IL FIUME SINNI E IL BOSCO DI POLICORO

 

NOTIZIE GENERALI

Foto di Piero Petruzzelli

Foce del Sinni

Il fiume Sinni nasce dal Monte Serra Giumenta (m 1518), sul gruppo del Monte Sirino, e dopo aver attraversato le province di Potenza e Matera, sfocia nel Golfo di Taranto. Il fiume attraversa nel suo tratto finale il bosco di Pantano, eccezionale esempio di bosco planiziale relitto.

La variabilità della geomorfologia della Basilicata origina una complessa rete idrografica, superficiale e sotterranea. Il regime dei corsi d'acqua lucani è tipicamente torrentizio, caratterizzato da massime portate durante il periodo invernale e da un regime di magra durante la stagione estiva. Numerosi corsi d'acqua, tra cui anche il Sinni, sono stati intercettati mediante la costruzione di dighe e di invasi artificiali.

 Le prime notizie scritte relative al fiume Sinni ci vengono fornite da Strabone, che parla del Sinni come di un fiume navigabile. L'antico insediamento di Siris costituì il porto fluviale della città di Eraclea, fondata nel 432 a.C., fino al VI secolo dopo Cristo. Il fiume si mantenne navigabile per molti secoli, fino a quando lo sconsiderato disboscamento delle sue sponde, la mancata regolamentazione del suo corso e, di recente, la realizzazione della diga di monte Cotugno, lo hanno trasformato nell'attuale fiumara. L'approdo alla foce è infatti menzionato nel "Compasso del Navigare", pubblicato nel 1250 e, ancora nel 1600, il fiume doveva essere praticabile a chiatte che imbarcavano merci a S.Laura, contrada di Rotondella.

IL BOSCO PANTANO DI POLICORO NELLA STORIA

Il bosco Pantano di Policoro costituisce una vera rarità affacciata sullo Ionio: rappresenta infatti uno dei pochi boschi planiziali relitti presenti in Italia.

Anticamente uno sconfinato bosco igrofilo copriva il suolo intorno alla foce del Sinni, senza soluzione di continuità con i boschi pedemontani. Dei primi frequentatori di quest'area, probabilmente già in età preistorica, non restano tracce, mentre le genti della Magna Grecia insediate nelle vicine colonia ne apprezzarono subito il valore, lasciando traccia di quella che forse rappresenta la più antica norma sulla gestione agroforestale del territorio: nelle Tavole di Eraclea infatti, risalenti al VI - V secolo a.C., veniva limitata l'attività umana di bonifica del bosco e delle connesse aree umide.

Durante il periodo medievale, gli abitati si trasferirono dalla pianura ai primi rilievi (Nova Siri, Tursi, Rotondella), abbandonando le aree paludose malsane. In quell'epoca il bosco di Policoro era opportunamente gestito e tutelato per la fornitura di legname e per la ricchezza faunistica, preziosa per i nobili dediti alla caccia (sono ancora visibili i resti di un castello di caccia).

Di estremo interesse le descrizioni che di quest'area fanno i viaggiatori, molti dei quali stranieri, che tra il 1700 e l'inizio del '900, attraversarono o visitarono questi luoghi.

Richard de Saint - Non, che la visitò nella seconda metà del '700, così la descriveva: "Una foresta sacra ... dominata dal silenzio e dall'oscurità misteriosa che regna sotto le immense querce vecchie come il mondo ... popolata da una folla pacifica di animali ... dai cinghiali, dai daini, dai cervi, dai caprioli ...".

Un secolo più tardi, nel 1881, Francois Lenormant, archeologo francese, parlava di una "vera foresta vergine ... che da una eternità non conosce l'accetta".

George Gissing, narratore inglese, visitò questi luoghi nel 1897, rimanendone incantato: "L'immaginazione subiva un fascino che era per metà paura; non avevo mai visto un bosco incantato. Nulla di umano poteva aggirarsi tra quelle ombre senza sentiero, vicino a quelle acque morte. Era l'ingresso al mondo degli spiriti; su questo bosco gravava un silenzioso timore, quale Dante conobbe nella selva oscura ...".

