LE SERRE CALABRESI

NOTIZIE GENERALI

Le Serre calabresi iniziano subito dopo aver superato l'istmo di Marcellinara, il punto più stretto d'Italia, dove solo 35 chilometri dividono il mar Ionio dal mar Tirreno, comprese quindi tra la Sila a nord e l'Aspromonte a sud.

La catena delle Serre è costituita da due lunghe successioni parallele di rilievi montuosi e collinari, che per il particolare allineamento ricordano i denti di una sega. La vetta più elevata, con i suoi 1423 metri, è il monte Pecoraro. L'altezza delle Serre non raggiunge quindi la quota in cui le foreste devono lasciare il posto agli arbusti e alle praterie di alta quota, e solo in alcuni casi emergono sui crinali speroni di roccia nuda affiorante (un suggestivo esempio è la cresta del monte Pietra del Caricatore).

Fino al secolo scorso le Serre erano ricoperte da una foresta così fitta e impenetrabile che un viaggiatore inglese, percorrendo nel 1828 questi luoghi, scrisse che "... vi era qualcosa di tanto selvaggio e di tanto tenebroso in quelle montagne, dai boschi fitti ed oscuri, da soggiogare la mente ...". Ancora oggi questi luoghi sono caratterizzati dalla presenza di estesi boschi misti di latifoglie e di conifere, che dalle cime si estendono fin quasi a valle, attraversati da un labirinto di corsi d'acqua. Il faggio domina dagli 800 metri di altitudine in su, mentre più in basso prevale l'abete bianco e i boschi di querce. La fauna, impoverita e "scacciata" dalla caccia, resta comunque di grande interesse: negli ultimi anni si registra per esempio il ritorno del lupo appenninico, in piccoli branchi con tutta probabilità provenienti dai rilievi della Sila Greca.

Da un punto di vista geologico le Serre calabresi fanno parte delle cosiddette "Alpi calabresi" e hanno struttura prettamente cristallina, in cui predominano i graniti, i porfidi, le dioriti quarzifere e le serpentine, affioranti in molti punti della catena. Nella zona orientale delle Serre si trovano anche le argille. Di particolare interesse la struttura calcareo dolomitica del monte Mammicomito, simile a quella che caratterizza l'Appennino fino ai monti dell'Orsomarso ma completamente differente da quella caratteristica delle Alpi calabresi; il rilievo è ricco di grotte, doline e inghiottitoi, fenomeni carsici assenti nella restante parte del territorio. Caratteristici di alcune zone delle Serre sono i calanchi.

L'area delle Serre Calabresi ricade nel Parco Regionale delle Serre, istituito con legge regionale n.48 del 1990 ma ancora privo di una perimetrazione definitiva.

Nell'ipotesi di perimetrazione presentata dal WWF all'interno del Parco ricadono numerose aree di elevata valenza naturalistica, ambientale, paesaggistica e storico - culturale. Tra le principali emergenze naturalistiche si ricordano la dorsale del monte Pecoraro, il monte Crocco, il bosco Archiforo, il bosco di Stilo, il bosco S.Maria, i fiumi Ancinale e Alaca, le fiumare Stilaro, Assi, Mulinelle, Precariti e Allaro, caratteristiche del versante affacciato sullo Ionio, i valloni Folca e Ruggiero.

I BOSCHI 

La Calabria è la quinta Regione italiana (dopo Liguria, Trentino, Toscana e Valle d'Aosta) per superficie boscata. Il paesaggio forestale attuale è il risultato di alterne vicende storiche legate ai rapporti tra territorio e società.

Anticamente i boschi calabresi costituivano il più grande bosco italiano. Tale manto boschivo non fu aggredito dai coloni greci, che anzi fecero un attento uso delle risorse del territorio, preservandone gli equilibri naturali. Il tramonto della civiltà greca e la penetrazione romana, andarono di pari passo con l'impoverimento forestale del territorio: i Romani infatti attuarono una deforestazione selvaggia di queste terre, con il conseguente inizio dei fenomeni di dissesto idrogeologico e drammatiche conseguenze anche a valle (inondazioni e formazione di paludi e aree malariche lungo la costa).

Dopo il V secolo lo spostamento delle popolazioni rivierasche verso l'interno comportò il proseguo della distruzione dei boschi, anche se in forme meno sistematiche e soprattutto per uso individuale. 

Alla fine del XVI secolo, in una situazione già abbastanza compromessa, il manto boschivo si presentava ancora molto esteso, senza soluzioni di continuità tra il Pollino e l'Aspromonte.

