SAN BASILIO E I BOSCHI DI FRAGNO

Foto di Pino Bova

NOTIZIE GENERALI - IL TERRITORIO DELLE QUERCE

Il bosco di San Basilio rappresenta uno dei più estesi ed interessanti boschi di fragno della Murgia dei Trulli, interessato negli ultimi decenni da una serie di vicissitudini che ne hanno compromesso consistenza ed integrità. Si pensi per esempio all'occupazione alleata durante la seconda guerra mondiale, ai tagli abusivi soprattutto in periodo bellico, alla Riforma Fondiaria, alla realizzazione dell'autostrada Bari - Taranto, alla proposta, poi bloccata, di insediamento al suo interno dell'area industriale di Mottola (1978-79), forme di lottizzazione.

Foto di Pino BovaNonostante ciò il bosco ancora oggi è uno dei più rappresentativi della regione: seppure lontano parente di quello che era il gran bosco che, estendendosi tra Acquaviva, Gioia e Mottola con un diametro di 24 miglia tanto impressionò nel 1789 il viaggiatore svizzero de'Salis Marschlins, con i suoi attuali 600 ettari, abbastanza continui, è la più estesa formazione boschiva pugliese con prevalenza di fragno (Quercus troiana).

Il fragno è una specie di quercia di origine balcanica, presente solo in una parte della Puglia (in un'area compresa tra le province di Bari, Taranto, Brindisi) e nei dintorni di Matera. Nel bosco di San Basilio il fragno si ritrova nella forma macrobalana, non riscontrabile altrove né nella penisola balcanica.

Un'altra caratteristica peculiare di quest'area è costituita dall'allevamento del bovino podolico pugliese, che qui ha da sempre uno dei suoi esempi più significativi.

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La razza podolica è estremamente rustica, si accontenta di pascoli poveri, è resistente al caldo e ai parassiti, ma la sua sopravvivenza è minacciata dalla maggiore produttività di altre razze.

L'area di San Basilio costituisce inoltre, da tempo immemorabile, luogo di incontro di civiltà e di culture, le cui tracce sono solo parzialmente, e spesso in maniera del tutto causale, venute alla luce.

SAN BASILIO

Il borgo di San Basilio è localizzato strategicamente in un nodo stradale che da sempre ha avuto un ruolo importante nelle comunicazioni tra la costa adriatica e quella ionica, nelle comunicazioni con la Basilicata e con le aree interne dell'Alta Murgia.

In età preclassica in quest'area era presente un importante centro dei Peuceti, popolazione indigena di origine illirica che colonizzò l'attuale provincia di Bari; con l'arrivo degli spartani che fondarono la colonia greca di Taranto, quest'area costituì probabilmente il limite settentrionale della città. Gli scavi archeologici iniziati nel 1998 nei boschi di Dolcemorso lasciano infatti intravedere le tracce di un importante centro fortificato, abitato dall'epoca preclassica a tutta l'epoca ellenistica. 

Numerosi sono tra l'altro i ritrovamenti archeologici effettuati in quest'area, spesso in maniera casuale, a partire dalla fine dell'Ottocento.

La documentazione è però scarsa anche per tutto il periodo medievale, quando il sito ospitò sicuramente insediamenti civili e religiosi in grotta, acquisendo il toponimo che ancora lo contraddistingue, riferimento al santo fondatore del monachesimo orientale. Il toponimo San Basile compare nelle cartografie del '600, mentre la forma San Basilio compare, nelle carte, solo dal 1783.

Foto di Pino BovaLa principale testimonianza del periodo medievale è rappresentata dalla chiesa rupestre attualmente localizzata sotto la chiesa della masseria Casino del Duca, nella cui area numerose sono le grotte. La chiesa, scavata nel tufo, presenta pianta a due navate e due absidi, con i resti di alcuni affreschi in precario stato di conservazione.

In epoca moderna, intorno alla metà del '600, le sorti di San Basilio sono strettamente legate alla famiglia Caracciolo, duchi di Martina; tra la fine del '600 e l'inizio del '700 i duchi procedono all'ampliamento e alla ristrutturazione della masseria; tra il 1827 e il 1849, l'ultima esponente del casato ducale, Maria Argentina, procede ad un nuovo ampliamento del fabbricato seicentesco, che prende allora il nome di Casino del Duca, e alla costruzione di una nuova chiesa sulla preesistente chiesa ipogea.

