu scoperta negli anni '40 e l'estrazione si sviluppò negli anni '60 fino al 1976, quando l'attività fu chiusa; i minerali estratti dal porto di Otranto partivano alla volta di Porto Marghera, dove venivano lavorati per produrre alluminio. Sul fondo della cava, di circa 100 metri di diametro e 25 di profondità, la presenza di una falda freatica superficiale ha originato un piccolo lago, colonizzato da numerose piante acquatiche e punto di riferimento per numerose specie animali, interessante esempio di rinaturalizzazione spontanea del territorio e di connubio tra testimonianze del lavoro dell'uomo e ambiente naturale.

 

IL SISTEMA DELLE TORRI COSTIERE

La posizione geografica della Puglia e le caratteristiche stesse delle sue coste, estesissime e per lunghi tratti prive di difese naturali, determinarono la necessità di dotarsi di un sistema difensivo e di avvistamento contro le incursioni provenienti dal mare.

Già nel 1220 Federico II aveva fatto edificare la Torre di Leverano per contrastare i ripetuti sbarchi corsari sulla costa di Porto Cesareo e nel 1230 aveva ordinato il restauro della Torre della Serpe lungo la costa a sud di Otranto. Altre torri furono poi costruite sotto Carlo II d’Angiò.

Una vera e propria pianificazione del sistema difensivo costiero si deve però al viceré spagnolo Don Pietro de Toledo nel 1532 – 33 che impose, peraltro senza successo, la costruzione di fortificazione a spese delle singole Università. Tale scelta si deve da un lato a motivazioni politiche, dal momento che il Regno di Napoli vedeva la Puglia come uno dei baluardi a difesa del Regno contro i Turchi, dall’altro a motivazioni emotive, in seguito alla strage di Otranto (1480) ad opera della flotta di Maometto II o ai ripetuti saccheggi dei centri costieri, quali Castro o Vieste (nel 1554 il più grave).

Una seconda ordinanza in tal senso fu emanata sotto il viceré don Parafan Ribera d’Alcalà nel 1563, accentrando i poteri nelle mani dell’autorità vicereale e sopperendo all’incapacità tecnica ed economica delle Università. Si prescrisse che il sistema delle torri dovesse essere continuo lungo la costa, garantendo che ogni torre potesse “guardare a vista” la precedente e la successiva.

Numerose torri, seppure i lavori procedettero con estrema lentezza, furono costruite e quelle esistenti restaurate e modificate secondo criteri comuni: scompare del tutto la base circolare sostituita da quella quadrata, peraltro già esistente in alcuni esempi precedenti, con sviluppo in elevato troncopiramidale e caditoie su ogni lato; in genere fornite di un unico ambiente a piano terra accessibile dal lato verso la terraferma; nel basamento delle torri si trovava sempre una cisterna per la raccolta e la conservazione delle acque piovane e sul terrazzo, accessibile da scale retrattili venivano alloggiati gli armamenti e gli strumenti di segnalazione.

Nel 1590 il numero complessivo delle torri lungo le coste del Regno di Napoli raggiungeva la cifra di trecentotrentanove; nel 1748 se ne contavano complessivamente trecentosettantanove. Le coste pugliesi erano interessate complessivamente dalla presenza di 132 torri, delle quali 101 ancora esistenti, seppure molte ormai ridotte a ruderi.

La forma e la tipologia delle torri vengono spessissimo riprese nelle masserie più antiche, costituendo il nucleo originario di moltissime delle masserie che oggi osserviamo in molte aree della regione.

Nell'antica Terra d'Otranto, che comprendeva le attuali province di Lecce, Brindisi e Taranto, è sempre stata particolarmente viva la preoccupazione relativa alle incursioni nemiche provenienti dal mare. Dalla lettura delle stampe antiche, quella del Magini del 1620 e quella del de Rossi del 1714 per esempio, emerge come la rappresentazione delle torri costiere fosse particolarmente accurata: nella prima ne sono segnate 72, nella seconda addirittura 80, con una concentrazione di 30 nel solo tratto di costa che va da Otranto sull’Adriatico a Gallipoli sullo Ionio.

