IN BARCA ... RISCOPRENDO LA PESCA

LA COSTIERA AMALFITANA

 

IL PESCATURISMO

 

Il pescaturismo costituisce attività integrativa alla pesca artigianale, e prevede la possibilità per gli operatori del settore di ospitare a bordo delle proprie imbarcazioni un certo numero di persone diverse dall'equipaggio per lo svolgimento di attività turistico - ricreative.

L'attività di pescaturismo è attualmente regolamentata dal decreto ministeriale 293/99, che regola lo svolgimento di attività nell'ottica della divulgazione della cultura del mare e della pesca, attività quali brevi escursioni lungo le coste, l'osservazione delle attività di pesca professionale, la ristorazione a bordo o a terra, la pesca sportiva e tutte quelle attività finalizzate alla conoscenza e alla valorizzazione dell'ambiente costiero.

Il pescaturismo rappresenta una proposta innovativa per rispondere all'esigenza di diversificazione delle attività di pesca, in particolare all'interno delle aree marine protette, incentivando una particolare forma di turismo perfettamente in linea con i principi del "turismo responsabile". Il concetto di turismo responsabile nasce infatti dall'esigenza di valorizzazione e riscoperta delle differenti realtà sociali ed ambientali e delle tradizioni proprie della nostra cultura.

All'attività di pescaturismo inizia ad associarsi l'"Ittiturismo", che consiste in un'attività di ricezione e di ospitalità esercitata da pescatori professionisti, attraverso l'utilizzo delle proprie abitazioni, adeguatamente ristrutturate o appositamente acquistate, e la contestuale offerta di servizi di ristorazione e degustazione dei prodotti tipici delle marinerie italiane. 

LE TECNICHE DI PESCA

Le tecniche di pesca ancora in uso nell'area della Penisola Sorrentina e della Costiera Amalfitana sono molto diversificate tra loro in funzione del tipo di pesca e di pesce.

Tra le principali vanno ricordate le reti, le lenze, le nasse e i palangari.

 

1 - Le reti

Le reti sono largamente diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo e la loro forma dipende dalla profondità di pesca e dalle specie oggetto di cattura. 

Le reti fisse sono calate sul fondo marino ed ancorate ad esso mediante opportuna piombatura, e a seconda della specie di pesce e dalla profondità cui sono calate, variano nella forma, nelle dimensioni e nell'assemblaggio. Ad esempio il tramaglio è costituito da tre pezzi di rete sovrapposti tra loro, di cui le due parti esterne sono a maglie larghe, mentre quella più interna è a maglie più strette; le reti ad imbrocco sono invece formate da un'unica pezza di rete a maglie molto piccole. Di frequente esiste una combinazione tra le due reti, con il tramaglio più in profondità e l'imbrocco verso la superficie.

 

2 - Le lenze

La pesca con le lenze è una tecnica molto diffusa nella piccola pesca costiera e può essere distinta in quella con l'imbarcazione in movimento e quella da fermo. A seconda del tipo di specie da catturare, varia la dimensione e la forma degli ami, lo spessore del nylon e la piombatura.

 

3 - Le nasse

Le nasse sono trappole per la cattura di pesci e cefalopodi e variano per forma, dimensioni e materiali di costruzione. Normalmente sono costituite da uno scheletro, in genere metallico, su cui viene fissata una rete in plastica, ferro o materiale naturale. La forma può essere a tronco di cono, a cilindro, a forma di zucca, a parallelepipedo, etc. 

In genere le nasse vengono posizionate in serie e legate tra loro con un cordoncino, detto trave, a distanza variabile in funzione della specie da catturare e della morfologia del fondo. Per la pesca ai polpi vengono calate in mare anche 2000 nasse per ogni imbarcazione.

 

4 - I palangari

Il palangaro può essere paragonato ad un lunghissimo bolentino, armato con molti ami ed adagiato sia sul fondo del mare che a pochi metri dalla superficie, a seconda delle specie insidiate.

I palangari di superficie vengono lasciati alla deriva e, se molto lunghi come quelli per la pesca dei tonni, costituiti anche da 15000 ami, vengono seguiti con i radar o con il satellite; quelli di fondo sono invece ad esso fissati mediante opportuni piombi o zavorre.

