Sulle orme di Rocco Scotellaro

Le terre della riforma agraria

 

 

LE TERRE DELLA RIFORMA AGRARIA

 

Le chiamavano “terre vergini di zappa”.

Le additavano così i contadini. Erano le terre del latifondo, che i grandi baroni assenteisti neppure si sognavano di far dissodare. Terre mai bagnate da una goccia di sudore, sulle quali a volte si imprimeva l’orma degli zoccoli quando i padroni le percorrevano in sella ai loro cavalli, magari per una battuta di caccia con gli amici. I contadini, i braccianti, ne parlavano e sui volti si disegnava l’invidia, la rabbia. Quei terreni che non conoscevano il lavoro dell’uomo facevano gola, potevano essere la risoluzione degli enormi problemi economici di migliaia di famiglie. Ma intanto erano lì, ricoperti dalle erbacce, divorati, sovente, dagli incendi. E loro, la plebe dei campi, senza lavoro, senza un soldo. La rabbia saliva ogni giorno, come il sole che si affacciava all’alba sulle pianure dello Jonio, che picchiava a mezzogiorno sulla valle di Vitalba, che dipingeva di azzurro il Golfo di Manfredonia e imbruniva dietro il Gargano, che rendeva dorate le spighe nella distesa di Gaudiano solcata dall’Ofanto, dove i latifondi di Giustino ed Ernesto Fortunato costituivano le uniche oasi di produttività, nella quasi totale insipienza dell’agricoltura meridionale agli albori del Novecento. Il modello produttivo dell’Unità d’Italia, abbozzato da Cavour, disegnato da uomini come Jacini, Ricasoli, Rattazzi e messo in pratica dalla Destra e dalla Sinistra storica, era impietoso verso l’agricoltura nel Mezzogiorno. Occorreva sacrificarla, per far crescere e prosperare, attraverso gli aiuti dello Stato, l’allora striminzita industria del Nord. Così fu. E la forbice fra le due Italie cominciò inesorabilmente ad allargarsi. Il contado fremeva. La fame, il freddo, gli stenti, l’insalubrità dei luoghi, decimavano le famiglie rurali. Fino al 1950 questa rabbia durò. Poi, preceduta da lotte che procurarono arresti e persecuzioni, morti e feriti, arrivò la Riforma fondiaria. Gli animi dei lavoratori della terra si quietarono. Non del tutto. Ma fu l’inizio. La Riforma fu rapidamente applicata nelle campagne. Spazzò via in poche settimane il carattere semifeudale dei contratti agrari. Chi lavorava i campi poteva comprare le attrezzature, fatto straordinario non previsto prima dalle norme esistenti. “In nessun altro paese” scrisse Sidney G. Tarrow in Partito Comunista e Contadini nel Mezzogiorno (Einaudi, Torino, 1972) la proprietà della terra è rimasta in un groviglio di rapporti così confusi e intricati come nel Mezzogiorno”. Uno studio effettuato nelle zone di Riforma in Basilicata, Molise e Puglia mise in evidenza che oltre il 60 per cento degli ettari espropriati proveniva dalle proprietà possedute dagli agrari assenteisti e coltivate da affittuari e coloni. I latifondi furono dunque in parte frantumati, i minuzzoli assegnati alle famiglie dei contadini. Frammenti di terra dai tre-quattro ai sette ettari al massimo. Qualcosa era. Riportava la calma a sud, nell’Italia sbrindellata del dopoguerra. Si chiudeva un’epoca di oscurantismo in agricoltura per il Mezzogiorno, per la Basilicata.

A Policoro come a Lavello, a Scanzano come a Venosa, a La Martella come a Grumento, a Ferrandina come a Pisticci e Bernalda, a Montalbano come a Senise e Irsina, ad Avigliano come a Bella spuntarono qua e là casette con il terreno vicino. A volte raggruppate in villaggi. Vi si trasferirono le famiglie che, mano alla zappa, cominciarono a dissodare dove l’arnese non era mai affondato. Sradicarono le erbacce. Le pietre diventarono massicciate e muri a secco. Il profilo delle campagne meridionali mutò. Si coltivava ogni zolla, ogni rivolo d’acqua veniva raccolto e utilizzato per irrigare. I bisogni però aumentavano, la terra no. Le scuole elementari erano pluriclassi che raccoglievano ragazzi e bambini nell’arco a volte di qualche decina di chilometri.
Ma la produzione che si otteneva dalle quote assegnate non si sviluppava in funzione delle necessità di famiglie con un numero crescente di figli. E i figli dei contadini non avevano spazio, né trovavano altro lavoro. Dovevano andarsene. Come un tempo. E se ne andarono. La Riforma, insomma, non rappresentò il trionfo economico dei contadini ha scritto Rosario Villari in Mezzogiorno e Democrazia (Laterza, Bari, 1979) dal momento che, nell’insieme dell’agricoltura meridionale, escluse le zone investite dagli espropri, i rapporti agrari furono congelati nei loro caratteri arretrati e arcaici, e di fronte alle centomila famiglie di assegnatari, milioni di contadini furono da allora costretti a emigrare. Il problema che si presentò allora alla classe dirigente italiana era più complesso e non poteva essere risolto soltanto con l’assegnazione di 600 mila ettari di terra e la creazione degli Enti di riforma. Dalla Basilicata, negli anni Cinquanta e Sessanta, partirono a decine di migliaia. Destinazione Nord Italia, Svizzera, Francia, Belgio e Germania, Sud America, Stati Uniti, Australia. Un esodo spaventoso che la riforma fondiaria non poteva fermare, anzi accelerava. Lo Stato, attraverso la Cassa per il Mezzogiorno, elargiva contributi a pioggia, utilizzati per le clientele politiche della Democrazia Cristiana, partito di maggioranza assoluta, allora. L’industria del Settentrione aveva bisogno di braccia per le fabbriche, ed aveva a sua completa disposizione un bacino immenso, quello dei contadini meridionali, figli dei beneficiari della Riforma fondiaria. A nord il triangolo industriale Torino-Genova- Milano si espandeva, avendo un’area sicura per la vendita e la collocazione delle merci: il mercato del Sud. La storia economica d’Italia si giovò del lavoro e del sacrificio delle famiglie meridionali. È un dato inoppugnabile, e non c’è accusa di meridionalismo piagnone che tenga, di fronte ai fatti. Chi poteva comprare ciò che si produceva nel Settentrione rimaneva a casa. Chi non se lo poteva permettere doveva fare le valigie. Interi nuclei furono estirpati e trapiantati dove la terra era ricoperta di cemento ed asfalto, sormontata da grigi capannoni, in luoghi dove la luce del sole era continuamente filtrata da una spessa patina di umidità. Dove esistevano soltanto linee di produzione, e i gesti dei lavoratori in fabbrica erano alienanti e sempre uguali. In pensione i vecchi assegnatari, lontani i figli con le loro famiglie, della Riforma fondiaria, oggi, è rimasto lo scheletro edilizio. Soltanto le casette stanno a testimoniare. E qualche anziano contadino che non ha avuto il coraggio di salire sul treno o imbarcarsi a Napoli. O, forse, non ne ha avuto la possibilità.

