LA GRAVINA DI PICCIANO

 

IL PARCO REGIONALE ARCHEOLOGICO STORICO NATURALE DELLE CHIESE RUPESTRI DEL MATERANO

Il parco, esteso per oltre 6000 ettari nel territorio dei Comuni di Matera e Montescaglioso, comprende al suo interno le gravine di Matera e di Picciano

La battaglia per la riscoperta e la valorizzazione della civiltà rupestre, indissolubilmente legata alla presenza del fenomeno gravina, e per l'istituzione del Parco inizia nel lontano 1958, ad opera del Circolo "La Scaletta" di Matera, ma solo nel 1978 viene emanata la legge regionale di istituzione del Parco delle Chiese Rupestri. In questo lasso di tempo, e in periodi anche più recenti, si è assistito, spesso impotenti, alla distruzione ed al saccheggio di un patrimonio di eccezionale valore, unico nel suo genere: chiese rupestri rase al suolo o irrimediabilmente compromesse, affreschi asportati o deturpati dai vandali, iazzi e masserie abbandonate e ridotte in rovina, cave aperte con disprezzo dei rilevanti valori paesaggistici e naturalistici presenti, inutili e antieconomiche modifiche alle colture tradizionali, diffusione di miriadi di piccole discariche abusive.

L'istituzione del Parco mira a salvaguardare le più affascinanti tracce della civiltà rupestre presenti in Italia, tracce che consentono di distinguere le differenti culture che nel corso dei millenni si sono avvicendate su questo territorio, con la caratteristica comune di uno strettissimo legame con il particolare ambiente naturale in cui si andavano ad insediare.

LE CARATTERISTICHE AMBIENTALI, LA FLORA E LA FAUNA

L'area del Parco è caratterizzata dalla presenza della profonda gravina di Iesce (comunemente detta di Matera), in cui confluiscono i valloni della Femmina, del Prete, delle Tre Porte, della Loe, di Serritello, di S.Bruno - Malve e dalla presenza, ad ovest di Matera, della gravina di Picciano, che si congiunge poi con il fiume Bradano.

La geologia di questa parte delle Murge è costituita da un blocco roccioso composto da calcari del cretaceo superiore disposti a strati orizzontali, alternati a strati sottilissimi di terra rossa, nei calcari più recenti, o bruna nerastra, in quelli più antichi. Questi sottili strati di terreno, trasportati dalle piogge, si sono accumulati sul fondo delle lame e delle vallecole laterali, offrendo terreni fertili adatti ad un uso produttivo del suolo. 

In un'estesa area del Parco, il blocco calcareo è ricoperto da uno strato di tufo, più recente e quindi più tenero. La presenza del tufo da un lato ha favorito la diffusione delle colture arboree, permettendo la penetrazione delle radice in profondità, dall'altro ha agevolato anche l'insediamento umano, grazie alla facilità con cui questo materiale, a differenza della roccia calcarea di più antica formazione, può essere scavato e lavorato. I Sassi di Matera per esempio si sviluppano sul bordo della gravina, proprio in corrispondenza di questo strato di tufo.

Per la natura calcarea del terreno, scarsa è l'idrografia superficiale: il torrente Gravina di Matera, che costeggia ad est la città di Matera, il torrente Gravina di Picciano sul fondo della gravina omonima, il torrente Iesce.

Il suolo quasi ovunque povero e roccioso, la cronica mancanza d’acqua dovuta alla natura carsica del terreno, il clima che alterna il sole ardente dell’estate al vento e alle piogge dell’inverno, fanno sì che la vegetazione nell'area del Parco non sia particolarmente abbondante. La vegetazione arborea riesce localmente a svilupparsi anche sulla roccia calcarea, per natura fessurata, che permette alle radici delle piante di penetrare in profondità fino a raggiungere i sottili depositi di terra presenti tra uno strato di roccia e l'altro. Tra le essenze arboree vanno ricordate il leccio (soprattutto presso lo sbocco del vallone, sulle colline di Montescaglioso), la roverella, il fragno, l'acero minore e l'orniello; tra gli arbusti, tipici della macchia mediterranea, il biancospino, l'alaterno, la rosa selvatica, il terebinto, la fillirea, il lentisco, il perastro. L'habitat rupestre si dimostra ideale per alcune specie rare e caratteristiche, quali la campanula versicolor, l'eliantemo ionico e la violaciocca minore. Le aree a pascolo, sui bordi della gravina, si caratterizzano per la presenza diffusa di banchi di roccia affiorante, ambiente adatto a arbusti e piante erbacee (cardi, asfodeli, orchidee di numerose specie), che da sempre, con la loro presenza, hanno contribuito a limitare l'erosione del ridotto manto di terreno superficiale. Nell'area del Parco ruolo importante rivestono le numerose piante officinali presenti: per citare solo quelle più conosciute, il timo, la salvia, il rosmarino, l'origano, la menta, la malva.