Il palangaro è costituito da una sagola o lenza madre principale su cui sono posizionati gli ami mediante fili di nylon, chiamati braccioli, di diametro inferiore a quello della lenza madre, e da una serie di sagole su cui ad una estremità è fissato un galleggiante per l'individuazione in superficie del palangaro stesso. La distanza tra un bracciolo e l'altro e i diametri della lenza madre e dei braccioli sono variabili a seconda della specie che si vuole pescare. 

LA RISERVA NATURALE MARINA DI PUNTA CAMPANELLA

I primi passi verso l'istituzione di quest'area protetta risalgono alla fine degli anni '70, quando si inizia a parlare di istituire parchi naturali e zone protette nell'area della futura riserva. Nel 1982, in seguito alla legge 979/82 sulla difesa del mare, questo tratto di costa viene destinato ad area protetta.

L'istituzione della Riserva Marina di "Punta Campanella" ad opera del Ministero dell'Ambiente arriva però solo il 12 dicembre 1997. L'area protetta si estende su circa 1400 ettari di superficie e lungo 40 chilometri di fascia costiera, comprendendo parte del territorio dei Comuni di Massa Lubrense, Piano di Sorrento, Positano, Sant'Agnello e Vico Equense, riconoscendone l'elevato valore naturalistico, paesaggistico e storico - culturale. 

L'istituzione di quest'area protetta ha seguito un processo decisionale top - down, durante il quale cioè la partecipazione o anche la sola consultazione delle comunità locali è stata quasi completamente trascurata. La scelta di tale percorso "impositivo", dall'alto, è stato uno dei principali motivi che ha scatenato il conflitto: infatti l'area protetta, sebbene auspicata da molti attori locali, è stata percepita in un primo momento come imposizione centralistica, assolutamente non aderente alla complessa realtà sociale ed economica del territorio. Si deve quindi al Comune di Massa Lubrense, postosi alla guida degli altri Comuni interessati, il tentativo riuscito, grazie anche all'apertura dimostrata a livello ministeriale, di trasformare quella che sembrava un'imposizione centralistica in un modello alternativo e condiviso di sviluppo locale, basato sulla riconversione di alcune attività tradizionali quali la nautica e la pesca e la creazione di nuove opportunità di occupazione soprattutto nei settori del pescaturismo e dell'escursionismo nautico, subacqueo e terrestre.

Tra i fini principali dell'istituzione dell'area protetta ci sono la tutela e la valorizzazione delle risorse biologiche e geomorfologiche della zona, la diffusione delle conoscenze relative agli ambienti marini e costieri, la promozione di uno sviluppo socio - economico compatibile con le particolari valenze ambientali dell'area. Al fine di perseguire tali scopi, l'area protetta è suddivisa in tre distinte zone: la zona "A" (riserva integrale), dove sono vietate la navigazione, l'accesso e la sosta di natanti di qualsiasi genere, la balneazione, la pesca e l'immersione; la zona "B" (riserva generale), dove sono vietate la navigazione e la pesca non autorizzata dall'Ente gestore; la zona "C" (riserva parziale), dove sono vietati l'ancoraggio libero e alcune forme di pesca sportiva. La perimetrazione di queste tre differenti zone è stata modificata nel corso del tempo anche in seguito alle indicazioni e alle proposte delle amministrazioni e delle comunità locali e dello stesso Ente gestore, costituito da un Consorzio dei sei Comuni in cui ricade l'area protetta.

 

1 - La storia

L'area intorno a Punta Campanella già dall'VIII secolo a.C. vede il diffondersi di numerosi villaggi indigeni, che verso la metà del VI secolo a.C. si concentrano lungo la costa, in corrispondenza dei punti di passaggio dei traffici commerciali estruschi. Verso la fine del V secolo a.C. la Campania cade progressivamente in mano agli Osco - Sanniti, provenienti dai monti del Sannio, mentre dalla fine del IV secolo a.C. comincia la penetrazione romana, che sarà completa intorno al 90 - 80 a.C.

