SULLE TRACCE DEI BASILISCHI

( QUARANTAQUATTRO ANNI DOPO SPINAZZOLA E MINERVINO)

 

IL FILM

Nata 75 anni fa a Roma da padre lucano di Palazzo San Gervasio e madre romana, discendente da una nobile ed agiata famiglia svizzera, Lina Wertmuller è regista, sceneggiatrice e scrittrice per il cinema, la tv e il teatro.

"I basilischi" (1963) fu il suo primo lungometraggio. Quarantaquattro anni fa approdò in quella zona a cavallo tra la Puglia e la Basilicata, tra Minervino Murge, Spinazzola, Irsina e Matera, per cogliere lo spirito di una cultura e di una popolazione combattuta tra la necessità di emigrare per trovare lavoro al Nord e il desiderio di non staccarsi dalle proprie tradizioni, dal proprio territorio.

NOTE DELLA REGISTA SCRITTE NEL 1963

L’idea di assumere la responsabilità di un film è nata durante un viaggio in Puglia, osservando una certa borghesia di provincia. La sua pigrizia borbonica mi ha incantato e irritato al tempo stesso. Ho pensato così di vedere con la macchina da presa come si parla, si ride, ci si “lascia andare”, in certe zone del Meridione dove tuttora esiste una contemplazione e un disfacimento quasi “oblomoviani”. […] Probabilmente ho sentito l’attrazione per tutto ciò, data la mia natura ottimistica, energetica, esuberante, in contrappeso al sonno, all’apatia e alla remissività meridionali. Amo il Sud (sono nata a Roma; la mia discendenza di famiglia è svizzera) profondamente; la mia contemplazione è, pertanto, critica: non fine a sé stessa, estetizzante. […] L’uomo è laggiù un po’ egocentrico; la donna dimostra uno spirito più umile. Quest’ultima potrà essere la grande risorsa del domani, se riuscirà a liberarsi di alcuni “tabù” morali che ne paralizzano in gran parte l’azione. Per la verità gli uomini sono più intelligenti se se ne vanno (quasi sempre si affermano altrove), se riescono, cioè, ad “evadere”. Un’eccezione è stato Rocco Scotellaro: uno che è “rimasto” e che è riuscito ad emergere lo stesso con il canto dolente della sua poesia. […] Il soggetto è nato da un insieme di tante storie sulla condizione delle genti pugliesi, più precisamente quella parte di gente dell’interno che si trova verso la Basilicata; storie sulle loro condizioni, sulle loro aspirazioni, sviluppate anche con approfondimenti filologici. Le riprese si sono svolte ad Andria, Genzano, Spinazzola, Minervino Murge e in altre due o tre località. […] Gli attori, in questo caso, dovevano essere fisicamente fusi con il loro ambiente naturale. Dopo sei mesi di ricerche per i ruoli principali ne ho trovato uno a Bari, uno a Napoli e uno a Roma, perfettamente meridionali, bravissimi e disciplinati. Li ho scelti col fine di vedere sui loro volti tutta la “sonnolenza” del Sud: il retaggio di 150 anni di influenza spagnola e 90 di influenza borbonica.

 

 

I "basilischi" sono dei pigri lucertoloni della famiglia degli iguanidi amanti dell'ozio e del sole. La sua è ovviamente una metafora. Ma oggi, nel 2003, ha ancora trovato dei basilischi a Minervino?

Certo che ci sono ancora i basilischi. Però sono dei basilischi in evoluzione. Come in tanti posti e in tanti Sud del mondo. I Sud hanno delle radici antiche, dei vizi antichi, dei difetti antichi, dei pregi antichi.

Ma se dovesse cercarli oggi dove li cercherebbe?

Probabilmente andrei ancora a cercarli lì: a Minervino ho trovato tutto come allora: chi non è scappato dal paese, per cercare fortuna altrove ha iniziato a cambiare mentalità, ma restano gli antichi pregiudizi. Per il resto, basilischi nel mondo non è difficile trovarli. Di gente rimasta indietro ce n'è parecchia. E non è nemmeno necessario muoversi da casa, basta guardare la tv. Diciamo la verità: questo mondo per certi versi ti piglia calci nel sedere. Se non altro proprio a causa delle televisione. In qualunque casa lei entra, in Italia, ma dovunque, lei vede accesa la televisione. Un elettrodomestico che ci racconta il mondo. Il mondo non è più quello che è. È quello che ci viene "raccontato" dalla televisione. Per questo bisogna farla bene.

