MONTI   SIBILLINI
  NATURA, STORIA E MAGIA

 


IL PARCO NAZIONALE

I Sibillini nel medioevo erano conosciuti in tutta Europa come regno di demoni, negromanti e fate. Fra le numerose leggende le più famose sono quelle della Sibilla, "Illustre profetessa" che viveva in una grotta sita sull’omonimo monte e quella di Pilato secondo la quale il corpo esanime del famoso procuratore romano fu trascinato da alcuni bufali nelle acque rosseggianti del "demoniaco" lago, sito nell’alta incisione valliva che attraversa longitudinalmente il massiccio del Vettore. Poco distante si trova la Gola dell’Infernaccio, in cui aleggiano ancora i ricordi di antichi riti negromantici.

Il Parco è stato istituito  dopo lunghe battaglie da parte delle varie associazioni ambientaliste e della popolazione locale, nel 1993. La prima proposta di legge era stata presentata da parte di alcuni senatori, nel 1964. Ha un’estensione di 70.000 ha e interessa tre province: Ascoli Piceno, Macerata e Perugia. E’ gestito dall’Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

I Monti Sibillini, che con il Monte Vettore raggiungono i 2476 m di quota, rappresentano uno dei principali gruppi montuosi dell’Appennino. Essi si estendono, per una lunghezza di circa 30 Km, a cavallo tra l’Umbria e le Marche e sono percorsi, lungo il crinale principale, dalla linea spartiacque che individua un versante tirrenico, ad occidente, e un versante adriatico, a nord ed a oriente.

La loro struttura geologica è costituita prevalentemente da rocce calcaree, che si sono formate in epoche remote nel fondo di un antico mare, in cui si depositarono possenti strati di sedimenti prodotti in gran parte dagli organismi viventi. Il calcare massiccio, con i suoi 200 milioni di anni, è la roccia più antica. Esso affiora nelle pareti rocciose più spettacolari del gruppo, come quelle del M. Bove Nord (2112 m), del M. Palazzo Borghese (2119 m), del Pizzo del Diavolo (2410 m) e delle Gole dell’Infernaccio.


La "Corona" del Sibilla

Il sollevamento degli strati rocciosi, prodotto dagli enormi sforzi di compressione della crosta terrestre, è invece molto più “giovane”, risalendo a circa 7 milioni di anni fa.

I due versanti dei M. Sibillini, sono molti diversi tra loro. Quello Adriatico precipita bruscamente, ad est, sulle colline picene, con i fianchi scoscesi e impervi del M. Castelmanardo, del M. Priora, del M. Sibilla e del M. Vettore, mentre a Nord degradano più dolcemente verso il bacino del Chienti.

Le valli che incidono il versante Adriatico dei M. Sibillini sono solcate dalle acque impetuose dell’Ambro, del Tenna, dell’Aso e del Fiastrone che, nel corso dei millenni, hanno scavato nella roccia impressionanti forre, le più note delle quali sono quelle dell’Infernaccio e del Fiastrone. 

Il versante tirrenico,invece, dove i movimenti di distensione della crosta terrestre, tuttora in atto, hanno prevalso su quelli di compressione, è caratterizzato dalla presenza di ampie conche intermontane, come la valle del Campiano, il Piano di Santa Scolastica e il grandioso sistema dei Piani di Castelluccio, racchiuse da rilievi dalle forme morbide e arrotondate.

Generalmente nei versanti settentrionali delle cime che superano i 2000 metri di quota, si leggono chiaramente i segni lasciati dai ghiacciai presenti durante l’era del Quaternario. Circhi glaciali e accumuli morenici sono particolarmente evidenti nella Valle di Panico, nella valle di Bove, nella Valle Lunga e nella valle del Lago di Pilato, dove l’omonimo specchio d’acqua, situato a 1940 m di quota, occupa proprio il fondo di un circo glaciale.


LA FLORA

La diversità è forse l’elemento che, più di altri, può simboleggiare la straordinaria ricchezza dei Monti Sibillini. Diversità di paesaggi, profondamente diversi l’uno dall’altro, di specie faunistiche e di piante, di cui si contano più di 1800 specie.