I CANALONI DI PORTO BADISCO

I cosiddetti "Canaloni di Porto Badisco" iniziano in corrispondenza della piccola baia di Porto Badisco, insenatura profonda circa 500 metri in un tratto di costa peraltro piuttosto impervia, luogo mitico sin dall'antichità, tanto che la leggenda vuole che qui sia approdato Enea in fuga dopo la guerra di Troia.

Il primissimo tratto del canalone è caratterizzato dalla presenza di un affioramento di acqua dolce, che determina la presenza, seppure per poche decine di metri, di una vegetazione tipicamente idrofila, nettamente diversa da quella presente immediatamente a monte.

Procedendo dal mare verso l'intero è facile osservare sulle pareti rocciose che delimitano il canalone i segni dell'azione erosiva dell'acqua, che nel corso dei millenni è riuscita a modellare le rocce calcaree presenti.

In quest'area è particolarmente interessante la flora rupicola, piante specializzate, molto frugali e poco esigenti, che in ambienti diversi da questo non potrebbero competere con altre specie: tra le specie più tipiche va sicuramente ricordata la Campanula versicolor, originaria dell'area balcanica e testimonianza vivente dell'antica connessione esistente tra le due sponde dell'Adriatico, l'endemico garofano rupicolo e la Scrofularia lucida. Le pareti di roccia offrono inoltre sicuro rifugio a numerose specie di uccelli, che trovano qui le migliori condizioni per la nidificazione.

Echinops-spinosissimus

Le aree, apparentemente spoglie e brulle, immediatamente all'esterno dei canaloni, sono inoltre caratterizzate dalla presenza di una pianta rarissima, scoperta in Salento solo nel 1976 e presente in Italia solo in Sicilia e lungo questo tratto della costa adriatica: si tratta dell'Echinops spinosissimus, specie ad ampia diffusione orientale e amante dei suoli aridi e sassosi, in particolare in prossimità del mare.

LA GROTTA DEI CERVI DI PORTO BADISCO

Fin dall'antichità più remota l'uomo ha utilizzato la "grotta" come riparo dalle intemperie e dai pericoli dell'ambiente, come abitazione, ma anche come luogo dove deporre i defunti e venerare le divinità. Per tali funzioni si utilizzarono all'inizio le cavità naturali di origine carsica e solo in un secondo tempo l'evoluzione delle tecnologie e degli stessi bisogni spinse l'uomo ad adattare tali luoghi ad esigenze sempre più specifiche o a scavare ex novo degli ambienti ipogei.

In Puglia in oltre 200 grotte sono state rilevate tracce della frequentazione antropica risalente ad epoca preistorica.

Alcune delle grotte frequentate dall’uomo durante la preistoria hanno restituito eccezionali esempi di arte, sia mobile (per esempio numerose statuette in osso come quelle della Grotta delle Veneri a Parabita o quelle ritrovate nella grotta Paglicci) che parietale.

Quale esempio più rappresentativo dell’arte preistorica vanno ricordate alcune pitture parietali scoperte in una saletta interna della grotta Paglicci sul Gargano, uniche pitture paleolitiche (risalenti a circa 22.000 anni fa) documentate in Italia: si tratta di due cavalli dipinti in rosso e della linea dorsale di un terzo, cui si affiancano inoltre una serie di impronte positive di mani umane.

Al periodo neolitico (V - III millennio a.C.) vanno invece riferite le straordinarie rappresentazioni parietali scoperte casualmente nel 1970, dal gruppo speleologico di Maglie, nella grotta – santuario detta dei Cervi, a Porto Badisco, ciclo tra i più importanti d’Italia e d’Europa. 

Le circa 2000 figure si trovano sulle pareti e in alcuni casi anche sul soffitto dei tre corridoi naturali principali, raggruppate in una sessantina di “pannelli”, ciascuno dei quali contiene svariate immagini, forme figurative, più antiche (uomini e animali, spesso raggruppati in scene di caccia) e forme astratte, numericamente dominanti.

Le figure astratte e geometriche comprendono simboli stellari, solari, labirinti e meandri, croci bizantine, rombi, zig – zag, catene di losanghe, spirali; diversi personaggi umani sono rappresentati nella forma stilizzata cosiddetta "a clessidra", costituiti da un triangolo con il vertice in basso per rappresentare la parte superiore del corpo e da un secondo triangolo, con il vertice verso l'alto, per la parte inferiore; tipico di Porto Badisco è poi lo schema "a spirale", che parte da un figura con testa triangolare e braccia a spirale per giungere ad un insieme di linee ondulate in cui non si riconosce più la figura umana. Il massimo esempio dell'astrattismo presente nella grotta dei Cervi è infine rappresentato dai cosiddetti "collettivi cruciformi", figure simmetriche con quattro braccia laterali che chiudono nello spazio centrale uno o più punti.