 

SPINAZZOLA

Spinazzola sorge ai piedi della Murgia nord barese, su un territorio collinare esteso circa 18.000 ettari, a 435 metri sul livello del mare. Confina con la Basilicata della quale per qualche tempo fece parte. Quello di Spinazzola è un territorio ricco di acque sotterranee e l'acqua, tornando in superficie attraverso crepe delle rocce, ha creato molte sorgenti tra cui quelle dette Pilone, Raica, di Rolla, Gardone Turcitano, S.Francesco, Casalvecchio, Accannata Paredano.

Difficile è stabilire una data certa alla sua nascita perchè poche sono le testimonianze al riguardo, ma si può dire che il nucleo iniziale della città si è sviluppato intorno a una statio romana per il rifornimento delle milizie, chiamata Ad Pinum e posta sulla Via Appia tra Venosa e Blera (l'attuale Gravina in Puglia).

Il nome del paese, secondo alcuni, deriva da "ex pino solo", da cui "Espinosolo" quindi "Spinosolo" ed infine "Spinazzola". Altri storici invece ritengono che il nome "Ad Pinum" si sia trasformato nel 1125 in "SPINACIUM CASTRIUM" per diventare poi, coi Normanni, "SPINACIOLAE CASTRIUM" che molto più tardi ha assunto l'attuale forma "Spinazzola".

Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476 d. C.) fu preda delle varie orde dei barbari e dei Vandali, fu teatro della lunga guerra tra Bizantini e Goti, indi subì le invasioni dei Longobardi, Saraceni (capitanati dal condottiero Raica che l’assediò più volte, dopo averla conquistata la difese dai Bizantini nel 1024 ed in onore di questa vittoria fece costruire una fontana che porta il suo nome, appunto Fontana Raica), Ungari, Unni, Normanni e Svevi.

Intorno al 1100 i Templari vi fecero costruire il primo Ospedale della Puglia, per poter curare i cavalieri feriti provenienti dalle Crociate.

Durante il viceregno Spagnolo Spinazzola è dominata dai Marchesi Pignatelli e diviene feudo. Questo è un periodo piuttosto fiorente con espansione del centro abitato e della popolazione ed è anche il periodo che vede Spinazzola dare i Natali ad un altro eminente personaggio: Antonio Pignatelli nato nel 1615, fu eletto Pontefice il 12 luglio 1691 con il nome di Papa innocenzo XII.

Il suo pontificato durò poco, fino al 27 settembre del 1700, ma va ricordato per le numerose opere per i poveri di Roma e soprattutto per l’emanazione della bolla "ROMANUM DECET PONTIFICEM" che pose fine al Nepotismo, affermando che "I miei nipoti sono i poveri".

Va infine citato che Spinazzola ospitò, nel 1735, Carlo III meritandosi il titolo di "CITTA" per essere stata "Prima fra le terre del paese che fosse insorta in armi contro gli austriaci", ma non avvenne nessun cambiamento particolare se non nel 1811 quando, con decreto del Re di Napoli Gioacchino Murat Spinazzola passò dalla provincia di Potenza alla terra di Bari, distretto di Altamura.

IL CASTELLO

Già dai decenni iniziali del ‘400, le prime invasioni barbariche in territorio italiano suggerirono l'esigenza e la necessità di "luoghi forti" che potessero garantire la sicurezza e la protezione delle popolazioni. Infatti fin dal V secolo alcune città italiane cominciarono a costruire castelli per difendersi dai continui assalti e dalle rapine delle diverse orde barbariche.

Nel IX e X secolo le contrade lucane e pugliesi furono invase dai Saraceni e dagli Ungari. I sovrani del tempo, fortemente preoccupati del pericolo incombente, permisero, anche e soprattutto alle Chiese, la costruzione di luoghi fortificati e di strutture castellane. In questo periodo i principi Beneventani e Lodovico II, figlio di Lotario, fecero costruire il Castello di Spinazzola.

Nel marzo del 1615 vi nacque Antonio Pignatelli, che nel 1691 fu eletto Pontefice col nome di Innocenzo XII.

Con il tempo il Castello fu abbandonato a sé stesso fino a quando negli anni trenta del ‘900 le autorità decisero di farlo demolire, probabilmente per non compiere opere di recupero.