Una nuova sistematica distruzione dei boschi calabresi, ed in particolare di quelli della Sila, si registra sul finire del '700, quando, in seguito alle ripetute crisi granarie e all'aumento massiccio della popolazione, estesissime porzioni di bosco furono dissodate, spesso in maniera indiscriminata. Conseguenza immediata fu l'aumento degli straripamenti dei fiumi e dei fenomeni di dissesto idrogeologico. 

Lo sfruttamento delle risorse boschive continuò incessante e si resero presto necessari dei provvedimenti governativi per arginare il fenomeno: già alla fine del XIX secolo vennero promosse azioni di riforestazione; nel 1906 venne emanata una legge ad hoc per la ricostruzione del bosco; altri provvedimenti legislativi risalgono poi al 1949, al 1955 e al 1968 (leggi speciali Calabria, promulgate dopo tragiche alluvioni). 

Le ultime due leggi citate hanno comportato interventi che, tra il 1960 e il 1980, hanno interessato circa 153.000 ha, tra rimboschimenti e miglioramento dei boschi esistenti. L'aumento della superficie boscata è proseguito anche nei decenni successivi, registrandosi un aumento del 32% dal 1947 ad oggi, che rende la Calabria una delle regioni più "verdi" d'Italia.

1 - IL BOSCO ARCHIFORO

Il bosco Archiforo, nel territorio del Comune di Serra San Bruno, quasi integralmente proprietà comunale, rappresenta una delle più significative testimonianze dell'originario paesaggio boscato delle Serre. Il bosco, digradante sulle pendici occidentali del monte Pietra del Caricatore, è dominato dall'abete bianco, cui si associa il faggio solo nei piani superiori, in prossimità della cresta. 

Il bosco è caratterizzato dalla presenza dell'elusivo gatto selvatico e di numerosi e meno timidi gruppi di cinghiali; tra gli uccelli è frequente l'astore.

2 - IL BOSCO DI S.MARIA

Il bosco di S.Maria si estende a sud ovest del paese di Serra San Bruno. Il bosco prende il nome dalla chiesa di S.Maria del Bosco, che si erge al centro di giganteschi abeti bianchi, dove S.Brunone di Colonia, fondatore della Certosa di Serra San Bruno, soleva fare penitenza e dove venne sepolto.

Il bosco, di proprietà privata, negli anni '50 ha subito una profonda opera di miglioramento e ricostituzione seguita da un'attenta gestione tecnica ed amministrativa, che lo rendono oggi uno dei boschi meglio conservati delle Serre calabresi.

3 - IL BOSCO DI STILO

Nelle vicinanze del complesso monumentale di Ferdinandea, si estende il bosco di Stilo, un altro esempio del tipico bosco delle Serre calabresi, con abete bianco misto a faggio e con un ricco sottobosco dove predominano le eriche e gli agrifogli. Tra la fauna si trovano specie piuttosto rare come il gatto selvatico e la martora e numerose specie di picchi.

LA FIUMARA STILARO E LE CASCATE DI MARMARICO

Il versante ionico delle Serre calabresi è profondamente caratterizzato dalla presenza di numerose fiumare, tra le quali un posto di rilievo, per le caratteristiche naturalistiche ed ambientali, ma anche per la ricchezza dei segni della storia, spetta alla fiumara Stilaro.

La morfologia della vallata della fiumara Stilaro si presenta varia e articolata; il corso della fiumara è tortuoso e accidentato ed attraversa un territorio caratterizzato dalla presenza dei monti Mammicomito, Stella, Consolino e Pecoraro, dei borghi di Stilo, Bivongi e Pazzano e di ampie aree boscate. Numerosi i corsi d'acqua minori, quali il vallone Folca, il torrente Ruggiero, il vallone della Ficara e il torrente Mulinelle, che scorrono spesso in strette forre dando origine a numerosissime cascate.

Tra le cascate le più imponenti sono sicuramente quelle del Marmarico, con un salto complessivo di oltre 100 metri, seguite da quelle di Pietra Cupa, lungo la fiumara Assi. Il toponimo Marmarico significa "lento, pesante" e ben descrive l'incessante caduta delle acque, velocissime e allo stesso tempo apparentemente immote.

Numerosissimi i segni lungo la fiumara delle secolari attività antropiche, ricchezza che ha determinato la creazione dell'Ecomuseo delle Ferriere e Fonderie di Calabria.

