VENOSA, MELFI E I CASTELLI

VENOSA - LA STORIA

Foto di Gianluca Andreassi

"Incompiuta" di Venosa - Particolare

Venosa è una città antichissima, ricca di eccezionali segni della stratificazione della storia e posta su un altipiano ai piedi del Monte Vulture.

Città sannitica, fu conquistata dai Romani nel 291 a.C., divenendo una delle più importanti e ricche città del mondo antico, anche perché attraversata dalla Via Appia, che collegava Roma a Capua e poi a Brindisi. Roma vi trasferisce poco dopo la conquista ben 20.000 coloni, conferendole più tardi il titolo di municipium, ossia città romana. La ricchezza e l'importanza della città è dimostrata inoltre dalla presenza di un proprio Senato, di un proprio esercito, dalla possibilità di battere moneta. 

Nel 65 a.C. nasce a Venosa il più grande lirico dell'antichità, Quinto Orazio Flacco.

La storia di Venosa è indissolubilmente legata, anche nei secoli successivi, alla presenza della Via Appia, forse la più importante arteria di comunicazione dell'antichità, collegamento tra Occidente e Oriente.

Non è un caso che la floridezza della città abbia attirato, già in epoca remota, una colonia di ebrei, probabilmente la più antica d'Italia, perfettamente integratasi all'interno della comunità locale, tanto che non è mai esistito un quartiere ebraico e le sepolture ebraiche (catacombe) si affiancano a quelle cristiane.

Nel 493 d.C. venosa diviene centro amministrativo dei Goti, mentre tra il 570 e il 590 i Longobardi la eleggono a gastaldato. Nell'842 e nel 985 la città è saccheggiata dai Saraceni. Ai Longobardi succedono i Bizantini e a questi, nel 1041, i Normanni di Arduino.

Federico II include Venosa tra i possessi demaniali, appannaggio esclusivo della corona.

Con gli Angioini Venosa viene reinfeudata alla famiglia Orsini e, in seguito ad un matrimonio, diviene dote di Pirro del Balzo nel 1443.

Alla famiglia del Balzo segue la famiglia Gesualdo, signori dei paesi dell'Irpinia, nominati feudatari e principi di Venosa nel 1561. In seguito alla peste la città risulta distrutta economicamente e socialmente (passa in pochi anni da 18000 a 6000 abitanti), ma splende di luce propria sotto il profilo culturale. Tra il 1582 e il 1612 nascono, grazie al mecenatismo dei feudatari, l'Accademia dei Piacevoli e dei Soavi, la Scuola di Diritto e l'Accademia dei Rinascenti.

Famosa e controversa è la figura del principe Carlo Gesualdo (1560 - 1613), definito dall'amico Torquato Tasso "eccelso musicologo e principe de' musicii", eccelso compositore di madrigali a cinque voci, ispiratore di Wagner e Stravinskii,  ma famoso anche per l'uccisione della moglie colpevole di tradimento. Alla sua morte senza eredi, Venosa passa di mano in mano tra vari feudatari.

IL CENTRO STORICO 

L'impianto urbano del centro storico di Venosa rappresenta uno degli esempi più interessanti della Basilicata, caratterizzato dalla continuità insediativa dell'area della città antica.

L'antico centro romano di Venusia fu fondato su un pianoro delimitato da due valloni, il Ruscello e il Reale, e la forma stretta e allungata del sito ha fortemente condizionato e caratterizzato lo sviluppo urbanistico della città.

L'area della città antica, compresa nello spazio attualmente compreso tra la Chiesa della Trinità e il Castello, era strutturata da isolati di forma stretta e allungata, determinati da due assi viari principali, coincidenti con gli attuali Corso Vittorio Emanuele e Corso Garibaldi, che attraversavano la città per tutta la sua lunghezza incrociando, a cadenza regolare, strade ortoganali secondarie.

Contestuale all'impianto stradale fu la costruzione del circuito difensivo, oggi visibile solo in un tratto, il cui percorso doveva originariamente includere l'intero pianoro, rafforzando quelle che erano le difese naturali.

Ancora perfettamente leggibili alcuni dei quartieri medievali della città, come per esempio il tessuto edilizio intorno al vico Gravatone, caratterizzato da costruzioni in pietra locale con arcate a tutto sesto.

Interessanti inoltre i numerosi palazzi signorili, risalenti ad un periodo compreso tra il '600 e l'800, e le chiese (ben 35 nel '500). Notevoli alcune testimonianze di edilizia commerciale del '700 e dell'800, con davanzale attiguo alla porta d'ingresso per esporvi i prodotti in vendita.

IL CASTELLO

Il Castello Pirro del Balzo occupa l'estremità sud - occidentale del pianoro su cui sorge il centro urbano di Venosa, nel sito occupato dalla prima Cattedrale venosina.