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La duchessa sposa il duca Riccardo De'Sangro, di origine abruzzese, e alla sua morte gli immensi possedimenti passano alla famiglia De'Sangro.

Foto di Pino BovaNel 1868 a San Basilio arriva la ferrovia, oggi da poco dismessa, che permetteva ai duchi di giungere da Napoli direttamente in treno (l'accordo tra il duca e la Società Italiane per le Strade Ferrate Meridionali prevedeva che, in cambio del passaggio sulle terre ducali, per cinquant'anni dal 1863, tutti i treni in transito si dovessero fermare alla stazione di San Basilio). Nel 1876 si costruisce Casa Isabella, orgoglio della famiglia ducale, e nel 1886 il duca Placido e la moglie fanno innalzare, su progetto dell'arch. Barone, il Monumento al Cacciatore, raffigurante un cacciatore che accarezza il suo cane e dedicato alla memoria del figlio suicidatosi per una delusione d'amore (il monumento, alto circa 20 metri ed ispirato ad una guglia del Duomo di Milano, è crollato, colpito da un fulmine durante un temporale, nel 1974).

Agli inizi del '900, quando le terre del duca si estendevano ancora per oltre 15000 ettari, Casa Isabella e il Casino del Duca vengono abbelliti con splendidi giardini e negli anni '30 si sperimentano qui alcuni principi della riforma agraria fascista.

Con la guerra Casa Isabella diviene sede del comando inglese, mentre nei boschi di Burgensatico e Dolcemorso si accampano le truppe polacche, inglesi e neozelandesi. Nel 1950 circa 4000 ettari delle terre ducali vengono espropriate dalla riforma fondiaria e assegnate a contadini mottolesi.

La famiglia De'Sangro deterrà vasti possedimenti fino al 1978, anno della morte dell'ultimo duca. Gli eredi dei De'Sangro, la famiglia siciliana dei Lanza di Mazzarino, in pochi anni alienano completamente le antiche terre ducali.

IL FRAGNO

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Il Fragno (Quercus trojana) è specie tipica della penisola balcanica, dove esistono estese formazioni in Dalmazia, Erzegovina, Montenegro, Albania, Macedonia e Turchia occidentale. La sua presenza in Italia, come quella di altre specie presenti in quest'area (quali la Campanula versicolor, la Salvia triloba, l'Asyneuma limonifolium, la graminacea Aegilops uniaristata o come rettili quali il colubro leopardino e il geco di Kotschy), dette paleoegeiche transadriatiche, testimonia il collegamento della terraferma tra la Puglia e la penisola balcanica avvenuto nel periodo miocenico (da 26 a 12 milioni di anni fa), quando in un periodo di regressione marina si ebbe quasi la scomparsa dell'attuale mare Adriatico.

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Fillirea

L'areale di diffusione ristretto del fragno è dovuto alle peculiari caratteristiche edafiche e climatiche e a limiti di tolleranza ai fattori ambientali piuttosto ristretti. Il fragno occupa una posizione bioclimatica compresa tra le specie caducifoglie a riposo invernale (come la roverella nel nostro territorio) e le sclerofille sempreverdi mediterranee a sospensione estiva (come il leccio).

A dimostrazione della particolare posizione di transizione tra formazioni mesofile e formazioni termofile, anche il sottobosco del fragneto è costituito a volte da arbusti caducifogli (biancospino, prunastro, etc.), altre volte da una commistione di arbusti caducifogli con altri sempreverdi tipici della macchia mediterranea (fillirea, lentisco, dafne, cisti, etc.).

Il fragno è una quercia dalle foglie caduche, per quanto rimangano secche sulla pianta fino alla primavera, raggiunge i 15-20 metri di altezza e può sopravvivere per alcuni secoli.

Foto di Pino BovaUna caratteristica peculiare del fragno, indice dell'eccezionale capacità delle piante di adattarsi all'ambiente in cui vivono, consiste nel ciclo riproduttivo sviluppato su due anni: nel giugno del primo anno il ciclo di sviluppo della ghianda si interrompe allo stadio di piccolo ovario, ricoperto dalla cupola e con l'abbozzo degli ovuli; solo nella primavera successiva, superata la fase critica estiva, la ghianda riprende lo sviluppo sfruttando il periodo climatico più favorevole.

