LE TAGGHJATE DI SAN GIORGIO IONICO

Foto di Pino Bova

"Le tagghjate"

LE ANTICHE CAVE DI TUFO

Il territorio della Puglia, grazie alla sua natura calcarea, è ricchissimo di cave, molte delle quali di antica ed antichissima origine, suggestiva testimonianza di antiche forme di sfruttamento delle risorse naturali, segno caratterizzante il paesaggio di numerose aree della regione e origine di alcuni dei materiali maggiormente utilizzati per la costruzione dei nostri centri storici. 

Molte parti dell'antica Terra d'Otranto sono punteggiate di cave, a cielo aperto e in sotterranea, dove venivano, e in alcuni casi vengono ancora, estratti quelli che impropriamente e comunemente vengono definiti tufi. Con il termine tufi vengono infatti in genere accomunati la pietra leccese, le calcareniti e i tufi calcarei, ciascuno dei quali, ad un'analisi più attenta, caratterizzato da un'estrema eterogeneità in ordine a colore, grana, resistenza meccanica, etc. 

Le modalità di estrazione sono rimaste sostanzialmente invariate nel corso dei secoli; solo negli ultimi 50 - 60 anni sono profondamente mutate le attrezzature con cui essa avviene e di conseguenza i tempi e i costi connessi.

Nelle cave a cielo aperto, l'operazione preliminare, oggi come in passato, consisteva nell'eliminare la vegetazione e il terreno superficiale dall'area scelta per l'estrazione (la scelta di tali aree in passato avveniva per tentativi o "per pensamento", basandosi cioè sull'esperienza dei cavamonti più anziani); il terreno asportato veniva venduto ai proprietari di terreni poveri, caratterizzati dalla presenza di estese zone di roccia affiorante, costituendo un'ulteriore fonte di reddito. L'operazione successiva consisteva nell'eliminazione, attraverso operazioni di sbancamento utilizzando cariche di polvere da sparo, del "cappellaccio", lo strato superficiale, inservibile, del banco roccioso.

Foto di Gianluca AndreassiFino a metà del XX secolo l'estrazione avveniva completamente a mano, con l'ausilio di strumenti rudimentali, ad opera dei cavamonti (o "zoccatori"). L'estrazione avveniva per letti di cava, ossia assecondando quelli che erano i naturali piani di sedimentazione della roccia: dopo che il banco era stato liberato dal materiale superficiale inutilizzabile, i cavamonti stendevano una corda, utile a segnare il solco, profondo circa 28 cm, da tracciare con lo strumento in ferro detto "zocco"; usando un ramo d'olivo (detto "due palmi" per la lunghezza pari a circa 50 cm) si segnava l'altezza del blocco, praticando con la mannara (strumento simile ma più grande dello zocco) delle incisioni dette finte; andava quindi staccato il blocco dal piano di cava, inserendo nel solco precedentemente fatto dei cunei di pietra o facendo leva con un palo di ferro.

A partire dagli anni '50 l'estrazione della pietra avviene invece con l'ausilio delle macchine: dopo aver preparato un piano di scavo ben livellato, si procede incidendolo, ad una profondità di circa 25 cm, con solchi paralleli mediante una sega a disco verticale dentato che si muove su binari, prima in un senso e poi perpendicolarmente, con solchi distanti circa 50 cm. Subito dopo entra in azione la macchina scalzatrice, capace di tagliare la pietra orizzontalmente. I blocchi estratti vengono quindi trasportati altrove per eventuali lavorazioni.

LE TAGGHJATE DI SAN GIORGIO IONICO

Le tagghjate di San Giorgio Ionico si sviluppano per circa due chilometri sul fianco della collina Belvedere, visibili lungo la provinciale San Giorgio - Pulsano: l'estesa area di "tagli" nella roccia tufacea, spesso profondi anche 10 - 15 metri, rappresenta un'eccezionale testimonianza silenziosa dei modi di vivere, di lavorare e di sentire della comunità locale in un particolare periodo della sua storia.

 

Foto di Pino Bova

"zzuccatori" durante una pausa di riposo

 

La vita e il lavoro degli "zzuccatori", ossia degli antichi cavamonti, e dei carrettieri, che caricavano i blocchi nelle cave e con i traini li portavano nei cantieri sparsi sul territorio, ha profondamente segnato la storia e la cultura di questo paese e i segni di questo passato antico ma ancora vicino costituiscono sicuramente un'importante componente della tradizione e del patrimonio culturale locale.