 

 

La Statale 96 bis, Bradanica interna

 

La strada è una ferita grigio chiaro nella enorme natica verde smeraldo di una collina ricoperta di grano appena spuntato. Intorno, altre natiche tonde, tutte ricoperte allo stesso modo, in maniera continua e uniforme. Solo, di tanto in tanto, spuntano in mezzo al verde i resti di case coloniche calcinati e sbiancati dal sole feroce delle estati pugliesi. Di solito in cima alle natiche. Il cielo è blu, c'è il sole, l'aria odora di finocchietto selvatico che spunta a quintali ai bordi delle strade. La strada è la Statale 96 bis Bradanica interna, che cercherete invano sulle mappe. E' una delle strade più affascinanti che io abbia mai percorso, e l'ho percorsa moltissime volte.

Innanzitutto è isolata e pochissimo trafficata, quindi davanti a voi e dietro, nello specchietto, vi può capitare di vedere la ferita grigia che si stende dritta e solitaria, senza altri percorrenti. Poi corre in mezzo al grano, come ho detto. Un grano totale. Senza un cane, una figura umana, un asino, niente. Se avete visto Io non ho paura, che è stato girato pochi chilometri a nord di qui, potete capire di che parlo. I falchi pellegrini, in alto, graffi nel cielo azzurro, planano seguendo le correnti e poi all'improvviso SBAM!! scendono in picchiata a ghermire l'ignaro topolino di campagna.

Nelle notti di Luglio, le colline inondate di giallo sono solcate da luci. Sono i trebbiatori, che lavorano di notte perchè di giorno fa troppo caldo. Falciano, con le mietitrebbia con i fari.

E a metà del tragitto, il capolavoro: Borgo Taccone. E' un borgo rurale di forse 6 case e 15 abitanti, nato dall'occupazione delle terre degli anni '50. Spunta in mezzo al grano come un'apparizione, da un lato della strada. Dall'altro, la stazioncina di Borgo Taccone, rossa, minuscola e completa di tutto, con le sue tettoie, la biglietteria, la pensilina, il binario, unico, che le passa davanti, sul quale passano trenini rossi e gialli che sembrano provenire direttamente dal paese dei balocchi, trenini monovagone, minuscoli, leggermente sopraelevati rispetto al grano, in tutto e per tutto simili ai trenini Rivarossi. Non sembrano provenire da nessuna località e non essere diretti da nessuna parte.

Peccato che la fermata di Borgo Taccone sia stata soppressa, e la stazioncina, agghindata come una sposa del secolo scorso, si impolvera nel vento aspettando un treno che non arriverà mai più. (Fonte: http://ilcirco.splinder.com/1082060692#1855248)

 

 

Borgo Taccone, Irsina

 

A Irsina le lotte agrarie avevano assunto aspetti particolarmente pericolosi per la classe dirigente. Bisognava
pensare a un insediamento rurale duraturo e in grado di fornire tutti i servizi utili ad una comunità creata ex novo. Una specie di fiore all’occhiello dell’intera Riforma fondiaria in Basilicata. Borgo Taccone, per chi passa lungo la statale 96 bis che collega Oppido Lucano a Bari, è praticamente equidistante da paesi come Irsina, Oppido, Calle di Tricarico, Spinazzola, Gravina, Acerenza, Tolve. Intorno i campi sono distese marrone e ocra, interrotte dal verde di pochi alberi sopravvissuti al disboscamento per ottenere terre da mettere a grano e cereali. Quando fu costruito, il borgo aveva la scuola elementare, l’ufficio postale, lo sportello bancario, la caserma dei carabinieri, l’ambulatorio, l’ostetrica che abitava in una villetta con annesso studio professionale. Le case degli assegnatari, sette ettari ciascuno, sono grandi un’ottantina di metri quadrati, più la rimessa e l’aia ad uso degli animali da cortile. Per dieci, quindici anni quella terra gibbosa, collinare, tutta un saliscendi, quella campagna difficile e ingenerosa fu messa a ferro e fuoco dalle braccia e dal cervello dei contadini che finalmente ne possedevano un pezzetto. Tutto poi cominciò a svuotarsi, a perdere di significato. Lo sfruttamento dei poderi raggiunse il punto massimo di espansione.

