Parco Regionale del Sirente-Velino

Foto di Pasquale Scarcia

Borgo Sirente

Il Parco Regionale del Sirente-Velino, istituito nel 1989, è il più grande d’Italia con i suoi 59.186 ettari. L’area protetta è collocata nel cuore della dorsale appenninica a ridosso dei Parchi Nazionali d’Abruzzo, del Gran Sasso e Monti della Laga, della Maiella, e per questa sua posizione svolge l’importantissimo ruolo di corridoio di scambio faunistico, consentendo un interscambio della fauna tra le diverse aree protette e salvaguardando e proteggendo l’ecosistema della zona.

 

Il Parco del Sirente-Velino, però, è esso stesso un parcoa tutto tondo con la presenza di importantissime specie faunistiche e botaniche e di rilevanze storiche, artistiche, architettoniche e archeologiche.

Il Parco Regionale del Sirente-Velino è geograficamente costituito da quattro zone: la media valle dell’Aterno, la Valle Subequana, l’Altopiano delle Rocche e la Marsica settentrionale.

 

L’Altopiano delle Rocche delimita un sistema di altipiani  (quello di Rocca di Mezzo, di Ovindoli, dei Piani di Pezza, dei Prati del Sirente e del Piano di Iano) a quote differenti circondati dal massiccio del Velino e da quello del Sirente. In questa zona nidificano due coppie di Aquile Reali. La media Valle dell’Aterno e la Valle Subequana sono caratterizzate, invece, da una notevole presenza di beni storici, artistici e archeologici come la fontana trecentesca e il convento di Fontecchio, le Torri, i borghi fortificati e i castelli, i suggestivi centri storici e i mulini ad acqua.

Nel versante marsicano sono di notevole interesse un sistema difensivo medievale (il castello di Celano e il recinto fortificato di M. Secine) e l’Area Naturalistica Orientata Monte Velino.

 

 

Ambienti del Parco Regionale del Sirente-Velino

 

Foto di Gianluca Andreassi

Una scoperta sconvolgente: l'abominevole uomo delle nevi esiste
Nella foto un'intera famiglia

Nel Parco del Sirente-Velino si osservano caratteristiche geologiche diverse: il massiccio del Velino, il massiccio del Sirente e le gole di Aielli-Celano.

Il massiccio del Velino (vette gemelle M. Velino 2487 m e M. Cafornia 2424 m) ha un’origine tettonica ed è caratterizzato da una morfologia carsica con il profilo essere il risultato dell’azione erosiva dell’ultima glaciazione, solcato da valloni profondi e di varia ampiezza. Il versante orientale mostra in maniera più evidente l’azione erosiva del ghiaccio con splendidi anfiteatri rocciosi.

Il massiccio del Sirente (M. Sirente 2348 m) ha una forma romboidale con il lato nord, lungo circa 19 km, di roccia a strapiombo con caratteristiche dolomitiche e sovrastante i Prati omonimi 700 metri più in basso. La parte sud-orientale è costituita da creste e piani interrotti dalle Gole di Aielli-Celano, mentre il versante che si affaccia sul Piano delle Rocche è dolcemente inclinato.

 

 Le gole di Aielli-Celano sono un esempio di canyon scavato nel corso di migliaia di anni dal torrente Foce, che ha origina dal Massiccio del Sirente. Il torrente a metà del suo percorso siingrotta’ nel sottosuolo e da questo punto la vegetazione lussureggiante ricca di muschi e felci (presenti per la poca luce diretta del sole) lascia il posto al vecchio letto del fiume composto da grossi macigni lisciati. Questo secondo tratto si fa strada tra pareti verticali alte più di cento metri poco distanti una dalle altre, anche meno di tre metri.

 

Area Naturalistica Orientata Monte Velino

 

Foto di Gianluca Andreassi

Fotografo fotografato
(Pasquale Scarcia fotografato da Gianluca Andreassi)

All’interno del Parco del Sirente-Velino è presente un’area di maggiore pregio naturalistico, cuore del Parco stesso: l’ Area Naturalistica Orientata Monte Velino, istituita nel 1987 con un’estensione di 3550 ettari e che si innalza dai 987 metri s.l.m. fino ai 2400 metri s.l.m. delle cime gemelle del M. Velino (2487m) e del M. Cafornia (2424m). La natura carsica del massiccio ha consentito la formazione di una varietà di fenomeni geomorfologici come la valle della Majelama e la valle di Teve, valli di origine glaciale con una sezione ad U, inoltre la costituzione calcarea comporta l’assenza di acqua superficiale (eccezion fatta per il lago della Duchessa a 1700 m) ed un notevole sviluppo dei fenomeni carsici sotterranei.