Con la romanizzazione si assiste ad un'intensa opera di trasformazione del territorio, sia in corrispondenza dei principali centri urbani, che acquistano un nuovo aspetto molto più monumentale, che nelle campagne che si popolano di ville rustiche legate alla produzione dei pregiati vini locali.

Già dal I secolo a.C. si assiste, in tutti i punti più panoramici della costa, all'edificazione di ville da parte dell'elite romana, che fin dal secolo precedente aveva eletto il golfo di Napoli quale luogo privilegiato di villeggiatura. Tra le altre si possono citare la villa di Pipiano a Massa Lubrense, la villa di Pollio Felice, la villa di Agrippa Postumo a Sorrento, la villa su Punta Campanella, circondata da esedre nei punti più panoramici e provvista di faro nella parte più alta.

Di estremo interesse il santuario di Athena di Punta Campanella, la cui fondazione mitica è attribuita ad Odisseo: studi recenti hanno dimostrato una frequentazione cultuale del sito dalla metà del VI secolo a.C. fino alla prima metà del II a.C., senza soluzione di continuità. I vasi votivi ritrovati sono essenzialmente legati al rito della libagione, documentato dalle antiche fonti quali Stazio. La cerimonia della libagione avveniva anche ad opera delle navi che passavano davanti al santuario, che versavano vino pregiato in mare ed ammainavano le vele in segno di devozione; la devozione verso questi luoghi si è perpetuata nel tempo, dal momento che nei secoli scorsi al passaggio dalla Punta venivano sparati colpi di cannone ed oggi si suonano le sirene.

Alla figura di Odisseo è strettamente connesso un altro mito, ovvero quello delle Sirene, la cui mitica dimora veniva localizzata negli isolotti "Li Galli".

Un aspetto più recente ma di sicuro interesse per la storia di questi luoghi è rappresentato dal sistema di torri di avvistamento costiere, volute dal vicerè del Regno di Napoli Don Parafan de Ribera e realizzate per la maggior parte durante il viceregno di Don Pedro di Toledo: nella Penisola Sorrentina in particolare furono erette dopo la funesta invasione di Sorrento e di Massa Lubrense ad opera dei Turchi nel 1558, periodo in cui furono ricostruite anche le preesistenti torri trecentesche, quale quella di Punta Campanella.

 

2 - L'ambiente naturale marino

L'istituzione dell'area protetta di Punta Campanella ha lo scopo di salvaguardare uno dei tratti della costa tirrenica più interessanti da un punto di vista naturalistico, sia per l'ambiente terrestre che per quello marino.

I circa 40 chilometri di costa protetti della Penisola Sorrentina sono un susseguirsi di promontori e insenature, dove falesie a picco sul mare si alternano a pareti degradanti dolcemente; alcune secche e la presenza di piccoli scogli al largo della costa acquistano il valore di vere e proprie oasi naturalistiche, con paesaggi subacquei tra i più suggestivi del Mediterraneo.

Numerose specie vegetali colonizzano quest'area, a cominciare dalla fascia di marea, dove predominano le alghe verdi, mentre con l'aumentare della profondità si riscontra una maggiore diffusione di alghe brune e alghe rosse.

La più diffusa tra le piante superiori marine è la Posidonia oceanica, che in alcune aree forma delle estese praterie, utilissime per contrastare i fenomeni di erosione della costa e per la produzione di ossigeno. Tra le fronde e i rizomi delle posidonie vive una miriade di specie animali, che qui trovano cibo e rifugio: ricci, stelle di mare, ascidie, molluschi gasteropodi, crostacei, cavallucci marini e numerose specie di pesci, quali scorfani, labridi, castagnole e salpe.

Con l'aumentare della profondità cambia notevolmente il paesaggio e si incontrano biocenosi spettacolari con esemplari appartenenti soprattutto ai Celenterati; ogni centimetro di roccia disponibile è colonizzato da Briozoi, Madreporari, Alghe, Attinie e Poriferi, mentre numerose specie di pesci (cefali, salpe, saraghi, spigole, orate, cernie, labridi) si muovono instancabilmente alla ricerca di cibo. 

