PALUDI E CANALONI DI UGENTO

I BACINI DI UGENTO

Foto di Pino Bova

La fascia costiera compresa tra Torre San Giovanni e la Punta del Macalone rappresenta oggi, nonostante le massicce opere di bonifica condotte nell'ultimo secolo, la forte antropizzazione a fini turistici degli ultimi decenni, spesso selvaggia e quasi sempre frutto del caso e non di una corretta pianificazione del territorio, la frammentazione degli habitat naturali originari, l'attività venatoria, una delle zone umide più interessanti e più preziose della Penisola Salentina, di notevole valore ambientale, naturalistico e paesaggistico. 

I bacini di Ugento si incontrano infatti tra Torre San Giovanni e Punta del Macalone e poi presso Torre Pali, alle spalle dell'arenile caratterizzato dalla presenza di bassi cordoni dunali. Si tratta di bacini artificiali, collegati tra loro e con il mare per mezzo di canali, realizzati per bonificare le estesissime paludi che da sempre e fino a pochi decenni orsono caratterizzavano questo tratto di costa.

Si susseguono da nord a sud, frutto di diversi progetti di risanamento dell'area succedutisi nel tempo, i bacini Suddenna, Bianca, Ulmo, Rottacapozza Nord e Sud, Spunderati Nord e Sud e poi, non connesso con gli altri, il bacino di Pali.

Nelle originarie paludi (localmente dette patule o patuli), denominate Mammalie, si raccoglievano, ristagnando, le acque meteoriche delle campagne vicine e quelle convogliate a valle dai profondi canaloni che segnano il profilo dei versanti presenti subito all'interno. Tali acque, impossibilitate ad aprirsi la strada verso il mare per la presenza del cordone dunale continuo e la situazione era aggravata dalla presenza di acque freatiche superficiali e dal substrato dell'area, costituito da strati di alluvioni sabbiose e argillo - sabbiose, compatto e poco permeabile, davano origine a quel paesaggio della palude descritto perfettamente da molti studiosi e viaggiatori del passato.

HABITAT, FLORA E FAUNA

Foto di Pino Bova

L'area dei bacini di Ugento si presta perfettamente per la lettura delle differenti fasce vegetazionali che si succedono procedendo dal mare verso l'interno: è possibile infatti riconoscere, nell'ordine, la vegetazione dei litorali sabbiosi e rocciosi, quella tipica degli ambienti retrodunali umidi, quella palustre, la macchia mediterranea.

I tratti di costa caratterizzati dalla presenza delle dune sono colonizzati dalle tipiche specie psammofile e alofile, dotate cioè di peculiari specializzazioni (succulenza delle foglie e dei fusti, rizomi molto sviluppati, spinescenza) in grado di adattarsi al substrato ad alto contenuto di sali e povero d'acqua, alle forti insolazioni estive e alle escursioni termiche. Tra le specie più diffuse e più rappresentative delle dune mobili vanno ricordate la rughetta di mare (Cakile maritima), l'eringio (Eryngium maritimum), la pastinaca marina (Echinophora spinosa), il vilucchio delle spiagge (Calystegia soldanella), la santolina delle spiagge (Otanthus maritimus), il giglio delle dune (Pancratium maritimum). A queste vanno aggiunte alcune graminacee xerofile come l'Ammophila littoralis, i cui fitti cespi colonizzano la parte sommitale delle dune, e la gramigna delle spiagge (Agropyron junceum).

Immediatamente oltre la zona delle dune mobili, in corrispondenza delle dune stabilizzate, si riscontrano, a tratti, lembi relitti della macchia di clima caldo - arido, caratterizzata dalla presenza del ginepro coccolone (Juniperus oxycedrus sp. macrocarpa) e del ginepro fenicio (Juniperus phoenicea), associazione un tempo sicuramente molto più diffusa. Ai ginepri si affiancano le specie tipiche della vegetazione psammofila associate alle specie tipiche della macchia mediterranea xerofila (fillirea, cisti, rosmarino, leccio allo stato arbustivo). Nella zona delle dune stabilizzate è stata poi di recente segnalata una specie nuova per la flora italiana, il fiordaliso di Creta (Aegialophila pumila): si tratta di una composita psammoalofita, molto rara e finora segnalata lungo le coste sabbiose dell'Africa nord - orientale e dell'Asia Minore, con un'unica presenza europea nell'isola di Creta.