Il paesaggio del Velino cambia bruscamente a secondo che si consideri la parte volta a settentrione o a meridione.

La struttura calcarea del massiccio determina anche una caratteristica vegetazione di arbustati sempreverdi e vegetazione erbacea alpina con sporadiche faggete e, dove gli stress idrici e termici sono minori, quercete. Notevole importanza riveste la rara Betulla pendula, presente nel Vallone di Teve, residuo dell’ultima glaciazione.

Durante la primavera e l’estate si possono osservare varietà di fioriture rare ed endemiche come l’allium lineare. Invece il lato settentrionale del massiccio è ricopertola da estensioni di foreste di faggio.

La varietà della vegetazione che va dalle vette spoglie e sassose alle praterie d’alta quota alle faggete e al bosco misto e ai campi coltivati delle pianure, determina una corrispondente varietà faunistica. Si riscontra la presenza di rapaci diurni e notturni come l’aquila reale, la poiana, l’astore, il gheppio, il gufo reale e comune, la civetta, il barbagianni, oppure il fringuello alpino, il picchio muraiolo, il grifone e il corvo imperiale, questi ultimi reintrodotti dal Corpo Forestale dello Stato, Ente gestore dell’Area Naturalistica.

 

NELLA RISERVA È VIETATO L’ACCESSO AI MEZZI A MOTORE, ACCENDERE FUOCHI, CAMPEGGIARE, BIVACCARE E RACCOGLIERE VEGETALI E MINERALI.

 

 

La Vegetazione del Parco Regionale Sirente-Velino

 

Foto di Gianluca Andreassi

Monte Sirente

La varietà dei luoghi del parco fa si che anche la vegetazione rispecchi questa varietà.

Nelle zone elevate del Monte Velino si può riscontrare una vegetazione da tundra alpina con piante prostrate come la Silene aculee e fiori di Viola magellense , assenti sul Sirente. A quote più alte è abbondantemente presente il ginepro nano e a quote inferiori il ginepro comune e il ginepro rosso e il ginepro coccolone, specie meno presenti sul Sirente. L’Uva ursina e la Dafne alpina crescono su entrambi i massicci. Abbondante è anche la Genziana lutea e il Tasso barbasso a differenza del Taxus baccata raro e localizzato in pochi settori o la Betulla bianca, che si trova solo lungo il vallone di Teve nel Velino e in pochi esemplari sul versante settentrionale del Sirente.

Foto di Pasquale ScarciaNella zona tra gli 800 e 1700-1800 metri di altitudine sono presenti le faggete (Fuagus sylvatica), distribuite nell’area dell’altopiano centrale del Parco e più rigogliose nelle zone impervie dove l’azione distruttrice dell’uomo non ha potuto operare. Le faggete poiché non permettono lo sviluppo del sottobosco sono solitamente uniformi, con la presenza in alcune zone di specie minoritarie come l’Acero, l’Agrifoglio e l’Orniello, e privi di risorse alimentari per gli animali, che comunque le utilizzano come luoghi di rifugio o nidificazione. Al di sotto della fascia di colonizzazione del faggio ci sono boschi misti costituiti da cerro, roverella, acero, olmo, ciliegio, melo e pero selvatico, strutture boschive abbondanti di nutrimento per gli animali selvatici.

 

 

La Fauna del Parco Regionale Sirente-Velino

 

La fauna presente nel Parco è estremamente varia e correlata alla diversità degli ambienti che costituiscono il territorio.

Nell’area del Parco l’avifauna è particolarmente ricca di molte specie che vanno dal Falco pellegrino, all’Astore, alla Poiana. Il Corvo imperiale è stato reintrodotto dal CFS nel 1995, mentre il Gracchio corallino è presente con una popolazione di un centinaio di esemplari. Da evidenziare la presenza del Picchio muraiolo, del Picchio rosso e del più raro Picchio dorsobianco, della Cinciallegra, del raro Gufo reale, del Gufo comune, del Barbagianni e della Civetta.

Da segnalare la presenza del Grifone (Gyps fulvus) numeroso sugli Appennini fino alla prima metà del900 e scomparso per la diminuzione della attività di allevamento degli ovini, poiché l’avvoltoio si nutre esclusivamente di animali morti. Il Grifone può raggiungere anche i due metri e trenta di apertura alare che gli consente di esplorare incessantemente il proprio territorio con volo planato e il minimo sforzo sfruttando le correnti ascensionali ed è in grado di sopportare digiuni prolungati tra un pasto e l’altro per la difficoltà di imbattersi in carogne. Convive in colonie più o meno numerose e predilige insediarsi in zone montagnose aperte dove utilizza le pareti rocciose con terrazze di roccia per allevare i piccoli. Nel 1994 il Corpo Forestale dello Stato ha reintrodotto nella Riserva Orientata Monte Velino esemplari provenienti dalla Spagna. Attualmente la colonia è costituita da una trentina di individui, di cui due unitisi liberamente al nucleo originario e distribuitasi su tutto il territorio del Parco regionale.