La natura calcarea della Penisola ha generato, in seguito ad intensi fenomeni carsici, la formazioni di numerose grotte, molte delle quali subacquee (grotta di Cala di Mitigliano, grotta dello Zaffiro, grotta dell'Isca), che contribuiscono ad aumentare notevolmente la biodiversità di questo tratto di mare.

La zona "A" della Riserva, dove più restrittive sono le forme di tutela in ragione degli eccezionali valori presenti, comprende l'area intorno allo scoglio di Vervece, regno delle Gorgonie, e una seconda area, più estesa, intorno al piccolo scoglio di Vetara, i cui fondali ricordano quelli di un atollo tropicale.

 

3 - L'ambiente naturale terrestre

L'area marina protetta di Punta Campanella è inserita in un paesaggio caratterizzato da un'elevata biodiversità, favorita da particolari microclimi, dovuti alla geomorfologia accidentata, dove versanti aridi e assolati si alternano a profondi valloni, caratterizzati dal fenomeno dell'inversione termica. 

La costa è caratterizzata da pareti calcaree a tratti ripide e accidentate, specie sul versante meridionale, a tratti dolcemente degradanti verso il mare.

In prossimità del mare, dove spesso arrivano gli spruzzi della risacca o delle mareggiate, le rocce si presentano quasi del tutto spoglie, popolate esclusivamente da specie particolarmente resistenti alla salsedine e ai venti, quali il il finocchio di mare (Chritmum maritimum) e il limonio (Limonium johannis).

Allontanandosi dal mare sugli speroni di roccia si rinvengono il Lotus cytisoides e il Daucus gummifer; dove è presente una quantità seppur minima di terriccio compaiono la Silene vulgaris, la Reichardia picroides e la Lobularia maritima. Discorso a parte merita la presenza sulle pareti a strapiombo della rara Chamaerops humilis, palma nana che rappresenta l'unica palma autoctona italiana. 

Ricca la presenza di piante tipiche della macchia mediterranea, quali il mirto, il lentisco, il rosmarino, l'elicriso, il ginepro fenicio. Nei purtroppo frequente tratti percorsi dal fuoco risultano molto sviluppate la ginestra spinosa e la ginestra comune. Lungo la costa la macchia è inoltre caratterizzata dalla presenza diffusa dell'euforbia arborea (Euphorbia dendroides). Tra le specie arborea la più diffusa è il leccio, cui si affianca più raramente la roverella; molto diffusi inoltre esemplari di carrubo di considerevoli dimensioni. 

Molto numerosi gli endemismi, tra i quali vanno ricordate la Stellina di Capri (Asperula crassifolia), la Campanula napoletana (Campanula fragilis), lo Zafferano d'Imperato (Crocus Imperati), l'Erba - perla mediterranea (Lithodora rosmarinifolia) e la Finocchiella amalfitana (Sesili polyphillum).

Da un punto di vista faunistico nell'ambito dell'area protetta le presenze più interessanti sono quelle relative all'avifauna (è per esempio segnalata la presenza di alcune coppie nidificanti di falco pellegrino).  Quest'area costituisce inoltre uno dei punti ideali di passaggio e di sosta per l'avifauna migratoria lungo le rotte mediterranee che uniscono l'Africa all'Europa.

 

4 - La pesca di frodo dei datteri

Come risulta dalle innumerevoli denunce del direttore dell'area protetta, un problema purtroppo ancora molto vivo è quello della pesca di frodo ai datteri. Un fondale visitato dai datterari è come un'enorme cava di ghiaia sottomarina, con il fronte della falesia martoriato dai colpi di mazza e completamente denudato, mentre sul fondo si accumulano masse informe di detriti.

Quello del datteraro è un vero e proprio lavoro che impegna quotidianamente decine e decine di subacquei e di scafisti, che quasi sempre restano impuniti. Il porto di partenza dei datterari della Penisola Sorrentina è quello di Castellamare, dove rimane un basista in grado di avvisare lo scafista della partenza di eventuali controlli da parte della Capitaneria di Porto. Arrivati sul luogo prescelto i subacquei, in genere a coppia, si immergono attrezzati ognuno con tre gruppi di bombole da 18 litri che depositano sul fondo; si può così lavorare ininterrottamente per quattro o cinque ore, raccogliendo alla fine della giornata una ventina di chilogrammi di datteri, distruggendo dieci metri quadri di fondale e con un guadagno di circa un milione di vecchie lire. La comunicazione tra lo scafista, posizionato a distanza di qualche centinaia di metri, e i subacquei avviene a colpi di acceleratore: due sgasate per avvisare dell'arrivo di una pilotina della Capitaneria di Porto, tre per il cessato allarme e così via.