La complessità e la ricchezza delle immagini dipinte sulla roccia trasformano la Grotta dei Cervi in un vero e proprio "labirinto di immagini, di segni e di simboli".

La contestuale presenza all'interno dello stesso pannello di figure astratte e di figure maggiormente realistiche rende complesso capire se si trattava di simboli contemporanei di significato diverso o complementare, oppure se il loro accostamento sia non intenzionale, frutto della stratificazione delle frequentazioni umane nel santuario nel corso dei secoli.

I colori più usati sono il rosso, seguito dal giallo - bruno, dal nero e dal grigio, colori ricavati dai materiali naturali disponibili nel sito o a brevissima distanza (il terreno ricco di minerali ferrosi della grotta, il guano dei pipistrelli, etc.).

LA COSTA DA OTRANTO A PORTO BADISCO - IL PERCORSO

Nel tratto di costa compreso tra Otranto e Porto Badisco sono numerosissime, oltre a quelle già descritte nei paragrafi precedenti, le emergenze storico - culturali e paesaggistiche che arricchiscono il camminare in questi luoghi.

Torre del Serpe

In origine la sua funzione era quella di fanale ad olio sul Canale d'Otranto, diventando torre durante il periodo svevo, in seguito ad un potenziamento strategico - difensivo deciso da Federico II; da un atto del 1569, elenco delle torri redatto dal vicerè spagnolo don Parafan de Ribera, si evince come la torre del Serpe continui a svolgere la sua funzione di controllo sul territorio circostante e sul Canale d'Otranto in particolare. 

La Torre del Serpe, oggi allo stato di rudere, rappresenta una presenza costante in tutta l'iconografia relativa ad Otranto e alla strage del 1480, entra in tutte le storie e le leggende di questi luoghi e fa bella mostra di sé nello stemma cittadino.

Torre dell'Orte

Proseguendo lungo la costa in direzione sud si incontra la torre, di forma quadrata, dell'Orte, più torre - fortezza, avamposto per la difesa di Otranto e del suo porto, che semplice torre di avvistamento. La torre è oggi inglobata in una masseria per pecore databile all'Ottocento. Originariamente questa torre comunicava da un lato con la torre del Serpe, ancora oggi visibile a poca distanza, e dall'altro, verso sud, con la torre oggi scomparsa della Palascia.

I lavori di costruzione di questa torre sono legati al periodo spagnolo, essendo iniziati nel 1565: la torre di forma tronco piramidale e con lato di 16 metri, fu costruita in carparo e presentava gli spigoli rinforzati con bugne dello stesso materiale; l'accesso avveniva da monte come in quasi tutte le torri costiere.  Già alla fine del Settecento, per quanto ancora occupata da un capitano torriero, risultava in avanzato stato di degrado, mentre fu completamente abbandonata, perdendo la sua originaria funzione militare, nel 1842, inglobata nella struttura della masseria. Il piano terra della torre, grande sala voltata a crociera con un pilastrone centrale e archi alle pareti, fu quindi trasformato in magazzino per la paglia, al servizio della masseria e dei nuovi usi del territorio circostante.

 

Foto di Gianluca Andreassi

Capo d'Otranto

 

Torre e Faro della Palascia

La torre della Palascia era localizzata in posizione elevata sulla falesia, al di sopra dell'attuale faro omonimo, nell'area più orientale d'Italia, il cosiddetto Capo d'Otranto, in passato considerato erroneamente come il punto di divisione tra Adriatico e Ionio. Il nome deriverebbe, secondo una tradizione locale, da quello di un antico santo albanese. La torre, come molte altre tra quelle di più antica origine, aveva pianta circolare. Nel 1569, nell'elenco delle torri fatto redigere dal vicerè spagnolo, risulta perfettamente agibile; nel 1727 risultava invece già inabitabile e in pessimo stato nel 1825, mentre l'abbandono completo si ebbe dopo il 1842; oggi non ne rimane nessuna traccia visibile.