In un tratto della costa di Ugento si incontra una delle più antiche pinete costiere del Salento, la Pineta Rottacapozza: tale pineta di pino d'Aleppo è stata impiantata nei primi anni del 1700 da alcuni frati di Gallipoli, ma oggi ha raggiunto un elevato grado di spontaneità e un'elevata naturalità (al suo interno è presente un'orchidea, la Ophrys holoserica subsp. parvimaculata, endemica del Salento e molto rara).

Il tratto nord della costa di Ugento è invece caratterizzato da un litorale basso e roccioso, colonizzato da poche specie alofile. Appena più all'interno la scogliera è invece caratterizzata da una gariga bassa ad Euphorbia spinosa, dove si è riscontrata la presenza di due rare specie quali la campanella a foglie strette (Convolvulus lineatus) e l'antillide di Herman (Anthillis hermanniae).

Alle spalle del sistema dunale si incontrano gli stagni temporanei, secchi d'estate, dove la composizione floristica varia in funzione di parametri quali la salinità e la composizione del suolo. Abbondano in quest'area numerose specie di giunco (utilizzati in passato per la produzione di panieri e ceste) e di carici.

Procedendo verso l'interno si attraversano le praterie alofile, dove è possibile rinvenire un gran numero di orchidee, alcune tipiche di ambienti umidi (come la rarissima Orchis palustris, la rara Ophrys apifera, l'endemica Ophrys apulica e molte altre). Questi habitat sono in continua regressione a causa del continuo ampliamento della rete di accessi carrabili al mare e della diffusione dei parcheggi nel retroduna.

Procedendo verso i bacini si incontra l'area caratterizzata dalle steppe salate, colonizzate da specie alofile come la salicornia, in consorzio con varie specie di atriplice, con la statice (Limonium serotinum) e l'inula.

Gli specchi d'acqua, le sponde e le bassure dei bacini sono poi colonizzati dalla cannuccia di palude (Phragmites australis), cui si associano numerose altre specie, quali la tifa, i carici, etc. Le acque salmastre dei bacini ospitano invece una vegetazione tipicamente lagunare, con popolamenti di idrofite radicanti fluttuanti o natanti, come la lenticchia d'acqua (Lemna minor), e dalla macro alga Ulva rigida, che costituisce alimento principale per molti anatidi. Lungo gli argini dei canali collettori e dei bacini si insedia una fitta vegetazione riparia costituita in particolare da carici e giunchi, ma anche da specie molto rare come per esempio la campanella palustre (Ipomoea sagittata). 

Ancora più all'interno, ai piedi delle Serre di Ugento, si incontrano infine le specie tipiche della macchia mediterranea, descritte nel paragrafo successivo.

Foto di Pino Bova

 L'area del litorale di Ugento è individuata quale pSIC (proposto Sito di Importanza Comunitaria), per un'estensione di 1199 ettari, in base alla Direttiva Habitat 92/43 dell'UE. Numerosi sono gli habitat presenti in quest'area inseriti nella stessa Direttiva come meritevoli di conservazione, a dimostrazione del valore, della complessità ecologica e della rilevante biodiversità di habitat e specie ancora presenti in quest'area nonostante i processi spesso incontrollati di antropizzazione e di sfruttamento turistico. Si riporta di seguito un elenco degli habitat naturali e seminaturali meritevoli di conservazione ai sensi della Direttiva citata (in corsivo quelli dichiarati prioritari dall'UE):

- Praterie di posidonie

- Lagune costiere

- Vegetazione annua delle linee di deposito marine

- Scogliere con vegetazione delle coste mediterranee con Limonium endemico

- Pascoli inondati mediterranei (Juncetalia maritimi)

- Steppe salate mediterranee (Limonietalia)

- Dune mobili del litorale con presenza di Ammophila arenaria

- Dune costiere con Iuniperus sp.