GLI ANTICHI BOSCHI NEL TERRITORIO DI MOTTOLA

Il territorio della Murgia di sud - est era anticamente caratterizzato dalla presenza di fitti ed estesi boschi, molto apprezzati dai nobili come terreno di caccia. Fino all'anno 1000 si può ragionevolmente supporre che tali boschi facessero parte di un ecosistema maturo, in uno stato climax perfettamente bilanciato, risultato di un lungo processo dinamico delle biocenosi.

Già in epoca medievale però si iniziò a considerare i territori boscati quale bene da trasformare in favore delle colture. Si assistette quindi ai primi disboscamenti, che pur non compromettendo irreversibilmente gli antichi boschi originari, sicuramente li impoverirono.

Nel ‘500 il territorio subì una notevole ripartizione a favore della piccola cellula produttiva, di proprietà feudale, ecclesiastica o demaniale.

Bellis perennis

Il ‘700 è un secolo di mutamenti per il paesaggio agrario di tutta la regione: il fenomeno del potenziamento delle masserie da campo si manifestò in maniera continuativa per tutto il secolo. Le nuove masserie da campo ruotavano, nella loro organizzazione intorno ai tempi ed alle necessità delle colture cerealicole, mentre le altre attività, comunque presenti in molte di esse, quali per esempio l’allevamento e la cura dei prodotti del bosco, assumevano un ruolo sempre più marginale, complementare alle prime al fine del raggiungimento dell’autosufficienza della masseria.

Il problema dei disboscamenti si ripropone poi in maniera sicuramente più urgente ed estesa nei decenni a cavallo dell’Unità d’Italia. Agli inizi dell’800 erano stati molti i boschi distrutti nel Regno di Napoli, tanto da indurre il governo a porvi un freno istituendo un’apposita amministrazione forestale.

Di assoluto interesse sono alcuni scritti, già alla fine del ‘700, sui pericoli del disboscamento.

Foto di Pino BovaCarlo De Cesare, a metà ‘800 così rilanciava il problema dei disboscamenti: “ Di quanti mali gravissimi non è stata poi cagione in Terra di Bari la dissodazione dei boschi? Ha reso meno frequenti le piogge in questa regione, ove la siccità suol tornare funesta non solo alle piante ed alle bestie, ma agli uomini per la penuria di acque sorgive. È stata cagione della restrizione dell’industria gregaria. Ha tolto il materiale alle costruzioni civili e marittime. Ha fatto aumentare il prezzo del combustibile; ed arrecato immensi danni all’economia animale e civile dell’intera provincia … “.

Chi ci offre, infine, una visione complessiva dello stato delle cose e dei problemi della “silvana economia” è Carlo Afan de Rivera, dal 1884 direttore generale di ponti, strade, acque e foreste per conto di re Francesco I di Borbone, “Tra le terre da ripartirsi (per lo scioglimento delle proprietà promiscue) furono comprese le salde e le boscose, e soltanto con norme astratte si eccettuarono quelle soggette a frana, quelle lungo le sponde dei fiumi in corrosione, e le scoscese gronde delle montagne. Tra coloro che furono incaricati della ripartizione, …, ben pochi potevano giudicare rettamente dell’importanza di rispettare i boschi e delle conseguenze che sarebbero derivate dalla loro distruzione e dal dissodamento del loro suolo …“.

I BOSCHI OGGI

Il territorio di Mottola può essere diviso in due parti ben distinte: a sud del centro abitato, sul primo gradino murgiano tra i 200 e i 250 metri s.l.m., in un'area caratterizzata geologicamente dalla presenza prevalente di depositi calcarenitici, si sviluppa l'eccezionale sistema delle gravine dell'arco ionico, antichissimi solchi erosivi che dalla Murgia si dirigono verso lo Ionio (tra cui le gravine di Petruscio, di Capo Gavito, di Forcella, di San Biagio, il primo tratto della gravina di Castellaneta e numerose altre gravinelle minori), caratterizzate da una vegetazione appartenente all'Oleo Ceratonion, ossia la tipica macchia mediterranea dei climi aridi; a nord della città, nell'area in cui ricade San Basilio in corrispondenza del secondo gradino murgiano che arriva fino a quota 500 metri s.l.m., caratterizzata dalla presenza di rocce calcaree del Cretaceo, molto più antiche delle tenere calcareniti, e da un punto di vista vegetazionale dall'areale del leccio e nelle zone più alte della roverella, si rinvengono alcuni tra i boschi di querce più estesi della Puglia (Mottola possiede ancora 5800 ettari di boschi, pari al 30% dell'intero territorio comunale).

