S.COSTANTINO ALBANESE - LA CULTURA ARBERESHE

LA CULTURA ARBERESHE

Arbereshe indica sia la lingua parlata che il nome degli albanesi d'Italia, mentre Arberia identifica l'area geografica degli insediamenti albanesi in Italia.

La cultura arbereshe è ancora oggi caratterizzata da elementi specifici e caratterizzanti, che rendono la presenza delle comunità albanesi un elemento di forte arricchimento per la comunità locale nel suo complesso.

La specificità di tale cultura si rileva nelle tradizioni, nei costumi, nell'arte, nella gastronomia, ancora oggi conservate gelosamente in molti paesi, in particolare del Meridione d'Italia.  

LA STORIA DELLE MIGRAZIONI

L'emigrazione albanese in Italia è avvenuta in un arco di tempo che abbraccia almeno tre secoli, dalla metà del XV secolo alla metà del XVIII: si trattò in effetti di più ondate successive, in particolare dopo il 1468, anno della morte dell'eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderberg.

Secondo studi recenti sono almeno otto le ondate migratorie di albanesi nella penisola italiana, cui va aggiunta l'ultima recentissima cominciata all'inizio degli anni novanta del 1900.

Gli albanesi in genere non si stabilirono da subito in una sede fissa, ma si spostarono più volte all'interno del territorio italiano e ciò spiegherebbe anche la loro presenza in moltissimi centri italiani e in quasi tutto il Meridione.

La prima migrazione risalirebbe agli anni 1399 - 1409, quando la Calabria era sconvolta dalle lotte tra i feudatari e il governo angioino e gruppi albanesi fornirono i loro servizi militari ora ad una parte ora all'altra.

La seconda migrazione risale agli anni 1416 - 1442, quando Alfonso I d'Aragona ricorse ai servizi del nobile condottiero albanese Demetrio Reres; la ricompensa per i servizi militari resi fu la concessione, nel 1448, di alcuni territori in Calabria per lui e in Sicilia per i figli.

La terza migrazione risale agli anni 1461 - 1470, quando Giorgio Castriota Skanderberg, principe di Krujia, inviò un corpo di spedizione albanese in aiuto di Ferrante I d'Aragona in lotta contro Giovanni d'Angiò; in cambio dei servizi resi fu concesso ai soldati albanesi di stanziarsi in alcuni territori della Puglia.

La quarta migrazione (1470 - 1478) coincide con un intensificarsi dei rapporti tra il Regno di Napoli e i nobili albanesi, anche in seguito al matrimonio tra una nipote dello Skanderberg e il principe Sanseverino di Bisignano e la caduta di Krujia sotto il dominio turco. In questo stesso periodo una fiorente colonia albanese era presente a Venezia e nei territori a questa soggetti.

La quinta migrazione (1533 - 1534) coincide con la caduta della fortezza albanese di Corone sotto il controllo turco e fu anche l'ultima migrazione massiccia.

La sesta migrazione (1664) coincide con la migrazione della popolazione della città di Maida, ribellatasi e sconfitta dai Turchi, verso Barile, già popolata da albanesi in precedenza.

La settima migrazione (1744) vede la popolazione di Pikernion, nell'Albania meridionale, rifugiarsi a Villa Badessa in Abruzzo.

L'ottava migrazione (1774) vede un gruppo di albanesi rifugiarsi a Brindisi di Montagna, in Basilicata.

La nona migrazione è quella in atto ancora oggi.

LE COMUNITA' ARBERESHE IN ITALIA

Le comunità arbereshe sono oggi diffuse in quasi tutte le regioni meridionali, superando complessivamente le 100.000 persone, anche se la popolazione di origine albanese che parla la lingua arberesh costituisce una minoranza sul totale degli appartenenti alle comunità italo - albanesi.

La Calabria è la regione che vede la maggiore presenza di comunità arberesh, contando ancora 58.425 persone che parlano la lingua originaria su un totale di 88.319 appartenenti alla comunità italo - albanese. Importanti comunità arberesh abitano in almeno 30 Comuni della Regione, in particolare in provincia di Cosenza.