La poderosa costruzione di età aragonese fu iniziata nel 1470 da Pirro del Balzo, nell'ambito di una più generale riorganizzazione del sistema difensivo cittadino.

Il castello è caratterizzato da una pianta quadrata con possenti torri cilindriche angolari ed è circondato da fossato. Il cortile interno è caratterizzato da un loggiato in stile rinascimentale, mentre molte delle sale interne risultano affrescate.

Il castello è legato indissolubilmente ai suoi abitanti, da Pirro del Balzo, che ne volle la costruzione, a Carlo Gesualdo, dai successivi feudatari agli uomini che furono relegati nelle segrete e vi incisero le loro sfortunate storie.

In occasione di recenti interventi di ristrutturazione, indagini stratigrafiche hanno condotto a riconoscere strutture riferibili al castellum acquae, ovvero sei grandi cisterne in laterizio risalenti al II - III secolo d.C. e tra grosse tubature fittili che assicuravano la distribuzione idrica verso i diversi settori della città antica.

L'antico camminamento difensivo, una galleria seminterrata munita di feritoie e garitte, è oggi in parte occupato dal Museo Archeologico Nazionale, organizzato in cinque sezioni: a) fase preromana; b) fase della romanizzazione; c) da fine Repubblica ad età Augustea; d) materiali e reperti di età imperiale ed e) dal tardo impero ai Normanni, lungo un percorso di 150 metri tra le Torri Est e Sud.

L'ABBAZIA DELLA TRINITA' E L'INCOMPIUTA

Il complesso abbaziale si colloca all'interno del circuito murario di età romana, ma all'esterno di quello alto medievale, ridimensionato rispetto al primo.

Il complesso abbaziale risulta composto da due edifici: la Chiesa Vecchia, ridisegnata sulla pianta di una preesistente basilica paleocristiana del V - VI secolo (a sua volta sorta probabilmente su un tempio pagano dedicato alla dea Imene, divinità delle Nozze), restaurata in età longobarda (X secolo) e portata al massimo splendore dai Normanni; la Chiesa Nuova, iniziata nel XII secolo e rimasta incompiuta, per tal motivo conosciuta come l'Incompiuta, interessantissimo esempio di romanico maturo.

Il complesso originario, documentato nel V e VI secolo, e costruito ad opera del vescovo Stefano, è costituito da due chiese: quella esterna, di cui rimangono solo le fondazioni dell'originaria pianta trilobata con deambulatorio, con due vasche battesimali ad immersione, una esagonale e una seconda a croce, e pavimento musivo; la seconda, la Chiesa Vecchia, con un impianto a tre navate con sette pilastri, transetto ed abside con deambulatorio, con estesi pavimenti a mosaico.

All'arrivo dei Normanni si rese necessaria una nuova fondazione della chiesa (bolla di papa Niccolò II del 1059). Una prima fase dei lavori dovette essere condotta dal conte normanno Drogone tra il 1046 e il 1051, una seconda sotto l'abate Ingelberto. Sotto Roberto il Guiscardo nel 1059, papa Niccolò II consacrò la chiesa della SS. Trinità, trasformandola da cattedrale in chiesa abbaziale, assoggettata direttamente alla Santa Sede. 

Nel 1069 Roberto il Guiscardo trasferì nell'abbazia il sacrario della sua famiglia, gli Altavilla.

Tra il 1066 e il 1094, sotto l'abate normanno Berengario l'abbazia raggiunse un ruolo di primaria importanza, confermato per tutto il XII secolo dalle numerosissime donazioni effettuate in suo favore.

La distruzione della città di Venosa nel 1133 non comportò danni all'abbazia, ma la sua ricchezza fu compromessa dal declino degli Altavilla, tanto che nel 1194 il complesso perse la sua autonomia e fu sottoposto al controllo dell'abbazia di Montecassino. Nel 1297 papa Bonifacio VIII esautorò l'ordine benedettino dal possesso del complesso, concedendolo all'Ordine Ospedaliero di S.Giovanni di Gerusalemme.

L'Incompiuta rappresenta uno dei massimi e più affascinanti esempi di architettura non finita presenti in Italia, insieme ricchissimo di elementi architettonici, differenti per stile e provenienza e lasciati a un differente grado di lavorazione. Alla mancata compiutezza si aggiunge la suggestione dovuta al massiccio reimpiego nei paramenti murari di frammenti romani ed ebraici.

Foto di Gianluca AndreassiL'Incompiuta è costruita perfettamente in asse con la cosiddetta chiesa vecchia e nel progetto iniziale aveva un impianto a tre navate, con ampio transetto sporgente e un profondo deambulatorio con tre cappellette radiali.