 

L'ECOMUSEO DELLE FERRIERE E FONDERIE DI CALABRIA

Nell'ormai lontano 1982 l'ACAI (Associazione Calabrese Archeologia Industriale, con sede a Bivongi) elaborò un primo progetto di massima denominato "Ecomuseo delle Ferriere e Fonderie di Calabria", finalizzato alla ricerca, allo studio, alla salvaguardia e alla promozione culturale del patrimonio dell'archeologia industriale calabrese, ed in particolare dell'enorme patrimonio esistente nella vallata della fiumara Stilaro, definita "culla della prima industrializzazione meridionale". Le finalità dell'ecomuseo erano e sono inoltre legate alla possibilità di consentire ad un'intera popolazione di riscoprire e di riappropriarsi delle proprie radici storiche e di utilizzarle come volano per la crescita sociale ed economica della comunità locale.

L'ecomuseo intende quindi valorizzare in maniera integrata tutte quelle risorse, forestali e minerarie, idrogeologiche ed infrastrutturali, paesistiche e monumentali, che hanno contribuito a caratterizzare nel corso dei secoli questo territorio.

Nella vallata della fiumara Stilaro per oltre 2000 anni è stata attiva una delle più importanti industrie del sud Italia, imperniata in particolare sulla siderurgia e sulla metallurgia e caratterizzata dalla diffusione di miniere, ferriere, fonderie e villaggi minerari. Tale industria era favorita infatti dalla ricchezza mineraria del sottosuolo e dalle favorevoli condizioni morfologiche ed idriche del bacino dello Stilaro, che consentivano una relativamente facile trasformazione e lavorazione in loco dei minerali e dei metalli.

I primi a sfruttare le risorse minerarie di quest'area furono le popolazioni indigene, già nell'età del ferro. Intorno all'VIII secolo a.C. l'arrivo dei Greci, fondatori della città di Caulon, contribuì allo sviluppo di tale industria fino allora primitiva. I Romani istituirono addirittura, nei pressi di Stilo, una colonia penale per i "damnati ad metalla", utilizzati nelle miniere di Pazzano. I Bizantini costruiscono nella zona alcune ferriere, mentre con i Normanni si hanno le prime notizie dettagliate sulle attività minerarie e siderurgiche nell'area dello Stilaro. In seguito, indistintamente, Svevi, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Francesi e Borboni continuarono lo sfruttamento delle risorse minerarie presenti, stratificando sul territorio numerosissimi segni di queste attività, le cui tracce sono giunte fino ai nostri giorni. 

La presenza di tali fiorenti industrie ha attirato in quest'area, nei secoli compresi tra il XVI e il XIX, una nutrita schiera di maestranze e tecnici specializzati e numerosi imprenditori, provenienti dai distretti minerari europei (in particolare da Francia, Belgio, Austria, Spagna) e italiani (da Toscana, bergamasco e bresciano).

Le tracce più interessanti di questo ricco passato industriale risalgono al periodo della dominazione spagnola e della dominazione borbonica.

Da qualche anno sono iniziati i lavori per il recupero dei manufatti legati all'industria mineraria e siderurgica, in particolare nel territorio del Comune di Bivongi:

- "Mulinu do Furnu" e ferriera Fieramosca: l'esistenza del mulino è attestata da testimonianze letterarie fin dal XIII secolo; fu costruito dai monaci cistercensi ed utilizzato per frantumare il minerale, la galena, estratto dalla vicina miniera d'argento, in una località ancora oggi chiamata "argentera"; il minerale veniva poi fuso nell'annesso forno (da cui il nome mulinu do furnu). La vicina ferriera, della quale esistono solo poche tracce, fu ceduta da Carlo V, nel XVI secolo, al suo scudiero Cesare Fieramosca, ed era utilizzata per la produzione di granate e cannoni per la Regia Corte; all'inizio del 1900, sulle strutture della ferriera è stata edificata una conceria, i cui resti sono ancora ben visibili. Il mulino recuperato sarà adibito a centro informazioni per la visita dell'ecomuseo.

- Centrale idroelettrica "l'Avvenire": unica centrale superstite delle prime realizzate in Calabria; risale al 1913, realizzata da cittadini di Bivongi che si costituirono in Società per Azioni; le sue attività si sono interrotte nel 1952 e fino a quella data forniva elettricità a tutti i paesi del circondario. La struttura diverrà sede di un centro di documentazione sull'utilizzo dell'energia idraulica nel corso del tempo.