Foto di Pino Bova
Lo "zzueccu"

Le tagghjate (da tagghju, voce dialettale locale che corrisponde all'italiano taglio), dette anche zzuccate, dal nome dello specifico piccone utilizzato in passato per estrarre i blocchi di tufo (lo zzueccu), si presentano ancora oggi come una articolata e suggestiva successione di stanze, di gradoni, di facciate e di blocchi torreggianti risparmiati durante le operazioni di estrazione, un insieme complesso di luoghi arricchito da sculture e cavità artificiali spesso casuali e non volute. Un'ulteriore particolarità delle tagghjate, e delle cave di calcarenite in genere, è la peculiarità del tufo di assecondare il cambiamento di luce, passando dal bianco giallognolo all'arancio, dal ruggine al rosa, dal grigio al nerastro, a seconda di esposizione, ora del giorno, condizioni atmosferiche, etc. aumentando così il fascino e la suggestione di questi luoghi.

Foto di Pino Bova
Blocco tufaceo

Di certo uno degli aspetti più affascinanti di questi luoghi è rappresentato dalla presenza di alti blocchi tufacei isolati, sorta di torri di guardia sul paesaggio della cava, risparmiati perché troppo ricchi di fossili e quindi non utilizzabili per le costruzioni, che conservano spesso sulle loro facce tracce dell'antica frequentazione di questi luoghi (date, nomi di lavoratori, frasi e parole dal significato spesso enigmatico). 

Da qualche anno l'Amministrazione comunale di San Giorgio ha intrapreso una serie di iniziative, anche grazie al cofinanziamento dell'Unione Europea, finalizzate al recupero ed alla valorizzazione di questi luoghi. Nel periodo pasquale le tagghjate ospitano per esempio la rappresentazione vivente della Passione di Cristo.

LA GRAVINA E LE CAVE DI FANTIANO A GROTTAGLIE

Foto di Gianluca Anbdreassi

Avucchiari

Anche il territorio di Grottaglie, come buona parte della provincia di Taranto, è interessato dalla presenza di un interessante sistema di gravine e lame, incisioni naturali di rilevante interesse naturalistico, paesaggistico e storico - culturale per la presenza diffusa di chiese e villaggi rupestri medievali, spesso associati alle tracce della più antica frequentazione antropica di questo territorio.

Tra le più importanti gravine vanno segnalate, procedendo da nord ovest a sud est, quelle di Riggio, Fantiano, Fullonese e la lama di Pensiero, pressoché parallele tra loro e segno fortemente caratterizzante il paesaggio rurale di questo territorio.

 

Foto di Pino Bova

Villaggio rupestre nella gravina di Fantiano

 

La gravina di Fantiano, a sud - ovest della gravina di Riggio, è circondata da una fitta pineta in cui domina il pino d'Aleppo associato alle essenze tipiche della macchia mediterranea.

Al suo interno si conserva un interessante villaggio rupestre medievale, ancora poco studiato anche perché non si registra la presenza di chiese affrescate, che da sempre hanno costituito il primo, e spesso unico interesse, per gli studiosi. In questo, come in molti casi simili, è invece di eccezionale interesse leggere il rapporto che legava l'uomo al suo territorio, studiare come l'ambiente condizionava la particolare scelta insediativa e a sua volta come ne veniva condizionato.

Le antiche cave di Fantiano si aprono allo sbocco e su un fianco della gravina omonima, caratterizzate da un sistema articolato e complesso di spazi di cava, anche di grandi dimensioni e su livelli differenti. L'epoca di utilizzo delle cave è ascrivibile a periodi differenti come è facile intuire dai differenti segni lasciati dall'attività estrattiva sulle pareti di roccia, con i segni tipici dell'estrazione manuale profondamente diversi da quelli riconducibili all'utilizzo delle macchine. 

Foto di Gianluca AndreassiDi estremo interesse i torrioni di tufo risparmiati in più punti, vere e proprie torri isolate che costituiscono uno degli elementi più suggestivi e più riconoscibili di questo ambiente.

Fino a pochi anni fa parte dell'area della cava di Fantiano era adibita, come in molti altri casi simili, a discarica; bonificata di recente anche grazie all'intervento di Legambiente, è stata trasformata in luogo per eventi e spettacoli all'aperto, come per esempio il Festival di Musica Mundi, un festival di musica etnica internazionale in grado di attirare sul posto fino a 15000 spettatori.