La comunità di origine albanese più numerosa è quella pugliese (113.088 persone ) anche se solo una piccola percentuale (12.816 persone, concentrate in provincia di Foggia, a Casalvecchio e Chieuti, e in provincia di Taranto a San Marzano) parlano ancora l'arberesh.

Altre comunità si trovano in Sicilia (in particolare nell'area di Piana degli Albanesi, con 15.135 persone che parlano l'arberesh su un totale di 64.177), in Molise (13.877 su 25.051, nei Comuni di Campomarino, Ururi, Montecilfone e Portocannone), Basilicata (nei Comuni di S.Paolo Albanese, S.Costantino Albanese, Barile, Ginestra e Maschito, dove quasi tutti i membri della comunità parlano ancora l'arberesh, 8.132 su 9.072). Molto più piccole le comunità italo - albanesi della Campania (2.226 persone) e dell'Abruzzo (510).

LA RELIGIONE

Per ciò che riguarda il rito religioso, gli albanesi in Italia seguivano il rito bizantino in lingua greca, cui il papa Paolo II, nel 1536, attribuì pieno riconoscimento nell'ambito del cattolicesimo.

Molte comunità albanesi hanno però perso, nel corso dei secoli, il rito greco - bizantino originario, anche in seguito alle pressioni e ai contrasti sorti con le autorità civili e religiose locali.

Oggi il rito bizantino sopravvive soprattutto nelle comunità albanesi della Provincia di Cosenza e in quelle intorno a Piana degli Albanesi, in Sicilia.

1 - LA PASQUA

La Pasqua per le comunità italo - albanesi di rito greco - bizantino è la ricorrenza centrale, dalla cui data dipendono le altre feste. Rappresenta la festa delle feste e i riti della Passione, della Morte e della Resurrezione di Gesù vengono rivissuti attraverso la ricca simbologia di origine orientale.

Suggestive per esempio, il Giovedì santo, la lavanda dei piedi e l'Ultima cena con gli apostoli; il Venerdì la processione che attraversa tutto il paese, accompagnata dai canti della passione in arberesh. 

Il Sabato santo si tolgono le tende nere dalle finestre della chiesa e suonano a festa le campane per annunciare la Resurrezione. Dopo la mezzanotte in molti paesi, le donne si recano ad una fontana fuori dal paese per il rito del "rubare l'acqua": lungo il percorso è proibito parlare e devono resistere ai tentativi di farle parlare operati dai giovani; solo dopo essere giunti alla fontana e aver preso l'acqua è possibile parlare e scambiarsi gli auguri. Il significato di questo rito ha significati sia sociali che religiosi: le donne in silenzio richiamano la scena delle pie donne descritte dal Vangelo che camminano silenziose per non essere scoperte dai soldati romani; ma esiste anche una relazione tra la colpa, che è di tutti gli uomini che hanno crocifisso il Cristo, e il silenzio. L'acqua opererà la catarsi liberatrice e il ritorno alla parola è collegato alla Resurrezione del Cristo, mentre lo scambio degli auguri è anche un ritorno alla comunità e al vivere sociale.

La domenica mattina si svolge la funzione dell'aurora: il sagrestano, all'interno della chiesa, interpreta il demonio e cerca di impedire l'entrata al tempio del sacerdote, che dopo aver bussato ripetutamente entra trionfalmente intonando canti.

Il lunedì e il martedì in molte comunità arbereshe si svolgono le tradizionali vallje in piazza.

2 - IL CULTO DEI DEFUNTI

Nei paesi italo - albanesi di rito greco - bizantino, i morti vengono commemorati, invece che ai primi di novembre come nella tradizione cattolica, all'inizio della primavera, tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo.

La commemorazione dei defunti nei paesi albanesi presenta le caratteristiche di una festa popolare, durante la quale i defunti si confondono con i vivi: si crede che Gesù Cristo dia il permesso alle anime perché escano dall'oltretomba e facciano ritorno sulla Terra per ritrovare i luoghi in cui sono vissuti.