Oltre non si poteva. E non bastava. I figli non avevano voglia. Cercarono nuovi lavori, l’esodo dalla terra riprese. Borgo Taccone cominciò a spegnersi. Oggi risiedono stabilmente soltanto cinque famiglie. Le altre hanno conservato la casa, l’hanno ristrutturata, ma vivono altrove, e vengono a trascorrere la domenica a Taccone. Gli edifici vuoti sono tornati all’Esab, che adesso si chiama Alsia. E sono tutti in rovina. Emilio Guglielmo ha ormai sessantadue anni, ma voglia di fare, come sempre. È il gestore, insieme alla moglie Filomena, di un bar trattoria, appena si entra a borgo Taccone. Si deve ai coniugi Guglielmo se qualche forestiero mette ancora piede nella bella, un tempo, comunità rurale. Il padre, assegnatario, non gli ha lasciato nulla, la terra è andata ad Eufemia, sorella di Emilio. Insieme ai figli che sono rimasti con lui, Emilio ha creato un campetto di calcio, un parco giochi per i bimbi, un prato inglese davanti alla sua trattoria, dove si fermano militari dell’esercito, carabinieri, finanzieri, poliziotti della stradale, e qualche automobilista. Un punto ristoro, insomma, utile nella desolante mancanza di strutture analoghe nel raggio di decine di chilometri. Emilio ha richiesto altri locali vuoti all’Alsia, l’agenzia lucana per l’innovazione e lo sviluppo in agricoltura. Ma si scontra sempre con una burocrazia macchinosa. “Mi piace rimboccarmi le maniche e lavorare” dice, “ma non sono il tipo che va a chiedere sul Comune fammi questo, fammi quest’altro... loro lo devono fare... Noi qui il lavoro non aspettiamo che cada dal cielo, noi lo creiamo. Vedete mia moglie, è come un’anguilla, oggi ci state soltanto voi e vi ha servito in quattro e quattr’otto, fra un po’ ne arrivano venti e se la vede tutto lei. Qui a volte sembriamo tanti carcerati, ci dicono domani... domani... E intanto passano i giorni, noi li cancelliamo dal calendario, e tutto rimane fermo lo stesso”. Lungo le strade di Taccone regna il silenzio, interrotto dall’abbaiare dei cani che dietro i cancelli sentono passare un forestiero. Si respira aria da anni sessanta, anche le poche automobili in giro sono vetuste. Incontriamo una famiglia di albanesi, quattro ragazzi, un bambino e una donna sulla quarantina. Sono i nuovi abitanti di Taccone, sono i custodi dell’azienda che produce seme di grano, impiantata alle porte della contrada.

(di Francesco Sernia, tratto da http://www.consiglio.basilicata.it/basilicata_regione_notizie/brn93_0399/21_Francesco_Sernia.pdf)

 

 

Calle, Tricarico: dalla grande azienda del cav. Turati alla riforma agraria

 

Il borgo rurale di Calle nacque intorno al 1920 su iniziativa del Cav. Turati, illuminato imprenditore torinese, che creò una grande azienda agricola con al centro il villaggio per i contadini.

L’azienda di Silvio Turati, che a Calle operò negli anni 1920-1950, scrive Fabio Fontana, “nella quasi totale indifferenza dei contemporanei”, comprendeva terreni e proprietà situati nella montagna interna materana, in gran parte improduttivi. Il Turati affidò ad esperti la direzione dell’azienda. Fra tentativi di colonizzazione dell’area con l’affidamento in mezzadria a coloni veneti, la ricerca di sorgenti, l’installazione di silos per il bestiame e le prime iniziative di sericoltura si avvicendarono i primi direttori cercando di introdurre elementi innovativi di razionalizzazione nella gestione di quelle vaste terre e del patrimonio zootecnico. L’imprenditore agricolo torinese creò, nell’arco di tre anni, un borgo rurale a Calle, dotato di strutture e servizi, poi collegato con Tricarico in modo da favorire un insediamento stabile su quel territorio. Tale insediamento fu incentivato dal ripristino dei contratti di mezzadria, che passarono da uno a sei anni, favorendo così le produzioni agrarie migliori, razionalizzando lo sfruttamento dei suoli, potenziando l’allevamento bovino, incentivando le colture foraggere e la plantumazione degli alberi da frutta e di oliveti. Il mezzadro doveva impegnarsi nella difesa dei suoli e delle strade interpoderali ed un “libretto colonico” sanciva l’adesione di ogni lavoratore agricolo alle iniziative dell’azienda, per cui allo sfruttamento di proprietari assenteisti si sostituì l’adesione di una fattiva collaborazione in un’ottica di sviluppo continuo, senza trascurare i problemi di carattere sanitario e la viabilità stradale.