LA CATTEDRALE

La Cattedrale è stata costruita presumibilmente intorno al '300, ha subito varie modifiche nel corso dei secoli, maggiormente nel 1600. La Chiesa è dedicata a San Pietro Apostolo, il suo stile romanico, ha subito nel tempo diversi rimaneggiamenti, soprattutto all'interno, è sita in pieno centro storico, nei pressi del diruto castello. L'interno è a tre navate con 4 arcate laterali.

Nell'abside, sull'altare maggiore c'è una tela di S. Pietro, opera di Luciano Bartoli, milanese (1953). Ci sono diverse opere di epoca barbara e bizantina. A destra del presbiterio c'è la cappella battesimale con portale in pietra scolpita con immagini dell'Annunciazione, di San Pietro e San Paolo. Nella chiesa sono presenti due tele del 1600 raffiguranti la Vergine col Bambino, il Battistero ed un busto d'argento di San Sebastiano.

LA CHIESA DELLA SS. ANNUNZIATA

 La facciata principale della chiesa è probabilmente del 1500; al di sopra della porta di accesso in legno c'è un "occhio" del tardo '500, formato da otto settori in vetro variamente colorati. Ai due lati della porta ci sono due piccole finestre del '500. La cuspide, probabilmente, è di fattura posteriore. Su di essa notiamo piccoli archi stilizzati che la ornano. La facciata è a capanna, come quasi tutte le chiese francescane, anche se le due parti laterali ci fanno pensare alla presenza delle tre navate interne.

All'interno la chiesa ha tre navate: quella centrale è separata dalle due laterali da otto pilastri, quattro per lato. Questi hanno la forma di parallelepipedi e sorreggono altrettanti archi a tutto sesto. Sopra ogni pilastro c'è una finestra che dà luce alla chiesa. In fondo alla navata centrale c'è il presbiterio delimitato da un arco trionfale ed è sollevato rispetto alla base da tre gradini, con riferimento alle tre Persone della SS. Trinità. In seguito al concilio Vaticano II (1960-65), che ha stabilito l'abolizione di ogni barriera tra i sacerdoti e i fedeli, la balaustra è stata rimossa. Sulla parete in fondo sovrasta il presbiterio un magnifico crocifisso in legno di autore ignoto. Ai lati del Cristo, sulla parete, si aprono due piccole finestre adornate da vetrate artistiche, realizzate nel 1974, che raffigurano il Mistero dell'Annunciazione.

Il SANTUARIO DELLA MADONNA DEL BOSCO

Il Santuario della Madonna del Bosco sorge nel luogo dove fu trovata una sacra immagine della Madonna, risalente al XVI sec. Il Santuario si trova a circa 2 Km dal centro abitato, è stato costruito nel 1971 nella località dove era stato il vecchio Santuario, costruito, nel XVI secolo, in un bosco fitto di querce e cerri in onore della Madonna. Il quadro della Madonna che vi si venera è attribuito ad A. Stabile ed è stato restaurato dalla Sopraintendenza alle Belle arti di Bari.

LA QUERCIA SECOLARE

Si trova in località Spaccacipolla, contrada Macinali, nella masseria del Sig. Antonio Lograno. La sua età è stimata intorno ai 500 anni, è alta 19 mt, la sua circonferenza minima è di 6 mt. mentre quella massima è di 8 mt.

 

 

MINERVINO MURGE

LE ORIGINI DI MINERVINO

Secondo la leggenda il nome della città risale al tempo della battaglia di Canne, quando un soldato romano sposò una pastorella nel tempio di Minerva.

Dai reperti ritrovati (lame silicee rinvenute sul monte Scorzone, frammenti di ceramica del II millennio a.C, oggetti neolitici di bronzo e ceramica dei secoli VIII e VII a.C. in contrada Torlazzo e Lamamarangia) si può dedurre un primo insediamento nel II millennio a.C., e la creazione di un centro capannicolo la cui economia si sviluppò nell'VIII-VII sec. a.C.. Tale nucleo abitativo si insediò lungo l'impluvio che scende dalle Murge denominato "Matitani", lungo la direttrice commerciale che collegava i due fiorenti centri dauno-sannitici del canosino e del melfese. Il ritrovamento di tombe di vario tipo, ricche di corredi funerari, ha dimostrato che l'antico centro ebbe la sua massima estensione nel IV sec. a.C..

Testimonianze archeologiche romane si hanno in due iscrizioni funerarie rinvenute in località Pagliarone risalenti al II sec. d.C. e nella villa romana in loc. Lamalunga di età tiberiana.