Di estrema suggestione la processione che avviene a San Demetrio Corone: dopo la processione al cimitero, i parenti degli estinti si appartano nella tomba dei propri cari per consumare cibo e bevande e chiunque passi nelle vicinanze viene invitato a partecipare al banchetto. Questa singolare tradizione affonda le sue radici in usi antichissimi.

Ruolo simbolico di rilievo nelle celebrazioni in onore dei defunti hanno i collivi, fette di pane con sopra grano bollito.

In serata amici e parenti si ritrovano e consumano la cena rievocando, fino a notte inoltrata, i loro cari e uno dei posti a tavola è lasciato libero perché "riservato" ai defunti. Si rinnova in questo modo una tradizione antica che si ricollega ai banchetti della chiesa primitiva e alle usanze che per secoli hanno messo in evidenza i valori di solidarietà e di amicizia all'interno della comunità arbereshe.

Il sabato successivo è invece un giorno di profonda tristezza, perché secondo la tradizione i morti sono obbligati a ritornare nell'oltretomba, distaccandosi dai propri cari.

3 - LE ICONE E L'ICONOSTASI

Nel rito greco - bizantino ruolo centrale è rappresentato dalle icone raffiguranti personaggi biblici, in sostituzione delle statue tipiche delle chiese cattoliche.

Le chiese di rito greco presentano infatti l'iconostasi, che divide lo spazio riservato al clero officiante da quello destinato ad accogliere i fedeli e allo stesso tempo costituisce il luogo dove vengono poste le icone sacre.

La parola icona deriva dal greco "eikon" e vuol dire "immagine": l'icona rappresenta quindi un'immagine di culto, la raffigurazione di personaggi e di avvenimenti sacri; rappresentano la teologia trasposta in immagini e infatti, secondo gli orientali, le icone non si dipingono ma "si scrivono". Un'icona può essere osservata, ammirata e contemplata, ma per apprezzarla fino in fondo bisogna comprenderla, decodificarne i simboli, conoscerne i soggetti, la storia e i significati, in altre parole "saperla leggere".

Secondo lo stile tradizionale le icone sono dipinte a tempera d'uovo su pannelli portatili in legno.

LA LINGUA

La lingua parlata dagli albanesi d'Italia è l'Arberesh, varietà del tosco (il tosk è il dialetto parlato nel sud dell'Albania), con alcune inflessioni tratte dal ghego (il geg è il dialetto parlato nel nord dell'Albania) e contaminazioni sviluppatesi durante la permanenza in Italia. Nel 1908 si è deciso di accettare l'alfabeto latino.

Si calcola che solo il 45% dei vocaboli arberesh siano in comune con la lingua albanese e che un altro 15% sia rappresentato da neologimi creati da scrittori italo - albanesi e poi passati nella lingua comune; il resto è frutto di contaminazione con l'italiano ma soprattutto con i dialetti delle singole realtà locali.

Una delle caratteristiche peculiari della lingua arberesh è la mancanza di vocaboli per la denominazione di concetti astratti, sostituiti nel corso dei secoli da perifrasi o da prestiti dalla lingua italiana.

LE TRADIZIONI POPOLARI E IL FOLKLORE

Il primo aspetto che va sottolineato della cultura e delle tradizioni delle comunità arbereshe è il profondo rispetto che attribuiscono all'ospite: secondo il diritto consuetudinario delle montagne dell'Albania, ancora oggi vivo nelle comunità italiane, la casa dell'albanese è di Dio e dell'ospite, al quale si fa onore offrendogli pane, sale e cuore.

Uno degli aspetti salienti della tradizione popolare arberesh è la sua trasmissione legata esclusivamente alla forma orale.

Nel folklore, in tutte le sue diversificate forme, emerge sempre un costante richiamo alla patria di origine e i canti, popolari o religiosi che siano, le leggende, i racconti, i proverbi, trasudano un forte spirito di comunanza e solidarietà etnica. La coscienza di appartenere ad un'unica etnia, sebbene dispersa nel mondo, è evidente in un modo di dire che ricorre quando due albanesi si incontrano, che tradotto suona come "il sangue nostro sparso".