Il nome della torre si è poi trasmesso al faro, attivato nel 1867 su una scogliera, più in basso rispetto al sito originario della torre. Fino ai primi anni '60 il Faro della Palascia era alimentato ancora a petrolio ed emanava un raggio luminoso esteso per 9 km sul Canale d'Otranto; successivamente arrivò l'elettricità e si costruì una nuova residenza per le tre famiglie degli addetti al funzionamento del faro; oggi il vecchio faro è stato sostituito da un fanale a cellula solare, diventando a tutti gli effetti un interessante esempio di archeologia industriale.

Torre di Santo Emiliano

La Torre di Santo Emiliano, a sud del Faro della Palascia, rappresenta uno degli esempi più suggestivi tra le torri costiere di questa parte del Salento, eretta su una rupe a picco sulla scogliera e circondata dalla nuda gariga. Questa, come tutte le torri costiere salentine, costituiva una sentinella contro i pericoli provenienti dal mare, i Turchi ma anche i corsari, che avevano scelto le coste albanesi come base per le loro scorrerie.

La torre di Santo Emiliano rientra tra quelle più antiche dell'età moderna, risalente probabilmente ai primi anni del '500, ossia subito dopo la strage di Otranto del 1480: l'epoca di costruzione è rilevabile anche dalla tipica forma circolare della pianta (si tratta infatti di un volume composto, con una base troncoconica e una struttura circolare sovrapposta) e dalle modeste dimensioni della struttura. In genere questo tipo di torre non era armato, ma svolgeva esclusivamente una funzione di avvistamento e di sentinella, attraverso l'utilizzo di una serie codificata di segnali (con il fuoco o con il fumo, ma anche di tipo sonoro, attraverso corni e campane).

In genere le torri denominate con nomi di santo testimoniano l'esistenza, nelle loro immediate vicinanze, di una chiesetta o di un casale omonimo: ed è il caso pure della torre di Santo Emiliano, sorta in prossimità del luogo dove esisteva una grancia del monastero basiliano di S.Nicola di Casole.

Masseria Ceppano

Nelle vicinanze della torre di Santo Emiliano, più all'interno rispetto al mare, si trova la masseria di Ceppano, tipica masseria da pascolo il cui nucleo originario risale alla seconda metà del '500. Il nucleo originario di questa, come di moltissime altre masserie del Salento, riprende le forme e le strutture tipiche delle torri costiere, a dimostrazione di come la prima esigenza fosse la difesa degli abitanti in un territorio che non si poteva considerare affatto sicuro.

 

Foto di Pasquale Scarcia

Masseria Ceppano

 

Masseria Ceppano si articola infatti intorno ad una torre alta circa 15 metri, con una scala esterna, una volta dotata di ponte levatoio, che conduceva direttamente al piano superiore, permettendo al tempo stesso di isolarlo rispetto al resto del complesso; una caditoia difende l'ingresso principale e le aperture della torre. Intorno alla torre stalle e fienili si articolano affacciandosi su corti di dimensione diversa; nella corte antistante la torre si trova poi una grande cisterna per la raccolta e la conservazione delle acque piovane, comunicante, per mezzo di un complesso sistema di canalizzazioni, con gli abbeveratoi. All'esterno del complesso è localizzata la chiesa, risalente al '700.

E' interessante leggere in questa masseria i segni che la caratterizzano allo stesso tempo come luogo di difesa, di residenza e di produzione.

 

 

Si segnalano le pubblicazioni:

 

- Provincia di Lecce: "Da Otranto a Porto Badisco - Passeggiate dalla natura alla memoria", Cavallino 1998

- E.Paiano, M.Cazzato: "Coste del Salento - Spiagge, rocce, riserve naturali, insenature, grotte, porti, torri e città marittime", Galatina 2002

- Lega per l'Ambiente, Cooperativa Hydra: "Ambienti e itinerari naturalistici della Provincia di Lecce", Conte Editore 1993

- A.Costantini: "Guida alle masserie del Salento", Galatina 1999

- A.Sigismondi, N.Tedesco: "Natura in Puglia - Flora, fauna e ambienti naturali", Bari 1990

- P. Graziosi: "Le pitture preistoriche della grotta di Porto Badisco", Firenze 1980

 

Si segnalano inoltre il sito web:

- www.artepreistorica.it