Ancora ai primi del '900 i 1600 ettari di bosco e i 110 ettari di stagni erano in ottime condizioni di conservazione.

Norman Douglas, letterato inglese autore di "Old Calabria", stabilitosi in Italia nel 1896, visitò il bosco ai primi del '900, successivamente alla costruzione della ferrovia Metaponto - Foggia, che lo aveva tagliato in due. Lo scrittore scrive ammirato: "Il crepuscolo regna sovrano in questo dedalo di alberi alti e decidui. C'è anche un fitto sottobosco; io ho misurato un vecchio arbusto che aveva tre metri di circonferenza ... Policoro ha la bellezza aggrovigliata di una palude tropicale ... e quando ci si è addentrati in quel labirinto verdeggiante, si può anche immaginare di essere in qualche primitiva regione del globo terrestre, dove mai piede umano è penetrato".

Il feudo di Policoro fu acquistato a pubblico incanto dai principi Serra - Gerace per 402.000 ducati nel 1792 e nel 1893 passò in proprietà ai baroni Berlingieri di Crotone, che mantennero integra tutta l'area, riservandola alla caccia.

La riforma agraria del secondo dopoguerra, che espropriò 2805 grandi proprietari terrieri a favore di circa 100.000 contadini, investì anche il bosco Pantano, per buona parte espropriato ai Berlingieri. La bonifica passò sull'antica foresta come un rullo compressore, distruggendone buona parte: venne eliminato il vincolo idrogeologico e il bosco fu sottoposto a "taglio raso con dicioccamento". 

Iniziati nel 1956, i tagli terminarono solo nel 1961: frassini, pioppi e lentischi divennero cassette per la frutta; i frassini furono acquistati dalla Fiat per gli esterni delle prime giardinette; gli olmi, acquistati dalla ditta Feltrinelli, furono impiegati nei cantieri navali; dai tronchi più grandi di farnie, olmi e frassini si ricavarono traversine ferroviarie; gli ontani che svettavano lungo le rive del Sinni finirono sul mercato di Bari, per essere trasformati in casse da morto; il resto, pari ad oltre due milioni di quintali, fu venduto come legna da ardere.

Nel 1961 lo spoglio era compiuto, degli originari 1600 ettari di bosco ne rimanevano solo 700, in gran parte ancora appartenenti al barone Berlingieri, e immense distese di pomodori e di barbabietole sostituivano l'originaria vegetazione spontanea. Fu così che "una delle più ricche e orride foreste d'Italia, una vera foresta vergine cresciuta in millenni di selvatichezza nel clima caldo umido, afoso e stagnante delle paludi e degli acquitrini", come la descrisse l'archeologo Lorenzo Quilici, fu quasi completamente distrutta, malgrado le proteste di naturalisti come Alessandro Ghigiche, che nel 1957, nel secondo numero del bollettino della neonata Italia Nostra, lanciò un accorato ma inascoltato allarme.

Oggi dell'antico bosco di Policoro rimangono circa 550 ettari, di cui 480 protetti.

 

IL BOSCO PANTANO OGGI

Il bosco di Policoro costituisce quindi attualmente una testimonianza relitta, di rilevantissimo valore naturalistico, scientifico e paesaggistico, della vasta foresta planiziale di  latifoglie che anticamente ricopriva gran parte della costa ionica.

L'area, segnalata dalla Società Botanica Italiana come meritoria di tutela dal 1971, è attualmente Sito di Importanza Comunitaria (SIC) in base alla direttiva comunitaria Habitat e Riserva Naturale Regionale ai sensi della legge regionale 28/94, per un'area di 480 ettari. Il WWF ha proposto, per l'area del bosco e della foce del fiume Sinni, l'istituzione di una riserva statale. Lo stesso WWF gestisce dal 1995 ventuno ettari del bosco, di proprietà del Comune di Policoro.