Oltre che dalla complessità fisica del territorio, la diversità degli ambienti dei Monti Sibillini è legata anche al notevole dislivello esistente tra le aree collinari e di fondovalle, situate anche a quote inferiori a 400 m, e le vette più alte, che superano i 2000 m. Le differenze d’altitudine e le diverse esposizioni dei versanti, determinano infatti forti variazioni nella vegetazione e nella fauna.

Nelle aree collinari, fino a circa 1000 m di quota, la vegetazione naturale è costituita da querceti dominati dalla roverella, che cresce soprattutto negli affioramenti rocciosi di arenarie, marne e argille. Queste condizioni ambientali sono ideali anche per la crescita del castagno, ora meno diffuso di un tempo, in quanto i frutti non sono più una risorsa primaria per le popolazioni locali.

Il suolo calcareo favorisce la crescita di boschi formati in prevalenza dall’orniello e dal carpino nero. Nei versanti più ripidi e assolati e dunque più aridi, la vegetazione si compone anche di essenze tipiche degli ambienti mediterranei, quali la fillirea e il leccio. In alcuni ambienti rupestri, vegeta anche l’efedra dei nebrodi, una pianta arcaica simile alla ginestra, che in Italia è stata rinvenuta solo in pochissimi siti dell’Appennino centro-meridionale e della Sicilia.

Nelle aree collinari si concentrano  i nuclei abitati e le coltivazioni agricole. Oggi il paesaggio collinare dei Monti Sibillini forma quasi ovunque un mosaico di campi coltivati alternati a boschi cedui e a campi abbandonati, in cui le cosiddette piante pioniere, come il ginepro e la ginestra, hanno iniziato a ricostituire il bosco.

Ai bordi dei boschi sono presenti molte specie arbustive come il corniolo, il rovo, la rosa canina e il prugnolo.

Più in alto delle aree collinari erano presenti, fino ad oltre 1800 m di quota, estese foreste di faggio, sostituite in vaste zone, da  praterie utilizzate dall’uomo come pascoli e caratterizzate da una straordinaria diversità floristica: eliantemi, il narciso dei poeti, il giglio martagone, la peonia officinale, la fritillaria dell’Orsini, la genziana maggiore, la viola d’Eugenia, il tulipano montano e numerose specie di orchidee selvatiche, tra cui l’orchidea sambucina. Presenti inoltre le cosiddette piante infestanti come il papavero, il fiordaliso e il leucantemo che crescono nei campi della pregiata lenticchia coltivata nel bacino di Castelluccio.

Una particolare alga chiamata Euglena sanguinea tinge periodicamente di rosso un piccolo specchio d’acqua situato nel Pian Perduto di Gualdo che per tale motivo è stato denominato “Stagno Rosso”.
Lembi di faggete ammantano comunque i versanti che delimitano il Pian Piccolo e le valli più impervie dei Sibillini. Alle quote inferiori il faggio si associa ad altre specie arboree quali l’agrifoglio, il tasso, l’acero montano, mentre alle quote più elevate forma boschi “puri”.

In alta montagna, oltre i 1800 metri di quota, le severe condizioni climatiche non permettono la crescita di specie arboree. La vegetazione è quindi costituita da praterie d’altitudine dominate da graminacee quali la Sesleria appenninica, la Festuca dimorfa e la Festuca violacea. Sono presenti in queste praterie specie floristiche rare ed endemiche, come la stella alpina dell’Appennino, il genepì dell’Appennino, il papavero giallo appenninico e diverse specie di sassifraga.


LA FAUNA

    Gli ambienti collinari rappresentano l’habitat ideale di numerosi uccelli, tra i quali: ortolano, sterpazzola, saltimpalo, upupa, quaglia, picchio rosso maggiore, sparviere, allocco e il rarissimo falco lanario. Ma anche molti mammiferi come il cinghiale, il capriolo, l’istrice, il tasso, la volpe e il gatto selvatico.

La fauna tipica degli ambienti montani comprende il lupo, mai scomparso dai monti Sibillini. Tra gli uccelli rapaci il falco pellegrino, il gufo reale e l’aquila reale. E’ inoltre presente la vipera dell’Orsini, una vipera quasi innocua per l’uomo, mentre nelle acque cristalline del lago di Pilato nuota il Chirocefalo del Marchesoni, un piccolo crostaceo che, in tutto il mondo, vive solo in questo specchio d’acqua.