Nel corso del III secolo a.C l'insediamento venne abbandonato, forse a causa dell'arrivo dei Romani in quest'area e ai vari eventi bellici che la interessarono, in particolare alla battaglia di Canne nel 216 a.C. contro gli invasori cartaginesi. Altre ipotesi avanzate riguardo all'abbandono del sito, oltre alla necessità di avere una posizione più difendibile sulla collina soprastante, riguardano lo sviluppo della vicina Canusium e il proliferare della malaria, favorita dalle acque stagnanti, che ha afflitto in modo endemico la zona fino al secolo scorso. Da questo periodo non si hanno più tracce storiche rendendo oscuri i successivi avvenimenti per diversi secoli.

Ai principi dell'VIII secolo d.C., sotto la spinta delle invasioni saracene e ungare gli abitanti dei diversi "casali" (insediamenti abitativi autosufficienti disseminati nelle campagne) confluirono in un unico centro posto per ragioni difensive sulle due colline che dominavano il paesaggio circostante.

Di tali antichi agglomerati rimane traccia nella toponomastica rurale come San Martino, Torlazzo, Lamalunga, Paradiso delle grotte.

Per la prima volta nell'era cristiana, Minervino ("Monorobinum") viene nominata dall'Annalista Salernitano, nell'ambito dei saccheggi perpetrati dalle razzie musulmane. Infatti, nell'862 e nell'875, fu saccheggiata e incendiata dai Saraceni con conseguente deportazione dei superstiti ed in seguito, nel 1011, subì ulteriori rappresaglie dai Bizantini fino all'arrivo dei Normanni di Guglielmo Altavilla nel 1041. In questo periodo fu istituita la sede vescovile, con il primo vescovo documentato, Innacio.

Raimfrido, terzogenito degli Altavilla, fu il primo Signore di Minervino dal 1051 al 1057.

SCESCIOLA, IL BORGO ANTICO

Il borgo antico, chiamato Scesciola (il termine Scesciola o Scescia è sicuramente di origine araba, poiché lo si ritrova in zone precedentemente occupate dagli arabi, quali Ruvo, Bitonto e Giovinazzo in Puglia, in tutta la Calabria e in Sicilia, e significa "labirinto", ad indicare l'intersecarsi di stradine e vicoli), deve essere distinto dal complesso del centro storico di Minervino Murge.

Infatti, il quartiere Scesciola, per la tipologia edilizia proposta e per la morfologia urbana complessiva, costituisce solo una parte, la più antica, del centro storico. Se la struttura urbanistico - architettonica del centro storico risulta particolarmente caratteristica per le case addossate le une alle altre, a schiera, seguendo le linee di declivio delle colline, nel borgo antico si assiste ad una aggregazione meno schematica e più articolata.

L'insediamento ha subito nell'arco dei secoli uno sviluppo di tipo spontaneo, dando luogo ad una serie di successive stratificazioni che necessariamente hanno dovuto adattarsi alle caratteristiche orografiche del sito. L'impianto medievale dell'abitato si intuisce immediatamente per la presenza di una viabilità stretta e contorta, nell'ambito della quale si aprono caratteristiche rampe di scale pubbliche che, collegando livelli diversi di strade, costituiscono squarci suggestivi nell'ambito del continuum edilizio verso la Murgia.

La tipologia di base è costituita da una cellula (stanza) di forma rettangolare con accesso diretto dalla strada e con la parete opposta controterra. Lateralmente tale cellula si presentava fiancheggiata sia da altre cellule di uguale caratteristica o da scalinate che permettono di superare i dislivelli. Lo sviluppo dell'unità di base ha comportato, generalmente, un'espansione verso l'alto con la sovrapposizione di una seconda cellula. L'ingresso poteva, quindi, essere aperto sia sulla strada a valle, sia sulla strada a monte, talvolta anche lateralmente, sulla rampa di scala. Sia in questo caso, che nel caso di accesso alla stanza superiore dalla strada a valle, l'ingresso era consentito attraverso una piccola scalinata esterna privata con in sommità un pianerottolo, il vignale.