- Miniera "Garibaldi": percorribile solo per un piccolissimo tratto, verrà adibita, con gli spazi antistanti, a spazio espositivo all'aperto.

- Mulino "do Regnante": da poco restaurato, presenta la tipica condotta forzata e verrà riattivato a scopo didattico; il mulino è uno dei pochi superstiti tra i molti, almeno 18, attivi nella vallata dello Stilaro, tutti del tipo "greco", così definiti per la posizione della ruota posta orizzontalmente alle macine. Almeno 12 tra questi mulini vengono citati in alcuni documenti bizantini, a dimostrazione di come in quest'area accanto all'industria mineraria fosse ben presente anche l'agricoltura.

- Albergo "Acque sante": fu costruito ai primi del '900 nell'area in cui era attivo uno stabilimento termale (delle "Acque sante", di natura alcalino solforosa), costruito intorno al 1850. Sia l'albergo che il centro termale furono attivi fino agli anni '50 e oggi verranno recuperati come centro ricettivo e di servizio all'ecomuseo.

Numerosissime sono le emergenze sul territorio non ancora coinvolte nel processo di recupero e valorizzazione. Si citano per esempio le ferriere Arcà e Azzarera del XVII secolo; il villaggio siderurgico in località Chiesa Vecchia del XV secolo, dove esistono resti visibili degli altoforni, della chiesa e di numerosi ambienti di lavoro; il villaggio Ziia; la centrale idroelettrica Marmarico del 1926; le antiche miniere (se ne contano almeno 36), risalenti alcune al XVII secolo, da cui si estraevano la limonite, la pirite e la galena; il complesso siderurgico e l'annessa fabbrica d'armi di Mongiana che dettero lavoro fino a 1200 persone contemporaneamente (operai comuni come carbonieri, minatori, armieri, mulattieri e bovari, ma anche tecnici e operai specializzati quali macchinisti, forgiari, limatori, accieri, fornaceri, staffatori, ribattitori e maglietteri).

1 - FERDINANDEA

Un discorso a parte merita il vasto complesso della Ferdinandea.

Si tratta di una vasta tenuta di circa 3600 ettari, compresa nei territori dei Comuni di Stilo, Bivongi, Brognaturo, Mongiana e Serra San Bruno, quasi interamente coperta da boschi di alto fusto, dove predominano il faggio e l'abete, in formazioni pure o miste, e compresa tra gli 800 e i 1400 metri di altitudine.

L'interesse naturalistico e paesaggistico dell'area si associa con quello storico: nata come tenuta di caccia dei Borbone, la tenuta fu poi trasformata in centro siderurgico, con due opifici che lavoravano il minerale di ferro proveniente dalle miniere del vicino monte Stella.

Il vasto complesso della Ferdinandea, inaugurato nel 1832 da Ferdinando II di Borbone, da cui prende il nome, comprendeva il villino di caccia, la ferriera, la caserma, gli edifici residenziali e amministrativi, le scuderie e le stalle. Alcuni degli edifici sono stati demoliti all'inizio degli anni '70.

STILO E LA CATTOLICA

Stilo, in provincia di Reggio Calabria, si trova sul versante ionico delle Serre, a 400 metri s.l.m., in posizione dominante la media valle della fiumara Stilaro.

Il nome deriva da "stylos" (colonna) o più probabilmente da "Stilida", ad indicare l'antica città di Caulonia da cui provenivano gli originari fondatori.

Edwar Lear, nel suo "Diario di un viaggio a piedi", scritto nel 1847, così la descrive: "... c'era luce abbastanza da intravedere il generale aspetto che prometteva di essere molto pittoresco; situata proprio sotto precipizi perpendicolari, e costruita sopra una specie di terrazza ad anfiteatro, le rocce sorgevano ad ogni estremità con le pittoresche chiese e conventi; ... sembra a noi che ci sia più evidenza di pulizia e manutenzione nelle strade che in nessun altro posto della Calabria da dove siamo passati, e c'era un'aria che dava una sensazione ordinata e nitida più di ogni altro posto visitato finora in Italia..."

La storia del paese di Stilo affonda le radici nei primi secoli dopo Cristo, e forse ancora prima, visti i recenti ritrovamenti archeologici di una necropoli e forse di un insediamento ellenico. 