L'importanza della Riserva è da un lato legata alla sopravvivenza di esemplari arborei colossali, testimonianza viva di quello che dovevano essere i boschi umidi e allagati delle piane costiere ioniche, e dall'altro per la presenza, in un'area ormai ridotta al minimo, di numerosi ambienti molto diversificati l'uno dall'altro (ambiente dunale e retrodunale, ambiente della macchia mediterranea, ambiente del bosco umido planiziale) e delle conseguenti complesse relazioni e dinamiche.

Il bosco di Policoro è oggi diviso nettamente in due parti dalla statale 106 Ionica e dalla ferrovia Taranto - Reggio Calabria: il primo tratto, denominato Bosco del Pantano Soprano, è di limitata estensione e, in seguito ad un furioso ed esteso incendio del 1981, appare oggi anche di limitata consistenza; la seconda parte, a valle della statale Ionica, detto Bosco del Pantano Sottano, più esteso e ancora di rilevante valore naturalistico. 

 

Geologia e morfologia

L'area è caratterizzata da terreni di origine fluviale e fluvio - marina lungo la costa, mentre prevalgono le formazioni argillo - sabbiose con intercalazioni di sabbie e ghiaia lungo il corso del fiume Sinni; i terrazzi marini sono costituiti da conglomerati calcarei.

La piana costiera si è formata nel corso dei millenni in seguito alle alluvioni del Sinni, che hanno portato all'avanzamento più o meno veloce della linea di costa; la piana costiera era quindi soggetta a periodi prolungati di impaludamento, con aree più elevate asciutte e aree maggiormente depresse allagate quasi perennemente.

L'ambiente naturale si presenta molto diversificato ed eterogeneo, essendo caratterizzato dalla presenza della foce del fiume, dal litorale sabbioso, dal sistema dunale e retrodunale, dagli stagni e dalla palude e dal bosco planiziale.

 

Vegetazione e flora

Da un punto di vista vegetazionale l'area protetta può essere distinta in tre parti, la vegetazione del litorale sabbioso, la macchia mediterranea e il bosco umido con le aree palustri.

La zona costiera sabbiosa è una delle più critiche per l'instaurarsi della vita vegetale, per le condizioni estreme (aridità, ventosità, salinità). Gli adattamenti a questo ambiente estremo sono quindi di vario tipo: i lunghi apparati radicali per raggiungere l'acqua in profondità, le foglie strette, sottili e appiattite al suolo per resistere anche ai venti più forti, le foglie carnose o ridotte a spine per ridurre l'evapotraspirazione fogliare, specie nel periodo estivo. I primi metri di spiaggia, la battigia, sono del tutto privi di vegetazione; subito dopo si incontrano le prime piante psammofile (salsola, calcatreppola, ravastrello marittimo, gramigna della spiaggia); proseguendo verso l'interno, alle specie pioniere appena ricordate, si associano lo sparto pungente, il finocchio marino, l'euforbia marittima, il giglio marino.

La macchia mediterranea occupa un'ampia fascia tra il litorale marino e il bosco igrofilo, dove dominano il lentisco e il ginepro coccolone. Si tratta di un'associazione vegetale caratterizzata dalla presenza di specie latifoglie sempreverdi xerofile, presenti sia allo stato arbustivo che a quello arboreo, particolarmente adattate a resistere al lungo periodo di siccità estiva tipico dell'ambiente mediterraneo. Tra le specie più diffuse vanno ricordate la fillirea, il rosmarino, il mirto, il cisto e la rara efedra, una specie di conifera erbacea o arbustiva. Nelle zone più umide sono presenti anche l'oleandro e l'agnocasto, specie tipiche per esempio dei greti delle fiumare.

Il bosco planiziale igrofilo è caratterizzato dalla presenza di piante adattatesi ad ambienti con suoli umidi o allagati, ambienti tipici delle zone retrodunali e fluviali. 