La struttura dell'edilizia storica, tanto delle emergenze architettoniche quanto dell'edilizia più povera, si identifica con i caratteri della tradizione costruttiva locale. E' sempre presente una muratura portante costituita da conci di pietra nella parte inferiore che identifica il piano terra, a contatto con il terreno. La parte superiore della muratura era invece costituita da conci squadrati di tufo, pietra più tenera e più facilmente lavorabile. Infatti, le rare decorazioni e modanature sono tutte concentrate nelle zone superiori degli edifici, se non anche a coronamento degli stessi. Alla parte inferiore della muratura, in pietra come si è detto, era demandato un compito inerente maggiormente alla statica ed alla resistenza all'infiltrazione di umidità dal terreno. Una semplice cornice marcapiano segnava il passaggio dal piano terra a quello superiore e quindi da un tipo di magistero murario lapideo ad un altro.

Da rilevare è la presenza di un edificio, in via Vescovado, con muratura in tufo lavorata a bugnato e tre finestre bifore ad arco acuto, di probabile fattura medievale, che mostra su uno spigolo esterno un bassorilievo in pietra recante un'iscrizione (Peregrinus bobus), forse segnale viario per la transumanza.

LE CHIESE

La Cattedrale, dedicata alla Vergine Assunta, fu sede dei Vescovi minervinesi dal XI secolo sino al 1818 (anno in cui la diocesi fu soppressa). Riedificata sull'area della precedente costruzione di età normanna, venne consacrata nel 1608. La facciata, in pietra calcarea bianca, presenta un rosone romanico e tre portali rinascimentali. Su quello di destra, un altorilievo medioevale della Vergine col Bambino, reperto forse dell'antica costruzione. Sulla sinistra si leva il campanile, opera rinascimentale ricostruita nel 1924 a seguito di un crollo.

L'interno, coperto da tetto a capriate lignee, è a tre navate divise da colonne. Sull'altare maggiore (sec.XVIII) è collocato un tempietto in marmo in cui è conservato il Santissimo Crocifisso, pregevole opera lignea del XVII secolo. Sotto il tempietto sono stati sepolti quattro vescovi minervinesi. Dietro l'altare, coro ligneo con al centro la cattedra vescovile, con lo stemma dell'ultimo vescovo minervinese, Pietro Mancini.

L'attuale chiesa dell'Immacolata Concezione fu costruita verso la fine del XVIII secolo su una vecchia chiesetta, detta Concezione Vecchia, che a sua volta si trovava su un'antichissima cappella dedicata a S. Rocco. Fu consacrata nel 1794 dall'ultimo Vescovo di Minervino, Mons. Pietro Mancini. È composta di una navata e la sua pianta è a croce latina.

La chiesa della Madonna del Sabato si trova a un chilometro circa dall'abitato e fu costruita verso la metà del XVII secolo su di una grotta basiliana scavata nel tufo, dove fu trovata dipinta sul muro un'immagine della Vergine col Bambino. Il dipinto su tufo risale al XV secolo e rappresenta la Vergine col Bambino tra una coppia di angeli. È collocato in fondo ad una piccola grotta, accessibile mediante due scalinate laterali. Presumibilmente opera di pastori in transumanza.

Poiché il rinvenimento avvenne in un sabato, 15 giorni dopo la Pasqua di un anno ignoto, da tale giorno prese il nome l'immagine e la sua festa si celebra annualmente appunto quindici giorni dopo Pasqua. Una leggenda, che per altro è comune a molte altre località, vuole che durante una battuta di caccia, alla quale partecipava anche il Principe Pignatelli, barone della Città, un cane si sia infilato in un'apertura del terreno e non sia più venuto fuori. Guidato dai latrati dell'animale, qualcuno della comitiva si rese conto trattarsi di una grotta, nella quale fu appunto scoperta l'immagine sul muro. Da allora la Madonna del Sabato fu proclamata Patrona di Minervino, mentre forse precedentemente lo era stata la Vergine Assunta.

La costruzione fu fatta dal Principe Marzio Pignatelli e consta di due parti distinte: quella inferiore, che è la grotta dove fu rinvenuta l'immagine e alla quale si accede per mezzo di due scalinate laterali, e quella superiore, costruita al disopra della prima, composta di una navata. Sull'arco sovrastante le rampe di scale che portano alla chiesa inferiore si trova ancora lo stemma in pietra di Pignatelli e Guevara.

La chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, posta nel Rione Scesciola, era ritenuta fra le più antiche della città. In realtà di essa non si trova traccia in alcun documento precedente il 1700. In un documento del 1720 riportante un elenco delle chiese dedicate alla Vergine esistenti a Minervino, si accenna a questa chiesa, che appunto secondo questo documento sarebbe stata costruita dal principe Pignatelli nel luogo dove era stata rinvenuta una "miracolosissima" immagine della Vergine, dipinta sul muro. Non si sa quale credito si possa attribuire a tale versione, anche perché essa è in contrasto con una iscrizione del 1707 esistente nella chiesa, secondo la quale la costruzione era stata fatta invece a spese del canonico Gerolamo Massari su suolo ceduto dalla duchessa Faustina Caracciolo, vedova del duca Orazio Tuttavilla - Calabritto. Può darsi che nello stesso luogo esisteva in precedenza altra cappella molto più antica. La chiesa è molto piccola. Sull'unico altare, di breccia corallina, simile a quello situato presso la Grotta di San Michele, esiste effettivamente un'immagine della Vergine col Bambino dipinta sul muro, la cui epoca non è facilmente rilevabile a causa di un ignoto quanto maldestro "restauratore" che ha proceduto in passato a ritoccarla. Sulla porta d'ingresso, nell'interno, è posta una tela settecentesca, che precedentemente doveva essere ubicata sull'altare, davanti all'affresco menzionato, in modo da coprirlo alla vista. Rappresenta la Vergine col Bambino, S. Domenico e una Santa Martire. Sulla parte inferiore del quadro si notano tre stemmi raggruppati, di cui uno è quello della famiglia Corsi, che è stata l'ultima proprietaria della chiesetta.

Madonna della Croce è posta a breve distanza dalla Grotta di San Michele. L'antica chiesetta rupestre ad una navata, venne consacrata nel 1628 dall'allora vescovo di Minervino Altobello Carissimi. La chiesa conserva affreschi di fattura popolare, rappresentanti immagini di Santi, e, sull'altare, un dipinto della Vergine col Bambino.

LA TORRE

Fra i monumenti più significativi dì Minervino certamente la Torre occupa un posto importante.

Nel 1454, alla morte di Gabriele Orsini, duca di Venosa, che era anche barone di Minervino, la Città fu ereditata dalla figlia di costui, Maria Donata, che era sposata a Pirro Del Balzo, figlio di Francesco, duca di Andria.

Fu proprio il Del Balzo che fra il 1454 e il 1462 costruì la Torre su una delle ultime colline nord occidentali della Murgia. Essa nacque come osservatorio: infatti, sul muro esposto a ponente esisteva una lapide senza data, la cui iscrizione ne precisava la destinazione. La trascrizione della lapide è "CONSTRUIVIT IN SPECULA DUX HUIUS TERRAE DEL BAUCIA PIRHUS". Al di sopra di essa era stato anche posto uno stemma in marmo dei Del Balzo, una stella a diciassette punte, che evidentemente dovette essere asportato, in data imprecisabile, nel corso di uno dei numerosi scempi che la Torre ha subito nei secoli.

La costruzione era isolata, fuori dell'abitato, e così rimase per molto tempo, sino a quando verso la fine del XVII secolo il paese non cominciò ad estendersi verso Sud, occupando la collina dove essa è posta. Attualmente, soffocata tutt'intorno da altre costruzioni addossate ad essa e sfregiata in molte sue parti, è appena visibile il suo corpo superiore. Sulla sua sommità un chiosco, costruito in epoca recente, costituisce una prova evidente del cattivo gusto di chi, avendo abusivamente fatto della Torre una proprietà privata, lo aggiunse a sanzionare il proprio successo.

Si tratta di una costruzione massiccia a pianta circolare con un muro spesso circa tre metri, a diversi piani che comunicano tra loro non con scalinate costruite ma con scale mobili di legno, per ovvi motivi di difesa. All'esterno era circondata da un bastione a pianta quadrata, che costituiva la sua prima difesa. Fra la torre e questo muraglione esterno lo spazio era in gran parte sgombro, con piccole costruzioni addossate al muro del bastione; in esse si riparavano uomini e cavalli e venivano depositati carriaggi ed altro materiale.

Passata l'epoca eroica della Torre, tale spazio fu utilizzati dai pastori del luogo come rifugio per i propri armenti. Il bastione esisteva ancora nel XVII secolo e non si sa quando e perché sia stato demolito.

IL FARO VOTIVO

Il Faro votivo di Minervino Murge è un monumento notevole per la sua singolarità: l'intera struttura presenta infatti, sia nella sua stessa forma (in cui si possono agevolmente riconoscere quattro scuri littorie legate insieme in fascio), sia nell'intero apparato decorativo, elementi di esaltazione del Fascismo e dei suoi caduti, che la cancellazione delle iscrizioni commemorative non riescono a celare.