- Dune con vegetazione di sclerofille

- Dune con foreste di Pinus sp.

- Stagni temporanei mediterranei

- Percorsi substeppici di graminacee e piante annue (Thero - brachypodietea)

- Pareti rocciose calcaree con vegetazione casmofitica

- Foreste di Quercus ilex

Anche da un punto di vista floristico l'area presenta, per qualità e quantità, caratteri di assoluto valore. La flora consta infatti di circa 400 taxa (appartenenti a 251 generi e 70 famiglie) di contro ai complessivi 1300 taxa presenti nell'intero Salento. Da un punto di vista qualitativo circa il 3% delle specie sono degli endemismi: tra questi vanno ricordati l'Alyssum leucadem, la Centaurea deusta, il Crocus thomasii, l'Helianthemum ionium, l'Iris pseudopumila, l'Ophrys apulica, l'Ophrys garganica, l'Ophrys parvimaculata, la Serapias orientalis, la Serapias politisii e la Stipa austroitalica. 

Foto di Pino Bova
Arisaro - Arisarum vulgare

La forma biologica più rappresentativa è quella delle terofite, ossia delle piante erbacee annuali (29.7% del totale), seguite dalle emicriptofite e dalle geofite. L'abbondanza delle terofite è indice della mediterraneità del sito e della presenza diffusa di aree a macchia e di prati aridi.

La fauna attuale, sebbene ridotta rispetto a quella anticamente presente in quest'area (la scomparsa del lupo si fa per esempio risalire agli anni intorno al 1850), a causa di una molteplicità di ragioni quali la riduzione della copertura vegetale originaria, la riduzione e la frammentazione degli habitat, le pressioni turistiche, l'attività venatoria spesso indiscriminata, è ancora di estremo interesse, in particolare per quanto riguarda l'avifauna. L'area rappresenta un'eccezionale area di sosta per gli uccelli durante le migrazioni, anche se l'attività antropica aggressiva comporta una fluttuazione delle presenze, anche significativa, da un anno all'altro, con la scomparsa di specie meno adattate alla presenza dell'uomo (è il caso per esempio del falco pescatore, ormai rarissimo nell'area dei bacini). Durante i vari periodi dell'anno e nei differenti habitat che compongono l'ecomosaico dei bacini di Ugento è possibile osservare numerose specie, quali il cormorano, il raro marangone dal ciuffo, l'airone cinerino e i più rari airone rosso e airone bianco maggiore, il tarabuso, la nitticora, il tarabusino, l'usignolo di fiume, il raro mignattaio, il cannareccione, la cannaiola, il cigno reale (quasi scomparso alcuni anni fa in seguito a ripetuti fenomeni di bracconaggio e all'avvelenamento di numerosi esemplari dovuto all'ingestione di pallini di piombo; nel gozzo di un unico cigno furono ritrovati per esempio ben 1648 pallini per un peso complessivo di 98 grammi e la Usl di Lecce stimò che la densità di pallini sul fondo dei bacini raggiungesse il mezzo milione per ettaro), il falco di palude, il rarissimo, in quest'area, pellicano e l'altrettanto rara avocetta, e inoltre varie specie di trampolieri, di limicoli e di anatidi.

LE SERRE E I CANALONI DI UGENTO

Foto di Pino Bova

L'area umida dei bacini è delimitata all'interno dalla strada litoranea che porta a Santa Maria di Leuca: in corrispondenza della strada iniziano le cosiddette Serre di Ugento, segno caratteristico del paesaggio e testimonianza di un'antica linea di costa. L'area delle serre è caratterizzata ancora oggi, nonostante i ripetuti incendi, l'antropizzazione e i drastici esboschi, da estese formazioni di macchia mediterranea (la cui estensione originaria è desumibile dalla presenza di numerosi fitotoponimi come per esempio macchie Don Cesare o macchie di Rottacapozza), intervallate da numerose masserie e punteggiate da caseddhe, pajare e muretti a secco. Testimonianze eccellenti della storia di questo territorio sono poi la chiesetta di S.Maria del Casale (eretta tra il XII e il XIII secolo) e la Specchia del Corno o del Corvo, monumento megalitico eretto tra l'Età del Bronzo e l'Età del Ferro.