Di certo l'insediamento più massiccio avvenne nel VII secolo d.C., quando il decadimento e la distruzione dell'antica città di Caulonia (l'attuale Monasterace), spinge gli abitanti a trovare rifugio in questi luoghi più interni. La popolazione aumenta poi con l'arrivo nella zona dei monaci bizantini che si insediano sul monte Consolino, a cui piedi sorge l'attuale Stilo, e sul monte Stella.

I Bizantini danno un'impronta, ancora oggi vivissima, all'aspetto del borgo: vi costruiscono il gioiello rappresentato dalla Cattolica, la chiesetta di S.Nicola da Tolentino, la chiesetta nel soccorpo del Duomo e cintano la cittadina di mura.

La prima notizia certa risale al 982, quando i Bizantini si alleano con gli Arabi per sconfiggere Ottone II di Sassonia, costringendolo alla fuga via mare.

I Normanni entrano a Stilo nel 1072, caratterizzando il paese con la costruzione del Duomo e del Castello sulla cima del monte Consolino. Sotto i Normanni Stilo diventa città regia, cioè alle dirette dipendenze del sovrano. Tale privilegio si mantiene anche sotto le dominazioni degli svevi, degli angioini e degli aragonesi.

Carlo V, nel 1540, tenta di vendere Stilo alla nobile famiglia Conclubet, ma la città si ribella e dietro pagamento del prezzo pattuito riacquista la sua libertà.

I Borboni, insediatisi al potere nel 1734, lasciano la loro impronta su Stilo attraverso la costruzione della Ferdinandea, complesso edilizio proto - industriale di rilevante valore storico e testimoniale.

Il paese di Stilo ha dato i natali a Tommaso Campanella, autore della "Città del Sole" e vittima della Santa Inquisizione.

1 - LA CATTOLICA

La Cattolica di Stilo è situata su un ristretto gradone del monte Consolino, a poca distanza dall'abitato di Stilo, confusa tra le rocce e la vegetazione tipica di questa parte della Calabria.

Si tratta di una delle poche chiese, e sicuramente la più importante, ad inequivocabile struttura bizantina della Calabria.

Costruita nel VII secolo, o secondo altri studiosi nel corso del X, è un tempietto a pianta quadrata con tre absidi e cinque cupolette. Le dimensioni raggiungono appena i 7.40 per 7.50 metri: un minuscolo cubo sormontato da cinque cupolette tronche e con tre absidi, orientate ad oriente secondo la tradizione greca. Il quadrato è articolato in nove spazi uguali da quattro colonne di reimpiego, provenienti da un tempio pagano dell'antica città di Caulonia; le colonne marmoree, una differente dall'altra, sono sormontate da capitelli di fattura bizantina. All'interno la stratificazione dei segni della storia è testimoniata dai quattro strati di affreschi che adornano le pareti. La facciata è realizzata in mattoni rossastri.

L'elemento predominante dell'architettura è la cupola, e nonostante la ricercata povertà delle decorazioni, emerge la funzione di abbellimento dei tamburi delle cupolette, chiaro riferimento alle architetture di Costantinopoli. Motivo decorativo ricorrente è la disposizione dei mattoni a dente di sega.

A salvarla dall'abbandono fu Paolo Orsi, dal 1911 sovrintendente alle Antichità e Belle Arti della Calabria, che riportò alla luce questo perfetto modello di arte e architettura bizantina, eliminando le sovrastrutture medievali e le successive manomissioni, perseguendo una sistemazione che fosse il più possibile vicina alla struttura originaria.

La Cattolica era la Chiesa Matrice, nonché una delle 5 parrocchie della città di Stilo, retta in epoca bizantina da un "protopapa", che aveva diritto alla sepoltura all'interno della chiesa stessa. La stessa denominazione indica che la chiesa apparteneva alle chiese di rango superiore: la definizione "katholikì" spettava infatti nel periodo bizantino alle chiese dove era presente un battistero.

2 - IL CASTELLO NORMANNO

Il castello, costruito da Ruggero il Normanno sulla vetta del monte Consolino, risale all'XI secolo. Di forma rettangolare e cinto da opere di difesa, in origine era composto da numerose ed articolate fabbriche. Subito dopo la porta di accesso, due possenti torri, posteriori per edificazione al nucleo originario, difendevano l'entrata, mentre numerosi posti di guardia era sparsi lungo il perimetro.

Del vasto complesso fortificato, rimaneggiato nel XV secolo e distrutto dai Francesi durante la guerra con Carlo V nel XVIII secolo, restano oggi ruderi delle mura perimetrali, delle torri, cilindriche e quadrate, e delle porte di accesso.