L'idea nacque durante una commemorazione per il caduto Riccardo Barbera ad opera dell'Avv. Altomare. Lo stesso Mussolini offrì £ 10.000 per la costruzione, affidata all'architetto fascista Forcignano. La costruzione iniziata con la posa della prima pietra il 28 ottobre 1923, fu compiuta in nove anni ed inaugurata il 29 giugno 1932, alla presenza del Segretario del Partito Fascista, Starace.

Il Faro sorge su una spianata posta nella parte alta della città, a 500 metri sul livello del mare: la costruzione, che misura alla base un fronte di 14 metri, si eleva di 32 metri; reca al vertice una lanterna di 2.000.000 di candele elettriche, donata dal Ministero della Marina Mercantile, visibile per un raggio di oltre 80 Km.

Il monumento è costruito tutto in pietra dura di Minervino, e si compone di tre parti.

Il basamento, a forma di dado, poggia su quattro piloni rampanti legati tra loro da archi. Nella parte anteriore è innestato un tempietto con frontone triangolare, da cui si accede al vestibolo ottagonale, con soffitto a volta. Sotto il pavimento del vestibolo vi è la cripta.

All'esterno i due piloni rampanti in facciata presentano in alto due prue in bronzo, con rostri di navi romane, sormontate da Vittorie Alate. Ai quattro angoli del soffitto poggiano quattro bracieri in bronzo, e altri due, più alti, ai lati del portale d'ingresso. La parete di fondo del vestibolo conserva una serie di rientranze di forma ellittica: in esse erano poste i ritratti dei caduti di allora. Fra i trenta nomi pugliesi, cinque erano di Minervino.

La seconda parte del monumento, a forma di tronco di piramide, presenta quattro finestre, che illuminano la scala interna.

Infine, viene la grande colonna costituita da un grande fascio, che sorregge il casotto della lanterna, circoscritto da una loggetta. All'interno vi è una scala in pietra che giunge sino alla base della colonna terminale; di qui si alza una scala a chiocciola in ferro che raggiunge la loggetta. Da questo lo sguardo può spaziare per chilometri, sino a raggiungere ad Ovest la catena degli Appennini e il Monte Vulture e a Nord, in condizioni di particolare visibilità, il massiccio del Gargano.

Il Faro presentava alcune iscrizioni commemorative, che furono successivamente cancellate in alcune loro parti, oppure completamente abrase. Oltre all'iscrizione nel frontone, che presenta il volto della dea Minerva ("Ai martiri [fascisti] di Puglia [A. X E.F.]"), ci sono sulle pareti laterali esterne le seguenti iscrizioni: a destra "Più che il Faro nelle tenebre più che il sole a meriggio splenderà nei secoli conforto ai fedeli rampogna ai traditori la luce del martirio [fascista]"; a sinistra (completamente scalpellata): "Giurati al Duce salvarono con la rivoluzione la patria ebbero in premio la vittoria e l'immortalità".

 

LA GROTTA DI SAN MICHELE

La grotta che ospita la chiesa rupestre si trova ai piedi di Minervino, a nord, in una vallata che nella toponomastica porta il nome di S. Salvatore e che si trova al termine di quel canale naturale, un tempo fiumiciattolo, denominato "Matitani" (etimologia vagamente greca che ricorda lo "scorrere" e il "travolgere", perché trasporta le acque e i detriti delle colline durante i temporali più copiosi).

La zona si è rivelata ricca di insediamenti: nella parte che va dalla grotta di S. Michele alla chiesa rupestre della Madonna del Sabato, sono state ritrovate tombe e resti di insediamento risalenti al VII sec. a.C. e testimonianze di epoca imperiale sono presenti nella stessa grotta.

La grotta di San Michele è una cavità di origine carsica creata dall'erosione che l'acqua piovana opera sulle rocce calcaree di cui è composta l'ossatura delle colline dell'Alta Murgia. La tipicità morfologica di questa terra è il prodotto di una lunga erosione ad opera soprattutto delle acque piovane che, contenendo anidride carbonica, hanno il potere di sciogliere il carbonato di calcio di cui sono composte le rocce calcaree.