I temi ricorrenti nella cultura tradizionale albanese sono la nostalgia della patria perduta, il ricordo delle leggendarie gesta di Skanderberg, eroe riconosciuto da tutte le comunità albanesi del mondo, la tragedia della diaspora in seguito all'invasione turca.

Alcuni degli elementi strutturanti la cultura e la comunità albanesi, giunti ai nostri giorni mantenendo una notevole forza di rappresentazione dei valori della comunità, sono: la "vatra", il focolare, primo centro intorno al quale ruota la famiglia; la "gjitonia", il vicinato, primo ambito sociale al di fuori della casa, elemento di continuità tra la famiglia e la comunità; la "vellamja", la fratellanza, rito di parentela spirituale; la "besa", la fedeltà all'impegno, rito di iniziazione sociale con precisi doveri di fedeltà all'impegno preso.

Un discorso a parte merita la "vallja", danza popolare che aveva luogo in occasioni di feste tese a rievocare una grande vittoria riportata dal condottiero Giorgio Castriota Skanderberg contro gli invasori Turchi. La vallja è formata da giovani in costume tradizionale, che tenendosi a catena per mezzo di fazzoletti e guidati da due figure alle estremità, si snodano per le vie del paese eseguendo canti epici, augurali o di sdegno e disegnando movimenti avvolgenti. Nella particolare "vallja e burravet" (la danza degli uomini), composta da soli uomini, viene trattegiata e ricordata, attraverso i loro movimenti, la tattica di combattimento adottata da Skanderberg per imprigionare e catturare il nemico. 

Oggi le più belle vallje hanno luogo a Civita, Frascineto e Eianina. 

I COSTUMI

 

Foto di Gianluca AndreassiLe donne arbereshe sono famose per la bellezza del costume tradizionale di gala, indossato in alcune particolari ricorrenze come il matrimonio o le festività della Pasqua e del Santo patrono.

I costumi sono veri e propri capolavori artistici che ripropongono l'antica simbologia attraverso il ricamo di stelle o di rami fioriti.

Famosissimo per lo splendore e la bellezza è il costume tradizionale di Piana degli Albanesi, in Provincia di Palermo.

Molto bello anche il costume tradizionale femminile di S.Costantino Albanese, costituito da un copricapo caratteristico (keza e cofa) fermato da spilloni d'argento, una camicia di seta bianca con merletti sovrapposti, un corpetto rosso con maniche strette ricamate in oro e una gonna su cui sono cucite tre fasce di raso bianco e tre di raso giallo alternate e una fascia blu sull'orlo inferiore. 

LA CUCINA

La cucina albanese è molto semplice ma saporita per gli aromi utilizzati nei piatti.

Fra i primi piatti vanno segnalati la "dromesat", pasta fatta con grumi di farina cucinati direttamente nei sughi, e le "shtridhelat", tagliatelle ottenute con una particolare lavorazione e cotte con ceci e fagioli. Tra i secondi è molto utilizzata la carne di maiale; ottime le frittate come la "veze petul di cicoria", cardi selvatici, scarola e cime di capperi. Nelle grandi ricorrenze c'è un grande uso dei dolci, come i "kanarikuj", grossi gnocchi bagnati nel miele, le "kasolle megijze", un involtino pieno di ricotta, la "nucia", dolce con la forma di fantoccio con un uovo che raffigura il viso, e molti altri.

LA TUTELA DELLE MINORANZE LINGUISTICHE

Nel 1999, con la legge 482 del 15 dicembre "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche", attraverso cui tutelare le minoranze linguistiche presenti sul territorio italiano, fra cui quella arberesh. Tra le principali norme emanate dalla legge l'introduzione della lingua minoritaria come materia di studio nelle scuole.

S.COSTANTINO ALBANESE

L'abitato di San Costantino Albanese è adagiato sulle pendici orientali della Timpa San Nicola, chiuso su tre lati e aperto solo verso S.Paolo Albanese e la valle del Sarmento, importante affluente del fiume Sinni.

