TURSI - IL QUARTIERE ARABO E I CALANCHI

Foto di Gianluca Andreassi

Tursi - I "calanchi"

NOTIZIE GENERALI

Tursi si trova a 20 km dalla costa ionica, su una altura argillosa, a 210 metri s.l.m., posta tra il fiume Agri e il fiume Sinni. Il suo territorio comprende una zona interna collinare, caratterizzata dalla presenza di oliveti che si alternano alle zone a calanchi e ai boschi, e una zona pianeggiante e fertile versi il mare, dove è molto sviluppata la coltura delle arance.

Il nome del paese si fa derivare da Turcico, dal nome del suo probabile fondatore, trasformato in Tursikon e poi in Tursi, oppure da "turris", con chiaro riferimento alla torre del castello.

TURSI NELLA STORIA

L'origine di Tursi è sicuramente molto antica. L'opinione più comune è che Tursi abbia avuto origine intorno ad un castello, costruito dai Goti verso il quarto o il quinto secolo, ad opera dei fuggiaschi della vicina Anglona, distrutta dagli stessi Goti. Un villaggio agricolo esisteva già in epoca romana, come è dimostrato dai continui rinvenimenti di tombe e monete. Il primo nucleo abitativo, sorto attorno al castello, con l'arrivo degli Arabi, che ne fecero una roccaforte per il controllo della costa Jonica, prese il nome di Rabatana.

Verso l'anno Mille, Tursi aveva già una fisionomia di città popolata ed importante, sia per la sua posizione strategica che per la fertilità del suo territorio, tanto che i Bizantini la prescelsero come sede di uno dei tre "Themi" in cui divisero l'Italia meridionale: Thema di Longobardia con capoluogo Bari, Thema di Calabria con capoluogo Reggio Calabria e Thema di Lucania con capoluogo Tursikon (Tursi). Del X secolo è anche l'istituzione della sua cattedra vescovile.

Successivamente sotto Normanni, Svevi e Angioini, Tursi continuò la sua crescita demografica. 

A metà del '500 Tursi raggiunse l'apice della sua crescita: contava, infatti, 10.800 abitanti e 40 dottori in legge, ed era la città più popolata della Basilicata, con una fiorente attività commerciale e agricola. Nel 1594 il feudo di Tursi pervenne a Carlo Doria, il quale, in onore della città di cui era feudatario, volle che la sua dimora di Genova, oggi sede dell'Amministrazione Comunale, si chiamasse "Palazzo Tursi".

Tursi fu anche capoluogo di Basilicata nel 1642 e nel secolo successivo uno dei quattro ripartimenti in cui venne divisa la Regione. Verso la fine del XVII secolo iniziò un lento ma inarrestabile calo demografico, dovuto soprattutto alla peste che infuriò in tutto il Regno di Napoli e che nella sola Tursi fece contare circa 3.000 morti. Il Comune di Tursi, secondo la statistica murattiana, fu inoltre uno dei più colpiti dalla malaria, anche per la vicinanza della pianura del Metapontino.

Verso la fine del '700 e per tutto il secolo successivo divenne importante per l'economia di questo centro la coltura del cotone, che generò anche una pur modesta attività commerciale.

A partire dal 1870 conobbe il massiccio fenomeno dell'emigrazione. Da questa data e fino al 1911 ben 1.905 tursitani lasciarono la propria terra diretti verso le Americhe. Un altro esodo migratorio avvenne nel secondo dopoguerra. 

Tursi ha dato i natali al poeta Albino Pierro, nato a Tursi nel 1916 e morto a Roma nel 1995, più volte candidato al premio NOBEL per la letteratura. Le sue poesie in dialetto tursitano raffigurano la primigenia anima lucana ed hanno come tema dominante il mondo autobiografico della fanciullezza.

LA RABATANA

Il quartiere della Rabatana di Tursi è sicuramente la parte più caratteristica del centro storico, testimonianza dell'insediamento arabo in quest'area.

Nel corso dei secoli IX e X da Bari, sede di un emirato arabo dall'847 all'871, gli Arabi si spinsero all'interno dell'Italia meridionale, quindi anche della Basilicata, per compiere saccheggi e catturare prigionieri da vendere come schiavi nei centri dell'impero islamico, in quel periodo in una fase di massima espansione.