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Rosa canina

I boschi di San Basilio rappresentano l'ultima testimonianza dei vastissimi boschi esistenti in quest'area che tanto hanno impressionato i viaggiatori stranieri del passato. Tali boschi relitti, pur gravitando in un'area relativamente ristretta, con un raggio complessivo di circa quattro chilometri, in un'area con valori di temperatura e precipitazioni pressoché identici, presentano una straordinaria differenziazione vegetazionale: si passa infatti dalla formazione più diffusa e rappresentativa costituita dal fragno a formazioni miste di specie caducifoglie e di sclerofille sempreverdi, al semplice variare dei parametri microclimatici, del substrato geologico, della morfologia dei siti o dell'esposizione.

Dal punto di vista botanico va rimarcata, oltre alla presenza del fragno, la presenza, in particolare a Lama Cupa, dell'Acero minore (Acer monspessulanum), raro in quest'area.

1 - IL BOSCO DI BURGENSATICO

Il bosco di Bergensatico, attualmente esteso per circa 130 ettari, nei pressi della SS 100 in direzione di Castellaneta, è caratterizzato dalla presenza di una fustaia di fragni, pianta che qui presenta un grado di polimorfismo particolarmente accentuato (è infatti diffusamente presente la forma macrobalana, non riscontrabile altrove e identificabile per i caratteri dei frutti e delle foglie).

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Roverella
(Quercus pubescens)

Nel bosco, frammisti ai fragni, si ritrovano isolati e maestosi esemplari di roverella (Quercus pubescens); il sottobosco arbustivo è invece caratterizzato dal prugnolo (Prunus spinosa), dal perastro (Pyrus amigdaliformis), dal biancospino (Crataegus monogyna), dall'olivastro (Olea europea var. oleaster), dal terebinto (Pistacia terebhintus) e dal lentisco (Pistacia lentiscus). Molto numerose sono inoltre le specie erbacee, tra cui numerose orchidee alcune delle quali rare.

Nelle aree meno interessate dalla presenza dell'uomo e del pascolo, il bosco di fragno presenta un ricco sottobosco con le specie su descritte, mentre nelle aree dove aumenta l'attività antropica la fustaia diventa rada, con circa 20 piante ad ettaro, e nel sottobosco predomina il lentisco o il perastro.

Nei pressi del bosco, a circa un chilometro dal Casino del Duca, si può vedere lo Iazzo Burgensatico, realizzato tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo, importante testimonianza dell'attività pastorale dell'azienda ducale, capace di ospitare al suo interno duemila capi ovini, con mungituro e alloggi per i pastori.

2 - IL BOSCO DI LAMA CUPA

Il bosco occupa la gravinella omonima, a quote comprese tra i 270 e i 320 metri s.l.m., solco erosivo orientato in direzione NO - SE e collegato al primo gradino murgiano.

L'aspetto vegetazionale, in virtù della particolare morfologia del sito e del microclima che vi si instaura, è profondamente differente da quello delle aree circostanti. Tra le specie arboree si riscontra la presenza, oltre che del già citato e raro in questo territorio acero minore, che costituisce l'elemento di transizione tra la vegetazione decidua tipica del Castanetum e quella sempreverde mediterranea, dell'orniello (Fraxinus ornus), della roverella, del fragno, del leccio, associati secondo specifiche successioni in funzione delle particolari caratteristiche stazionali (nelle zone più basse della gravina l'acero, l'orniello, la roverella e il fragno; sui versanti il leccio, la roverella e il fragno; sul piano superiore il fragno e la roverella, mentre scompare del tutto il leccio).

L'acero in quest'area (in Puglia è segnalato anche sull'Alta Murgia e in alcune gravine dell'arco ionico), è diffuso prevalentemente con piccoli alberi di 7 - 8 metri di altezza, ma ci sono alcune piante che raggiungono i 10 - 11 metri con una circonferenza superiore al metro e mezzo.