Le prime testimonianze scritte che parlano della grotta di S. Michele sono rinvenibili in una pergamena bilingue (greco e latino) datata 12 febbraio dell'anno 1000, conservata nell'Abbazia di Montecassino. Questo documento attesta la restituzione di alcuni territori del meridione all'Abbazia che li possedeva "ab antiquis temporibus"; fra l'altro è detto "...et in pertinentiis de civitate Minervine speluncam ubi est ecclesia Sancti Salvatoris..."; la toponomastica attesta ancora oggi l'antico culto, forse dei primordi del cristianesimo, del Salvatore.

Successivi documenti sono quello del 1008, in cui l'abate Giovanni di Montecassino diede al monaco Trofari varie chiese tra cui quella di S. Salvatore in Minervino, e quello del 1011, in cui Basilio, Protospatario e Catapano d'Italia, in Salerno confermava l'atto dell'anno 1000, ribadendo il diritto al possesso da parte dell'Abbazia di Cassino di quelle terre fra cui la "speluncam et ecclesiam Sancti Salvatoris...".

La cultura del vivere in grotta adattò subito questo "edificio naturale" al culto cristiano. È del 1668 la descrizione della grotta ad opera del Tabulario Onofrio Tango per l'atto di vendita del feudo alla famiglia Tuttavilla di Calabritto.

La diffusione del culto micaelico nel Gargano ha trasformato la grotta del Salvatore nella grotta dedicata a S. Michele. Nelle visite pastorali del 1700 e 1800 si cita sempre la grotta con questo titolo e fino agli inizi del XIX sec. tra il clero della città figura sempre l'eremita di S. Michele.

L'ingresso neoclassico, con sull'architrave della porta la scritta "Quis ut Deus" (la trascrizione latina del nome ebraico Mikael), è stato edificato alla fine del 1800. Nel corridoio che porta alla scala si può ammirare sulla volta un affresco con l'immagine dell'Arcangelo contornato da calchi in terracotta di angioletti. Dopo la prima rampa di scale a destra, un paliotto seicentesco, resto di un antico altare; a sinistra un ballatoio con una mangiatoia in tufo; sempre a destra un altare in pietra con nicchia con l'immagine del SS. Crocifisso che si venera in Chiesa Madre. Scendendo, a destra e a sinistra due imponenti torrioni in pietra; su quello di sinistra una vaga stalagmite mostra una protuberanza simile ad un ginocchio, sempre umida, alla quale la tradizione ha attribuito il simbolico nome di "ginocchio di S. Lucia". Arrivati al termine della scalinata, le quattro colonnine ci rimandano ad un ipotetico antico ciborio, con copertura verosimilmente in legno, dato che non ci sono tracce di coperture in pietra. Le colonnine di avanti sono: quella di destra a tortiglione con capitello ornato di palme; quella di sinistra è una colonna corinzia scanalata, con relativo capitello, le colonnine di dietro sono a papiro, con capitello trapezoidale senza ornamento. L'altare in breccia corallina è sovrastato da un ciborio di pietra ricoperta di calce. Sull'altare la statua in gesso di S. Michele. Dietro l'altare, attraverso un agevole pertugio si accede ad un cunicolo non molto lungo; a destra una colonna mossa che è sempre piena d'acqua in corrispondenza di stalattiti; a sinistra quello che resta di una vasca in pietra.

La tradizione ha due date per commemorare S. Michele: il 29 settembre, festa della dedicazione di una basilica romana dedicata al Santo e l'8 maggio festa dell'apparizione dell'Arcangelo al Gargano.

A Minervino si festeggia l'8 maggio e, come attestato dal Tabulario Onofrio Tango, c'è affluenza di molta gente: "...nel giorno suo si fa una bellissima festa con molte messe, dove concorrono l'abitanti delle città e terre convincine". Anche il Carbone nel manoscritto del 1865 a proposito della descrizione delle "orchestre" dice "una per la banda che suonava in occasione della festa, l'altra per la gente che accorreva numerosa nel giorno della festa".

Cultore della festa era il Capitolo Cattedrale che, fino alla fine del 1800, come attesta l'ultimo libro delle Conclusioni Capitolari, andava in processione a cavallo. L'attuale cura della chiesa rupestre è nelle mani della parrocchia S. Michele Arcangelo.

 

 


Si segnalano i siti web:
- www.comune.spinazzola.ba.it
- www.minervinomurge.com

- http://web.tiscali.it/ProLocoMinervino_M

 

Si segnala inoltre la pubblicazione:

- Torre di Nebbia “Alta Murgia – Guida ai paesi della Comunità Montana Murgia Barese nord-ovest”, 2001