Le aree a macchia ancora presenti (sia a macchia bassa che a macchia alta) rappresentano il risultato di un graduale e generale processo di degradazione della foresta mediterranea sempreverde originaria (caratterizzata dalla presenza del leccio e della quercia spinosa), intaccata nel corso dei secoli dagli incendi, dai tagli spesso incontrollati, dal pascolo e dalla messa a coltura delle terre.

Foto di Pino Bova
Corbezzolo

Oggi accanto al leccio (Quercus ilex), spesso allo stato arbustivo o di piccolo albero, si riscontra la presenza dei tipici arbusti sempreverdi della macchia mediterannea, quali il mirto (Myrtus communis), il lentisco (Pistacia lentiscus), il rosmarino (Rosmarinus officinalis), i cisti (Cistus creticus, C. salvifolius e C. monspelliensis), l'olivastro (Olea europea var. silvestris), la fillirea (Phillyrea latifolia), il corbezzolo (Arbutus unedo), l'alaterno (Rhamnus alaternus), la dafne (Daphne gnidium), la ginestra spinosa (Calicotome infesta), l'euforbia arborea (Euphorbia dendroides), l'erica (Erica arborea), il perastro (Pyrus amygdaliformis) e molte altre, che originano spesso complessi fitti e impenetrabili in cui le singole piante perdono la loro individualità.

Le radure nelle e ai margini delle aree a macchia, le aree con roccia affiorante e le aree maggiormente attaccate dall'attività antropica nel corso del tempo, sono invece caratterizzate dalla presenza di vegetazione a gariga e di vegetazione erbacea, la cosiddetta pseudosteppa ricca di piante annuali, in particolare graminacee (tra cui vanno ricordate il Brachypodium ramosum, il Cymbopogon hirtus e la Stipa austroitalica, la cosiddetta stipa delle fate, pianta considerata come prioritaria di conservazione per l'UE). Negli stessi ambienti una presenza di assoluto rilievo è quella delle orchidee spontanee, presenti con numerose specie dei generi Orchis, Ophris e Serapias.

Foto di Pino Bova
Rosmarino

I versanti delle Serre e i pianori soprastanti  sono arricchiti dalla presenza di estesi rimboschimenti, in prevalenza costituiti da pino d'Aleppo, ma anche da eucalipti, cipressi e acacie, eseguiti nel corso del tempo, in particolare tra il 1920 e il 1950 ad opera della Provincia di Lecce e all'inizio degli anni '90 ad opera dell'Ispettorato Ripartimentale delle Foreste, in funzione di difesa idrogeologica e ridurre i danni causati dal taglio dissennato delle originarie leccete e dai ripetuti incendi.

Le Serre di Ugento sono incise da una serie di canaloni, piccole gravine parallele tra loro e perpendicolari alla linea di costa. Si tratta di solchi erosivi scavati nella roccia calcarea dall'azione delle acque meteoriche che scendevano verso il mare, caratterizzati oggi da pareti sub - verticali, da un microclima peculiare e da specifiche associazioni vegetazionali.

Il Canalone del Casale, che prende il nome dalla vicina chiesetta omonima, ospita una vegetazione fitta e lussureggiante, profondamente differente da quella delle aree contermini, in quanto composta da numerosi esemplari secolari di leccio, alti anche 15 - 20 metri, testimonianza relitta di quella che doveva essere la foresta originaria che copriva l'intera area delle Serre. Il sottobosco, umido e relativamente buio, ospita sporadicamente alcune delle specie tipiche della macchia, con una presenza diffusa di specie lianose (Smilax aspera, Rubia peregrina, Clematis sp., Tamus communis, etc.).