Lo strato arbustivo si caratterizza per la presenza di alcune piante arbustive che si presentano allo stato arboreo: è il caso per esempio di una pianta di alaterno (Rhamnus alaternus) che raggiunge i 7 metri di altezza e i 130 centimetri di circonferenza.

Tra le altre specie è da segnalare la presenza della Paeonia officinalis var. villosa.

LA FAMIGLIA CARACCIOLO, DUCHI DI MARTINA

Il territorio di San Basilio è stato per alcuni secoli, a partire dalla metà del XVII secolo, strettamente legato alla famiglia Caracciolo, duchi di Martina.

I Caracciolo appartenevano alla più insigne aristocrazia di Bisanzio e si stabilirono a Napoli nell'XI secolo, acquistando posizioni di sempre maggiore prestigio all'ombra del trono e diramandosi in molte casate. Ad una di queste apparteneva Petracone III, il quale nel 1507 ottenne la terra di Martina con il titolo di Duca. Trasferita definitivamente la residenza a Martina nel 1589, i Caracciolo si impegnarono al rafforzamento dei loro possessi attraverso nuove acquisizioni, quali la baronia di Locorotondo nel 1645 e la baronia di Mottola, di cui faceva parte anche San Basilio, nel 1653.

Alla fine del '700 i Caracciolo esercitavano la loro giurisdizione su una popolazione che, tra i tre feudi di Martina, Locorotondo e Mottola, superava di poco i 20.000 abitanti, il che sanciva una condizione di assoluta preminenza economica all'interno della provincia di Terra d'Otranto.

Una leggenda molto diffusa, testimonianza dell'importanza dei Caracciolo in questo territorio, racconta che i potenti duchi possedessero novantanove masserie e che non avessero mai costruita o acquistata la centesima per non incorrere nell'esproprio da parte del Re di Napoli.

In realtà, tra la metà del XVII e la metà del XIX secolo, i duchi costruirono o potenziarono almeno una trentina di grandi insediamenti agricoli nel territorio di Mottola, diversificati da un punto di vista produttivo. Le masserie e i terreni presenti in quest'area erano destinati soprattutto ad un regime cerealicolo - pastorale, fondato sulla diffusa presenza di seminativi, pascoli, boschi e terre comuni.

Le vaste estensioni di terre boscose e macchiose costituivano un'importantissima fonte di reddito per la famiglia ducale, che le affittava ai locali ma anche ai proprietari delle greggi transumanti. All'inizio dell'800 la famiglia ducale possedeva diciotto difese e sette parchi, oggetto spesso di controversie e continue liti tra università e duca per il godimento di alcuni usi civici.

I BOSCHI E IL FENOMENO DEL BRIGANTAGGIO 

Molti degli avvenimenti connessi con il fenomeno del brigantaggio post-unitario sono avvenuti nei boschi di San Basilio. In questi boschi, al confine con Noci, orbitava, per esempio, la banda di Coppolone e, in genere, dalla gravinella di Lama Cupa partivano le scorrerie di due tra i più famosi briganti dell'epoca, Pizzichicchio e il Sergente Romano.

Numerose sono le cronache che raccontano di assassini e ruberie compiute dai briganti, di scontri tra briganti e Guardia Nazionale, di catture ed esecuzioni. A San Basilio era di stanza un contigente di truppe incaricato della repressione del fenomeno in quest'area.

La vastità del fenomeno è evidente pensando alle azioni di una banda di più di duecento uomini al comando di Pizzichicchio, che arrivò a minacciare la sicurezza del centro urbano di Mottola.

Figura leggendaria del brigantaggio in quest'area è senz'altro quella di Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle, ex sergente del disciolto esercito borbonico, che proprio per questo assunse il nome di Sergente Romano. Una delle leggende che lo riguarda racconta dell'immenso tesoro accumulato dal brigante durante le sue scorrerie, che sarebbe nascosto in uno degli inghiottitoi presenti in quest'area.

 

Per approfondimenti si segnalano le pubblicazioni:

- Umanesimo della Pietra - Riflessioni 1985

- Umanesimo della Pietra - Riflessioni 1991

- Umanesimo della Pietra - Verde 1988

- Umanesimo della Pietra - Verde 1990

- De Pinto A., Macchia F., Patrimonio Boschivo ed Architettura Rurale del territorio di Noci, 1987, Bari.

Si segnala inoltre il sito Internet:

- www.comune.mottola.ta.it