Gestione del patrimonio forestale con criteri moderni in accordo con il demanio forestale ed energica riforestazione del 15% della superficie boschiva, aumento della produttività dei suoli con la concimazione, sistema mezzadrie seguito da un riordino più razionale dei lotti di terreno furono i punti salienti di un riformismo economico e sociale che portarono l’azienda Turati a vincere nel 1933 il premio di maggior produttore granario d’Italia. L’azienda, agli inizi degli anni Cinquanta, era ripartita in 16 poderi gestiti a mezzadria più il podere di Calle, condotto direttamente dal proprietario.

 

 

Ma nel 1953, in ottemperanza a quanto previsto dalla Riforma agraria, l’azienda di Calle fu espropriata. L’esproprio dell’azienda Calle fu di 1.484 ha complessivi, mentre al cav. Turati rimasero 465 ha. Una porzione definita terzo residuo, compresa nella superficie espropriata, poteva rimanere al proprietario, qualora egli si fosse impegnato in opere di migliorie e di infrastrutture in accordo con gli interventi dell’Ente di Riforma Agraria. Ma Turati vi rinunciò.

Anche a seguito dello scorporo operato, a Tricarico non si riuscì a soddisfare in modo adeguato quella fame di terra a cui la legge di riforma intendeva rispondere, per l’eccessiva parcellizzazione delle quote e l’incapacità di una diversa politica di aggregazione produttiva. Ancora oggi sorgono delle perplessità sull’opportunità e sull’utilità sociale che l’azienda Turati dovesse essere scorporata.

L’azienda fu divisa in 181 tra poderi e quote. La differenza era dovuta essenzialmente alle dimensioni: le quote presentavano 1-2 ha di superficie mentre i poderi 8-9. Venivano stabilite le assegnazioni di quote o poderi sia in base alla qualità del terreno che alle condizioni economiche del contraente. La condizione di Tricarico veniva considerata svantaggiata dal punto di vista economico, ma non del tutto miserabile, in virtù della posizione collinare e della qualità dei suoli. Calle in un certo senso rappresentava un’anomalia nel panorama agricolo-sociale della Lucania. Il centro aziendale aveva abituato i suoi dipendenti ad un nuovo tipo di insediamento, direttamente sul fondo. Ciò costituiva un ottimo punto di partenza per la Riforma, in quanto molti dei futuri assegnatari in passato erano stati i salariati stessi del cav. Turati. Quindi, per conoscenza dei luoghi e diversa attitudine alla vita sui campi, essi avevano anche una funzione di esempio e di emulazione per chi acquisiva terra per la prima volta. Non solo, nei decenni precedenti il centro aziendale era stato fornito di assistenza medica, di una scuola e di un centro postale. C’era persino un campo di calcio ed una sala in cui si proiettavano periodicamente delle pellicole. la Riforma beneficiò a Calle di questo “humus”, venendo ad innestarsi su di un ramo che già aveva dato qualche frutto. D’altra parte non si spiegherebbe diversamente l’abbandono delle terre ed il conseguente fallimento della Riforma nel limitrofo territorio del comune di Irsina, dove la totale mancanza di realtà simili, ad eccezione di Borgo Taccone, ha senz’altro inciso profondamente sugli esiti finali. Di fatto Turati aveva tutte le carte in regola per rientrare nella categoria di coloro i quali gestivano aziende modello e che quindi non dovevano essere considerati da espropriare. Tuttavia il movimento delle occupazioni terriere era troppo vasto e le sue rivendicazioni troppo urgenti perché si potesse consentire la sopravvivenza di un latifondo di migliaia di ettari ricadenti nei confini di ben tre comuni distinti. Se poi consideriamo la particolare posizione di Tricarico e la sua crescente importanza in seno al movimento dovuta alla figura di Rocco Scotellaro ed alla sua battaglia in difesa del mondo contadino che aveva intrapreso in quegli anni, percepiamo come l’esproprio della tenuta di Calle fu deciso in base a considerazioni di carattere eminentemente sociale.

 

 

INTERVISTA A ROCCO MAZZARONE, poco prima della sua morte

 

Rocco Mazzarone nacque il 17 agosto 1912 a Tricarico dove ha vissuto sino alla morte avvenuta nel dicembre 2005.

Fu pediatra e autore di numerose note scientifiche e memorie storiche.

Appassionato di epidemiologia regionale e di storia sociale della Basilicata, testimone dei movimenti politici e culturali che hanno attraversato la regione soprattutto negli anni ’50 e frequentò strettamente Rocco Scotellaro, Carlo Levi e Manlio Rossi Doria.

 

Lei ha conosciuto il cav. Turati. Cosa ricorda di lui e che tipo di rapporto si stabilì tra di voi?

Conobbi Turati negli anni ’30. In seguito, nel dopoguerra, fui chiamato spesso a prestare la mia opera di medico a Calle, sia per le emergenze che per visite regolari, avendo Turati previsto all’interno dell’azienda un ambulatorio di assistenza sanitaria. Divenni suo amico, tanto da essere ospitato molte volte a Calle in occasione delle festività principali, quando egli vi si stabiliva insieme alla famiglia. Pensa che durante il Natale del ’45, trovandomi a casa sua, entrai in possesso di una delle prime copie del “Cristo si è fermato ad Eboli”, libro fino ad allora del tutto sconosciuto nella regione, che Turati aveva portato da Torino.

 

Che cosa faceva la differenza tra i dipendenti di Turati e gli altri contadini tricaricensi?

La situazione dei dipendenti di Turati era sensibilmente migliore di quella degli altri contadini tricaricensi, vuoi per il lavoro garantito da salariati, vuoi per le condizioni igienico-sanitarie.