Poco distante dal primo, si incontra il Canale di Polisene, ricco di vegetazione con alcuni esemplari secolari di leccio in associazione in questo caso con l'alloro (Laurus nobilis), specie mesofila tipica di ambienti meno secchi che qui trova il microclima adatto al suo sviluppo. 

Parecchio più distante dai primi, si trova il Fosso delle pire o Canale di Pera, nelle vicinanze della già citata Specchia del Corno. Il Canale di Pera è caratterizzato dalla presenza di vasti tratti di pareti rocciose sub - verticali, ricche di nicchie e anfratti, colonizzate da specie rupicole e utilizzate quale rifugio da molte specie di uccelli. Tra le specie presenti vanno ricordate l'euforbia arborea, l'alisso di Leuca (Alyssum leucadeum), endemismo pugliese e di origine transbalcanica, e il kummel di Grecia (Carum multiflorum), specie rara localizzata solo in alcune aree del Salento. Il fondo del canale è invece colonizzato da una fitta ed intricata vegetazione, in cui predominano le piante tipiche della macchia mediterranea.

Segue il Fosso della Casarana, ricco di vegetazione con dominanza di leccio associato alle piante tipiche della macchia mediterranea.

Per ultimo si incontra l'ampio Canalone di Rottacapozza, dove, insieme alla lecceta e alle specie tipiche della macchia, si riscontra la presenza, nel sottobosco della lecceta, del viburno (Viburnum tinus).

Complessivamente i canaloni rappresentano quindi di un paesaggio articolato, relitto delle forme originarie e caratterizzato da elementi floristici e vegetazionali di rilevante pregio naturalistico ed ambientale, tipici di un ambiente più mesofilo, cioè più umido e meno secco, rispetto agli ambienti xerofili circostanti, tipici dell'orizzonte mediterraneo. 

LA STORIA DELLE BONIFICHE

Foto di Pino Bova

Il paesaggio delle paludi rappresentava, fino a qualche decennio fa, il dramma quotidiano per migliaia di contadini costretti a convivere con quel flagello che era la malaria e con l'altrettanto drammatica scarsità di terre coltivabili.

Lungo l'intera fascia costiera salentina, sia sull'Adriatico che sullo Ionio, a ridosso del cordone dunale, per secoli vastissime aree sono state dominate dalle paludi e dagli acquitrini. Le origini del paesaggio delle paludi si fanno risalire al periodo alto medievale, quando il potere di Roma si era già dissolto e il Salento, come molte altre terre era oggetto delle scorrerie dei pirati, che contribuivano a spingere la popolazione verso i centri dell'interno. La natura riprendeva così il possesso di vaste aree e le paludi ritornavano a interessare un'area estesissima, da Brindisi ad Otranto sull'Adriatico, da Leuca a Gallipoli e poi tra Nardò e Taranto lungo il litorale ionico.

Ancora verso la metà dell'Ottocento le zone paludose e malsane coprivano oltre 150.000 ettari di terreni potenzialmente fertili nella sola Terra d'Otranto, un immenso patrimonio gestito in maniera passiva dalla feudalità, laica o ecclesiastica, a dispetto delle richieste disperate delle classi meno abbienti.

A parte alcuni sporadici interventi di lungimiranti proprietari terrieri che già all'inizio dell'Ottocento avevano provato a bonificare alcune aree aprendo dei canali per agevolare il deflusso delle acque stagnanti verso il mare, i primi progetti statali di bonifica risalgono al decennio dopo l'Unità d'Italia.

Il primo studio dettagliato sulle paludi del Regno d'Italia risale al 1865, ad opera del Pareto, Ispettore centrale delle bonificazioni e irrigazioni. Nella relazione sono descritte dettagliatamente le paludi di Terra d'Otranto, tra cui le paludi delle Mammalie e le paludi di San Giovanni nel territorio di Ugento. Numerose le relazioni e i progetti di bonifica che si susseguirono negli anni successivi.