Anticamente quest'area, così come l'intera Murgia, era rivestita da estese foreste di alto fusto, con prevalenza di querce, intervallate da tratti di fitta macchia mediterranea. 

L'habitat rupestre si dimostra inoltre ideale per la nidificazione di numerose specie di uccelli, ed in particolare per molti rapaci, alcuni dei quali rari. Non si può infine non accennare alla presenza in quest'area del grillaio, il piccolo falchetto che proprio a Matera è presente con una delle colonie italiane più numerose.

GLI INSEDIAMENTI E LE CHIESE RUPESTRI

Il popolamento della Murgia materana risale a tempi antichissimi, e a conferma di questo sono state identificate dei siti abitati in epoca paleolitica (Grotta dei Pipistrelli) e neolitica (villaggi fortificati nelle contrade Murgecchia, Murgia Timone e Tirlecchia).

 Il periodo di gravi sconvolgimenti che caratterizzò il territorio della città di Matera tra il VI e il X secolo, area contesa tra Bizantini, Longobardi e Saraceni, spinse gli abitanti della città a cercare rifugio nei luoghi più inaccessibili della Murgia. Alle comunità locali si aggiunsero asceti ed eremiti che fuggivano dalla Siria, dalla Palestina, dalla Cappadocia e dalla Sicilia musulmana, scegliendo questi luoghi perché adatti ad una vita di meditazione e di preghiera.

Il fenomeno delle chiese rupestri di Matera, e più in generale il fenomeno del "vivere in grotta", nasce quindi dall'incontro tra una comunità locale, per la quale l'insediamento in grotta era un fenomeno acquisito da innumerevoli generazioni, e la spiritualità dei monaci di rito italo - greco, che importarono dai loro paesi d'origine ulteriori modelli di architettura ed iconografia rupestre. 

A seguito dell'instabilità politica a Matera erano contestualmente presenti due culture: quella greca, facente riferimento ai Bizantini, e quella latina, facente capo ai Longobardi e all'ordine dei Benedettini. Solo nell'XI secolo con l'avvento dei Normanni si rese possibile la reale fusione tra le due culture.

La realizzazione di un insediamento rupestre, il processo finalizzato a ricavare un vuoto nel pieno, si ispirava all'architettura in muratura, imitandone i particolari architettonici e decorativi, ma godeva di una maggiore libertà espressiva, essendo minori i vincoli statici da rispettare. Si procedeva innanzi tutto all'individuazione di un sito adatto allo scavo, sito che veniva ripulito portando alla luce la roccia nuda, sulla quale si praticava una prima incisione, che via via approfondita, costituiva l'ingresso. Lo scavo degli ambienti veniva realizzato procedendo in orizzontale, lasciando il piano di calpestio a gradoni: veniva dapprima rifinito il soffitto, poi le pareti laterali, quindi la parete di fondo e solo per ultimo il piano di calpestio; si determinava quindi prima di tutto la profondità dell'ambiente, poi la sua larghezza e infine la sua altezza, determinata dal livellamento del pavimento.

Nell'area materana è stata accertata ad oggi la presenza di 155 chiese rupestri scavate nel tufo, molto spesso affrescate, disseminate sull'altopiano murgiano, lungo le ripide pareti delle gravine e dei valloni presenti in quest'area o inglobate nel tessuto storico della città di Matera.

Lungo il corso del torrente Gravina di Picciano si trovano almeno dieci cripte rupestri, la maggior parte delle quali concentrate nel tratto iniziale del torrente, nel tratto più marcato e più suggestivo della gravina omonima, altre distribuite nel tratto a valle, in direzione del Fiume Bradano, in cui il torrente Gravina confluisce. La più significativa è sicuramente la Cripta del Peccato Originale, localizzata nel tratto a valle, ma vanno altresì citate la cripta e la cappella dei Grottini, San Pietro in Lama, la cripta del Falco, quella di S.Giacinto, quella del Cristo e e quella di S.Pietro di Guirro nella parte a monte, nel tratto più profondo della gravina di Picciano, la cripta di S.Martino e quella di S.Lucia alla Gravina nel tratto a valle, oltre alla già citata cripta del Peccato Originale.