 

Quali interventi animavano il cav. Turati nel suo operare?

Certo, non si può definire quest’uomo come un benefattore in senso lato, in quanto sicuramente egli cercava di curare i propri interessi. Se consideri come molto probabile il fatto che nel corso degli anni Turati reinvestì quasi totalmente gli utili ricavati dalla sua azienda per apportare ad essa ulteriori migliorie, è facile riscontrare in questo comportamento il suo tornaconto senza di certo negare a tale operazione notevole lungimiranza nonché funzione di esempio e modernizzazione per la gente del luogo.

 

A parte la diversa condizione dei lavoratori, quale altra caratteristica distingueva Calle da altre aziende agricole lucane?

I lavoratori di Calle non erano soltanto Tricaricesi o dei comuni limitrofi, ma provenivano anche da altre regioni, vedi la famiglia Chironna di Altamura citata da Scotellaro in “Contadini del Sud”, dal Veneto e più in generale dal Nord Italia. Quale altra azienda agricola lucana presentava una simile stratificazione socio-geografica all’interno del suo personale? Gorgone, il direttore, era siciliano; Sattarino, suo vice, era piemontese.

 

 

La roverella del bosco di San Marco, Calle

 

Al limitare del bosco di San Marco, vive una roverella la cui età è stata stimata in 600 anni. È la pianta più vecchia che si conosca in Basilicata: alta 16 metri, ha un tronco di 6,25 metri di circonferenza. E’ naturalmente compresa tra gli “alberi padri” della regione, dunque tra le piante da tutelare primariamente.

 

 

La fornace di Calle di Tricarico

 

Posta a circa 20 km a nord di Tricarico (MT), tra il torrente Bilioso ad est e il fiume Bradano ad ovest, Calle occupa una zona particolarmente privilegiata fin da epoca antica. Una fitta rete strutturale, entrata in funzione nel IV secolo a.C. e ancora, in gran parte, attiva in epoca romana, permetteva di raggiungere i centri, urbani e rurali, più importanti della Lucania e della vicina Daunia: Metaponto a sud, Irsina, Gravina e Taranto ad est, Tolve, Banzi, Forenza, Venosa e la zona del melfese a nord. L'asse viario Gravina-Potenza metteva in comunicazione Calle, attraverso una rete viaria minore, con Potenza e Grumento, mentre la strada entrata in funzione in epoca tardoantica, in concorrenza con la Herculea, partendo da Venosa permetteva di raggiungere Eraclea, A sottolineare l'importanza di Calle come punto nodale nella rete di comunicazioni locali, è anche l'ipotesi di identificare qui la statio ad guvium Bradanum menzionata dalla Tabula Peutingeriana. Le testimonianze più antiche risalgono all'età ellenistica, ma è solo in età tardoantica che la zona sembra assumere un particolare rilievo, come testimoniano le ricche sepolture rinvenute e soprattutto la rioccupazione di alcune ville, databili tra il IV e il V secolo d.C., situate nel territorio circostante.

Nel corso dei lavori di scavo eseguiti dalla Soprintendenza Archeologica della Basilicata nel 1972 e diretti da G. Tocco, nei pressi della chiesa di S. Maria, è stata messa in luce una fornace, all'interno di un grande edificio interpretato come villa, dotato di ambienti termali e mosaico, L'edificio presenta diverse fasi di occupazione, l'ultima delle quali è databile tra il IV e il VI secolo d.C. La fornace potrebbe appartenere al tipo classificato dalla Cuomo di Caprio con camera di combustione a pianta rettangolare e sostegno a corridoio centrale o a doppio corridoio. All'interno dell'impianto sono stati rinvenuti 757 frammenti, di cui 322 identificabili e 435 (57.4%) non identificabili. I reperti sono relativi per lo più a vasellame in ceramica dipinta, in minor misura, a ceramica comune acroma e da fuoco.

 

 

Alcune notizie su Tricarico

 


Altitudine: 698 m slm
Popolazione: 6202 abitanti

Una grande torre normanna annuncia Tricarico dall'interessante centro storico di impianto medievale. Arroccato su una collina, a settecento metri di attitudine, si affaccia da una parte sulla vallata dei fiume Basento, dall'altra sul bacino dei torrente Bilioso, affluente dei Bradano.

Nelle vicinanze, gli insediamenti di Serra dei Cedro confermano la presenza di popolazioni lucane quando sopraggiunsero Greci e Romani.

 

Incerta l'origine del nome derivante forse dal basso latino “ticalium” (trivio) o “trigarium” (luogo di maneggio dei cavalli). Numerose presenze archeologiche di rilievo attestano l'importanza di quest'area sin dalla preistoria. Delle fasi successive vi sono tracce di insediamenti indigeni del IX VIII a.c.

La fondazione dell'attuale Tricarico si fa risalire probabilmente al V-VI secolo d.c., quando nasce come roccaforte longobarda nel sistema difensivo del ducato di Salerno.

 

Subì diverse dominazioni nel corso della sua storia: Saraceni - di cui restano come testimonianza il “borgo rabatano” e quello “saraceno”, che per disposizione e tipo di costruzione ripete le strutture arabe di uno stanziamento fortificato – e greci; divenne città fortificata dei Bizantini ( Kastron ) fino al 1048, e nel 1080 fu occupata dai Normanni, che la inclusero nel Ducato di Puglia e Calabria.

