IL PULO DI MOLFETTA

 

NOTIZIE GENERALI

Foto di Gianluca Andreassi

Particolare della parete del pulo

 

Il Pulo è una grande cavità di origine carsica a circa 1.5 km dal centro urbano di Molfetta. Il fenomeno naturale acquista in questo caso una particolare attrattiva per il visitatore perché connesso, fin da epoca remotissima, alla frequentazione antropica del territorio.

Il Pulo, attualmente di proprietà della Provincia di Bari, risultava chiuso al pubblico dal 1980, in seguito al terremoto dell'Irpinia, che aveva arrecato danni alla stabilità delle grotte e delle pareti. Nel 1995, grazie ad un finanziamento della Regione Puglia, sono potuti iniziare i lavori per il recupero delle emergenze localizzate al suo interno. I lavori, diretti da tecnici della Provincia e terminati nel dicembre 1997, erano finalizzati a valorizzare la complessità ambientale e storica del sito e tra le priorità individuate vi erano la ripresa della ricerca archeologica, in particolare sul fondo e sulle pendici della dolina, la salvaguardia ed il recupero della vegetazione, il restauro della nitriera Borbonica, interventi di ingegneria naturalistica per migliorare la stabilità dei pendii, la riqualificazione dei percorsi di visita e la creazione di un'opportuna tabellazione.

ASPETTI GEOLOGICI

Il Pulo è una depressione carsica di forma ovoidale, con un perimetro di circa 600 metri e una profondità di 30 metri. Si tratta in particolare di una dolina di crollo, originata cioè dal collasso della volta di una grande cavità sotterranea. Le pareti verticali del Pulo sono costituite da calcari del Cretaceo, mentre sul fondo della dolina la roccia calcarea è ricoperta da spessi strati di materiale detritico, accumulatosi sia per i fenomeni di crollo e di distacco dalle pareti sia per il dilavamento dei terreni circostanti ad opera delle acque meteoriche. La fisionomia originaria della dolina era infatti molto diversa da quella attuale, configurabile come una depressione meno vasta e profonda, allargata nel corso dei millenni dall'azione chimica e meccanica dell'acqua e degli agenti atmosferici e dall'arretramento costante delle pareti in seguito ai crolli.

Le pareti del Pulo sono costellate di numerose grotte, disposte su più piani e spesso tra loro comunicanti. La loro genesi è naturale, anche se l'uomo, utilizzandole nel tempo come riparo, le ha adattate alle sue specifiche esigenze. In tutte le grotte è assente lo stillicidio delle acque e di conseguenza non si rinvengono fenomeni di formazione di concrezioni calcitiche, quali stalattiti e stalagmiti.

Tra le grotte del Pulo particolare importanza rivestono quella più grande, costituita da quattro cavità sovrapposte e in collegamento tra loro, con la superiore caratterizzata da un pilastro di calcare che la suddivide simmetricamente, e le grotte denominate Carolina e Ferdinando, a causa della formazione di nitrati al loro interno, in particolare di nitrato di potassio o salnitro. I nitrati sono stati studiati sin dal '700 e in epoca borbonica il salnitro fu estratto in grandi quantità per la produzione della polvere pirica, miscela costitutiva della polvere da sparo a base di nitrato di potassio (70%), carbone di legna (20%) e zolfo (10%). Il salnitro nelle grotte si rinviene sotto forma di incrostazioni e infiorescenze biancastre, più raramente sotto forma di peluria simile a cotone. La patina biancastra che riveste ampie porzioni delle grotte, sia sulla volta che sulle pareti, con il passare del tempo sfalda la superficie esterna della roccia, accelerandone il disfacimento.

 

ASPETTI ARCHEOLOGICI E STORICO - CULTURALI

Foto di Gianluca Andreassi

Scavi archeologici all'interno del pulo

Le prime ricerche archeologiche, condotte dal Mayer, risalgono ai primi anni del 1900 e dettero importanti risultati per la definizione dell'insediamento capannicolo neolitico.