Nell'area di Punta Campanella la pesca di frodo dei datteri viene svolta da circa 50 datterari per tutti i giorni dell'anno, con un incremento orario nel periodo estivo. Il fatturato complessivo è calcolato in circa 4 miliardi di lire a fronte della distruzione di 40 mila metri quadri di fondali ogni anno.

Contro questo fenomeno le iniziative delle forze dell'ordine sono di fatto trascurabili, anche se va segnalato il fatto che di recente, per la prima volta, è stato contestato, a quattro datterari arrestati, il reato di associazione a delinquere.

LA RISERVA NATURALE ORIENTATA VALLE DELLE FERRIERE

La Riserva Naturale Orientata Valle delle Ferriere, istituita nel 1972, si estende per 455 ettari in un ampio vallone tra i monti del Comune di Scala (Sa), al confine tra Amalfi ed Agerola. La valle è attraversata per tutta la sua estensione dal Torrente Canneto, lungo il cui corso si trovano numerose cascate.

La Riserva Valle delle Ferriere è inoltre una delle 43 Riserve Biogenetiche presenti in Italia, l'unica nella Regione Campania: il concetto di riserva biogenetica nasce in ambito europeo con la risoluzione 17/76 del Consiglio d'Europa, con lo scopo di proteggere gli habitat di specie animali e vegetali minacciate di estinzione e di difendere il  patrimonio genetico europeo. La rete europea delle riserve biogenetiche va inoltre ad integrare la rete mondiale delle riserve della biosfera istituita dall'UNESCO con il progetto MAB (Man and Biosphere). L'Italia ha recepito la risoluzione del Consiglio d'Europa con due Decreti Ministeriali del 1977 e la gestione di tali Riserve è affidata al Corpo Forestale dello Stato.

Il toponimo Ferriera, che dà il nome alla Riserva, deriva dalla presenza di un opificio, risalente alla fine del '500, che ricavava il ferro dal minerale grezzo importato dall'isola d'Elba e dalla Puglia. Nel secolo XVIII Carlo III di Borbone cercò di incentivare tale produzione, ma le difficoltà connesse al trasporto dei materiali e dei prodotti ridussero ben presto la portata di questa attività: la produzione è infatti continuata fino al secolo scorso limitata alla realizzazione delle "centrelle", ovvero dei chiodi da scarpe, da parte di una comunità di operai, 156 famiglie, che vivevano nel casale di Pogerola.

1 - La valle dei mulini

La Valle dei Mulini costituisce la parte terminale del corso del Torrente Canneto, prima che questo attraversi il centro abitato di Amalfi. Il nome della valle deriva dalla presenza di numerosi mulini per l'industria delle paste alimentari, abbandonati in seguito allo sviluppo delle industrie di Torre del Greco, Torre Annunziata e Gragnano. Tali impianti, così come anche la stessa Ferriera, sfruttavano l'energia prodotta dai numerosi corsi d'acqua presenti nella zona.

Già tra il XII e il XIII secolo alcuni mulini furono sostituiti dalle cartiere, dove si produceva una carta ricavata dalla macerazione degli stracci di cotone, lino e canapa, secondo una tecnica originaria della Cina, risalente già al I secolo a.C., importata prima nei paesi arabi e poi introdotta in Europa proprio dagli Amalfitani. Tale tecnica consisteva nel ricavare una poltiglia di cellulosa che, stesa su appositi telai, veniva trasformata in fogli, successivamente pressati e messi ad asciugare su lunghi stenditoi esposti ai venti dominanti. La carta qui prodotta, molto pregiata, era detta carta bambagina o carta di Amalfi. Durante il '700 l'attività raggiunse il suo apice, ma alla fine dell'800 la mancata meccanizzazione dei processi produttivi provocò il decadimento e l'abbandono di quasi tutte le cartiere. Delle sedici cartiere che operavano nella valle nel momento di massimo splendore, solo due sono ancora attive.

