La Sila Greca

 

Foto di Pino Bova

Il territorio della Sila Greca (estensione di 97076 ha) è compreso tra l’alto Ionio, la Piana di Sibari, la Sila Grande e il crotonese, presenta una ampia eterogeneità morfologica con un paesaggio dominato dalla massiccia mole della Sila cui si contrappone, a nord, la sequenza di colline che degradano verso la pianura costiera. è attraversato dal fiume Trionto, forse anticamente navigabile, e da moltissime fiumare: piccoli corsi d'acqua il cui regime passa dalle forti variazioni di portata delle piene invernali, all'aridità quasi totale di mesi estivi.

Foto di Pino Bova

Il letto del "Trionto"

Geologicamente le rocce della Sila sono un lembo delle Alpi piantato in Calabria. Sono costituite da antiche formazioni sedimentarie che, circa 300 milioni di anni fa, in una zona del mediterraneo diversa da dove si trovano attualmente, sono state ricoperte da spessori di altri sedimenti e sottoposte ad intrusioni di magmi granitici e intense deformazioni fino ad essere trasportate in enormi ammassi per grandi distanze.

Foto di Pino Bova
Cascate del torrente "Cerasia"

Circa 180 milioni di anni fa, tali masse cominciarono ad essere coinvolte in un processo di deformazione, conosciuto come corrugamento alpino, ancora in atto con un costante e rapido sollevamento di qualche millimetro all’anno (si deve a ciò l'intensa attività sismica dell'area calabrese e del rossanese in particolare) e dotato di un dinamismo evidenziato dal paesaggio di versanti scoscesi, dalle valli fortemente incise, dalle strette gole dei torrenti, dalle grandi frane che talora ne ostruiscono il corso formando effimeri laghi.

 

Flora

La variabilità geologica e climatica influenza anche la distribuzione della vegetazione. Infatti è possibile distinguere in base alle fasce altitudinali una zona costiera, fino a 250 metri s.l.m., in cui si ritrovano una steppa di cespugli bassi a foglie dure come il rosmarino e di ginepro; una zona pedemontana - fino a 500 metri circa - dominata da un clima e da una vegetazione tipicamente meditarranei; una fascia sub montana - dai 500 ai 1000 metri - di transizione con clima intermedio e frequenti "intrusioni" di essenze vegetali delle due sottoregioni limitrofe. 

Foto di Pino Bova

Lungo le fiumare non è raro che si profili una esile frangia di pioppi, ontani e salici, che costeggiano gli alvei fluviali, ma più significative, per quanto rare, sono le boscaglie di leccio misto a ontano. Mentre ai limiti settentrionali sui rilievi calcarei oltre gli 800 metri la vegetazione, in continua lotta con l'aridità specialmente sui costoni più aspri, diventa più povera con la presenza di erbe coriacee come la stipa, rovi o cespugli radi di rosmarino, timo ed origano.

Infine dai 1000 metri in su, sulla fascia montana, si riscontra un clima e un panorama vegetazionale essenzialmente di tipo continentale: si estende una fascia di caducifoglie xerofile dove la quercia forma il principale elemento di questo paesaggio, e le si alterna di norma il castagno. Tra questi si intercala la vegetazione cespugliosa e così tra boschi di querce e di castagni abbiamo la presenza dell'erica e della ginestra.

Foto di Pino Bova
Ginestra

Sui margini elevati della zona si trovano il frassino, il platano e l'acero. Parte del suolo, e precisamente le zone comprese nei comuni di Longobucco, Bocchigliero, Campana, è occupato da folti boschi e da pascoli che sono più diffusi nella zona di transizione tra la fascia del castagno e del pino. La specie che domina in questo bosco per la sua vitalità e resistenza è il pino laricio, un albero molto alto (può raggiungere i 50 metri di altezza), dalla chioma stretta che forma foreste densissime, affiancate dal faggio e, raramente, dal cerro.

Foto di Pino Bova
Fiori dell'agrifoglio

La coltura più antica e diffusa è l'olivo, presente sulle falde dei rilievi, nelle zone collinari e nelle pianure, sia in forma pura, in estesi boschi di piante secolari (i monaci basiliani furono i primi ad avviarne la coltura razionale), sia in forma mista alternandosi alle viti, ai fichi e ad altri alberi da frutta o a piantagioni di agrumi, che nell'ultimo decennio, soprattutto nell'area di Rossano si sono diffusi assicurando redditi agronomici elevati.

Il territorio ricco com'è di boschi folti, abbastanza diffusi sui rilievi, vanta un chiaro primato per la varietà e la qualità dei funghi. Le associazioni arboree preferite dai miceti sono i querceti e castagneti, ma anche le foreste formate da aghifoglie e da faggete. I funghi più diffusi ed apprezzati sono i porcini (boletus edulis); quelli piccoli, con l'ombrello ancora chiuso detti sillu, sono invece largamente usati per la conservazione sott'olio o in salamoia, mentre il porcino maturo, detto protta si presta di più all'essicazione. II più ricercato, comunque, è il porcino delle faggete silane insieme al porcino nero (boletus aureus). Molto diffusi sono, poi, l'ovolo buono (amanita cesarea), l'agarico delizioso (lactarius deliciosus) e le manine (clavaria aurea). Esistono altre varietà di miceti, molte delle quali eccellenti, altre velenosissime e poco note. La raccolta dei funghi inizia con l'aumentare delle piogge e dell'umidità, in settembre, ma la crescita e la produzione divengono abbondantissime in ottobre.

Inoltre il territorio della Sila Greca è ricco di essenze officinali, la principale delle quali è la Liquirizia.