Un'altra specie che caratterizza il Parco Regionale del Sirente-Velino è l’Aquila Reale (Aquila chrisaetos) maestoso rapace con la sua apertura alare di 2 metri e mezzo. Le aquile hanno diversi nidi nel territorio a quote più basse dell’area di caccia in modo che il trasporto delle prede al nido si riduce ad una semplice planata. Le prede sono coturnici, lepri, rettili o piccoli uccelli e giovani volpi. La tecnica di caccia usa una strategia ben definita: una vola radente al suolo per spaventare le prede, l’altra le cattura quando queste fuggono via. Le coppie depongono due uova, ma solo un pulcino sopravvive. Sul finire dell’inverno inizia il periodo del corteggiamento durante il quale il maschio corteggia la femmina con spettacolari voli a ‘festoni’, e talvolta  la coppia si aggancia per le zampe volando per brevi tratti con la femmina capovolta.

Nel Parco del Sirente-Velino sono presenti due coppie di Aquile reali una sul versane orientale del massiccio del Velino e una sul versante occidentale. La prima coppia nidifica regolarmente nei tre nidi presenti sul suo territorio. La zona interessata alla nidificazione viene chiusa per sei mesi all’anno (febbraio-agosto) e costantemente sorvegliata, regolando l’escursionismo, consentendo così una adeguata tranquillità ai rapaci.

Tra i rettili e gli anfibi vanno segnalati la salamandra pezzata e quella più rara dagli occhiali, il tritone, il rospo, la raganella, la biscia, il colubro, la vipera comune e solo sul Velino la più rara vipera di Orsini. Questa è una specie endemica dell’Appennino centrale,relitto glaciale’, poiché risale all’ultima glaciazione (1 milione di anni fa), più piccola vipera europea con i suoi 20 cm. Per la piccola quantità di veleno che è in grado di inoculare e che usa per catturare grilli e cavallette, non è pericolosa per l’uomo. La vipera di Orsini è presente solo in alta quota nelle praterie d’altitudine e sulle pietraie del Velino e può essere vista all’alba sui pulvini di ginepro. Essa si distingue dalla vipera comune per la presenza di grosse placche encefaliche dovute alla fusione delle scagliette frontali.

Ogni osservazione di esemplari di vipera di Orsini dovrebbe essere segnalata all’Ente Parco.

È possibile rinvenire anche insetti con specie endemiche di coleotteri come l’Oreina marsicana, li Carabus cavernosus e il Calanthus sirentensis.

Tra i mammiferi troviamo la faina, la donnola, la puzzola e il meno presente tasso, mentre la volpe oramai è presente ovunque, così come il cinghiale. Da sottolineare la presenza del lupo stabilmente presente nel Parco, con una decina di esemplari.

Il Cervo (Cervus elaphus), invece è stato reintrodotto ed è ormai censito in un centinaio di esemplari e vive in branchi composti da pochi maschi e molte femmine. Abitano le foreste aperte, prive di sottoboschi o pascoli e radure ed essendo esclusivamente erbivori, sono costretti a spostamenti stagionali altitudinali. In autunno i maschi danno vita a combattimenti, per imporre le gerarchie e al termine di questo periodo i maschi perdono i palchi che ricresceranno nel corso dell’anno successivo, più grandi e più ramificati.

Va ricordato anche una delle specie più illustri: l’Orso bruno morsicano (ursus arctos marsicanus), presente come nucleo stanziale compreso fra i 4 e gli 8 individui, presenze non dovute alla migrazione dal vicino Parco Nazionale d’Abruzzo. In primavera l’orso si risveglia dal letargo e inizia la sua ricerca del cibo per ricostituire le riserve di grasso. Dopo l’accoppiamento i maschi e le femmine riprendono la loro vita solitaria, spostandosi dalle basse quote del rifugio invernale fino alle praterie d’altitudine, prediligendo i versanti esposti a sud con abbondante vegetazione e alberi da frutto. L’alimentazione è quasi esclusivamente vegetariana a base di frutti selvatici (mele, pere, bacche) e del miele prodotto dalle api.

 

 

Le Pagliare

 

Nella zona di Fontecchio e Tione sono presenti esempi della tradizione e cultura contadina: le Pagliare,  piccoli villaggi di pastori  che praticavano la transumanza verticale utilizzati fino agli ’50.