All'inizio della Valle dei Mulini è da qualche anno presente il Museo della Carta, che raccoglie una collezione di macchinari e di prodotti della lavorazione della carta.

2 - La flora e la fauna

Grazie alla particolare posizione geografica e alla specificità della geo - morfologia del territorio, nella Valle delle Ferriere si possono trovare associazione vegetali molto rare, tipiche dei paesi a forte piovosità del Sud - Est asiatico: all'interno della valle, chiusa a nord dal Monte Rotondo ed aperta a sud - est verso Amalfi, si è creato un microclima caratterizzato da un elevato tasso d umidità e dall'uniformità della temperatura, con una media intorno ai 15 gradi.

All'interno della Riserva, nel 1710, il botanico Micheli individuò la Woodwardia radicans, una felce gigante,  specie relitta risalente al Terziario, rarissima in Italia e tipica delle regioni calde a forte piovosità quali l'India, la Cina e di alcune aree di Spagna e Portogallo, che qui può raggiungere anche il metro e ottanta di altezza. Oltre alla Woodwardia, ormai assurta a simbolo della Riserva, sono qui presenti altre specie vegetali minacciate di estinzione, quali la Pteris cretica, la Pteris longifolia, l'Erica terminalis e la piccola pianta carnivora Pinguicola hirtiflora, le cui foglie secernono un liquido colloso ricco di enzimi al fine di catturare e digerire gli insetti.

Nella valle è evidente il fenomeno dell'inversione termica, con temperature più basse a quote inferiori, che comporta la conseguente inversione della vegetazione, con la presenza di boschi mesofili sul fondo e formazioni vegetali tipiche della macchia mediterranea e della gariga nella parte superiore.

La fauna della Riserva è particolarmente ricca di specie legate alla presenza di acqua: sono abbastanza frequenti per esempio la piccola salamandrina dagli occhiali, la salamandra comune e il tritone italico. Alcune segnalazioni testimonierebbero anche la presenza lungo il corso del Torrente Canneto della lontra.

 

L'ECOMUSEO DEL FIORDO DI FURORE

Il paese di Furore, sulla Costiera Amalfitana, deve la sua fondazione ai Romani che sfruttarono l'inattaccabilità del sito dovuta alla sua particolare morfologia. Il nome antico di tutta questa zona era "Terra Furoris", proprio in virtù dell'assordante frastuono che, nelle frequenti notti di tempesta, mare e vento producevano rimbombando tra le alte pareti del fiordo.

Il piccolo borgo si sviluppa infatti sul margine dell'omonimo fiordo, tra il mare e le pendici dei Monti Lattari, in un paesaggio caratterizzato da pendii intensamente coltivati a viti e olivi. Il collegamento tra il borgo e il mare era ed è assicurato da una lunghissima scalinata, realizzata nel periodo delle Repubbliche Marinare, grazie alla quale le merci giunte via mare venivano trasportate a spalla fino al paese soprastante.

Nel suggestivo scenario del fiordo di Furore è stato istituito per iniziativa del Comune di Furore, con la consulenza dell'Orto Botanico di Napoli e della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Culturali di Salerno, un "Ecomuseo", a conclusione di un lungo lavoro di risanamento igienico - sanitario dell'area e di recupero dell'antico borgo marinaro e delle annesse strutture protoindustriali risalenti al XVII secolo.

Un ecomuseo non è un parco naturale né tanto meno un museo tradizionale: si tratta piuttosto di un complesso aggregato di natura e storia, abitudini e tradizioni, la cui istituzione è finalizzata a recuperare e valorizzare l'eccezionale rapporto esistente tra uomo e ambiente, tra il luogo e le attività che vi si svolgevano, attraverso l'apporto diretto della comunità locale che prende coscienza del proprio patrimonio naturale e culturale, lo "ri-conosce" e rimane coinvolta nella sua valorizzazione. 