Le paludi di Ugento, comunemente dette Mammalie, costituivano in quel periodo un grave problema economico e sanitario allo stesso tempo. Nel 1867 il Comune di Ugento deliberò la realizzazione, non portata a termine, di una strada che dal paese conducesse al mare, sia per facilitare la cura dei terreni paludosi costieri che per incentivare l'attrattività turistica della costa, seguendo la moda dei casini di villeggiatura che tanti esempi hanno lasciato in altre zone della costa salentina.

Con la legge 869 del 1882 le paludi Mammalie, Rottacapozzi e Pali vennero classificate di I categoria, ma anche questo non bastò a far partire i primi progetti di bonifica.

Il primo ventennio del Novecento, malgrado le denunce delle amministrazioni locali, non portò a soluzione il problema delle paludi, mentre si diffondeva sempre di più la malaria e la disoccupazione. Tra il 1924 e il 1932 i casi di malaria registrati nella sola Ugento oscillarono tra i 1071 e i 2416, su una popolazione complessiva di circa 5000 abitanti.

Nel 1923 il recupero delle terre malsane e le bonifiche entrarono nei programmi dell'Amministrazione Statale che, con la legge 3256, la cosiddetta Legge Mussolini, dette le prime disposizioni per una "bonifica integrale". Nel 1927 venne infine emanato un decreto per la costituzione di un Consorzio per l'esecuzione delle bonifiche nell'area di Ugento. 

Le prime paludi ad Ugento ad essere interessate dai lavori di bonifica furono la palude Ulmo, la palude Bianca e la palude Suddenna. Si procedette alla costruzione del canale collettore Mammalie, si costruirono bacini di espansione delimitati da muretti a secco per il drenaggio delle acque, con il materiale di sterro si alzò il livello delle depressioni maggiori; un ampio canale metteva in comunicazione i bacini con il mare, in maniera da far defluire le acque stagnanti verso il mare nel periodo di bassa marea e di far penetrare le acque marine nei bacini durante l'alta marea, al fine di risanare naturalmente, attraverso l'incremento di salinità, le acque salmastre.

Successivamente altri bacini e nuovi canali furono creati nella palude del Pali, di Rottacapozzae degli Spunderati, permettendo di mettere a coltura migliaia di ettari di terra, i tre quinti delle quali appartenevano però ai grandi proprietari terrieri.

Nel 1934 un progetto prevedeva l'infrastrutturazione delle terre bonificate, attraverso la realizzazione di una rete elettrica e di un programma di irrigazione.

Oggi l'area è gestita dal Consorzio di Bonifica Ugento - Li Foggi.

Le profonde trasformazioni di questo territorio iniziate nel periodo delle bonifiche, giustificate storicamente da necessità economiche e sanitarie di eccezionale gravità, purtroppo sono continuate e continuano ancora oggi, non giustificate da ragioni altrettanto valide, ma finalizzate spesso solamente allo sfruttamento massiccio e irrazionale della costa a scopi turistici, compromettendo l'ecomosaico di habitat presenti in quest'area, che seppure in parte di origine antropica costituiscono un unicum per ricchezza e varietà di specie e di ambienti.

 

 

 

Si segnalano le pubblicazioni:

- Lega per l'ambiente - Coop. Hydra: "Ambienti e itinerari naturalistici della provincia di Lecce", 1993 Lecce

- Roberto Gennaio: "I bacini di Ugento - Aspetti botanici, faunistici e paesaggistici", 2001 Lecce

 

Sulla storia delle bonifiche in Terra d'Otranto si segnalano inoltre le pubblicazioni:

- Antonio Costantini: "Guida ai monumenti dell'architettura contadina del Salento", 1996 Galatina

- Antonio Vincenzo Greco: "Le bonifiche n ella storia del paesaggio del Tarantino Sud-orientale", in Umanesimo della Pietra Verde 7, 1992 Martina Franca

- Roberto Perrone: "Le paludi del Tarantino occidentale prima delle bonifiche", in Umanesimo della Pietra Verde 7, 1992 Martina Franca