Interessantissima e plurimillenaria la frequentazione antropica dell'area del Pulo. Già nel corso del VI millennio, in epoca Neolitica, sui fianchi del Pulo viveva una comunità stabile organizzata in villaggio, dedita all'agricoltura e all'allevamento. Con alcune interruzioni l'insediamento neolitico si protrasse fino al IV millennio ( a questa data fanno riferimento alcune delle numerose sepolture a fossa rinvenute). Il complesso sistema di cavità presenti sui fianchi della dolina costituiva inoltre un ambiente ideale per le cerimonie rituali e per le pratiche funerarie e cultuali tipiche delle comunità neolitiche.

Le capanne avevano pianta circolare ed erano costituite da una intelaiatura in legno rivestita da una sorta di intonaco realizzato con paglia e argilla. L'attività pastorale degli abitanti è testimoniata dal ritrovamento di resti animali (maiale, pecora, capra, bue e cavallo), mentre l'attività agricola dalla presenza di numerose macine in arenaria e in calcare. Numerose sono le tracce degli scambi commerciali con altri villaggi, anche lontani (per esempio Lipari, da cui proveniva l'ossidiana per realizzare lame, o il Gargano, da cui arrivava la selce). I vasi, destinati a contenere le derrate alimentari e i liquidi, erano realizzati in ceramica impressa a crudo o in ceramica dipinta a motivi geometrici in rosso e bruno.

Le 49 tombe a fossa ritrovate sono riferibili alla seconda metà del IV millennio. Il morto, il più delle volte, era collocato in posizione rannicchiata su un fianco, secondo un rituale che richiama chiaramente il momento della nascita.

Pur meno consistenti, molto significative sono anche le tracce della successiva frequentazione dei siti nell'Età dei Metalli (III - II millennio a.C.), in particolare delle grotte e del pianoro esterno, dove sono state trovate tracce di un piccolo abitato, probabile cerniera tra gli insediamenti esistenti lungo la costa e l'entroterra, caratterizzato dalla presenza di gruppi dai tratti culturali comuni (facies appenninica).

Di rilevante valore storico - culturale sono anche le testimonianze del successivo processo di antropizzazione del sito. In primo luogo il Monastero dei Cappuccini, costruito nella prima metà del '500 sul ciglio occidentale del Pulo, articolato in spazi aperti e chiusi, che connota fortemente con la sua presenza il paesaggio agrario circostante. 

La seconda emergenza storico - architettonica presente costituisce un raro esempio di archeologia industriale: si tratta infatti di una nitriera realizzata nella seconda metà del XVIII secolo dai Borboni, su un piccolo pianoro artificiale ad un livello intermedio della depressione. L'opificio si compone di una struttura, la nitriera vera e propria, articolata in un vano di piccole dimensioni e in una lunga aula destinata alla distillazione del salnitro; di una tettoia, denominata comunemente Il Pergolato, identificabile come la zona destinata alla lisciviazione delle terre nitrose; di due grandi vasche, venute alla luce di recente (scavi 1997), profonde 6.50 metri e necessarie per la raccolta e la conservazione dell'acqua utile alla lisciviazione del salnitro; il complesso era completato infine da un piccolo corpo di guardia posto in corrispondenza dell'entrata alla dolina.

ASPETTI NATURALISTICI

Il Pulo è caratterizzato da un'interessantissima commistione tra vegetazione spontanea e piante introdotte dall'uomo nel corso dei millenni. La trasformazione della vegetazione originaria ha avuto infatti inizio già nel Neolitico, in seguito all'avvento dell'agricoltura primitiva, caratterizzata dalla preparazione del terreno mediante il fuoco e la successiva semina. Le colture dapprima erbacee (leguminose e cereali) e solo in un secondo momento arboree (vite, mandorlo, olivo, melograno, il fico d'india, etc.), hanno profondamente e soprattutto progressivamente mutato l'aspetto vegetazionale originario.

Da qualche decennio, con l'abbandono delle colture all'interno del Pulo, la vegetazione ha avviato una nuova progressione evolutiva, ancora in atto, caratterizzata dalla distribuzione delle specie tipiche della macchia mediterranea in funzione delle condizioni microclimatiche delle differenti aree. Il processo evolutivo è più avanti nelle aree marginali della dolina, dove è molto diffuso l'alloro, insieme al biancospino e al viburno tino, associati a numerose piante erbacee e lianose, mentre il fondo pianeggiante, coltivato da tempo immemorabile e abbandonato più di recente, è caratterizzato dalla diffusione di piante erbacee e da alcuni sporadici arbusti termofili quali il lentisco.

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