Secondo alcuni cronisti del tempo e secondo le fonti disponibili, gli stanziamenti arabi furono consistenti e di lunga durata in molti centri del medio bacino del Bradano e del Basento, nel Basso Potentino e nella Val d'Agri. Le numerose tracce architettoniche che ancora si possono leggere in molti centri storici e le tracce linguistiche nei dialetti locali, fanno ritenere che non si trattò esclusivamente di insediamenti militari, ma di vere e proprie comunità articolate, dove un ruolo di rilievo era svolto da mercanti ed artigiani. 

Le tracce degli insediamenti arabi sono ancora perfettamente leggibili a Tursi, a Tricarico e a Pietrapertosa: si tratta di quartieri che la tradizione appella come Rabatana, Rabata o Ravata, richiamando etimologicamente il termine ribat, che in arabo significa luogo di sosta o anche posto fortificato. Sono per esempio ancora leggibili a Tricarico i due quartieri della Rabata e della Saracena, con le porte di accesso e le rispettive torri, risalenti all'XI secolo. L'abitato è diviso in due da una stretta strada principale, l'araba shari, da cui si dipartono le vie secondarie (darb), che si intrecciano tra loro e si concludono in vicoli ciechi (sucac), che definiscono unità di vicinato ben distinte l'una dall'altra; i singoli nuclei abitativi, spesso ipogei, se da un lato tendono a chiudersi in difesa rispetto all'esterno, dall'altro con questo comunicano attraverso i terrazzamenti degradanti, coltivati ad orti o a frutteto, disposti a corona lungo il perimetro del tessuto edilizio.

La Rabatana di Tursi coincide con la parte più alta dell'abitato altomedievale, in ottima posizione difensiva. L'intrico edilizio che ancora caratterizza questo quartiere era dominato dalla presenza del castello, di cui attualmente restano poche tracce. La Rabatana è collegata al corpo del paese per mezzo di una strada ripida (in dialetto "a pitrizze"). L'antico borgo saraceno è indissolubilmente legato alla poesia dialettale di Albino Pierro.

Nei dirupi sottostanti, a testimonianza dell'antichità del luogo, sono state trovate alcune palle di piombo a forma di olive, con un piccolo buco in uno degli angoli, con incisioni in greco ed in latino, che venivano lanciate contro i nemici con fionde, da tiratori scelti, dai romani denominati marziobarbuli.

Nel cuore della Rabatana sorge la Chiesa Collegiata di S. Maria Maggiore, e, volgarmente detta Madonna della Cona. All'interno vi è una catacomba (Kjpogeum), di struttura gotica e adornata da scritture sacre. Gli affreschi presenti, risalenti al XVI secolo, sono riconducibili a Simone da Firenze e ad allievi della scuola di Giotto. Al suo interno si trova inoltre uno stupendo presepe in pietra realizzato nel XV sec. da autore incerto (Altobello Persio o più probabilmente Stefano da Putignano, autore del presepe presente all'interno della Cattedrale di Altamura).

SANTA MARIA DI ANGLONA

Il colle di Anglona risulta sede di insediamenti sin dall'età del Bronzo e del Ferro; il sito viene inoltre identificato con la città greca di Pandosia, riportata sulle Tavole di Heraclea. Il nome Pandosia allude alla fertilità della zona, che insieme alla posizione strategica del sito rispetto all'antica rete stradale, permise un notevole sviluppo dell'abitato soprattutto in età ellenistica (IV - III secolo a.C.).

Sull'antico abitato sorse nel Medioevo un nuovo centro, di cui oggi rimane solo la chiesa di S.Maria di Anglona. La chiesa esisteva sicuramente nel 1092, e alcune strutture risalgono infatti all'XI secolo, anche se l'aspetto attuale risente notevolmente delle modifiche apportate nel corso dei secoli: fra il XII e il XIII risalgono gli affreschi superstiti presenti sulle pareti della chiesa; ascrivibile alla prima metà del XIII secolo la trasformazione della zona absidale e la veste decorativa dell'esterno; al XV secolo risalgono invece l'ala sinistra della chiesa, l'abside, i dipinti di santi sui pilastri della navata.