 

Fino alla dominazione spagnola, Tricarico crebbe di importanza, tanto che nel 1561 contava ben 9000 abitanti. Il ‘600 fu un secolo di declino dovuto da un lato dalle rapaci tassazioni con cui i duchi Revertera, successori dei Sanseverino, opprimevano la popolazione, dall'altro da calamità naturali come i due terremoti del 1654 e 1694 e la peste del 1656, che decimò la Città , ma anche un secolo di profonda religiosità, arte e cultura.

E' a questo periodo infatti che si fanno risalire le opere di Ilario da Montalbano, Giuseppe Sciarra e Pietro Antonio Ferro.

 

Tra il ‘700 e l'800, si verificarono violente lotte contro gli abusi del potere e l'occupazione dei terreni feudali, che si collegano con la storia contemporanea, ai moti contadini degli anni del sindaco e poeta Rocco Scotellaro, moti che favorirono la Riforma Agraria. Scotellaro, morto a 30 anni nel 1953, ha vissuto qui gran parte della sua breve ma intensa esistenza. Caratteristico il carnevale di Tricarico, con i coloratissimi campanacci, le maschere locali che si richiamano al rito della transumanza.

 

Principali monumenti

 


Torre e castello normanno

E' il complesso monumentale di Tricarico cui sono connessi, fin dal Medioevo, i monumenti più salienti della sua storia politico-religiosa. Sorto probabilmente nei secoli IX – X come rocca fortificata, dotata di una robusta ed emblematica torre di 27 metri , nel punto più elevato della cittadina, subì rafforzamenti in epoca normanno-sveva (secc. XI – XIII), a difesa del kastron di Tricarico. Se la torre continuò a svolgere la sua funzione militare fino al ‘600, il castello divenne, invece, nel 1333, sede di un prestigioso monastero di suore di clausura, fondato da Sveva, contessa di tricarico e vedova di Tommaso Sanseverino. Dapprima sotto il titolo dei SS. Pietro e Paolo, poi di S. Chiara, questa comunità monastica, le cui suore provenivano dalle nobili famiglie di Tricarico e di altri centri regionali, ebbe sempre cospicue rendite dal suo ricco patrimonio immobiliare ed agrario e fu titolare del feudo di Gallipoli di Montagna. Soppresso il monastero nel 1860, la complessa struttura architettonica divenne, nel 1930, sede del Convento delle Discepole di Gesù Eucaristico che svolgono, a tutt'oggi, un'azione educativa attraverso le scuole che gestiscono.

 

 

Palazzo ducale

Imponente e severo, è uno degli edifici di interesse storico e artistico, monumentale più significativi dell'assetto urbano di Tricarico, di cui occupa una posizione centrale. L'accesso, attraverso due portali in pietra, conduce ad una corte aperta da cui si dominano le valli del Bradano e del Basento. Il nucleo originario, forse precedente al secolo XV, subì degli ampliamenti probabilmente ad opera dei duchi Pignatelli e Revertera, di cui restano gli stemmi seicenteschi, rispettivamente sul primo e sul secondo portone di ingresso. Si tratta di una loggia aggettante con arconi e di due ali a NE con torri, in parte conservatesi, che si allineavano con le mura di cinta, a chiusura della piazza sottostante e a definizione del carattere feudale dell'insieme. È probabile che le originarie grandi capriate del tetto dei vani del palazzo venissero sostituite nel Seicento da controsoffitti lignei dipinti, uno dei quali raffigura ancora una scena della “Gerusalemme Liberata”, rifinita da un fregio floreale. In quell'epoca, il palazzo fu stabilmente abitato dai Revertera. Acquistato agli inizi del ‘900 da Silvio Turati, industriale piemontese, insieme a vaste tenute ex feudali, divenne sede dell'amministrazione della sua azienda agricola.

 

 

Cattedrale di Santa Maria Assunta

Si attribuisce la sua costruzione a Roberto conte di Montescaglioso e signore di Tricarico nel 1601, in epoca normanna. Le sue primitive strutture romaniche, simili a quelle di Aderenza e di Venosa, sono state cancellate da una serie di ristrutturazioni barocche, ad opera dei vescovi Settimio de Robertis (1609-1611), Pier Luigi Carafa senior nel 1638 e del nipote Pier Luigi Carafa jr. dopo la peste del 1657. Assunse l'attuale aspetto architettonico e decorativo con l'intervento voluto da vescovo Antonio del Plato e realizzato tra il 1774 e il 1777, da maestranze napoletane, guidate dal regio ingegnere Carlo Brancolino e dall'architetto Domenico Sannazzaro, che ne curò gli stucchi. Nel I° millennio della diocesi (1968), il vescovo Bruno Maria Pelaia la dotò di una porta bronzea con epigrafe commemorativa Convento di S. Antonio di Padova.

Fu Gerolamo Sanseverino, principe di Bisignano e conte di Tricarico, che il 27 settembre 1479 ottenne da Sisto IV la facoltà di erigere fuori le mura della cittadina, questo convento dei Frati Minori dell'Osservanza, uno dei primi cinque della Basilicata. Ultimato nel 1491 con i contributi la comunità tricaricese e dello stesso principe, fu per secoli centro della più genuina spiritualità francescana e di apostolato nelle missioni, come attesta padre Michelangelo Pacelli di Tricarico, tra i primi missionari in Etiopia, su cui scrisse un'opera (1797). Dotato di buona biblioteca, ebbe importante studio per la teologia. Alcuni suoi frati, di estrazione più popolare, si distinsero nel campo dell'artigianato e dell'arte, con opere ancor oggi fruibili nel convento. Nella sua chiesa esisteva la tomba dei nobili albanesi Giovanni Mattes, sua moglie Porfida Mosaccia Scanderberg e del loro figlio, capitano di 300 stradioti albanesi, al servizio dei Sanseverino (1576).