Ognuna di esse presenta peculiarità proprie, nell'architettura e/o nei cicli pittorici presenti, e alcune di esse risultano essere il cuore di vasti e complessi insediamenti rupestri, spesso distribuiti su più piani lungo gli spalti della gravina (villaggio del Cristo e villaggio del Falco).

La tipologia delle chiese rupestri si presenta molto varia, in funzione della disposizione dei singoli spazi liturgici e condizionata dalle esigenze del culto, differenti tra il culto greco e quello latino. Un ulteriore differenziazione è data dalle differenti tipologie di comunità monastiche: si possono distinguere gli eremi o asceteri, celle di singoli anacoreti, caratterizzate da spazi ridotti e dalla povertà delle architetture e delle decorazioni; le laure, cappelle circondate da numerose cavità dove i singoli monaci si isolavano al termine delle funzioni religiose, unico momento di vita comune; i cenobi, dove i monaci conducevano una vita comunitaria, fatta di preghiera ma anche di attività quotidiane in comune; i santuari, chiese isolate destinate a luoghi di pellegrinaggio in particolari occasioni; le chiese dei casali, molto simili alla tipologia cenobitica, con la differenza che nel caso dei cenobi la chiesa costituiva il fulcro per una comunità religiosa e nel caso dei casali per una comunità laica.

Le chiese con impianto monumentale sono spesso fornite di un atrio coperto, il nartece. All'interno le chiese sono articolate in ingresso, aula e presbiterio. 

Il valore liturgico dell'ingresso è legato alla simbologia salvifica della porta, identificata con Cristo. La tipologia degli ingressi presenta innumerevoli varianti, anche se la linea più diffusa è quella ad arco dolcemente parabolico. Di estremo interesse i casi in cui l'ingresso rappresenta uno straordinario esempio di integrazione tra escavazione e costruzione. L'ingresso ha inoltre la funzione di convogliare all'interno della chiesa la luce, essendo nella maggior parte dei casi l'unica fonte di illuminazione delle chiese stesse. In alcuni esempi l'ingresso è immediatamente seguito da un vestibolo, mentre in molti altri il vestibolo è inglobato nell'aula.

L'aula è l'ambiente, quasi sempre a forma pseudo - rettangolare, destinato ad accogliere i fedeli che assistono alla liturgia. L'aula può essere suddivisa in navate da pilastri generalmente di forma quadrangolare e in alcuni casi si arricchisce di cappelle laterali. In molti casi l'ambiente è corredato di banchine e da arcatelle cieche, ricavate entrambe direttamente dallo scavo del masso tufaceo e disposte lungo l'intero perimetro.

Il presbiterio o santuario o bema, ha in genere forma molto raccolta e termina nella nicchia absidale. La necessità di isolare il santuario dal resto della chiesa, fece adottare nelle chiese di rito greco, due differenti tipologie di recinzione (iconostasi): la pergula, muretto basso che non occlude completamente la visuale, e il templon, vera e propria parete che raggiunge il soffitto, aperta solo da uno stretto varco centrale e da due finestrelle laterali. Nel santuario trova posto l'altare principale della cripta, in posizione centrale o addossato alla parete dell'abside

In molti casi le chiese rupestri vennero arricchite con affreschi raffiguranti immagini sacre del Cristo, della Vergine e dei Santi. La peculiarità degli affreschi delle chiese rupestri di Matera è data proprio dal fatto di essere di tipo quasi sempre iconico: immagini per lo più isolate tese a rappresentare la figura del santo nella sua immobilità. La datazione di questi affreschi è spesso problematica, dal momento che si tratta di un'arte che ha preservato le sue caratteristiche, cristallizzando gli schemi iconografici, per un periodo di tempo molto lungo. E' comunque possibile affermare che la maggior parte degli affreschi, con alcune eccezioni, appartiene ad un periodo compreso tra il XII e il XIII secolo, e risente di una marcata influenza bizantina. 

LA CRIPTA DEL PECCATO ORIGINALE

La cripta rupestre del Peccato Originale, nota anche come "Grotta dei Cento Santi", si trova lungo il torrente Gravina di Picciano, in comunicazione con il pianoro soprastante per mezzo di una stretta e sconnessa gradinata.

L'interno della cripta, irregolarmente rettangolare e con la parete sinistra articolata dalla presenza di tre profonde nicchie, l'una diversa dall'altra e probabilmente destinate a contenere in passato gli altari, non presenta elementi architettonici di rilievo, ma allo stesso tempo è caratterizzata dalla presenza di un ciclo pittorico di rilevante valore storico ed artistico che ricopre per intero le pareti di fondo e di sinistra, purtroppo notevolmente compromesso in molte delle sue parti dall'umidità.