LA TRADIZIONE DELLA LIQUIRIZIA

La pianta della liquirizia o Glycyrrhiza - nome che risulta essere formato dalla giustapposizione di due parole greche: glukùs (dolce) e riza (radice) - è un arbusto appartenente alla famiglia delle Leguminose-Papilionacee Del genere Glycyrrhizà esistono numerose specie e tra esse sono diffuse in Italia la Glycyrrhiza Glabra o Glycyrrhiza Officinalis (nota in Calabria come cordara o femmina) e la Glycyrrhiza Echinata (nota in Calabria come chiovara o mascolina). La prima è molto pregiata per la qualità e bontà dell'estratto che se ne può ricavare e perché espande il suo sistema radicale esclusivamente negli strati superficiali del terreno. La seconda è meno pregiata perché ha la tendenza di approfondirsi nel terreno, quindi di difficile e scarso raccolto. Basti pensare che gli scavatori di un tempo, parlando di essa, erano soliti esprimersi nel modo seguente: «Arriva in fondo all'inferno».

Le proprietà terapeutiche della Liquirizia sono note all'uomo da più di 35 secoli, ricoprendo un ruolo preciso tra i rimedi essenziali nella cura delle malattie. Essa veniva consumata 1500 anni prima di Cristo e di essa si accenna nel libro delle erbe cinese «Schennung ts'ao King» e nei libri scientifici di Ippocrate. Teofrasto raccomandava la radice dolce mescolata al miele contro le ulcere. La liquirizia, ma soprattutto il suo succo, entrava in quasi tutti i preparativi galenici. Da sempre la liquirizia ha costituito per la Calabria un potenziale di ricchezza, ma soltanto con l'intervento del Duca di Corigliano, che impiantò la prima fabbrica del genere nel 1715 agli albori dell'industrializzazione, divenne una fonte reale di progresso economico.

Nella Calabria del secondo Settecento la coltivazione della liquirizia si estendeva lungo certe zone del litorale ionico, soprattutto ai confini settentrionali con la Lucania o tutt'intorno alla vasta piana di Sibari, dove abbondava.

Nel corso del 1800 l'industria continuò a svilupparsi, conquistando, grazie alla bontà e genuinità del prodotto, i mercati d'Europa e d'America. L'esportazione della liquirizia calabrese si consolidò ed ampliò nella seconda metà del secolo XIX ed ancora nel primo decennio del secolo XX. Con l'avvento della prima guerra mondiale e, successivamente della seconda, i mercati esteri si chiusero, fino all'interruzione dell’attività. Dopo la guerra, la normalizzazione della situazione economica non bastò a risollevare le sorti dell'industria calabrese della liquirizia, a causa della scarsezza delle radici, dovuta all’estendersi delle colture e la diffusione dell'aratro meccanico a scapito dei terreni incolti e dei pascoli. Oggi rimane, unica ed ultima in Calabria, la prestigiosa fabbrica Amarelli di Rossano grazie al coraggio dimostrato dai proprietari nell'avviare importanti ed imponenti aggiornamenti nei cicli di produzione.

Attualmente la pianta della liquirizia è diffusa nella piana di Sibari, nel litorale a nord e specialmente a sud della piana (Rossano, Crosia, Calopezzati, ecc.) e nel litorale ionico catanzarese, grazie anche ad opera dei un imprenditore agricolo coriglianese che ha iniziato a seminare la tanto preziosa radice con lo scopo di realizzare vere e proprie colture specializzate, traducendo in realtà la famosa agricoltura alternativa delle piante officinali di cui l'Italia è altamente deficitaria.

Fauna

Un tempo quando i monti e le pianure erano ricoperte di boschi e l'habitat era ancora intatto, il campionario faunistico doveva essere davvero eccezionale. Oggi sono presenti il cinghiale, (in molte zone montane del Patire e dei boschi più interni), e nelle zone di Bocchigliero e Longobucco (nel parco della Sila), vive ancora il lupo appenninico in branchi. Questi è presente in tutta la Calabria in un numero che è il più consistente d'ltalia; tuttavia oggi, con il ridursi delle zone boschive e con la conseguente diminuizione delle prede, conduce una difficile lotta per la sopravvivenza, tanto che spesso negli inverni innevati scende a cacciare negli ovili. Le stesse zone sono abitate da un numero abbastanza elevato di volpi, mentre esiste una fauna minore presente in esemplari più numerosi quali: l'istrice, il riccio, la donnola, la faina, la lepre, lo scoiattolo, il ghiro, la puzzola, la lontra, il tasso, la martora e il gatto selvatico.

Anche l’avifauna un tempo era costituita da numerose specie, talune delle quali in via d'estinzione come: l'avvoltoio degli agnelli (Gypaetus barbutus) o il capovaccaio (Neophron pernopeterus), avvistati nella zona di Paludi. Più comunemente si rinviene lo sparviero (acipiter nisus) e l'astore (acipiter gentilis), identico allo sparviero solo che è un pò più grande, abili cacciatori che vivono nutrendosi di rettili e roditori. L'area è anche l'habitat del rapace falco pecchiaiolo - (pernis apivorus), localmente chiamato adorno. Altri volatili più o meno comuni sono: il gheppio (falco Tinnunculus), il falcone pellegrino, il nibbio reale, la civetta, il gufo, il picchio verde, il barbagianni, l'assiolo o Chiù, il cuculo, la cinciallegra, il merlo, il tordo, la lodola, la gazza, il corvo, il piccione selvatico, la tortora, la starna, il tordo.

Tra i rettili si incontra in tutto il territorio la comune biscia nera e sulle colline ed in tutte le zone interne boscose la vipera.

Si segnalano:

- Comunità Montana Sila Greca: "Guida alle risorse: Identità, Ambiente, Lavoro", [Centro di Documentazione n.TL-1229]

Si segnalano inoltre i siti web:

centro cartografico

www.silagreca.org