Dopo l'abbandono di fine '800, fu affidato dall'Ammini¬strazione comunale al vescovo Raffaello delle Nocche e si formò in Casa Madre delle Discepole di Gesù Eucaristico (1923) e nella casa di riposo per poveri ed anziani "Pia Opera di S. Antonio", fondata nel 1926 dal sacerdote don Pancrazio Toscano.

 

 

Convento di S.Francesco

Fondato nel 1314 da Tommaso Sanseverino conte di Marsico e di Tricarico e da sua moglie Sveva, è uno dei più antichi conventi francescani della regione e, fino alla fine dell'800, sede dei Conventuali. La loro secolare presenza promosse tra la popolazione fervore mistico e pratiche devozionali, l'istituzione di confraternite e fermenti culturali, di cui restano poche testimonianze. Nella chiesa esisteva una monumentale sepoltura marmorea dei Sanseverino di Bisognano, sita “in cornu Evangelii” dell'altare maggiore, ormai scomparsa come pure le numerose cappelle patronali, di cui rimane solo documentazione scritta. Dal refettorio del convento provengono dipinti murali raffiguranti: “Crocifissione”, “Hodigitria”, “S. Bartolomeo” e “S. Giacomo minore”, attribuiti a Maestro della Bruna o alla sua bottega (metà secolo XIII), custoditi in Episcopio. Se le strutture del convento sono state demolite o rimaneggiate, la chiesa invece, restaurata nel 1882 e dopo il sisma dell'80, domina sull'abitato con la sua mole elegante.

 

 

Pietro Antonio Ferro e gli affreschi a Tricarico

Gli edifici sacri di Tricarico testimoniano un ricco patrimonio pittorico di committenza laica (aristocrazia locale, principi di Sanseverino di Bisignano, duchi Revertera della Salandra) ed ecclesiastica (vescovi, comunità monastiche, confraternite), attente ai fermenti artistici e culturali soprattutto pugliesi e campani. Gli affreschi medioevali, ormai solo dei frammenti, sono documentati dalle fonti scritte. Tra essi i più preziosi per antichità e fattura di gusto bizantino, sono quelli attribuiti al tarantino Maestro della Bruna che, agli inizi del Trecento, operò con la sua bottega nel Convento di S. Francesco.

L'eccezionale fioritura d'arte che caratterizzò Tricarico tra il ‘500-600, si espresse attraverso gli affreschi della catte¬drale (attribuiti a G. Todisco, sec. XVI) e del coro della chiesa Chiara (attribuiti ad A. Stabile, 1551), per trovare la massima espressione in una serie di cicli pittorici, tutt'oggi fruibili e restaurati, opera di Pietro Antonio Ferro (chiesa di Chiara, 1611 e chiesa del Carmine, 1612), dei suoi figli Carlo e Giovanni Battista (chiostro del Carmine, 1642), di Giuseppe Sciarra e Ilario da Montalbano (chiostro del convento di S. Antonio, 1648). In particolare, il Ferro seppe elaborare, attraverso un notevolissimo corpus di opere an¬che su tela, un linguaggio pittorico articolato e maturo, mediato da stampe di grandi opere del tempo, e dominò il panorama artistico della Basilicata nei primi quarant'anni del '600, divulgando temi del manierismo e configurandosi come pittore della Controriforma. Ebbe esperienze extranapoletane e cultura eclettica, fissò la sua dimora a Tricarico e riuscì a soddisfare i committenti di vari centri lucani (Ferrandina, Pomarico, Salandra, Miglionico, Grottole), attraverso un lavoro di bottega, associandosi un discreto numero di aiuti come il Dantola, Giuseppe Sciarra e i figli Carlo e Giovan Battista, vittime della peste del 1657.
Tratto da: CARMELA BISCAGLIA SABRINA LAURIA, Tricarico storia arte cultura, 129 edizioni
 

 

 

Rocco SCOTELLARO

(1923 - 1953)

 

  Protagonista appassionato e pensoso del momento epico dell’occupazione delle terre.

Canta il popolo risvegliato, per la prima volta vivente e protagonista della propria storia.