La parete di fondo è articolata dalla presenza al centro della figura eretta del Cristo Redentore; alla sua sinistra si sviluppa l'episodio biblico del Peccato Originale, da cui il nome della cripta, e alla sua destra sono presenti scene che ricordano l'avvento delle Tenebre (il Male) e della Luce (il Bene). 

L'episodio del Peccato Originale si articola in cinque scene: nella prima Adamo è in piedi accanto al Redentore, nella seconda appare solo la mano di Dio nell'atto della creazione, nella terza Eva viene creata dal costato di Adamo, nella quarta Eva è rappresentata in piedi nei pressi dell'albero sul cui tronco è attorcigliato il serpente, nella quinta infine Eva porge il frutto proibito ad Adamo.

Più in basso, sempre sulla parete di fondo, è raffigurata la purificazione liturgica di un vescovo. Tutto il ciclo pittorico è racchiuso da una cornice gialla ornata di nero, con decorazioni puntiformi bianche e gemme rosso-nere; le figure, su fondo bianco, sono circondate nella parte inferiore dell'affresco da una minuta, pregevole e originale decorazione floreale.

Sulla parete di sinistra, le tre nicchie absidali contengono altrettante triarchie. Nella prima sono rappresentati S.Pietro con ai lati S.Andrea e S.Giovanni; la seconda triarchia mostra invece la Madonna e il Bambino, benedicente alla greca, adorati da due figure femminili, riccamente vestite; nella terza nicchia è infine rappresentata la triarchia degli Arcangeli, con S.Michele al centro e ai lati S.Gabriele e S.Raffaele. Gli affreschi, racchiusi in una cornice rossa bordata di nero, acquistano ulteriore valore per il singolare motivo floreale, che costituisce uno degli aspetti più caratterizzanti la cripta del Peccato Originale. La parete piatta in cui si aprono le tre nicchie era in origine anch'essa affrescata, ma di questi affreschi rimangono oggi purtroppo solo pochissime tracce. 

Il ciclo pittorico della cripta rappresenta un unicum in tutto il contesto artistico materano e costituisce inoltre un importante momento di fusione tra schemi iconografici orientali e occidentali. Gli affreschi, databili secondo alcuni critici al IX, periodo in cui era forte la presenza longobarda in Basilicata e in cui Matera gravitava nell'orbita del ducato longobardo di Benevento, secondo altri al X secolo, sarebbero opera di un artista benedettino, legato alla tradizione estetica e religiosa occidentale ma influenzato da schemi orientali. 

Le influenze orientali si evincono soprattutto per la rappresentazione frontale delle figure e per la sontuosità delle vesti delle figure, mentre l'appartenenza dell'artista alla cultura occidentale è rivelato dall'espressività dei volti, dalla libertà compositiva, specie nelle scene della Genesi, nella presenza diffusa della decorazione floreale, e soprattutto per il modo in cui è rappresentata la Madonna, non "anziana vedova altolocata", con i capelli accuratamente coperti, come avveniva usualmente nella tradizione iconografica bizantina, ma giovane donna con i capelli che fuoriescono dal velo.

Gli episodi del Peccato Originale e dell'avvento della Luce e delle Tenebre mostrano una indubbia originalità iconografica, mentre le triarchie presenti nelle tre absidi si conformano a schemi pittorici classici, in cui due immagini minori ai lati di una maggiore, centrale e solenne, corrisponde al paradigma figurativo della Deesis, presente in moltissime chiese rupestri, non solo materane. 

La cripta è affiancata da numerosi ambienti, ma il cenobio doveva sorgere sulla sponda opposta del torrente, dove sono ancora presenti le tracce dell'antico insediamento monastico.

LA CRIPTA E IL VILLAGGIO DEL CRISTO

Il complesso rupestre del Cristo è localizzato nei pressi della Masseria del Cristo, che trae il nome da un bassorilievo rappresentante un'ostia irraggiata venerata da angeli, scolpito sullo scalone che porta al piano superiore della masseria, in prossimità della sponda destra della gravina di Picciano, in corrispondenza di uno dei tratti più profondi e più larghi della gravina stessa.

Una gradinata incassata nella parete della gravina conduce al vasto complesso grottale sottostante, che doveva costituire il nucleo originario del complesso insediativo. L'insediamento rupestre si sviluppa su quattro ordini di piani sovrapposti l'uno all'altro, in una ricchissima sequenza di ambienti abitativi e di servizio, necessari alla vita quotidiana dell'originaria comunità: accanto ad ampie caverne e piccole celle ricavate sul fondo delle stesse, si rinvengono in maniera diffusa pozzi, cisterne, magazzini, forni e altri locali di servizio alla comunità.