Le Pagliare sono costruite ‘contro monte’ di fronte alla catena del Sirente, sul versante della montagna che cinge la sottostante valle dell’Aterno, ad una altitudine di 1100 metri, raggiungbili dai paesi sottostanti (600 m s.l.m.) per mezzo di sentieri.

La struttura è a due piani, in muratura a calce di pietrame calcareo e tetto in legno, con al piano seminterrato la stalla e al piano soprastante il fienile (pagliaio) con angolo camino. I due piani sono divisi da una volta a botte in pietrame o da un solaio in legno.

Lo spazio antistante il camino era utilizzato per cucinare e per mangiare ed era posto all’ingresso del pagliaio: ne occupava tutta la lunghezza per una profondità di un metro e mezzo da una volta a botte in pietrame o da un solaio in legno e pavimentato con scheggiosi di pietra. Dietro il tramezzo di rami cementati a calce, che delimitava l’ambiente comune, si dormiva sui pagliericci di foglie secche di granturco o direttamente sul fieno. In alcuni casi è presente anche una cisterna per la raccolta d’acqua piovana.

Adiacente ad ogni pagliara è presente un terreno di pertinenza cinto da muri a secco, sul quale venivano svolte attività legate ai lavori agricoli.

Il nucleo vitale comune dell’insediamento erano il monumentale pozzo e la chiesa.

Il primo era ricavato da un inghiottitoio carsico e ad esso tutti attingevano acqua attraverso due gradinate in pietra mentre lungo i bordi erano presenti delle monolitiche pile dove si abbeveravano gli animali.

La chiesa solitamente in pietrame a vista presentava un aia antistante che assolveva ad una importante funzione di lavoro ed aggregazione.

L’area circostante le Pagliare è caratterizzata dalla presenza di macchie di roverella, carpino e faggio.

Oggi la civiltà che ha dato origine alle Pagliare è scomparsa  con il conseguente letale  abbandono delle strutture.

 

 

I mulini ad acqua

 

La peculiarità del territorio della valle dell’Aterno è l’abbondanza di Mulini ad acqua. Ne sono stati censiti 101, dei quali 10 ancora funzionanti. L’origine di tali strutture è antichissima e se ne trova traccia già in documenti del 1085. I mulini si caratterizzano per la presenza della raffata, un lungo canale di adduzione dell’acqua all’impianto molitorio, che correre per 500-1000 metri parallelo al corso del fiume e che aveva la funzione di innalzare il livello dell’acqua dal punto in cui, con un salto di quota, questa aziona le pale lignee dette ‘retricine’ dando, in tal modo, la possibilità all’albero di trasmissione, in legno, di muoversi ed azionare la macina in pietra. Questa andava, quindi, a creare attrito sull’altra macina polverizzando il grano che defluiva come farina  attraverso la tramoggia, anch’essa in legno, per essere raccolta nel farenale, un cassone. Regolando ad hoc la distanza tra le due mole era possibile ottenere un diverso grado di molitura della farina.

Questa era una delle attività più redditizie ed era tramandata di padre in figlio. Le costruzioni che ospitavano i mulini potevano assolvere anche ad altre mansioni. Infatti alcuni funzionavano come frantoio (Mulino di Beffi e di Accili), dove un albero di distribuzione verticale faceva girare una morsa in pietra detta molazza, su una basamento dove erano poste le noci, le mandorle, o le faggiole, ottenendo la mposta, una massa oleosa che veniva resa più liquida dopo essere stata messa sotto una pressa di legno. Oppure come segheria (M. Baldassarre o di Acciano), dove la sega a nastro era attivata dall’acqua. Dove era praticata la pastorizia si trovava nei locali attigui al mulino la gualcheria o valcheria, costituita da un fusto in pesante legno di quercia, resistente all’acqua, comprendente due stanghe lingnee dai 2,50 ai 3 metri che azionavano alternativamente due grossi martelli in legno che servivano per frollare i tessuti in lana attraverso un processo di infeltrimento. Il meccanismo era messo in fuzione da una ruota con pale, azionata dalla forza dell’acqua.

I mulini possono essere considerati per la loro polifunzionalità le fabbriche medievali. Oggi molti mulini sono in fase di restauro.

 

 

Bibliografia

‘Abruzzo: Guida ai Parchi e Riserva Naturali’ ed. Regione-Abruzzo- Settore turismo, 1998. (Centro documentazione: PL-818).

 

 

Siti internet

www.montevelino.it

www.parks.it

www.guidabruzzo.it/parcosirente/intro.htm

www.abruzzoitalico.it/default.asp