Nel XIV secolo avvenne la distruzione della città di Anglona, e anche la Cattedrale, pur risparmiata, perse progressivamente il suo prestigio. Nel 1931 la chiesa fu dichiarata monumento nazionale, ma solo negli anni '60 iniziarono i primi restauri del complesso architettonico e degli affreschi in esso presenti.

L'interno è diviso in tre navate da due sobri colonnati che sorreggono archi a sesto acuto e archi ogivali e presenta un profondo coro terminante in un'abside. E' il più insigne monumento religioso della zona e una delle più splendide chiese della Basilicata. Particolarmente notevole è il complesso degli affreschi, che sono inseriti fra le manifestazioni artistiche più importanti del Medioevo lucano. Del complesso religioso sono da ricordare, oltre al ciclo degli affreschi, il campanile quadrangolare con bifore a doppia colonnina, l'abside semicircolare con archetti pensili ed il magnifico portale della fine dell'XI secolo, sormontato da figure di volti umani, dai simboli dei quattro evangelisti con al centro l'Agnello e, ai lati, dalle figure dei Santi Pietro e Paolo.

I CALANCHI

Foto di Gianluca Andreassi

I calanchi, definiti tecnicamente come "forme digitate di erosione veloce", costituiscono una delle peculiarità più interessanti della Basilicata, anche per la vastità del fenomeno, che interessa il 30% dell'intero territorio regionale, in particolare nelle aree collinari prossime alla pianura Ionica.

Il substrato geologico dell'area dei calanchi si caratterizza per la presenza di un basamento calcareo su cui si sono sovrapposti nel tempo vari strati argillosi misti a sabbia e a materiale calcareo, dalla cui unione si origina un "impasto" facilmente sgretolabile.

I calanchi sono un fenomeno erosivo conseguenza da un lato delle citate caratteristiche del terreno, dall'altro delle particolari condizioni climatiche di quest'area: durante le secche estati di queste zone il sole provoca l'essiccazione del terreno (i calanchi si formano infatti prevalentemente su versanti esposti a sud), che favorisce la formazione di fessure, in cui, nei piovosi mesi invernali, penetra l'acqua meteorica provocando lo smottamento del terreno. La loro formazione risente inoltre degli estesi fenomeni di disboscamento selvaggio attuati in queste aree tra l'800 e il primo '900.

Foto di Gianluca AndreassiI calanchi assumono forme molto diversificate: i fronti calanchivi, caratterizzati da una forma concava e segnati da innumerevoli rivoli; i calanchi mammellonari, piccoli rilievi tondeggianti posti uno sopra l'altro; le biancane, piccoli rilievi tondeggianti isolati, che prendono il nome dalla presenza in estate di una patina bianca che ne riveste la superficie, conseguenza della trasudazione salina; i fossi calanchivi, posti uno accanto all'altro e divisi da sottili crinali; i calanchi a lama di coltello.

Nonostante il fenomeno dei calanchi provochi l'accelerazione dei processi di desertificazione del territorio e renda sterili ed inutilizzabili da un punto di vista agricolo vasti terreni, la peculiarità e la singolarità del fenomeno stesso induce a perseguirne la valorizzazione ambientale e turistica.

Molto spazio trovano d'altronde i calanchi nella letteratura. Carlo Levi nel "Cristo si è fermato ad Eboli" così li descrive: "... e d'ogni intorno altra argilla bianca senz'alberi e senz'erba, scavata dalle acque in buche, in coni, piagge di aspetto maligno, come un paesaggio lunare ..." e ancora " ... e da ogni parte non c'erano che precipizi di argilla bianca, su cui le case stavano come liberate nell'aria". Albino Pierro, poeta di Tursi, dedica ai calanchi una poesia "'A jaramme" e definisce la sua terra "a terre de iaramme", la terra dei burroni, proprio in virtù della forza dei calanchi nella definizione della struttura del paesaggio di questi luoghi.

 

Per ulteriori approfondimenti si segnalano i siti Internet:

- www.fondazionesassi.org/turismocultura