Attraverso un esteso ed articolato sistema di gradinate scavate nella roccia si raggiunge il letto del torrente e di fronte, sull'altro versante della gravina, si riconosce l'apertura dell'isolata cavità destinata a luogo di culto.

La chiesa è caratterizzata da un'articolazione interna in tre settori differenti: l'aula, il presbiterio e un vano di servizio laterale, comunicante con l'aula. L'aula presenta la parete di sinistra ritmata da tre nicchie, mentre sul perimetro rimangono tracce delle originarie sedute, alte circa 60 cm; in prossimità dell'ingresso è visibile la bocca di una cisterna. Il presbiterio è diviso dall'aula da un muretto alto circa 80 cm, su cui si innesta un'ampia archeggiatura con funzione di iconostasi; le pareti sono alleggerite da arcate cieche, in funzione di abside, diaconico e protesi. Al centro si erge, ancora abbastanza integro, l'altare in pietra, parallelepipedo di roccia alto circa un metro.

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DI PICCIANO

Il santuario sorge a 18 chilometri da Matera sul colle che fiancheggia la strada per Gravina. Il nome deriva dall'icona bizantina della Madonna di Picciano, conservata sopra l’altare maggiore della chiesa. 
        La sua origine è ancora incerta, anche se probabilmente il primo nucleo era rappresentato da un monastero rupestre benedettino databile intorno all’anno Mille. Dopo le Crociate passò ai monaci cavalieri dell'ordine dei Templari, e in seguito ad altri monaci-cavalieri gerosolimitiani, i Cavalieri di Malta. Solo nel 1966 accanto al santuario è sorto un monastero, attualmente affidato ai Benedettini Orvietani.
        L’impianto basilicale è articolato su tre navate. Le strutture edilizie che compongono il santuario sono state modificate più volte e probabilmente il nucleo principale risale al XII-XIII secolo; dietro l’altare, alcuni lavori di restauro, hanno infatti portato alla luce un portale risalente a questo periodo. 

Omonimie e leggende legano il santuario di Picciano ad un piccolo paese abruzzese, denominato anch’esso Picciano, in provincia di Pescara. Il fattore comune, di natura religiosa, è rappresentato da una Madonna. Un’abbazia benedettina, intitolata a S. Maria del Soccorso, ha costituito per secoli l’orgoglio di Picciano d’Abruzzo, denominata dal 1497 in poi come "Santa Maria del Soccorso di Picciano". Una leggenda diffusa narra che un’abruzzese sottrasse la Madonna di Picciano, trasportandola poi verso Matera; ciò non trova, però, alcun riscontro nella realtà, non essendoci nessuna traccia della Madonna né al Santuario né altrove a Matera.
        A Matera, d’altro canto, la presenza e l'influenza abruzzese nell’area di Picciano è accertata almeno dal 1600, e forse da prima. Di recente il professor Alessandro Clementi, della Facoltà di Magistero dell’Università dell’Aquila, dopo approfonditi studi sulle due abbazie, ha proposto l’ipotesi secondo la quale il culto della Madonna di Picciano sarebbe stato introdotto in Abruzzo dai pastori, che si recavano annualmente in transumanza dai monti abruzzesi ai pascoli circostanti il Santuario.
        Uno stretto legame unisce poi il santuario di Picciano con l'isola di Malta: dal 1622 infatti presso la Concattedrale di San Giovanni a La Valletta è oggetto di devozione la Madonna di Caraffa, la cui effige è copia dell’originale dipinto sulla pietra presente, da tempi antichissimi, sull’altare maggiore del Santuario di Santa Maria di Picciano a Matera. Tale chiesa fu commenda dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, detti poi di Malta, di cui Fra Girolamo Caraffa era stato Commendatore dal 1592 al 1615; si deve al frate la decisione di far eseguire il dipinto a sue spese nel 1601, come risulta testualmente dall’incisione sottostante lo stesso quadro.

Si segnala il sito internet:

www.parcomurgia.it/parco/index.htm

 

Si segnalano inoltre le pubblicazioni:

- F.Dell'Aquila, A.Messina: Le chiese rupestri di Puglia e Basilicata, Bari 1998

- La Scaletta: Le chiese rupestri di Matera, Roma 1966

- M.Tommaselli: Guida alle chiese rupestri del Materano, Matera 1988

- M.Tommaselli: Il Parco della Murgia Materana, Matera 1992