Nel 2006 è proseguito a cura dell’Ente Parco, il piano di reintroduzione del cervo nel parco dei Sibillini con la liberazione di altri 28 esemplari. 


IL LAGO DI PILATO





Chirocefalo del Marchesoni

La leggenda vuole che Pilato, governatore della Palestina, condannato a morte dall’imperatore Vespasiano, fu posto su un carro trainato da due bufali e lasciato in balia della sorte. I bufali in una folle corsa da Roma giunsero fino ai monti Sibillini e si tuffarono nelle acque del lago.

    Il Lago di Pilato,  è situato a 1941 metri slm in una conca modellata dal ghiaccio ed assume forma e dimensioni variabili a seconda della quantità d’acqua dovuta alle precipitazioni ed al disgelo. Si cammina tra i ciottoli di antiche morene e massi erratici, mentre ai lati appaiono, facilmente individuabili, numerosi circhi glaciali. Il laghetto, che spesso nei periodi di secca appare diviso in due bacini, è circondato quasi esclusivamente da rocce e ghiaioni. Nelle sue acque nuota un piccolo crostaceo, il chirocefalo del Marchesoni, che ha la caratteristica di nuotare a pancia in su; il lago di Pilato rappresenta per questo crostaceo, l’ultimo habitat rifugio, che ha assicurato, per le particolari caratteristiche orografiche e climatiche del luogo, le necessarie condizioni ambientali per la sopravvivenza della specie.



LA GOLA DELL’INFERNACCIO



La forra si è originata da fenomeni erosivi e dal crollo di un antico sistema di caverne carsiche. E’ scavata nel Calcare Massiccio, Corniola, Calcare a Saccocoma ed Aptici e Maiolica, depositatisi in ambiente marino dal Giurassico Inferiore all’Era Mesozoica. Lungo i suoi versanti si susseguono rocce a picco, imboccature di caverne, ripari sotto roccia, un arco di roccia (Foro della Madonna), ghiaioni, cespuglieti e lembi di bosco, dove oltre al faggio sono rinvenibili il sorbo montano, il tasso e l’agrifoglio.

Da Montefortino, piccolo paese  posto sul versante nord-orientale del massiccio, il sentiero percorre tutta la gola, offrendo magnifiche visioni di rara e suggestiva bellezza soprattutto quando le pareti di roccia si stringono quasi a toccarsi. Più in basso, presso l’imbocco, la vegetazione mostra tracce di macchia mediterranea con lecci. All’interno delle gole, ove le pareti sono più umide, compaiono bei cespi di felce lingua cervina (Scolopendrium vulgare). Superata la gola la valle si allarga in una grande faggeta (il bosco di San Leonardo), con un ricco sottobosco tra cui spiccano scuri esemplari di tasso.

I PIANI DI CASTELLUCCIO

    Chiuso tra elevazioni morbide, coperte di prati e a tratti di faggete, si stende, a sud-ovest del Monte Vettore, il più vasto bacino chiuso d’Italia (Kmq 80) , dominato a nord, dal piccolo paese di Castelluccio di Norcia che rappresenta con i suoi 1452 m di altezza, una delle più alte sedi abitate permanenti nel nostro paese.

Fondo di antico lago oggi scomparso (si ipotizza che la sua scomparsa sia da attribuirsi in epoca storica agli inghiottitoi di origine carsica attivatisi in corrispondenza di una faglia), i Piani offrono un’immagine di quello che può essere, a 1200-1300 metri di quota, la flora spontanea dell’Appennino. Da fine maggio a luglio i Piani si ammantano di un incredibile tappeto di fiori, vera esplosione di colori: leguminose di vario genere, papaveri rossi, ranuncoli gialli, ombrellifere candide, margherite bianche e gialle, veroniche celesti offrono un quadro veramente unico in un immenso silenzio rotto solo dal dall’intenso ronzìo di api, dal frinire dei grilli, dal canto di allodole e pispole. Tra le rarità botaniche di questo luogo, una pianta di suoli umidi, la Carex buxbaumi, che qui forma l’unica stazione in tutta l’Italia peninsulare.    

A. Alesi, M. Calibani “Monti Sibillini. Le più belle escursioni”, SER
AA.VV. “Parchi e riserve naturali in Italia”, TCI