San Costantino Albanese è stato fondato nel 1534 da profughi albanesi provenienti da Corone, cittadina della Morea occupata dai Turchi, nel periodo della quarta migrazione guidata da Lazzaro Mattes. La prima testimonianza scritta risale però solo al 1601.

In Basilicata, oltre a S.Costantino Albanese, gli altri centri di origine arberesh sono S.Paolo Albanese, Barile, Maschito, Ginestra e Brindisi di Montagna, ma solo San Costantino e San Paolo conservano il rito greco bizantino e buona parte delle tradizioni del paese d'origine, quali la lingua, il folklore e la cucina.

Il nucleo più antico del paese di San Costantino è diviso in parte alta (katundi alartaz) e parte bassa (katundi ahimaz): le due estremità erano caratterizzate dalla presenza di due chiesette, quella dedicata alla Madonna delle Grazie nella parte alta, ancora oggi esistente, e quella dedicata alla Madonna della Katistea nella parte bassa, demolita per far posto ad una nuova strada. Le due chiese sono collegate da via Skanderberg, che taglia tutto il paese dall'alto al basso, allargandosi in corrispondenza della piazza principale del paese su cui affaccia la chiesa Madre, dedicata a San Costantino il Grande. Salendo verso ovest, sulla collina all'esterno del paese, si trova il santuario della Madonna della Stella, protettrice del paese e cuore religioso della comunità.

 

1 - LA FESTA DEI NUSAZIT

 

Foto di Gianluca Andreassi

 

La festa più suggestiva di S.Costantino Albanese è quella della Madonna della Stella, che si celebra la seconda domenica di maggio, la cui statua viene portata tre settimane prima dal santuario alla chiesa madre in paese. 

In occasione di questa festa vengono preparati cinque pupazzi in cartapesta, i nusazit appunto (che alla lettera significa "sposini"), a grandezza naturale e raffiguranti una coppia in costume albanese, due fabbri e il diavolo. Il diavolo è raffigurato secondo la tradizione di S.Costantino, ossia con due facce, quattro corna, i piedi a forma di zoccolo di cavallo, la forca e la catena del paiolo, detta kamastra. 

Foto di Gianluca AndreassiI cinque pupazzi sono montati e messi in movimento da alcune ruote piene di petardi: i fabbri compiono l'atto di picchiare sull'incudine, gli altri personaggi girano su se stessi e alla fine scoppiano tutti. I nusazit vengono accesi all'inizio della processione, quando la Madonna esce dalla chiesa: dapprima viene dato fuoco ai due fabbri posizionati al centro della scena, poi all'uomo e successivamente alla donna nel tipico costume albanese, lo stullite; solo per ultimo tocca al diavolo.

Foto di Gianluca AndreassiDopo l'ultimo botto attacca la marcia della bande che accompagna la Madonna per le vie del paese: anche qui, come in molti altri paesi lucani e del sud Italia in genere, ragazze nubili precedono la statua portando sul capo piccoli castelletti di candele (gli scigl), chiedendo alla Madonna la propiziazione del matrimonio. Le donne al seguito della statua della Madonna intonano per tutta la processione preghiere in lingua albanese. L'ultima tappa della processione consiste nel riportare la Madonna nelle chiesetta in collina fuori dal paese.

Un altro pupazzo di cartapesta, raffigurante un cavallo col cavaliere (kali), pieno anch'esso di petardi, viene trasportato con passo saltellante da un uomo al suo interno e infine acceso la sera della vigilia.

L'usanza dei nusazit non è albanese, anche se gli albanofoni di queste terre gli hanno dato un nome nella loro lingua che ormai li identifica, ma si racconta che, a importare la tradizione, sia stato, in tempi ormai lontani, un emigrato di ritorno dal Pollino. 

La nota gastronomica tipica delle feste del mese di maggio è rappresentata dalle tagliatelle condite con il latte (fletazit me klumesht).

 

Si segnalano i siti Internet:

- www.arbitalia.it 

- www.arberia.it 

- www.arberia.org