All'interno del fiordo di Furore, caratterizzato da rilevanti valori ambientali, naturalistici e paesaggistici, funzionavano, fino agli inizi del Novecento e grazie ad un complesso sistema idraulico che utilizzava la forza motrice delle acque del ruscello Schiato, ottimizzando quindi le caratteristiche ambientali del sito, due mulini, due cartiere, con l'annesso interessante spanditoio utilizzato per fare asciugare la carta appena prodotta, e una calcara per la produzione della calce. Di rilevante valore storico - testimoniale risultano poi le antiche case dei pescatori dette localmente “monazzeni ”, parola che deriva dal greco antico con il significato di “vivere in solitudine”.

Il rilevante valore naturalistico di questo luogo è testimoniato dalla presenza, sulle pareti a picco del vallone, di alcune coppie di falco pellegrino e della felce termofila Woodwardia radicans, rarissimo esemplare di flora relitta dell’era pre-glaciale.

L'ecomuseo è organizzato in più sezioni, al chiuso e all'aperto: i percorsi botanici attrezzati lungo il "sentiero dei Pipistrelli Impazziti", con relativo erbario allestito nei locali della struttura recuperata della cartiera - mulino; le Vie del Cinema, sulle tracce dei personaggi famosi quali Rossellini e la Magnani che hanno frequentato questi luoghi; il percorso tra i "Muri d'Autore", fra murales e sculture, con annesso Centro di Documentazione sui paesi dipinti italiani.

Le "Vie del Cinema" nascono in memoria della frequentazione di questi luoghi da parte di alcuni maestri del cinema italiano: in particolare nel 1948 Roberto Rossellini girò in questi luoghi il vero omaggio all’arte di Anna Magnani, con l’episodio centrale del film “Amore”, che racconta la storia di una pastorella che, rimasta incinta, crede di stare per partorire un essere divino. E proprio a Furore Anna Magnani e Roberto Rossellini, vissero la loro tormentata e intensa storia d’amore: si innamorarono del fiordo tanto da comprare due “monazzeni”, le case dei pescatori costruite proprio sulla spiaggia, ironicamente ribattezzate, dalla gente del luogo, con i loro soprannomi, ovvero “ la villa del Dottore ” e “la villa della storta ”.

Il percorso tra i "Muri dipinti" si svolge tra numerose opere all’aperto realizzate da artisti italiani e stranieri e che rappresentano in chiave contemporanea la storia, la tradizione, i miti del paese. L'iniziativa nasce nel 1980, quando all'appello del Sindaco rispondono affermati artisti napoletani, quali i fratelli Elio, che dedica la sua opera in cemento alla terra, Luigi, che realizza la scultura "La vela", inno alla leggerezza e alla forza dell'aria, e Rosario Gazzella, che si ispira al tema della pesca quale richiamo all'acqua, completando il ciclo sui tre elementi, aria, terra e acqua che dominano questi luoghi. Ai fratelli Gazzella si uniranno poi nel corso degli anni moltissimi altri artisti, italiani e stranieri, tanto che Furore occupa oggi un posto di primo piano nell'Associazione Italiana dei Paesi Dipinti.

L’Associazione Italiana dei Paesi Dipinti collega ben 85 piccoli paesi italiani le cui strade e piazze sono abbellite e decorate con pitture murali, antiche e moderne, realizzate nelle più diverse tecniche pittoriche, dalla ceramica agli affreschi, dai graffiti ai murales. Realizzati a volte per ricordare, a volte per protestare, altre ancora semplicemente per raccontare, i muri dipinti diventano veri e propri musei all’aria aperta, l’arte alla portata di tutti e per tutti. Vanno ricordati per esempio “il paese dei pittori naif” (Lauro, Avellino), “il paese del Cinema messo al muro” (Legro-Orta S. Giulio, Novara, i cui murales sono realizzati in onore dei tanti registi che hanno ambientato sul lago di Orta i loro film), “il paese dei murales di protesta sociale e di satira politica” (Orgosolo, Nuoro, i cui muri ricordano quelli sudamericani), “il paese dal lungo murales” (ben 1.100 metri, Piombino, Livorno) e “il paese dalle porte dipinte” (Valloria-Prelà , Imperia).

 

Si segnalano infine i siti Internet:

- www.pescaturismo.org

- www.puntacampanella.org 

- www.valledelleferriere.com