3 - S.GIOVANNI THERESTI

Si tratta di un esempio, di rilevante valore storico - culturale, di complesso monastico bizantino - normanno, risalente all'XI secolo, localizzato tra i centri di Stilo, Bivongi e Guardavalle, sulla sinistra della fiumara Stilaro.

In origine si trattava di una modesta cellula monastica bizantina, riedificata in forme molto più ricche da Ruggero I il Normanno nel 1096; verso il 1110 il complesso assunse un ruolo di primo piano per la presenza del Santo Theristi, morto a Stilo nel 1121, tanto da essere definito "Caput monasterium ordinis Sancti Basilii" in Calabria, per poi decadere nei secoli successivi fino ad essere abbandonato nel 1600. 

La chiesa è a pianta basilicale a croce a T, mononavata, con transetto sporgente e triabsidata, in origine arricchita da preziosi affreschi purtroppo trafugati. L'abside principale è caratterizzata dalla presenza di archi intrecciati, motivo decorativo di origine araba e ripreso dai Normanni. L'esterno, interamente realizzato in mattoni, è impreziosito da decorazioni a merlatura, da colonnine, lesene e archetti che arrivano sino alla cupoletta con calotta bassa , sostenuta da un doppio tamburo (un primo tamburo quadrangolare ornato da archetti ciechi che sorregge un secondo tamburo cilindrico, cinto da 16 colonnine in cotto). 

Il complesso ha ospitato per secoli un'importante scuola di amanuensi, costituendo punto di riferimento per le comunità dei paesi vicini.

RIACE E IL VILLAGGIO ALBERGO

Riace è un piccolo borgo localizzato sul versante orientale delle Serre, famoso per il ritrovamento lungo la sua costa nel 1972 dei celeberrimi Bronzi.

Le origini del paese sembrano risalire al periodo aragonese, quando era casale di Stilo, fiorente centro agricolo e noto per le miniere di ferro e argento presenti sul suo territorio.

Il centro storico conserva ancora oggi ampi tratti dell'antica cinta muraria, le due porte dette "dell'acqua" e di "Santa Caterina", numerose chiese; lungo la costa si conserva invece la torre di avvistamento di Casamona. Tutto il paese rivela la sua origine aragonese nelle caratteristiche peculiari delle viuzze e degli edifici, sacri e civili.

Un tempo nel paese era molto diffusa la lavorazione e la tessitura della ginestra.

Negli ultimi decenni Riace ha subito e continua a subire un progressivo calo della popolazione, in particolare nel centro storico localizzato nell'entroterra. Settore in forte crescita è quello turistico che però interessa principalmente il nuovo agglomerato di Riace Marina, sorto negli ultimi decenni lungo la costa, a 7 chilometri dal centro storico.

1 - L'ASSOCIAZIONE CITTA' FUTURA E IL RIACE VILLAGE

L'Associazione Città Futura "Giuseppe Puglisi" nasce nel 1998 per volontà di un gruppo di giovani locali, per la promozione, la ricerca e la valorizzazione della storia e della cultura locale.

Tra le attività dell'Associazione la principale è lo sviluppo del progetto di ospitalità diffusa definito "Riace village". Il villaggio albergo si trova nel centro storico di Riace, dove, grazie anche ad un limitato finanziamento concesso dalla Banca Etica di Padova, si è riusciti a recuperare ed arredare 20 case, abbandonate in seguito all'emigrazione che ha colpito quest'area, per un totale di 100 posti letto. Un palazzo nobiliare del '700 serve come centro di aggregazione e di servizio per gli ospiti.

Il Riace Village vuole offrire, in particolare ai fruitori di un turismo sostenibile e responsabile, un'immersione completa ed attiva nella cultura e nelle tradizioni locali riportate alla vita: esiste per esempio un laboratorio per la tessitura artigianale della fibra di ginestra, effettuata con antichi telai a mano, all'interno di un antico mulino ristrutturato, un laboratorio per la produzione di confetture di agrumi e dei famosi cedri calabresi e un laboratorio per la lavorazione della ceramica.

Molta parte dell'attività dell'Associazione è rivolta inoltre alla piena integrazione dei profughi che di frequente sbarcano sulla costa di Riace, curdi ed eritrei in primo luogo, in alcuni casi inseriti, dopo appositi corsi di formazione, all'interno della stessa struttura organizzativa dell'Associazione.