Molti dubbi restano, oltre che sul perché della sua incompiutezza, anche sull'età di costruzione: la prima ipotesi la collocherebbe nell'età di Roberto il Guiscardo, in stretto rapporto con l'arrivo a Venosa di una comunità di monaci proveniente dalla Normandia; la seconda la collocherebbe più avanti nel tempo, in collegamento con il passaggio da Venosa nel 1297 di un gruppo di cavalieri di S.Giovanni che avrebbero mediato i modelli francesi originari.

Lo stretto rapporto con i modelli francesi, in particolare Cluny, fa ipotizzare che il disegno generale sia di importazione, forse ad opera di un architetto o protomagister francese, ma è altrettanto probabile che la progettazione di dettaglio e l'esecuzione siano state affidate poi a maestranze locali. 

IL PARCO ARCHEOLOGICO

Strettamente integrato con il complesso monumentale della SS. Trinità e dell'Incompiuta, il parco archeologico di Venosa conserva resti compresi tra l'età repubblicana e l'età medievale. Venosa rappresenta un caso unico in quanto una larga parte dell'area urbanizzata in antico risulta libera dall'edilizia moderna e il parco archeologico rappresenta un esempio eccezionale di stratificazione antica e medievale non disturbata da interventi moderni.

Le principali emergenze sono costituite dalle terme, databili tra il I e il III secolo d.C. e articolate in numerosi ambienti, dall'anfiteatro e dal complesso ecclesiale della SS. Trinità, inserite in un continuum di resti significativi dell'antica città, quali gli ambienti residenziali, le domus, e le tabernae, con funzione commerciale.

In età imperiale fu realizzato, in un'area periferica, l'anfiteatro, tuttora visibile. Il monumento ha forma ellittica e si sviluppa su tre piani, realizzati tagliando i fianchi della collina. La costruzione presenta almeno due fasi di realizzazione.

In età tardo - antica (V - VI secolo) una vasta area dell'attuale parco archeologico fu adibita a necropoli.

Le prime indagini archeologiche risalgono alla prima metà dell'Ottocento, concentrate nell'area dell'anfiteatro. 

MELFI - LA STORIA

La città di Melfi si colloca su un colle di origine vulcanico ai piedi del monte Vulture. Già centro pre - romano, acquista importanza solo nel Medioevo: capitale dei Normanni del sud prima di Palermo, si oppose ai Bizantini, fu saccheggiata da Federico Barbarossa e fedele poi alla casata Sveva. Successivamente divenne feudo degli Orange e dei Doria e fiorente centro commerciale.

La storia urbana di Melfi si articola intorno e in rapporto con il Castello, che domina il borgo murato in cui vivevano coloni, artigiani e militari al servizio del castello, articolato in settori da un sistema stradale ordinato gerarchicamente, con strade principali e vicoli secondari.

IL CASTELLO

Il Castello di Melfi, edificato su una preesistente rocca bizantina, subì modifiche e ampliamenti ad opera dei proprietari che si sono succeduti nel suo possesso.

Una delle sue caratteristiche peculiari è infatti proprio la mancanza di una planimetria unitaria e l'apparente disordine è il risultato di successivi interventi avvenuti nel corso di almeno cinque secoli, gli ultimi dei quali risalenti alla fine del Cinquecento. Il Castello si integra poi con la cinta fortificata che circonda il centro storico, ancora integra in numerosi tratti.

Il nucleo più antico del castello, a pianta quadrata con torri angolari, è di origine normanna: nel castello si svolsero quattro concili papali tra il 1059 e il 1101 e vi fu bandita la prima crociata nel 1089. I primi ampliamenti risalgono già al regno di Ruggero II, che nel 1129 fece edificare la parte centrale dell'attuale complesso, sede oggi del Museo nazionale del Melfese.

Il castello venne ampliato poi da Federico II di Svevia, che nel 1231 vi promulgò le Costituitiones Augustales, volte a regolare il diritto feudale, primo esempio organico di leggi scritte a contenuto sia penale che civile. Federico II fece costruire la torre di Marcangione, dal nome del brigante che nel '600 vi fu rinchiuso, e la cisterna nel cortile posteriore.

Successivamente il castello divenne sede di Carlo I d'Angiò (che nel 1280 ordinò la costruzione di altri ambienti intorno alla sala del trono, di tutta l'ala di nord - est e di tre cortili interni), di Giovanni II Caracciolo (ampliamenti del 1460) e di Marcantonio del Carretto (1531), figliastro di Andrea Doria. Proprio i Doria, nella seconda metà del '500, condussero importanti lavori sulle strutture del castello per adattare l'edificio nato per esigenze militare a dimora nobiliare.

Il castello, nella sua forma attuale, ha la pianta di un poligono irregolare e conta otto torri, tre a pianta poligonale e cinque a pianta quadrata.