 L'uomo che seppe la guerra

   e lotte degli uomini,

   imparò dal fascino della notte

   il chiarore del giorno

Rocco Scotellaro figlio di padre ciabattino e madre casalinga nacque a Tricarico (MT) il 19 aprile 1923. A dodici anni si trasferì per motivi di studio a Sicignano degli Alburni e poi, con alterne vicende, a Cava dei Tirreni, Matera, Roma, Potenza, Trento e Tivoli.
Nei primi degli anni quaranta si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Roma. Ritornò a Tricarico dopo la morte del padre e continuò gli studi presso l'università di Bari. Aderì al partito socialista italiano e a ventitre anni fu eletto Sindaco e quindi Presidente dell'ospedale civile del Comune di Tricarico.
I non colti ma saggi suggerimenti del padre gli consentirono di intuire, fin dall'adolescenza, il dramma dei "cafoni" ovvero la disumana condizione sociale dei braccianti soggiogati dal prepotere della classe padronale, condizione questa che Egli stesso definì "schiavitù contadina".
Come il padre anche Lui conobbe il carcere per presunto reato di concussione, in realtà l'accusa altro non era se non l'epilogo di un sottile intrigo politico. Nel marzo del 1950 fu prosciolto dal reato ascritto ed assolto con formula piena per non aver commesso il fatto.
Poeta puro, autentico è ancor oggi considerato il più genuino e forse il primo simbolo poetico nella civiltà contadina. Il canto di Scotellaro ha il volto di un bimbo ribelle che piange sconsolato innanzi a coloro che gli han tolto ciò che gli spetta.
Sia in vita che post-mortem Gli sono stati attribuiti premi e riconoscimenti letterari, fra i tanti meritano particolare citazione il Premio S. Pellegrino ed il Premio Viareggio entrambi del 1954.
Sono molti i suoi testi tradotti e pubblicati in antologie straniere.
Della poesia scotellariana si sono interessati molti dei più autorevoli esponenti della cultura letteraria del II° novecento italiano. Due di questi meritano una particolare citazione perché oltre al sostegno morale ed intellettuale seppero offrire al giovane poeta di Tricarico il dono dell'amicizia: Manlio Rossi Doria e Carlo Levi, Rocco contraccambiò la sua amicizia e mai li dimenticò.

Le opere più significative sono:
. E' fatto giorno

Edizione Mondadori    1954

Contadini del sud

Edizione Laterza         1954

L'Uva puttanella

Edizione Laterza         1955

Margherite e rosolacci

 

Uno si distrae al bivio

Edizione Mondadori    1978

 

Basilicata Editrice      1973

Altri scritti ed appunti vari inediti sono andati probabilmente smarriti.

In Portici (NA) a trent'anni, il 15 dicembre 1953 Rocco Scotellaro lasciò per sempre il "mondo contadino" per raggiungere un altro mondo.

 

 


Passaggio alla città

 

Ho perduto la schiavitù contadina,
non mi farò più un bicchiere contento,
ho perduto la mia libertà.
Città del lungo esilio
di silenzio in un punto bianco dei boati,
devo contare il mio tempo
con le corse dei tram,
devo disfare i miei bagagli chiusi,
regolare il mio pianto, il mio sorriso.
Addio, come addio? distese ginestre,
spalle larghe dei boschi
che rompete la faccia azzurra del cielo,
querce e cerri affratellati nel vento,
pecore attorno al pastore che dorme,
terra gialla e rapata
che sei la donna che ha partorito,
e i fratelli miei e le case dove stanno
e i sentieri dove vanno come rondini
e le donne e mamma mia,
addio, come posso dirvi addio?
Ho perduto la mia libertà:
nella fiera di luglio, calda che l'aria
non faceva passare appena le parole,
due mercanti mi hanno comprato,
uno trasse le lire e l'altro mi visitò.
Ho perduto la schiavitù contadina
dei cieli carichi, delle querce,
della terra gialla e rapata.
La città mi apparve la notte
dopo tutto un giorno
che il treno aveva singhiozzato,
e non c'era la nostra luna,
e non c'era la tavola nera della notte
e i monti s'erano persi lungo la strada.
 


Lucania


M'accompagna lo zirlio dei grilli
e il suono del campano al collo
d'un'inquieta capretta.
Il vento mi fascia
di sottilissimi nastri d'argento
e là, nell'ombra delle nubi sperduto,
giace in frantumi un paesetto lucano.

 


E' FATTO GIORNO


E' fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi
con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.
Le lepri si sono ritirate e i galli cantano,
ritorna la faccia di mia madre al focolare.
 


Sempre nuova è l'alba


Non gridatemi più dentro,
non soffiatemi in cuore
i vostri fiati caldi, contadini.
Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
che all'ilare tempo della sera
s'acquieti il nostro vento disperato.
Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna -
l'oasi verde della triste speranza -
lindo conserva un guanciale di pietra...
Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l'alba è nuova, è nuova.

 


PER IL CAMPOSANTO


Quando passo, per la passeggiata,
avanti il tuo cancello,
papà mio bello
che stai di casa oltre la murata,
allora c'è la pica, se è sera, che ride,
sono scostumato ché non ti saluto:
mi rimandavi indietro sulla porta,
avevi ospiti e forestieri,
perché imparassi a dirti buonasera.

 

PASSAGGIO ALLA CITTÀ


Ho perduto la schiavitù contadina,
non mi farò più un bicchiere contento,
ho perduto la mia libertà.
Città del lungo esilio
di silenzio in un punto bianco di boati.
Devo contare il mio tempo
con le corse dei tram,
devo disfare i miei bagagli chiusi,
regolare il mio pianto, il mio sorriso.
Addio, come addio? distese ginestre,
spalle larghe dei boschi
che rompete la faccia azzurra del cielo,
querce e cerri affratellati nel vento,
pecore attorno al pastore che dorme,
terra gialla e rapata
che sei la donna che ha partorito,
e i fratelli miei e le case dove stanno
e i sentieri dove vanno come rondini
e le donne e mamma mia,
addio, come posso dirvi addio?
Ho perduto la mia libertà:
nella fiera di luglio, calda, che l'aria
faceva passare appena le parole;
due mercanti m'hanno comprato,
uno trasse le lire, l'altro mi visitò.
Ho perduto la schiavitù contadina
dei cieli carichi, delle querce,
della terra gialla e rapata.
La città mi apparve la notte
dopo tutto il giorno
che il treno aveva singhiozzato,
e non c'era la nostra luna
e non c'era la tavola nera della notte
e i monti s'erano persi lungo la strada.