Nel Bosco Sottano lo strato arboreo è composto da specie meso - igrofile, tra cui dominano il frassino, l'ontano nero e il pioppo bianco (meno frequente la farnia e l'olmo, osservabile solo allo stato arbustivo); sono presenti anche specie meno e non igrofile, quali il cerro, l'acero campestre, l'alloro e il melo selvatico. Le diverse specie si associano tra loro in maniera differente rispetto alle particolari condizioni microambientali. Gli alberi sono spessi ricoperti da rampicanti lianosi (clematide, smilax, rosa sempreverde), che rendono il bosco in alcuni tratti impenetrabile. Lo strato arbustivo è rappresentato da un numero molto elevato di specie, tra le quali dominano il biancospino, il fico selvatico, la sanguinella, la fillirea, il lentisco e l'alaterno. Nel sottobosco erbaceo molto diffuse sono le piante palustri.

Nell'area residua del Bosco Soprano, dove il livello del suolo è generalmente più elevato, è sostanzialmente uguale la composizione dello strato arboreo ed arbustivo, ma risulta molto differente il rapporto tra le specie: si impoverisce infatti la componente più marcatamente igrofila (pioppo bianco e frassino), mentre aumenta quella meno igrofila (cerro e farnia tra le querce, ma anche alloro e olmo).

Le zone umide delle depressioni sono caratterizzate dalla presenza del canneto (fragmiteto) costituito dalla cannuccia di palude e da diverse specie di giunco e di carice.

 

Habitat e fauna

La fauna presenta sull'area si presenta varia e ricca, tipica di habitat molto diversi tra loro, quali quello marino - litorale, quello palustre e fluviale, quello boschivo e quello dei coltivi.

Tra i mammiferi, a causa dell'elevata antropizzazione delle aree limitrofe e a differenza dei secoli passati, non sono presenti specie di grandi dimensioni. Le più comuni sono il riccio, la lepre, l'istrice, la volpe, la faina, il tasso. La lontra era segnalata nell'area di Policoro fino alla fine degli anni '60; alcune ridotte popolazioni di lontra si trovano ancora lungo l'alto corso del Sinni.

Numerosi sono gli uccelli, con oltre 170 specie tra sedentarie, migratrici e di passo. Alla foce del Sinni e lungo il litorale si possono osservare diverse specie di uccelli marini (berta minore, fratino, rondine di mare, sterna maggiore), mentre le aree umide e palustri più interne ospitano vari anatidi (germano reale, alzavola, fischione, mestolone, marzaiola, moriglione). In queste aree sono numerosi gli ardeidi (frequenti l'airone cinerino e la garzetta, più rari l'airone rosso, la nitticora e la sgarza ciuffetto). Legati all'acqua sono anche alcune specie di rallidi (gallinella d'acqua, folaga e porciglione). Tra i limicoli, uccelli adattatisi a vivere e ad alimentarsi nelle zone palustri caratterizzate da acque basse e fangose, i più frequenti sono il corriere piccolo, il beccacino, il cavaliere d'Italia, l'avocetta e il piro piro piccolo. Tra i rapaci si possono osservare l'albanella reale e l'albanella minore, il nibbio reale, il falco di palude e il raro falco pescatore.

La foce del Sinni è stata in un non lontano passato sito di riproduzione per la tartaruga marina (Caretta caretta). Molto rara la tartaruga liuto, osservata alla foce nel 1989.

Numerosissimi gli insetti, fra cui alcune specie rare e osservate solo in quest'area.

 

Attività antropiche 

I rischi per il bosco di Policoro non possono dirsi conclusi nemmeno oggi con l'istituzione dell'area protetta da parte della Regione Basilicata: gli alberi più grandi vengono ancora tagliati abusivamente, vaste aree sono utilizzate come discarica abusiva, il pascolo invade e danneggia il sottobosco, le colture agrarie intensive circondano l'area boscata e sottraggono acqua alle falde; alcuni interventi di sistemazione idraulica hanno comportato la realizzazione di argini lungo il Sinni, riducendo quindi l'afflusso di acqua al bosco durante le piene, apporto idrico necessario alla sopravvivenza stessa del bosco; notevoli le pressioni turistiche lungo la costa nel periodo estivo. Per di più l'area protetta istituita è finora attiva solo sulla carta.